“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.

 

calzino e i suoi fratelli

Il calzino spaiato è un oggetto famoso. TUTTI perdono un calzino nel passaggio dalla cesta della roba sporca alla lavatrice. C’è ampia letteratura, ci sono dibattiti, forum e perfino una discreta quantità di vignette al riguardo.
Quello che mi riempie di sgomento ed invidia è che a casa mia il calzino smarrito è in assoluta minoranza rispetto ad altre sparizioni altrettanto inspiegabili.

A casa nostra spariscono posate. Voi non perdete mai un cucchiaino? Stamattina, giuro, le ho contate. Il servizio è da 14, ed ho 13 forchette, 10 coltelli ed 11 cucchiaini. Dopo 3 anni. Solo i cucchiai si sono salvati dalla diaspora della posata. Ho controllato cassetti, lavastoviglie, scolapiatti, acquaio e pure frigorifero: nada. Andati, scomparsi, svaniti: PUF!

A casa nostra spariscono pure i piatti. E mi direte “eh si rompono, i piatti”. Ma se non ne ho mai rotto uno, perché sono tutti in numero inferiore ad otto, che siamo partiti da dieci? Chi viene di notte a rubarmi posate in acciaio e stronzi piatti Ikea? Chi?

A casa nostra spariscono gli elastici per capelli. Erano 300, erano nuovi e forti…e sono scomparsi. Per quanto metodica possa diventare nel riporli, per quanto previdente possa essere nel ricomprarli, niente da fare. “Ma ce n’erano 3!”, sbuffo guardando con sospetto il Tecnologico ed il suo taglio quasi a spazzola. Lui alza gli occhi al cielo. Controllo mobili del bagno, valigia, pavimenti, trousse da trucco, trousse da viaggio, comodino: macchè.
Andati anche loro, senza lasciare traccia!

A casa nostra nel cambio armadio sparisce sempre “lamiamagliettapreferita”. Evidentemente ripongo così bene le cose più carine, ma così bene, che quando riappaiono oramai son passate di moda e pure, ahimè, di taglia. Sono serissima eh. Non le ritrovo mai l’anno dopo, ma con salti di almeno un biennio. I cinesi hanno l’anno della tigre, della capra, del topo… Noi l’anno della maglietta rossa, dei pantaloni neri e del maglione burberry.

A casa nostra ogni tanto sparisce pure il gatto. Anzi, si danno i turni. La prima sparizione gatta – da appartamento senza accesso all’esterno, fatto salvo per UN BALCONE, interamente recintato con rete di ferro e coperto sopra da tenda da sole, è stata scoperta di notte. Ore 3 del mattino, una notte di agosto. Da sola, ovviamente. Mi alzo per bere un bicchiere d’acqua, e come sempre prima di tornare a letto controllo i gatti. Uno solo. Uhm. Mi guardo intorno. Niente. Apro la porta del balcone. Niente. Ma dove diamine? Cerco ancora. Guardo dietro al frigo. Controllo le stanze, che per altro sono chiuse quindi inaccessibili al mondo felino. Niente. Manco Houdinì.
Panico.
Alla fine il gatto era sotto il mobile componibile della cucina, entrato da un cassettone aperto non si sa come, richiuso probabilmente dalla spinta dell’altro gatto, e strisciato sotto. Solo che lo zoccolo del mobile è fissato talmente stretto che ho demolito la cucina per estrarlo, e nel frattempo lui, da sotto, ha bucato il tubo di carico della lavastoviglie. Grazie, orribile bestia di Satana. Grazie.
La seconda sparizione gatta si è conclusa in modo molto meno cruento. Abbiamo comprato una credenza per il soggiorno. Il Maine Coon salta 1.80 da terra.
Il Maine coon dal divano salta due metri. Trovato gatto.

A casa nostra sparisce con preoccupante frequenza la carta igienica. No, so che non sta bene dirlo.
Di questo però conosco la causa: vivo con un uomo.

