“credevano a un altro diverso da Te e non mi hanno fatto del male”

A me, personalmente, un gay, una lesbica, un travestito, non ha mai fatto del male.
Non mi ha mai insultata – anzi no, uno sì, ma ci litigammo il mio fidanzato e mio malgrado vinse lui – non mi ha mai ferita, non mi ha mai tolto nulla, non mi ha mai fatta sentire inadeguata, diversa, cattiva, malata o stupida.

Vorrei poter dire lo stesso dei Credenti&Praticanti, lo stesso modello di Unti Del Signore che ora hanno partorito l’idea delle Sentinelle in Piedi. Loro sì, eccome.

Un gay non mi ha mai detto “Non è vero che hai un padre” quando andavo a scuola, perché per le loro madri era più facile dire della mia “e’ vedova” piuttosto che “è divorziata”. Un travestito non si è mai sognato di dirmi che mia madre era “una poco di buono”, perché conviveva invece di essere sposata. Non è mai capitato che una lesbica dicesse che mia sorella, insomma, nata fuori dal matrimonio, poverina era segnata.
In compenso tanta brava gente con la croce al collo ha additato per un periodo discretamente breve, ma che a me è sembrato lunghissimo, me ed i miei come anomali, sbagliati, gentaglia da evitare. C’è chi ha chiuso la porta – fisicamente, letteralmente chiuso la porta – in faccia a mia madre perché “non sta bene che vieni a casa mia, mio marito non vuole”. Ci sono stati parenti del mio secondo papà – e suo secondo marito – che “tu hai una figlia sola”. C’era il prete che mi ha dato la prima comunione che ha spiegato chiaramente che i divorziati in chiesa non sono un bell’affare. C’è stato anche quello che “ogni volta che i vostri figli prendono un autobus, sono perduti!”, ma insomma quello potremmo classificarlo come borderline anche per un parroco.

Io non ho mai pianto per le parole di un gay. Non ho mai provato quello stupore rabbioso che senti quando qualcuno che non conosce nè te nè la tua famiglia vi piazza il bollino di anomalie, di disfunzioni, leggendo un blog o un articolo qualunque scritto da un omossesuale, cosa che invece mi è capitata più e più volte per esempio di fronte ad articoli del blog Costanza Miriano.
“Ma tu che ne sai di quanto amore c’è nella nostra famiglia”, mi veniva da rispondere. Poi invece leggevo i commenti, con ‘sta gente che pontificava a colpi di salmi, e mi passava la voglia. Gente che arriva facilmente a sostenere che è meglio, da divorziati, andare con una prostituta piuttosto che avere una nuova relazione, perché poi con la confessione vieni perdonato. C’è l’inferno con cui fare i conti, mica pizza e fichi.
C’è l’inferno, le regole per non arrivarci, e vaffanculo all’amore. Un insegnamento divino, nulla da eccepire.

A me dispiace per il bambino, per i bambini, che gli esagitati dei centri sociali hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi dopo la loro aggressione a chi manifestava come Sentinella. Mi dispiace veramente, soprattutto perché un bambino, sua sponte, col cazzo che andrebbe a piantarsi al centro di una piazza per protestare contro una legge ferma al Senato.

Vorrei che qualche sentinella si facesse un esame di coscienza (spazio risata) e pensasse ai bambini ed alle bambine che loro, quelli come loro, i custodi della famiglia, della morale, della verità (spazio risata), hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi nel corso degli anni, senza che qualcuno li avesse portati in piazza ed esposti nel manifestare qualcosa, bensì aggrediti nei luoghi quotidiani della loro vita, la casa, la scuola, l’asilo, il parchetto, la palestra, aggrediti dalla sicumera infame di chi ha sempre la certezza che chi non gli somiglia, volente o nolente, andrà all’inferno e deve pure esserne consapevole.
Anche a quattro anni.

“Guarda quello che hanno fatto alla gente che s’e’ arresa / certe volte un pugno in faccia è legittima difesa”.

Cose preziose (del mio pimer e della nostalgia)

Quest’estate, sotto il sole a picco di Cipro, splendida isola col profumo della sardegna e la temperatura di un forno a legna, col Tecnologico s’è tanto pensato e raccontato di quali siano i migliori ricordi d’infanzia. Sarà che il clima aiutava la pigrizia, nelle ore calde letteralmente non si poteva far null’altro che rimanere immobili all’ombra, bevendo caffè freddo e chiaccherando, sarà che più passano gli anni più determinati periodi vengono idealizzati, ma ho realizzato che non c’è nulla che ricordi con più nostalgia, delle mie estati da bambina, della noia.
La noia col senno di poi era un preziosissimo lusso. La noia post prandiale, di quando sei già troppo grande per il riposino obbligatorio, ma non abbastanza per la spiaggia senza supervisione. Le ore infinite da riempire tra le due e le quattro di pomeriggio, quando appunto sei già troppo grande per esserti portato “i tuoi giochi” da casa, ma non abbastanza per ammazzare il tempo giocando a carte. Le ore sotto il sole in strada, a disegnare l’asfalto con l’arancio di piccoli frammenti di mattone. Le ore sotto il sole col banchetto delle conchiglie e dei Topolino usati. Quelle in cui faceva troppo caldo anche per nascondino, per correre, e si ciondolava nell’attesa del mare, magari con settecento lire in tasca per comprare il gelato nell’unico bar del posto.
Da bambina mai avrei creduto si potesse avere nostalgia, della noia. O della lentezza.
Eppure c’era in quegli anni, ed in quelli immediatamente seguenti, tutto un mondo scomparso di cui non saprei nemmeno come raccontare ad un ragazzino di oggi. Una lentezza nel trovare ed ottenere che rendeva preziose le cose.

