il doppio dei neuroni, la metà della pazienza

Insomma succede che per quanto tu intenda essere discreta, riservata, tenerti la faccenda per te – anche per scaramanzia, per timore – ad un certo punto dalla tua anatomia risulta evidente che, come dicono le vecchiette dalle mie parti, “hai comprato”.

Le amiche me lo avevano raccontato, sicuro. Episodi su episodi. Lo avevo letto nei forum, lo avevo letto dai blog. Non è che non ci avessi creduto, è che quando te lo raccontano non è mica come quando lo vivi: nel momento in cui la pancia diventa evidente e tu assumi l’aspetto e l’incedere di un’ippopotama di media taglia, ecco, in quel momento lì per il resto della gente tu perdi i diritti civili.

Chiunque, comunque e dovunque, in preferenza vecchie zie e perfetti estranei, inizia a parlare di te come se non esistessi in quanto persona, ma solo come incubatrice semovente. Il loro vissuto si trasforma immediatamente e senza possibilità di smentita nel tuo futuro. La saggezza popolare diventa la Bibbia secondo cui dovresti vivere.
Chiunque ha un parere su qualunque cosa tu stia facendo: se mangi e perché mangi e quanto mangi e cosa mangi, se bevi – e mica alcoolici, sia chiaro – quanto bevi cosa bevi dove bevi e come lo zuccheri.

Per esempio, io lo zucchero lo odio. Il caffè lo bevo amaro (SEI PAZZA?! IL CAFFE’ IN GRAVIDANZA??), i dolci non li mangio volentieri (SEI PAZZA! LA BAMBINA, LI’ DENTRO, ADORA I DOLCI!), le bibite gassate non le sopporto ed il mio consumo di succo di frutta è di uno alla settimana. Cosa bevo? Acqua, visto che non posso bere vino.
Acqua. Fuori frigo? Non ti disseta! (?) Fredda? Fa male alla pancia (?). Liscia? Non ti aiuta a digerire! Frizzante? Tutte quelle bolle! Eppoi non ha le vitamine (!?!).
Considerando la quantità di frutta che la mia Nazicologa mi ha “consigliato” di mangiare, io in questo momento sono una vitamina che cammina. Ho sete. Bevo acqua. E invece no!

Mangiare? Tralasciando la lista infinita e totalmente insensata degli alimenti di volta in volta considerati proibiti o desiderabili, che spaziano dal broccolo verde al kiwi al pollo alla carne di maiale a seconda dell’indesiderato interlocutore, non c’è un motivo al mondo per cui una perfetta sconosciuta in coda alle poste mi chieda quanti chili ho preso.
Solo 4? TROPPO POCHI! SEI PAZZA? DEVI MANGIARE PER DUE!
Solo 4? Ah ma vedrai, si ingrassa solo negli ultimi due mesi, io nei primi sette ero addirittura dimagrita!

Lavori? Follia! Non lavori? Pigrizia, latrocinio! Guidi la macchina? E MAGARI TI LANCI ANCHE COL PARACADUTE EH!

Tralasciando l’argomento gatti, per cui oramai sono in acido ed appena uno li menziona mi metto ad urlare “basta con queste puttanate medievali” (in almeno 10 mi hanno consigliato di DARLI VIA), e l’argomento parto-splatter (peggio che un brutto film di guerra raccontato fuori dal cinema), ci sono alcune cose che mi danno veramente, ma veramente fastidio.

La prima è il mal comune mezzo gaudio di coloro dotati di figli-attila: finalmente capirai, vedrai, i figli non è vero che li educhi, i figli fanno quel cazzo che vogliono loro. Io piego la testa come fanno le civette, e penso ai miei gatti, che per l’appunto fanno quel cacchio che vogliono quando vogliono e come vogliono, e sogno di demandare ogni velleità di educazione al Gatto S., signore e padrone di casa nostra e futuro Re dell’Universo. In fondo si è letto di bambini allevati dai lupi, no? Una allevata dai gatti non sarà poi così male.
Scherzi a parte, è orribile avere davanti una persona che ti dice: io non ci sono riuscito, quindi sicuramente non ci riuscirai neanche tu.

