Lo specchio

Nel cuore della mia città, proprio lungo la strada che porta al centro pieno, al centro fontane-piazzette-ciotoli di questa città che da più di trentanni è casa mia, c’è un negozio con un lungo, grande specchio in vetrina.
Hanno trasformato cinema in discoteca ed in spaccio benetton. Bar storici in negozi di abbigliamento “vip”. Pizzicagnoli in sushi bar. La città cambia e ricambia, apre e chiude, mette tristezza o allegria e ti fa anche un poco girare la testa, ma quello specchio lì resiste, fedele nei decenni, da quando la ragazzina che ero ha avuto la prima volta il permesso di uscire il sabato pomeriggio a “fare le vasche” con le amiche.

Di lui ho già parlato, anni fa credo.

Giovanissimi, io totalmente ingenua, innocente, con la testa piena d’aria.
Lui, un crotalo.

Col senno di poi, una storia da manuale: parte per spezzarle il cuore come passatempo in un pomeriggio particolarmente noioso, si trova incuriosito dall’assenza di lacrime quando assesta l’abituale “colpo finale” (darle appuntamento e presentarsi avvinghiato ad un’altra). La curiosità porta a desiderio di conoscenza che porta a desiderio di affermazione che porta al prefiggersi l’obiettivo – visto, rivisto, stravisto, dalla notte dei tempi – di essere “il primo”. Ma l’età è giovanissima davvero e le ginocchia saldamente ancorate l’una all’altra, e dentro il tira e molla del corteggiamento l’uno perde parte del veleno, l’altra lo acquista. Perché sì, non piange. In pubblico. Mai. Ma se lui avesse idea delle notti!
E uno si addolcisce e l’altra impara le regole dell’ingaggio, verbale e non solo.
Finchè un giorno di vasca in vasca nel tardo pomeriggio di un sabato – quei pomeriggi che alle cinque è già buio – lui, quello che mai una buona parola, camminando la trascina davanti al lungo, grande specchio piazzato ad arte in una vetrina e la abbraccia, guardandola dal riflesso: “Guardaci, siamo bellissimi.”

Non ricordo d’aver risposto nulla.

Da due mesi soffro di insonnia. Dormo presto, poi alle cinque del mattino mi sveglio come fosse mezzogiorno. Senza festivi, senza domenica. Un grillo. Così uno di questi sabati sguscio fuori dal letto che sta appena albeggiando, attenta a non svegliare il Tecnologico, gli lascio un bigliettino in studio e vado fare due passi in città. Ho voglia di quel caffè denso in pasticceria che ci metti mezz’ora a sceglierti una brioche. Ho voglia di vedere il mercato della frutta, di camminare dritta nella pancia di una città che si sta appena svegliando. Di parlare coi vecchietti che comprano il giornale.

Trovo decine di parcheggi dove di solito neanche in doppia fila col rosario in mano. Cammino senza fretta in direzione santo caffè.
E così lo incrocio. No, non l’ex crotalo: lo specchio. Rimasto lì in vetrina come ultimo baluardo dei miei 15 anni e della città che c’era intorno. La strada è deserta, e allora mi ci metto davanti, come venti anni fa, e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, mi riconosco nella persona riflessa. Ed è così, che mi metto una mano sulla pancia – che ancora non ti si vede – e ti dico: “Guardaci, siamo bellissime.”

Tu, ancora, non puoi risponder nulla.

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

Momenti di illuminante lucidità

Mia nipote, anni due.

“Ma tu vuoi più bene alla mamma o al papà?”

“ELGA!”

(La sorellina? No, il cane)

 

Il Tecnologico, terzo anno di convivenza con la sottoscritta ed i gatti:

“Io, in quanto IMPERATORE di questa casa…dopo il gatto S.”

(percezione chiarissima della gerarchia familiare)

 

Lord, passata la boa del primo anno di matrimonio:

“Sono tornato a casa tardi dal lavoro, stanco, ed ho pure preso parole

“Sei proprio sposato, quindi”

“Sì, sono proprio un marito”.

 (arrendersi all’evidenza)

 

Qualcuno accetta un consiglio non richiesto?

Quando andate in ferie, non necessariamente “in vacanza”, ma in ferie, non concordate mai, mai, mai, di rientrare in ufficio il giovedì.

Mai.

“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.

 

calzino e i suoi fratelli

Il calzino spaiato è un oggetto famoso. TUTTI perdono un calzino nel passaggio dalla cesta della roba sporca alla lavatrice. C’è ampia letteratura, ci sono dibattiti, forum e perfino una discreta quantità di vignette al riguardo.
Quello che mi riempie di sgomento ed invidia è che a casa mia il calzino smarrito è in assoluta minoranza rispetto ad altre sparizioni altrettanto inspiegabili.