Giusto la pazienza non sparisce. Quasi mai.

lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

considerazioni a margine

Da ragazzina, fino alla maggiore età, ho avuto un orario di rientro serale compreso tra le 22.30 e mezzanotte, con rarissime eccezioni per particolari eventi, da “concordare prima”. La questione orario non m’è mai pesata, i miei amichetti avevano tutti lo stesso coprifuoco, mezzora più mezzora meno, di conseguenza i miei non hanno mai saputo cosa volesse dire “litigare per il rientro” fino all’adolescenza di mia sorella. Per loro fortuna, all’adolescenza di mia sorella io avevo la patente, una panda 750 e degli amici compiacenti, per cui mentre i genitori ronfavano, noi si andava a recuperare “la piccola” in giro per la città, si sfiorava puntualmente la rissa con qualche ragazzino eccessivamente propositivo, la si riportava a casa e si tornava a far baldoria.
Prima dell’avvento della panda 750, c’erano per rientrare tre mezzi: il passaggio in motorino, che io odiavo perché sono sempre stata fifona, e che odiavano anche i miei amici perché rispetto al centro città io abitavo in culo alla miseria. Il recupero genitoriale, che odiava – giustamente – il mio secondo papà e secondo marito di mamma, perché tirarsi su dal divano alle 23.00 del sabato..UH CHE PALLE. L’autobus numero 4. L’autobus numero quattro aveva una unica corsa serale, ore 23.40, se perdevi quella eri fatto. Approdavo ad un chilometro buono da casa e me la facevo a piedi.
Ho avuto solo due “incidenti”, prendendo da sola un autobus di sera tardi per tornare a casa. Una sera, mentre aspettavo il caro autobus numero 4, un ragazzo con disturbi mentali ha cercato di aggredirmi, ma è passato un conoscente in vespa e mi ha prontamente portata via. Un’altra sera, mentre tornavo a casa a piedi dalla fermata, un tizio – io suppongo per scommessa – mi ha tirato una gran pacca sul sedere; io mi sono girata urlando e quello che ho visto era un giovane completamente NUDO che scappava correndo nella direzione opposta alla mia.
Basaglia, li mortacci tua, due su due!

Dai 25 anni ad oggi, dotata di automobile con più di 3 cilindri (sì, ingegneri, la panda ne ha quattro, alla mia si bruciava una candela a settimana ed andava a tre), spray al peperoncino, maggiore consapevolezza, posso vantare:

- numero 3 tentativi di borseggio, compreso il classico da motorino che solo per culo s’è rotta la cinghia della borsa, altrimenti solo Dio sa il male che mi sarei fatta.

- numero 2 marocchini ubriachi che, di sera, hanno tentato la classica mossa di infilarsi a forza bloccando la portiera mentre salivo in macchina, dopo avermi seguita (SECONDO LORO!) senza farsi notare.

- numero TENDENTE ad INFINITO di molestie, insulti, pedinamenti, male parole, minacce più o meno velate, richieste di quattrini, da parte di magrebini, zingari, est europei ubriachi marci, appena dopo il tramonto in pieno centro storico, che se sei femmina – qualunque sia la tua età ed il tuo abbigliamento – è cosa buona e giusta venirti a rompere il cazzo perché sì. Magari in sei contro una. Magari anche in sei contro due, se sei col fidanzato, cosa che per loro è assolutamente irrilevante.

- numero 1 scassinamento porta passeggero della povera Yaris.

Questo fa sì che le stesse vie che anni fa mi sembravano ragionevolmente sicure, siano diventate percorse oggi, alle stesse ore, fonte di paura ed ansia, e che non ci sia un genitore sano di mente che lasci tornare la figlia ragazzina in autobus dopo le 22.00, e che io non lasci mia madre andar in giro da sola perché una distinta signora minuta è una preda ghiottissima.