La seconda sono quei genitori che non vedono l’ora di sfinirti coi loro racconti, ma fino ad oggi si sono tenuti perché non c’era mai la scusa buona. Ora mi rovesciano in testa ore ed ore ed ore di “IL MIOOOO BAMBINOOOOO blablablabla”. Finché dal profondo del cuore m’è uscito un “da quando sono incinta i bambini altrui non è che mi piacciono di più…MI PIACCIONO DI MENO!”, per cui probabilmente verrò scomunicata, ma almeno per alcuni mesi sono salva dall’ipoacusia.

La terza sono quelli (NB: intendo amicizie storiche) che hanno reagito come se li accoltellassi, come se la notizia di questa gravidanza fosse una prova del fatto che in fondo non puoi fidarti di nessuno. Ne conto più di uno – sono tutti maschi – che dopo una reazione tra l’incredulo e l’infastidito sono letteralmente svaniti. Ad uno ho pure mandato un sms con scritto: oh, ma vai trà, non è mica tuo, non è che lo devi mantenere tu. In alcuni casi ha l’amarissimo sapore dello sbaglio protratto, cioè dell’aver per anni coltivato un rapporto credendo che potesse emanciparsi dalla fase iniziale, non propriamente di amicizia, per poi realizzare che “sono incinta” suona come “mi è sparita la gnocca da lì in mezzo” e questo è molto, molto male.

La quarta sono quelli che ti toccano. Ma mica gli amici, la gente per strada. Gente mai vista che ti mette una mano addosso perché ritiene che la pancia – che fino a prova contraria contiene ancora i MIEI organi interni, compreso il fegato, ed è mia carne e mia pelle! – sia una specie di Svizzera, una terra neutrale che non è che proprio proprio appartenga alla crista che stai toccando.

La notizia buona in questo caso è che invece di addolcirmi, di diventare una di quelle deliziose signore della pubblicità, che si abbracciano luminose il pancione con gli occhi a cuore e l’aria saggia, a me è tornato l’orrendo carattere dei venti anni, a protezione di mia figlia in fieri e della mia persona.

Per cui alla signora che, ad una mostra, mi ha piazzato una mano sull’ombelico senza neanche dire “posso?”, anzi sostenendo “Scusi, sa, ma quando crescono sono irresistibili”, ho risposto serafica: “Guardi, mi son cresciute anche le tette, magari al marito fa piacere tastare?”.

Sì, ho testimoni.
E’ proprio il caso di dire “fate largo”.

le ventiquattrore cruciali della tizia col bozzolo

Primo

A distanza di anni, io mi ricordo esattamente dove ero in quel momento.
Stavo tornando in ufficio dall’azienda di un cliente, in piena città. Era un venerdì e c’era sole, non tanto da morire di caldo, abbastanza da stare in maglietta.
Ho risposto al telefono, e ad ogni parola sentivo l’allegria diventare noia, la noia fastidio, il fastidio irritazione, l’irritazione rabbia. Dopo cinque minuti, riattaccando, al posto della rabbia è subentrato un senso di inutilità, di stanchezza, di già visto insopportabile. Ho parcheggiato davanti ad un centro commerciale e sono andata a comprarmi una bottiglietta d’acqua. E già che ero lì, un paio di scarpe nuove, che il giorno dopo si andava a ballare. Il giorno dopo era zeppo di novità. Il giorno dopo era tutto mio.
Gli ho mandato un messaggio il cui senso era “Grazie mille, ma io adesso anche scenderei”.

A distanza di anni, lui chiede di me ad un’amica. Sono passate due vite, per me, per lei – a cui lui domanda – e pure per lui. E’ come cambiare pianeta, ed ogni tanto chiedersi se lì, sulla Terra, in quella strada ci sarà ancora quel bar-tabacchi. Lei, come è nella sua natura, abbozza e schiva, para per interposta persona. Lui le racconta che non ha mai capito perché sia finita. A dire il vero nemmeno come. Ad essere proprio onesti onesti, neppure quando.
Sostiene di avere ricevuto un sms con “tante grazie ma io adesso anche scendo”, e cari saluti.
E’ pure vero. Modestamente, se c’è una cosa che ho sempre saputo fare bene è andarmene.