La musica, ad esempio. Oggi ci sono gli stereo, magari collegati alla tv. L’home theatre. Lettori mp3. Allora lo stereo era il lettore di vinili intoccabile che troneggiava in salotto. In cucina c’era la radio. A 13 anni il massimo era che ti regalassero quelle grosse radiolone con mangiacassette e casse incorporate, e via di cassette vergini e caccia alla canzone desiderata, che passasse alla stazione giusta, che fosse intera, che il dj non ci parlasse sopra. Fare una cassetta mista era un lavoro a tempo pieno, ci volevano giorni, e veniva sempre un poco cucita alla buona.
Ma aspettare per ore che venisse annunciata “quella canzone” (Heaven, Brian Adams, per dirne una) e pigliarla intera, e finalmente POSSEDERLA! E riascoltarla a piacimento! Era una soddisfazione vera.
Eh, ma potevi comprarti l’album.
Costava, l’album. Mica ce li avevo, i soldi, per comprare uno ad uno tutti gli album di cui mi piaceva una canzone. Quando finalmente si faceva l’investimento e si comprava la benedetta cassetta (o il disco), c’era da sperare che fossero belle tutte le canzoni. E pure se non ti piacevano tutte, si ascoltavano a strafottere. Si finiva per amarle comunque. Oppure compravo le “offerte”. Dischi vecchissimi o ritenuti minori. A 12 anni De’ Andrè l’ho scoperto così. Per non parlare di certi album di Baglioni che secondo me conosciamo solo io ed i suoi parenti. Ancora oggi conosco a memoria canzoni derelitte tipo “signori si chiude” o “loro sono là”. Chi le hai mai sentite alzi la mano. Eppure. Novemilalire spese benissimo.
Sono anche convinta che sia il motivo per cui alla fine le canzoni “andate a sanremo” le conoscevamo tutti, fino a quella scartata la prima sera.
Io oggi non conosco manco la canzone vincitrice: oggi piglio un album in formato mp3, dopo mezzora metà canzoni sono già sparite dalla playlist.
Non c’è voglia di ascoltarle comunque. Neanche tempo. Tempo di dare alla canzone bruttina una seconda, terza, settima possibilità di redenzione, fino a trovarle un verso dentro che le dia senso comunque. No. Delete, delete, delete. Un album, tre file, fine del discorso.

Coi film uguale. Da giovane ho visto millemila film orripilanti, però fino alla fine che avevo noleggiato la cassetta. Magari coi miei. Oggi di nuovo canc, canc, canc.

E poi non mi affeziono più alle cose. Qualche tempo fa mi hanno spiegato il concetto di “obsolescenza programmata”. Ci sono rimasta male.
Io voglio bene alla mia lavatrice. E’ scassata e quando le pulisco gli interni parte una processione di cristi, ma è la MIA-PRIMA-LAVATRICE, colei che mi ha salvata dalla schiavitù del bucato a mano fatto nella vasca, triste ricordo dei primi mesi di vita indipendente. Adesso il Tecnologico la vuol rottamare, ma lei ha solo 9 anni. NOVEEE ANNIIIII?, mi hanno detto i miei amici. E FUNZIONA ANCOOOORA? Beh, sì. Circa. Quasi sempre.

Oh, io vengo da una famiglia in cui la lavatrice era un oggetto di culto che passava attraverso le generazioni. A casa nostra ha vissuto per anni una AEG solidissima che mia madre ereditò da mia nonna. Idem un frullatore ad immersione.
Facevi in tempo ad amarli, gli elettrodomestici. Il modo in cui giravano i vestiti e li si vedeva dall’oblò. La botta a colpo sicuro per far partire una centrifuga riottosa. La scatola ingiallita dagli anni del pimer, con la foto anni ’70 e le istruzioni chiarissime, in italiano fluido, per la massaia volenterosa, ma poco abituata alla tecnologia.
Si faceva in tempo ad amarli e riconoscerli, per una distratta cronica come me era fondamentale. Prendimi il trapano. Era IL trapano. Oggi è “amore passami il trapano non quello col filo quello elettrico non quello nero quello pervinca con la punta da cemento”. EH? SCUSA? HAI DETTO?