Questo fa sì che oggi che c’è il ballottaggio per il sindaco, e quello che viene dalle giunte precedenti (COSA AVETE FATTO A QUESTA CITTA’?) si permetta di accusare il candidato rivale (purtroppo niente per cui valga la pena votare) di “saper parlare solo della sicurezza”, a me venga l’orticaria.
Parla solo di sicurezza? Hai fatto due passi di sera? Ah certo ma tu… sei un uomo. Manda tua moglie a far due passi di sera, poi me la racconti tu, la sicurezza. Coyote.

Sempre da ragazzina, ma anche da ragazza suvvia, quando andavo a cena con Lord, Shine, il Rosso, Bao ed Happy, prendevamo un tavolo da sei. Ieri siamo andati a cena tutti insieme ed il tavolo era da 14. QUATTORDICI! E uno solo era “posto seggiolone”. Se per sbaglio andiamo in vacanza insieme di nuovo ci tocca prenotare un albergo intero.

Ancora da ragazzina, mi facevo i film in testa di cosa avrei chiesto, potendo, alla me quarantenne. In realtà era tutto un girare intorno alla conclusione di alcuni amori non corrisposti, con la segreta speranza di ritrovarmici sposata e con prole, a 40 anni.
Oggi, giorno della prova costume dell’anno domini 2014 dopo Cristo, so che in realtà la me 16enne, trovandosi di fronte la me odierna, prima di poter fare qualunque domanda (le risposte sarebbero comunque sì, sì, no, e NO GRAZIE AL SIGNORE BENEVOLENTE!), mi direbbe indignata:
“MA TU… HAI LA CELLULITE!”

E so anche che si sentirebbe rispondere un cosa tipo: “E quindi?”.

Quante cose cambiano prospettiva negli anni, eh?

“Ceci n’est pas une pipe”: il mare nelle orecchie

Primi anni ’90.
Lei ha 18 anni, una famiglia disfunzionale alle e sulle spalle, un cane, gli occhi chiari ed i capelli di Medusa, però tendenti al rosso. Di giorno va a scuola, la sera lavora al bar.
Lui ha 19 anni, una famiglia che farebbe rosicare quelli della pasta barilla, sulle spalle la scimmia della sbronza di ieri, una fidanzata simil damina dell’ottocento, una nutrita schiera di ammiratrici tra i 16 ed i 30 anni, e fa il primo anno di università da fuori sede.
Lui una sera sta cercando un locale, si perde per strada, si ferma a chiedere indicazioni in un bar. Lei è fuori che fuma una sigaretta. Lo vede scendere dalla macchina, cerca gli occhi della collega, si fanno il gesto di fischiare tra i denti. Lui la vede, appena sceso dall’automobile, e ci resta: attacca bottone con la faccenda della strada persa, scambiano due parole, lei deve tornare al lavoro, lui ha amici che aspettano altrove.
Lui torna il giorno dopo, ordina un caffè. Doppio, tazza grande.
Lei gli fa il caffè, ha una birra a lato del bancone, la sorseggia tra un ordine e l’altro. Gli avventori del bar, in prevalenza vecchietti del paese, che se la covano, quella ragazzina, come se fosse la nipote comune, lo guardano storto senza neanche preoccuparsi di non darlo a vedere.
Lui torna il giorno dopo ancora, e quello dopo, e quello dopo. Il fine settimana non parte per andare a casa dalla mamma e dalla fidanzatina. Si lava le mutande per la prima volta in vita sua. Mangia pasta al tonno, che ha finito le scorte alimentari. Gira per l’appartamento, vuoto e lercio, sentendosi un cretino. Si rade, si guarda allo specchio e si sorprende a mandarsi affanculo sovra pensiero, a metà di una conversazione che nella sua testa inizia più o meno con “Sai, Silvia, ho capito che forse è troppo presto per me, una storia così seria, ho tanti anni di studio davanti…”
Si ripromette di bere di meno, di studiare di più, di comprare dei fiori per Silvia – altra cosa mai fatta prima – e soprattutto di star lontano da quel bar, quello con la tizia rossiccia che dietro al bancone del bar nasconde una birra media ed un bastardino col pelo fulvo.