Secondo

A distanza di anni, io mi ricordo ancora esattamente la sensazione, quello stupore inaspettato, quando sono scesa dal treno e me lo sono trovata davanti. Io col mio bozzolo, frutto di venti anni di specializzazione, una maniera di vestire e comportarsi tale da essere più neutra ed invisibile possibile. Lui, un quattordicenne con la carta di identità chiaramente balorda. Roba da chiedergli “Ma che davvero hai la patente?”. Ovviamente mi è piaciuto subito. Ovviamente era proprio quello che mi ero ripromessa di non farmi piacere. Troppa rogna. Troppo serio. Troppo ingombrante come personaggio.
Per l’appunto.
A distanza di anni, anche lui ricorda lo stupore inaspettato di quando è venuto, un paio di ore dopo, a bussare alla porta della camera per chiedermi se fossi pronta. E io avevo tolto il bozzolo – sempre venti anni per affinare la tecnica – ed ero pronta per parecchie cose. Il bozzolo lo aveva un poco depistato. Del resto mi è capitato che non mi riconoscesse mia madre, una volta: era talmente abituata alla versione bozzolata che quando m’ha vista vestita per uscire ha fatto la faccia da “chicazzoèquestaquiincasamia” e ci ha messo una decina di secondi prima di ripigliarsi e dirmi “Sei bellissima”. E’ stata l’unica volta che me l’ha detto. Mia madre, sia chiaro.
Lui, lui dice di odiare il bozzolo, ma non è mica vero.

Contorno

Il modo migliore per far andare via una persona di solito è trattarla di merda.
Anche non ascoltarla mai può ottenere buoni risultati. Così buoni che anche se sei bellissimo, se mi hai salvata da un periodo più nero del nero semplicemente con la tua leggerezza e la tua allegria, anche se per questo ti sarò eternamente debitrice, io magari scendo. Magari scendo quando mi ricordi per la ventesima volta che il giorno tale fai una festa, e cosa faremo e come lo faremo e quando, ed io sono costretta a ripetere per la ventesima volta che si sposa una delle mie amiche più care a 700 km di distanza esattamente il giorno che tu hai scelto per la festa. Magari scendo perché non ho voglia di sentirti mugugnare, mentre penso che a furia di parlarti di lei, della sua storia, della mia, di come ci siamo conosciute, avrebbe dovuto rimanere aggrappato ad un neurone non dico il calendario dell’evento, ma quantomeno il concetto “lei quel giorno sta a 700 km”. Magari scendo perché mi chiami in pieno orario di lavoro, mentre torno da un cliente, e per la ventesima volta ti offendi perché antepongo UN MATRIMONIO alla tua cazzo di festa. Di merda. Con musica di merda. Con gente che mi sta sui coglioni. Il migliore è uno che Lord ha ribatezzato “la zecca sporcapantaloni”, perché oltre ad essere un discreto scroccone, si pulisce le mani unte SUGLI ALTRI, come i bambini di due anni. Ma c’è anche quella che a tavola ama intrattenere i commensali spiegando che ogni due settimane cambia “fantasia” alla rasatura intima. Quella del momento, se non mi tradisce la memoria, è una freccia verso… vabbè. Insomma io preferisco il matrimonio della mia amica. Che orrore. Tu riattacchi.
Io accosto. Mi compro un paio di scarpe, che il giorno dopo esco a ballare. E ti mando un messaggio, perché magari scendo qui.

Caffè

A distanza di anni, io mai più avrei pensato di sentirmi dire, di questa storia specifica, “non ha mai capito com’è finita”. Nemmeno di vestire improvvisamente i panni di quella che scarica gli inermi con un sms. Ancora meno di essere, per una volta, quella con le idee chiare, che io lo so benissimo com’è finita: che il giorno dopo ho preso un treno per andare a ballare, ed al binario c’era il Tecnologico.

E quando quella sera mi ha chiesto se c’era un altro a casa, perché é uno di quelli che se c’è fila non si mischia, ho potuto in completa, totale e leggerissima onestà rispondere di no.
I dieci centesimi meglio spesi in vita mia.

“credevano a un altro diverso da Te e non mi hanno fatto del male”

A me, personalmente, un gay, una lesbica, un travestito, non ha mai fatto del male.
Non mi ha mai insultata – anzi no, uno sì, ma ci litigammo il mio fidanzato e mio malgrado vinse lui – non mi ha mai ferita, non mi ha mai tolto nulla, non mi ha mai fatta sentire inadeguata, diversa, cattiva, malata o stupida.

Vorrei poter dire lo stesso dei Credenti&Praticanti, lo stesso modello di Unti Del Signore che ora hanno partorito l’idea delle Sentinelle in Piedi. Loro sì, eccome.