Il mio primo pimer è morto dopo due anni. Bruciato. Adesso sono al terzo. Costano poco, è vero, ma la marca è la stessa di quella amatissima scatola ingiallita e mi chiedo perché mi fate questo, signori Braun? Perchè io non posso pensare di dividere i prossimi 30 anni di vita in amore e fedeltà con un solo pimer, prezioso ed unico ai miei occhi, di cui conosco ogni possibilità ed ogni difettuccio?

Perchè i difetti delle persone sono passati alle cose?
E’ il tempo che hai dedicato al tuo pimer, che ha reso il tuo pimer così importante. Signor Braun, Signor Bosch, Signor Candy, per favore prendete nota.

Lo specchio

Nel cuore della mia città, proprio lungo la strada che porta al centro pieno, al centro fontane-piazzette-ciotoli di questa città che da più di trentanni è casa mia, c’è un negozio con un lungo, grande specchio in vetrina.
Hanno trasformato cinema in discoteca ed in spaccio benetton. Bar storici in negozi di abbigliamento “vip”. Pizzicagnoli in sushi bar. La città cambia e ricambia, apre e chiude, mette tristezza o allegria e ti fa anche un poco girare la testa, ma quello specchio lì resiste, fedele nei decenni, da quando la ragazzina che ero ha avuto la prima volta il permesso di uscire il sabato pomeriggio a “fare le vasche” con le amiche.

Di lui ho già parlato, anni fa credo.

Giovanissimi, io totalmente ingenua, innocente, con la testa piena d’aria.
Lui, un crotalo.

Col senno di poi, una storia da manuale: parte per spezzarle il cuore come passatempo in un pomeriggio particolarmente noioso, si trova incuriosito dall’assenza di lacrime quando assesta l’abituale “colpo finale” (darle appuntamento e presentarsi avvinghiato ad un’altra). La curiosità porta a desiderio di conoscenza che porta a desiderio di affermazione che porta al prefiggersi l’obiettivo – visto, rivisto, stravisto, dalla notte dei tempi – di essere “il primo”. Ma l’età è giovanissima davvero e le ginocchia saldamente ancorate l’una all’altra, e dentro il tira e molla del corteggiamento l’uno perde parte del veleno, l’altra lo acquista. Perché sì, non piange. In pubblico. Mai. Ma se lui avesse idea delle notti!
E uno si addolcisce e l’altra impara le regole dell’ingaggio, verbale e non solo.
Finchè un giorno di vasca in vasca nel tardo pomeriggio di un sabato – quei pomeriggi che alle cinque è già buio – lui, quello che mai una buona parola, camminando la trascina davanti al lungo, grande specchio piazzato ad arte in una vetrina e la abbraccia, guardandola dal riflesso: “Guardaci, siamo bellissimi.”

Non ricordo d’aver risposto nulla.

Da due mesi soffro di insonnia. Dormo presto, poi alle cinque del mattino mi sveglio come fosse mezzogiorno. Senza festivi, senza domenica. Un grillo. Così uno di questi sabati sguscio fuori dal letto che sta appena albeggiando, attenta a non svegliare il Tecnologico, gli lascio un bigliettino in studio e vado fare due passi in città. Ho voglia di quel caffè denso in pasticceria che ci metti mezz’ora a sceglierti una brioche. Ho voglia di vedere il mercato della frutta, di camminare dritta nella pancia di una città che si sta appena svegliando. Di parlare coi vecchietti che comprano il giornale.

Trovo decine di parcheggi dove di solito neanche in doppia fila col rosario in mano. Cammino senza fretta in direzione santo caffè.
E così lo incrocio. No, non l’ex crotalo: lo specchio. Rimasto lì in vetrina come ultimo baluardo dei miei 15 anni e della città che c’era intorno. La strada è deserta, e allora mi ci metto davanti, come venti anni fa, e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, mi riconosco nella persona riflessa. Ed è così, che mi metto una mano sulla pancia – che ancora non ti si vede – e ti dico: “Guardaci, siamo bellissime.”

Tu, ancora, non puoi risponder nulla.

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

Momenti di illuminante lucidità

Mia nipote, anni due.

“Ma tu vuoi più bene alla mamma o al papà?”

“ELGA!”

(La sorellina? No, il cane)

 

Il Tecnologico, terzo anno di convivenza con la sottoscritta ed i gatti:

“Io, in quanto IMPERATORE di questa casa…dopo il gatto S.”

(percezione chiarissima della gerarchia familiare)

 

Lord, passata la boa del primo anno di matrimonio:

“Sono tornato a casa tardi dal lavoro, stanco, ed ho pure preso parole

“Sei proprio sposato, quindi”

“Sì, sono proprio un marito”.

 (arrendersi all’evidenza)

 

Qualcuno accetta un consiglio non richiesto?

Quando andate in ferie, non necessariamente “in vacanza”, ma in ferie, non concordate mai, mai, mai, di rientrare in ufficio il giovedì.

Mai.

“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.