Neanche a dirlo, due ore dopo è in quel bar, con lei davanti. Aspetta che lei finisca, lei finisce a razzo, quasi non si parlano.
Esce, sale nella macchina di lui, fanno forse cento metri poi lui accosta, la guarda e vuota il sacco, perché non gli viene in mente niente altro se non giocare a carte scoperte: sono fidanzato, sono fidanzato in casa, vogliamo sposarci ho sempre voluto avere figli ho sempre rigato dritto non ho mai pensato di fare diversamente, voglio una famiglia come la mia, voglio essere un padre come il mio, ma soprattutto ho sempre voluto una bambina, una bambina con gli occhi scuri come quelli di Silvia, e l’ultima volta che ho immaginato questo futuro – stamattina – ho immaginato una bimba coi capelli ramati, ho avuto paura ed ora sono qui.
Lei gli dice solo “Io non sono fatta per essere l’altra”.
Lui si profonde in scuse. Certamente. volevo solo dirlo. E’ una scemenza, vero? Una pazzia. Tu avrai sicuramente qualcuno. Sarai impegnata.
“No.”
Restano lì, fermi a bordo strada tra la campagna e la città, che pare notte fonda e non sono nemmeno le nove di sera. Lui giura e spergiura di non voler far nulla di male, di essere il più fedele fidanzato della terra, e tra un giuramento ed una scusa le racconta la propria vita e quella scena allo specchio, quel discorso iniziato solo nella propria testa. Lei risponde poco e niente, solo ad un certo punto, dal niente, mentre lui – non si sa come – è lì che elenca i nomi dei cugini, gli dice “Ho come il mare nelle orecchie”. Lui la guarda senza capire. “Il cuore. Mi batte talmente forte che sento il mare nelle orecchie”.
E’ lì che lui la bacia. Le salta proprio addosso. E lei ricambia. E lui si scosta, si profonde in scuse, accende il motore, la riporta al bar, lei recupera bicicletta e cane, e va. Lui vorrebbe piangere. Si autocommisera, si accusa, si insulta, si assolve e si accusa nuovamente. Si ripromette di non cercarla più. Parte. A metà strada si sta già rimangiando ogni sillaba. Una volta arrivato ha deciso di lasciare la fidanzata ottocentesca. La mattina dopo ha le prime occhiaie della sua vita, il panico addosso, l’orrore del dover parlare alla propria ragazza, l’orrore ancor più grande del dover parlare alla propria madre, che quella ragazza l’ha adottata come fosse una figlia.
Cosa peggiore di tutte, è felice. Oppresso e felice. Euforico, terrorizzato e felice.

Si sente molto adulto mentre viaggia verso casa dei suoi. Viaggia senza valigia, senza i vestiti sporchi da riportare, senza i tupperware da riempire, senza i fiori che voleva comprare solo tre giorni prima.
Al ritorno, è adulto davvero e si sente solo vuoto. E pirla. Nessuno ha capito la maturità del gesto. Sua madre ha addirittura pianto. La sua fidanzata lo ha guardato come se gli fossero spuntate due teste, lo ha insultato, poi ha pianto, poi lo ha insultato di nuovo ed ha concluso con “Ci perdi tu”.
Ovviamente gli ha chiesto “C’è un’altra?”. Ovviamente lui ha negato, e negato ancora, e negato di nuovo.
Lei lo ha sbattuto fuori di casa, non prima di aver avuto un mancamento e di essersi accasciata sulla sedia, rifiutando aiuto e sostegno.

Fila diretto verso il baretto di paese, entra quasi di corsa e c’è lei, dietro al bancone, minuta e rossa e sgargiante, e si guardano e perfino i vecchietti sorridono sotto i baffi.
Si amano come due matti. Quasi scottano. Entrano in sintonia subito, diventano simbiotici. Lui, grande e grosso, cavalleresco e bellissimo. Lei, svelta e sorridente, sempre sveglia, sempre attenta, sempre pronta a ridere di cuore. Si costruiscono una vita insieme che sembra sempre più una bolla. Della bolla fa parte la famiglia di lei – quel che ne resta – i vecchietti del bar, qualche amico che non si è schierato a favore della “parte lesa”, il cane.
La bolla si libra in alto, tutto è tornato bello, lui immagina una bambina con gli occhi chiari ed i capelli rossi ramati e si sorride allo specchio.