Un gay non mi ha mai detto “Non è vero che hai un padre” quando andavo a scuola, perché per le loro madri era più facile dire della mia “e’ vedova” piuttosto che “è divorziata”. Un travestito non si è mai sognato di dirmi che mia madre era “una poco di buono”, perché conviveva invece di essere sposata. Non è mai capitato che una lesbica dicesse che mia sorella, insomma, nata fuori dal matrimonio, poverina era segnata.
In compenso tanta brava gente con la croce al collo ha additato per un periodo discretamente breve, ma che a me è sembrato lunghissimo, me ed i miei come anomali, sbagliati, gentaglia da evitare. C’è chi ha chiuso la porta – fisicamente, letteralmente chiuso la porta – in faccia a mia madre perché “non sta bene che vieni a casa mia, mio marito non vuole”. Ci sono stati parenti del mio secondo papà – e suo secondo marito – che “tu hai una figlia sola”. C’era il prete che mi ha dato la prima comunione che ha spiegato chiaramente che i divorziati in chiesa non sono un bell’affare. C’è stato anche quello che “ogni volta che i vostri figli prendono un autobus, sono perduti!”, ma insomma quello potremmo classificarlo come borderline anche per un parroco.

Io non ho mai pianto per le parole di un gay. Non ho mai provato quello stupore rabbioso che senti quando qualcuno che non conosce nè te nè la tua famiglia vi piazza il bollino di anomalie, di disfunzioni, leggendo un blog o un articolo qualunque scritto da un omossesuale, cosa che invece mi è capitata più e più volte per esempio di fronte ad articoli del blog Costanza Miriano.
“Ma tu che ne sai di quanto amore c’è nella nostra famiglia”, mi veniva da rispondere. Poi invece leggevo i commenti, con ‘sta gente che pontificava a colpi di salmi, e mi passava la voglia. Gente che arriva facilmente a sostenere che è meglio, da divorziati, andare con una prostituta piuttosto che avere una nuova relazione, perché poi con la confessione vieni perdonato. C’è l’inferno con cui fare i conti, mica pizza e fichi.
C’è l’inferno, le regole per non arrivarci, e vaffanculo all’amore. Un insegnamento divino, nulla da eccepire.

A me dispiace per il bambino, per i bambini, che gli esagitati dei centri sociali hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi dopo la loro aggressione a chi manifestava come Sentinella. Mi dispiace veramente, soprattutto perché un bambino, sua sponte, col cazzo che andrebbe a piantarsi al centro di una piazza per protestare contro una legge ferma al Senato.

Vorrei che qualche sentinella si facesse un esame di coscienza (spazio risata) e pensasse ai bambini ed alle bambine che loro, quelli come loro, i custodi della famiglia, della morale, della verità (spazio risata), hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi nel corso degli anni, senza che qualcuno li avesse portati in piazza ed esposti nel manifestare qualcosa, bensì aggrediti nei luoghi quotidiani della loro vita, la casa, la scuola, l’asilo, il parchetto, la palestra, aggrediti dalla sicumera infame di chi ha sempre la certezza che chi non gli somiglia, volente o nolente, andrà all’inferno e deve pure esserne consapevole.
Anche a quattro anni.

“Guarda quello che hanno fatto alla gente che s’e’ arresa / certe volte un pugno in faccia è legittima difesa”.

Cose preziose (del mio pimer e della nostalgia)

Quest’estate, sotto il sole a picco di Cipro, splendida isola col profumo della sardegna e la temperatura di un forno a legna, col Tecnologico s’è tanto pensato e raccontato di quali siano i migliori ricordi d’infanzia. Sarà che il clima aiutava la pigrizia, nelle ore calde letteralmente non si poteva far null’altro che rimanere immobili all’ombra, bevendo caffè freddo e chiaccherando, sarà che più passano gli anni più determinati periodi vengono idealizzati, ma ho realizzato che non c’è nulla che ricordi con più nostalgia, delle mie estati da bambina, della noia.
La noia col senno di poi era un preziosissimo lusso. La noia post prandiale, di quando sei già troppo grande per il riposino obbligatorio, ma non abbastanza per la spiaggia senza supervisione. Le ore infinite da riempire tra le due e le quattro di pomeriggio, quando appunto sei già troppo grande per esserti portato “i tuoi giochi” da casa, ma non abbastanza per ammazzare il tempo giocando a carte. Le ore sotto il sole in strada, a disegnare l’asfalto con l’arancio di piccoli frammenti di mattone. Le ore sotto il sole col banchetto delle conchiglie e dei Topolino usati. Quelle in cui faceva troppo caldo anche per nascondino, per correre, e si ciondolava nell’attesa del mare, magari con settecento lire in tasca per comprare il gelato nell’unico bar del posto.
Da bambina mai avrei creduto si potesse avere nostalgia, della noia. O della lentezza.
Eppure c’era in quegli anni, ed in quelli immediatamente seguenti, tutto un mondo scomparso di cui non saprei nemmeno come raccontare ad un ragazzino di oggi. Una lentezza nel trovare ed ottenere che rendeva preziose le cose.