A casa nostra spariscono posate. Voi non perdete mai un cucchiaino? Stamattina, giuro, le ho contate. Il servizio è da 14, ed ho 13 forchette, 10 coltelli ed 11 cucchiaini. Dopo 3 anni. Solo i cucchiai si sono salvati dalla diaspora della posata. Ho controllato cassetti, lavastoviglie, scolapiatti, acquaio e pure frigorifero: nada. Andati, scomparsi, svaniti: PUF!

A casa nostra spariscono pure i piatti. E mi direte “eh si rompono, i piatti”. Ma se non ne ho mai rotto uno, perché sono tutti in numero inferiore ad otto, che siamo partiti da dieci? Chi viene di notte a rubarmi posate in acciaio e stronzi piatti Ikea? Chi?

A casa nostra spariscono gli elastici per capelli. Erano 300, erano nuovi e forti…e sono scomparsi. Per quanto metodica possa diventare nel riporli, per quanto previdente possa essere nel ricomprarli, niente da fare. “Ma ce n’erano 3!”, sbuffo guardando con sospetto il Tecnologico ed il suo taglio quasi a spazzola. Lui alza gli occhi al cielo. Controllo mobili del bagno, valigia, pavimenti, trousse da trucco, trousse da viaggio, comodino: macchè.
Andati anche loro, senza lasciare traccia!

A casa nostra nel cambio armadio sparisce sempre “lamiamagliettapreferita”. Evidentemente ripongo così bene le cose più carine, ma così bene, che quando riappaiono oramai son passate di moda e pure, ahimè, di taglia. Sono serissima eh. Non le ritrovo mai l’anno dopo, ma con salti di almeno un biennio. I cinesi hanno l’anno della tigre, della capra, del topo… Noi l’anno della maglietta rossa, dei pantaloni neri e del maglione burberry.

A casa nostra ogni tanto sparisce pure il gatto. Anzi, si danno i turni. La prima sparizione gatta – da appartamento senza accesso all’esterno, fatto salvo per UN BALCONE, interamente recintato con rete di ferro e coperto sopra da tenda da sole, è stata scoperta di notte. Ore 3 del mattino, una notte di agosto. Da sola, ovviamente. Mi alzo per bere un bicchiere d’acqua, e come sempre prima di tornare a letto controllo i gatti. Uno solo. Uhm. Mi guardo intorno. Niente. Apro la porta del balcone. Niente. Ma dove diamine? Cerco ancora. Guardo dietro al frigo. Controllo le stanze, che per altro sono chiuse quindi inaccessibili al mondo felino. Niente. Manco Houdinì.
Panico.
Alla fine il gatto era sotto il mobile componibile della cucina, entrato da un cassettone aperto non si sa come, richiuso probabilmente dalla spinta dell’altro gatto, e strisciato sotto. Solo che lo zoccolo del mobile è fissato talmente stretto che ho demolito la cucina per estrarlo, e nel frattempo lui, da sotto, ha bucato il tubo di carico della lavastoviglie. Grazie, orribile bestia di Satana. Grazie.
La seconda sparizione gatta si è conclusa in modo molto meno cruento. Abbiamo comprato una credenza per il soggiorno. Il Maine Coon salta 1.80 da terra.
Il Maine coon dal divano salta due metri. Trovato gatto.

A casa nostra sparisce con preoccupante frequenza la carta igienica. No, so che non sta bene dirlo.
Di questo però conosco la causa: vivo con un uomo.

Giusto la pazienza non sparisce. Quasi mai.

lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

considerazioni a margine

Da ragazzina, fino alla maggiore età, ho avuto un orario di rientro serale compreso tra le 22.30 e mezzanotte, con rarissime eccezioni per particolari eventi, da “concordare prima”. La questione orario non m’è mai pesata, i miei amichetti avevano tutti lo stesso coprifuoco, mezzora più mezzora meno, di conseguenza i miei non hanno mai saputo cosa volesse dire “litigare per il rientro” fino all’adolescenza di mia sorella. Per loro fortuna, all’adolescenza di mia sorella io avevo la patente, una panda 750 e degli amici compiacenti, per cui mentre i genitori ronfavano, noi si andava a recuperare “la piccola” in giro per la città, si sfiorava puntualmente la rissa con qualche ragazzino eccessivamente propositivo, la si riportava a casa e si tornava a far baldoria.
Prima dell’avvento della panda 750, c’erano per rientrare tre mezzi: il passaggio in motorino, che io odiavo perché sono sempre stata fifona, e che odiavano anche i miei amici perché rispetto al centro città io abitavo in culo alla miseria. Il recupero genitoriale, che odiava – giustamente – il mio secondo papà e secondo marito di mamma, perché tirarsi su dal divano alle 23.00 del sabato..UH CHE PALLE. L’autobus numero 4. L’autobus numero quattro aveva una unica corsa serale, ore 23.40, se perdevi quella eri fatto. Approdavo ad un chilometro buono da casa e me la facevo a piedi.
Ho avuto solo due “incidenti”, prendendo da sola un autobus di sera tardi per tornare a casa. Una sera, mentre aspettavo il caro autobus numero 4, un ragazzo con disturbi mentali ha cercato di aggredirmi, ma è passato un conoscente in vespa e mi ha prontamente portata via. Un’altra sera, mentre tornavo a casa a piedi dalla fermata, un tizio – io suppongo per scommessa – mi ha tirato una gran pacca sul sedere; io mi sono girata urlando e quello che ho visto era un giovane completamente NUDO che scappava correndo nella direzione opposta alla mia.
Basaglia, li mortacci tua, due su due!

Dai 25 anni ad oggi, dotata di automobile con più di 3 cilindri (sì, ingegneri, la panda ne ha quattro, alla mia si bruciava una candela a settimana ed andava a tre), spray al peperoncino, maggiore consapevolezza, posso vantare:

- numero 3 tentativi di borseggio, compreso il classico da motorino che solo per culo s’è rotta la cinghia della borsa, altrimenti solo Dio sa il male che mi sarei fatta.

- numero 2 marocchini ubriachi che, di sera, hanno tentato la classica mossa di infilarsi a forza bloccando la portiera mentre salivo in macchina, dopo avermi seguita (SECONDO LORO!) senza farsi notare.

- numero TENDENTE ad INFINITO di molestie, insulti, pedinamenti, male parole, minacce più o meno velate, richieste di quattrini, da parte di magrebini, zingari, est europei ubriachi marci, appena dopo il tramonto in pieno centro storico, che se sei femmina – qualunque sia la tua età ed il tuo abbigliamento – è cosa buona e giusta venirti a rompere il cazzo perché sì. Magari in sei contro una. Magari anche in sei contro due, se sei col fidanzato, cosa che per loro è assolutamente irrilevante.

- numero 1 scassinamento porta passeggero della povera Yaris.

Questo fa sì che le stesse vie che anni fa mi sembravano ragionevolmente sicure, siano diventate percorse oggi, alle stesse ore, fonte di paura ed ansia, e che non ci sia un genitore sano di mente che lasci tornare la figlia ragazzina in autobus dopo le 22.00, e che io non lasci mia madre andar in giro da sola perché una distinta signora minuta è una preda ghiottissima.

Questo fa sì che oggi che c’è il ballottaggio per il sindaco, e quello che viene dalle giunte precedenti (COSA AVETE FATTO A QUESTA CITTA’?) si permetta di accusare il candidato rivale (purtroppo niente per cui valga la pena votare) di “saper parlare solo della sicurezza”, a me venga l’orticaria.
Parla solo di sicurezza? Hai fatto due passi di sera? Ah certo ma tu… sei un uomo. Manda tua moglie a far due passi di sera, poi me la racconti tu, la sicurezza. Coyote.

Sempre da ragazzina, ma anche da ragazza suvvia, quando andavo a cena con Lord, Shine, il Rosso, Bao ed Happy, prendevamo un tavolo da sei. Ieri siamo andati a cena tutti insieme ed il tavolo era da 14. QUATTORDICI! E uno solo era “posto seggiolone”. Se per sbaglio andiamo in vacanza insieme di nuovo ci tocca prenotare un albergo intero.

Ancora da ragazzina, mi facevo i film in testa di cosa avrei chiesto, potendo, alla me quarantenne. In realtà era tutto un girare intorno alla conclusione di alcuni amori non corrisposti, con la segreta speranza di ritrovarmici sposata e con prole, a 40 anni.
Oggi, giorno della prova costume dell’anno domini 2014 dopo Cristo, so che in realtà la me 16enne, trovandosi di fronte la me odierna, prima di poter fare qualunque domanda (le risposte sarebbero comunque sì, sì, no, e NO GRAZIE AL SIGNORE BENEVOLENTE!), mi direbbe indignata:
“MA TU… HAI LA CELLULITE!”

E so anche che si sentirebbe rispondere un cosa tipo: “E quindi?”.

Quante cose cambiano prospettiva negli anni, eh?