Fuori dalla bolla, la vita s’è fatta pesante. Sua madre quasi non gli rivolge la parola. Ha fatto lo sciopero del tupperware. Gli pure detto, stizzita, che visto che ora si sente adulto può iniziare a pensar da solo alla propria biancheria. La madre della ex fidanzata non lo saluta, se lo incontra per strada, ma per vie traverse ci tiene a fargli sapere che la figlia è deperita, sofferente, non esce, non dorme, quasi non mangia, è distrutta, devastata. Alla fine arriva il padre, con un discorso da uomo a uomo sui piaceri della libertà contro il dovere di farsi carico delle promesse fatte.
Pesante come un macigno. L’onore il decoro le responsabilità. Lui ha pur sempre 19 anni. E’ un ragazzo di paese. Ci resta un poco sotto. Va a trovare l’ex fidanzata. Ci resta molto sotto, si sente in colpa, si sente responsabile, e sente anche qualcosa d’altro, come la sensazione che se tornasse sui suoi passi ogni cosa avrebbe di nuovo il suo posto. Torna alla casa da studente, si butta a letto e non risponde al telefono, non chiama la sua ragazza, al bar non si presenta per due giorni.
Al terzo si presenta lei, che ha già capito tutto, e stavolta non ride. Non piange, nemmeno. Dice solo “io non sono fatta per essere l’altra”, e lui capisce cosa voglia dire avere il mare nelle orecchie, che non è sempre bello e sembra di poterne svenire, e non vuole perderla, e le dice che vorrebbe due vite, perché lui quello che prova è davvero amore, e le vorrebbe entrambe quelle bambine del futuro, la mora e la rossa, entrambe quelle ragazze, entrambe quelle esistenze. Non farlo, le chiede. Dammi tempo.
Lei ha un buffo paio di occhiali da sole in mano, e con quelli va via mentre lui è ancora a metà di una frase. “Non tornare. Fammi il favore di non tornare”, gli dice.
Li indossa solo una volta uscita, per poterci piangere sotto, o almeno questo pensa lui guardandola dalla finestra. Gli sembra talmente piccola da non poter attraversare sola, lascia stare l’arrivare a casa, e lavorare, e tutto il resto. Vorrebbe correre di sotto per prenderla al volo e tenerla così per sempre. Prova un dolore talmente affilato che gli sembra strano non sanguinare.
Ma prova anche sollievo, perché ora tutta la pesantezza della sua vita sparirà, tutto tornerà a posto.

E così è.
Torna all’ovile, e si laurea, e si sposa, ed ha una bambina mora che porta il nome della nonna materna. Seguono altre due bimbe, castane e con nomi meno austeri, sacrifici, lavoro, amore e responsabilità.

La moglie, che sarà anche stata damina, ma per niente cretina, lascia sapientemente cadere nell’oblio quei sei mesi di mattana che lentamente diventano due anni fa, tre anni fa, dieci anni fa e poi più nulla, inghiottiti dalla frase “Stiamo insieme dalla terza liceo”. Ha sempre saputo dell’altra, in realtà. Non nell’immediato, no, ma poco dopo, da uno degli innumerevoli cugini a cui l’aveva detto la cognata che l’aveva saputo dalla zia, con cui s’era confidata la di lui madre, oggi anziana nonché suocera.
Ha sempre saputo dell’altra ed ha sempre saputo di averla sconfitta. “Ha scelto me”, s’è detta. “Ha sempre scelto me, amava solo me”.