La musica, ad esempio. Oggi ci sono gli stereo, magari collegati alla tv. L’home theatre. Lettori mp3. Allora lo stereo era il lettore di vinili intoccabile che troneggiava in salotto. In cucina c’era la radio. A 13 anni il massimo era che ti regalassero quelle grosse radiolone con mangiacassette e casse incorporate, e via di cassette vergini e caccia alla canzone desiderata, che passasse alla stazione giusta, che fosse intera, che il dj non ci parlasse sopra. Fare una cassetta mista era un lavoro a tempo pieno, ci volevano giorni, e veniva sempre un poco cucita alla buona.
Ma aspettare per ore che venisse annunciata “quella canzone” (Heaven, Brian Adams, per dirne una) e pigliarla intera, e finalmente POSSEDERLA! E riascoltarla a piacimento! Era una soddisfazione vera.
Eh, ma potevi comprarti l’album.
Costava, l’album. Mica ce li avevo, i soldi, per comprare uno ad uno tutti gli album di cui mi piaceva una canzone. Quando finalmente si faceva l’investimento e si comprava la benedetta cassetta (o il disco), c’era da sperare che fossero belle tutte le canzoni. E pure se non ti piacevano tutte, si ascoltavano a strafottere. Si finiva per amarle comunque. Oppure compravo le “offerte”. Dischi vecchissimi o ritenuti minori. A 12 anni De’ Andrè l’ho scoperto così. Per non parlare di certi album di Baglioni che secondo me conosciamo solo io ed i suoi parenti. Ancora oggi conosco a memoria canzoni derelitte tipo “signori si chiude” o “loro sono là”. Chi le hai mai sentite alzi la mano. Eppure. Novemilalire spese benissimo.
Sono anche convinta che sia il motivo per cui alla fine le canzoni “andate a sanremo” le conoscevamo tutti, fino a quella scartata la prima sera.
Io oggi non conosco manco la canzone vincitrice: oggi piglio un album in formato mp3, dopo mezzora metà canzoni sono già sparite dalla playlist.
Non c’è voglia di ascoltarle comunque. Neanche tempo. Tempo di dare alla canzone bruttina una seconda, terza, settima possibilità di redenzione, fino a trovarle un verso dentro che le dia senso comunque. No. Delete, delete, delete. Un album, tre file, fine del discorso.

Coi film uguale. Da giovane ho visto millemila film orripilanti, però fino alla fine che avevo noleggiato la cassetta. Magari coi miei. Oggi di nuovo canc, canc, canc.

E poi non mi affeziono più alle cose. Qualche tempo fa mi hanno spiegato il concetto di “obsolescenza programmata”. Ci sono rimasta male.
Io voglio bene alla mia lavatrice. E’ scassata e quando le pulisco gli interni parte una processione di cristi, ma è la MIA-PRIMA-LAVATRICE, colei che mi ha salvata dalla schiavitù del bucato a mano fatto nella vasca, triste ricordo dei primi mesi di vita indipendente. Adesso il Tecnologico la vuol rottamare, ma lei ha solo 9 anni. NOVEEE ANNIIIII?, mi hanno detto i miei amici. E FUNZIONA ANCOOOORA? Beh, sì. Circa. Quasi sempre.

Oh, io vengo da una famiglia in cui la lavatrice era un oggetto di culto che passava attraverso le generazioni. A casa nostra ha vissuto per anni una AEG solidissima che mia madre ereditò da mia nonna. Idem un frullatore ad immersione.
Facevi in tempo ad amarli, gli elettrodomestici. Il modo in cui giravano i vestiti e li si vedeva dall’oblò. La botta a colpo sicuro per far partire una centrifuga riottosa. La scatola ingiallita dagli anni del pimer, con la foto anni ’70 e le istruzioni chiarissime, in italiano fluido, per la massaia volenterosa, ma poco abituata alla tecnologia.
Si faceva in tempo ad amarli e riconoscerli, per una distratta cronica come me era fondamentale. Prendimi il trapano. Era IL trapano. Oggi è “amore passami il trapano non quello col filo quello elettrico non quello nero quello pervinca con la punta da cemento”. EH? SCUSA? HAI DETTO?