“E’ lei che ha scelto”, mi dice oggi dopo il terzo bicchiere. Ha una rabbia addosso che sconfigge il tempo. Vorrebbe ucciderla, quella ragazzina che fino a ieri era “sei mesi di mattana a 20 anni, quasi fisiologici in una storia lunga come la nostra”. Vorrebbe ucciderla, come se da qualche parte nel mondo ci fosse ancora, identica, una diciottenne rossa di capelli col sorriso pronto ed un bastardino fulvo sempre attaccato alle caviglie.
E’ successo che il suocero ha avuto un momento di commozione durante un compleanno. Gli è scappata una mezza parola di troppo riguardo alle responsabilità di padre e quel famoso discorso da uomo a uomo di venti – più di venti! – anni prima. Parlava al figlio, non s’è moderato, e eccoci qui: una moglie abbastanza furba da fingersi noncurante, un quarantenne abbastanza cretino da credersi al sicuro – sono passati più di venti anni, per l’amor di Dio! – reo confesso: mi ha lasciato lei.
“Ma perché io amavo te, eh!”.

“E’ lei che ha scelto”, ringhia stasera guardandosi intorno l’ex damina che ha sposato il più pavido, e dolce, dei miei amici.
Ed io sono felice, perché sono castana e ho due gatti, intanto, ma soprattutto perché all’improvviso ricordo com’è, l’avere il mare nelle orecchie, tanto che la vedo parlare e quasi quasi non la sento più.

nancy era senza compagnia

Un paio di anni fa una cara amica del Tecnologico, la mia preferita tra le sue amicizie, venne a pranzo da noi col fidanzato dell’epoca, la cui caratteristica saliente era, nel nostro mondo di atei, agnostici, vagamente credenti quando non prepotenti bestemmiatori, l’essere un vero cristiano cattolico credente e praticante. Dalla verginità pre matrimoniale in avanti. Io mi immaginavo una specie di frate francescano giudicante, e fui molto sollevata dal trovarmi davanti un ragazzo carino, vestito in modo normalissimo, simpatico e spigliato, colto.
Finché durante il pranzo, complice un attentato del terribile gatto Esse alla di lui giacca nuova, minacciando scherzosamente il micio costui disse che giusto giusto ad un bambino avrebbe lasciato rovinare la giacca senza battere ciglio, in quanto i bambini sono per definizione innocenti.
Al che mi trovai a rispondere che dipende dall’età del bambino. Un bambino di due anni sicuramente se ti danneggia una giacca lo fa in completa inconsapevolezza. Un bambino di sei anni a cui hai detto che la giacca non va, per esempio, tagliata con una forbice, se lo fa è consapevole di fare una cosa sbagliata, ergo è meno innocente di un animale che non ha la più pallida idea che ti sta creando un danno.
“Il gatto non ha proprio il concetto di bene e male”, mi rispose lui.
“Il gatto il concetto di bene e male ce l’ha eccome. Il gatto gioca con te senza usare unghie proprio perché SA di poterti fare male e sceglie di non farlo. E’ che il concetto di giacca costosa, se permetti, al gatto sfugge un poco”, gli dissi io.
E qui la sua chiosa:
“Eh, ma i gatti non hanno l’anima.”

No, l’uomo è vivo è vegeto che io sappia, e nessun danno fu arrecato né a lui né alla sua giacca di merda da me o dal gatto Esse o dal Tecnologico, anche se giuro che avremmo tanto voluto tutti e tre.

Sono varie settimane che latito. Sono varie settimane che l’unico post che ho nelle bozze, e che apro e richiudo e riapro sperando in tempi migliori, si intitola “Fear of the dark”. Sono varie settimane che il continuo stillicidio di brutte notizie mi provoca una sindrome da accerchiamento, che evito di scrivere perché scrivere è rendere reale, e va da sé che rendere reale la merda non è il sogno od il senso né mio né del mio blog.
Tante, davvero tante, davvero troppe, delle persone che conosco, hanno il cancro. O lo hanno avuto. Lo stanno combattendo. Oppure ha vinto lui.

La settimana scorsa s’è portato via un amico. Un caro amico. Un vecchio amico. Un vecchio amico con una vita avventurosa, con il sorriso pronto, con il carattere difficile, una moglie splendida, una figlia altrettanto ed un bambino ancora piccolo. Questo amico, dopo mille mestieri e mille passioni, aveva scoperto la propria vera grande dote: il cuoco. Era eccellente, ed eccellenti erano i risultati.