Il mio primo pimer è morto dopo due anni. Bruciato. Adesso sono al terzo. Costano poco, è vero, ma la marca è la stessa di quella amatissima scatola ingiallita e mi chiedo perché mi fate questo, signori Braun? Perchè io non posso pensare di dividere i prossimi 30 anni di vita in amore e fedeltà con un solo pimer, prezioso ed unico ai miei occhi, di cui conosco ogni possibilità ed ogni difettuccio?

Perchè i difetti delle persone sono passati alle cose?
E’ il tempo che hai dedicato al tuo pimer, che ha reso il tuo pimer così importante. Signor Braun, Signor Bosch, Signor Candy, per favore prendete nota.

Lo specchio

Nel cuore della mia città, proprio lungo la strada che porta al centro pieno, al centro fontane-piazzette-ciotoli di questa città che da più di trentanni è casa mia, c’è un negozio con un lungo, grande specchio in vetrina.
Hanno trasformato cinema in discoteca ed in spaccio benetton. Bar storici in negozi di abbigliamento “vip”. Pizzicagnoli in sushi bar. La città cambia e ricambia, apre e chiude, mette tristezza o allegria e ti fa anche un poco girare la testa, ma quello specchio lì resiste, fedele nei decenni, da quando la ragazzina che ero ha avuto la prima volta il permesso di uscire il sabato pomeriggio a “fare le vasche” con le amiche.

Di lui ho già parlato, anni fa credo.

Giovanissimi, io totalmente ingenua, innocente, con la testa piena d’aria.
Lui, un crotalo.

Col senno di poi, una storia da manuale: parte per spezzarle il cuore come passatempo in un pomeriggio particolarmente noioso, si trova incuriosito dall’assenza di lacrime quando assesta l’abituale “colpo finale” (darle appuntamento e presentarsi avvinghiato ad un’altra). La curiosità porta a desiderio di conoscenza che porta a desiderio di affermazione che porta al prefiggersi l’obiettivo – visto, rivisto, stravisto, dalla notte dei tempi – di essere “il primo”. Ma l’età è giovanissima davvero e le ginocchia saldamente ancorate l’una all’altra, e dentro il tira e molla del corteggiamento l’uno perde parte del veleno, l’altra lo acquista. Perché sì, non piange. In pubblico. Mai. Ma se lui avesse idea delle notti!
E uno si addolcisce e l’altra impara le regole dell’ingaggio, verbale e non solo.
Finchè un giorno di vasca in vasca nel tardo pomeriggio di un sabato – quei pomeriggi che alle cinque è già buio – lui, quello che mai una buona parola, camminando la trascina davanti al lungo, grande specchio piazzato ad arte in una vetrina e la abbraccia, guardandola dal riflesso: “Guardaci, siamo bellissimi.”

Non ricordo d’aver risposto nulla.

Da due mesi soffro di insonnia. Dormo presto, poi alle cinque del mattino mi sveglio come fosse mezzogiorno. Senza festivi, senza domenica. Un grillo. Così uno di questi sabati sguscio fuori dal letto che sta appena albeggiando, attenta a non svegliare il Tecnologico, gli lascio un bigliettino in studio e vado fare due passi in città. Ho voglia di quel caffè denso in pasticceria che ci metti mezz’ora a sceglierti una brioche. Ho voglia di vedere il mercato della frutta, di camminare dritta nella pancia di una città che si sta appena svegliando. Di parlare coi vecchietti che comprano il giornale.

Trovo decine di parcheggi dove di solito neanche in doppia fila col rosario in mano. Cammino senza fretta in direzione santo caffè.
E così lo incrocio. No, non l’ex crotalo: lo specchio. Rimasto lì in vetrina come ultimo baluardo dei miei 15 anni e della città che c’era intorno. La strada è deserta, e allora mi ci metto davanti, come venti anni fa, e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, mi riconosco nella persona riflessa. Ed è così, che mi metto una mano sulla pancia – che ancora non ti si vede – e ti dico: “Guardaci, siamo bellissime.”

Tu, ancora, non puoi risponder nulla.

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.