Stamattina non il cancro, ma un automobile, s’è portata via quello scorbutico irresistibile di C., il gatto dei miei: grosso, metereopatico, infido e goloso come solo i gatti sanno essere. Il più vorace essere vivente che abbia mai visto.

Insomma io non ci credo, che chi ha sentimenti, sogna ed ha pensiero, possa non avere un’anima. Non ci credo, non avrebbe alcun senso, non che io abbia molti motivi per preoccuparmi di chi va o non va in paradiso, sia chiaro, dubito di avere un passaporto in regola, ma non ci credo comunque.

Vorrei pensare che il mio amico cuoco abbia beccato C. appena arrivato. Un genio della cucina ed un genio della mangiata. Due brutti caratteri insieme. Vorrei pensare che C. abbia capito subito da che lato entrare, giusto seguendo il profumo.
E non mi frega niente se i gatti non dovrebbero mangiare piccadillo. O non dovrebbero bere moijto. O non dovrebbero andare in paradiso.
Neanche i padri di ragazzini di sei anni dovrebbero andarci, in paradiso.
Non dovrebbero lasciarci proprio.

wake me up when april ends

L’effetto del “cambio di stagione” quest’anno è assolutamente terrificante, se mi fosse scesa ancora un poco la pressione Berlusconi lo avrebbero mandato ad assistere me, che ne avevo più bisogno dei vecchietti di Cesano.
(Che poi, Cesano. Cesano BOSCONE. Epperò non c’è bosco. Come Ceriano. Ceriano Laghetto. Che bel nome. Ma non c’è il lago! Ma allora anche io voglio che il posto dove vivo sia ribattezzato SanPiccoloPosto Al Mare. Il poeta è un mentitore, diceva quello.)

Comunque, è un mese e mezzo che striscio. Non deambulo, striscio. Non che normalmente io sia un iraddiddio con l’argento vivo addosso, ma questa volta s’è messa veramente grigia. Mi alzo stanca, barcollo tutto il giorno, non riesco ad andare in palestra perché non mi reggo in piedi, lavoro malissimo perché appena finisco la lista delle urgenze, solo a rileggerla mi viene da piangere, l’idea di telefonare ad un cliente mi provoca l’orticaria e tendenzialmente potrei dormire appoggiata all’archivio in un qualunque momento della giornata lavorativa. Neanche il caffè ce la fa a tenermi in piedi. La musica neppure. Mi si è pure ingrossato il culo, il maledetto! Lo sento! Si sta pandorizzando anche lui! Sono le premesse per lo sfacelo fisico totale.

Torno a casa dal lavoro che fatico a mantenere la concentrazione necessaria per guidare, vivaddio, figurarsi pensare al mantenimento di una parvenza di vita sociale.
La mia vita sociale delle ultime settimane, complice anche un lungo viaggio all’estero del Tecnologico per motivi di lavoro, è stata:

1. mentire accampando improbabili impegni ad ogni invito ricevuto – tranne UNA sera, ovvero quando una delle miei due amiche del cuore, quella rimasta in italia, mi ha proposto un’irresistibile “serata donne” con queste parole: “facciamo che vengo a cena da te, porto sushi, ci mettiamo il pigiama e non ci muoviamo dal divano?” (se penso che fino a qualche anno fa avremmo bevuto litri di mojito in giro per la città mi sento male)

2. rifiutare qualunque altra proposta anche senza mentire

3. guardare teen movies sul divano, finendo con lo schiacciare uno dei gatti addormentandomici sopra. Alle nove di sera.

4. uscire numero UNA volta, a bere numero UNA birra, desiderando di essere sul divano con un gatto sotto la pancia ed uno sopra.

C’è di buono che si risparmiano soldi.
Che di questo passo finiranno spesi in integratori, se non direttamente per la retta della pensione anni azzurri.