il Karma in una foto

C’è questa foto che amo molto.
E’ appesa in cucina, insieme ad altre fotografie di amici, e attira spesso l’attenzione di Mimosa perché è una foto bruttina, al limite del mosso, in cui non si capisce bene neanche dove siamo, niente nitidezza, niente posa, niente lato migliore. Solo risate.

C’è Lord, seduto sopra un lungo gradone di cemento, ci sono io stesa con la testa appoggiata alle sue gambe, e ci stiamo letteralmente ammazzando dal ridere, chi ha scattato ha immortalato un attacco di stupidera a tutto tondo, di quelli che piangi, che diventi rosso in faccia, che ti fa male lo sterno e sei molesto per il tuo prossimo.

In questa foto che amo molto e che oramai ha 11 – dico 11 – anni compiuti, eravamo in vacanza in un villaggio turistico all’estero. Non eravamo mai stati in un villaggio turistico, noi, e tanto meno insieme, ed eravamo completamente affascinati dalla scoperta dell’animazione nei villaggi, cioè di gente il cui lavoro era, secondo Lord, “farti fare lo scemo pagando per farlo”, secondo me “romperti i maroni ad ogni ora, facendoti pagare la rottura di maroni”.

Quella sera eravamo nella piccola arena dove si tenevano gli spettacoli, con amici molto più bendisposti di noi che avevano addirittura imparato una serie di balletti a dir poco riprovevoli, ed eravamo seduti vicino ad una famigliola composta da:
1. Madre tondetta, felice, con fascia alla Karate Kid sulla fronte che recava scritto “Buon Compleanno Capo Animatore”.
2. Bambina tondetta, felice, stessa fascia della madre, che oltre a portare con orgoglio l’orpello danzava sfrenata.
3. Padre tondetto. Stessa fascia. Un’aria che definirla sconsolata era dire nulla.

Lord li guardava fisso. Li guardai anche io, seguendo il suo sguardo. Entrambi osservammo il padre, pensammo la stessa identica cosa, ma lui fu più veloce di me nel dire sottovoce “Mettete la testa a posto, fate come me! Sposatevi! Fate figli! Fatevi una famiglia, così potrete anche voi mettervi una fascia in testa che inneggia ad uno sconosciuto tamarro… al modico prezzo di 4000 euro a settimana birra esclusa!”

E giù a ridere come matti.

Vorrei dire a quel signore lì, la cui figlia ormai avrà finito l’università e manco ci andrà più in vacanza coi genitori, che son felice di aver riso così tanto, sono felice che qualcuno abbia scattato una foto proprio in quel momento e sono felice anche di averla appesa in cucina, perché mi ricorda ogni santissimo giorno di quante cose pensavo di sapere, sbagliando, e quante altre non sapevo neanche esistessero!
Caro, caro signore con la pancetta e la fascetta che dopo un decennio mi insegni il Karma, sappi che allora ridevo, ma oggi quella fascetta sarebbe un capo insolitamente dignitoso nel mio guardaroba.
E la dignità, tutto sommato, probabilmente è sopravvalutata.

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So you think you can tell?(Heaven from Hell, Blue skies from pain)

Avevi creduto davvero
Che avremmo parlato Esperanto?
L’avevi creduto davvero
O l’avevi sperato soltanto?
(Rumore di niente, F. De Gregori)

Quella prima della mia è una generazione, oggi, di genitori attoniti. Non tanto la parte che ha l’età dei miei genitori, quella in mezzo tra me e loro, quelli che hanno oggi un figlio di venti/trent’anni. Avevano detto loro di far studiare i figli, che il mondo aveva bisogno di laureati, di laureati di tutti i generi, di qualunque materia, di ogni specialità. Erano fioriti corsi di laurea praticamente per qualunque mestiere, nomi lunghissimi per lezioni fino a poco prima inesistenti e sconosciute. La maggior parte li ha fatti studiare, i figli. Ha sgobbato per dare loro un futuro supposto migliore, s’è commossa alla laurea, ha conservato le foglie della corona d’alloro, ha sperato. E adesso guarda con sgomento questi figli a cui lo studio doveva aprire ogni porta fermi lì, non solo senza poter salire questa famosa scala sociale, senza nemmeno prospettiva di un lavoro umile, ma “sicuro”, come quello dei genitori.

Io farò parte – faccio già parte? – della seconda generazione di genitori attoniti. A noi dicevano di viaggiare.
Viaggiare, imparare le lingue, scoprire il mondo. Le feste “internazionali” a scuola. L’inno alla Gioia. Topolino che puntualmente citava l’esperanto, i professori che si prestavano perfino a gite all’estero.
Io non ho viaggiato (tanto). Non ho fatto vacanze studio, non ho fatto corsi di inglese, non ho fatto Erasmus, Interrail, zingarate.
A casa mia non ci si pensava proprio. Costa, mi avrebbe risposto mia madre. Sei matta? In realtà io neanche ho mai domandato. I miei erano (sono) benestanti, ma frugali; gente che si faceva (fa) un gran culo per pagare un gran mutuo, per garantire un futuro di mattoni contro le lusinghe di quello di paglia. Le vacanze in giro per mia madre erano “paglia”, roba inutile, effimera, denaro buttato. Le vacanze si facevano nella casa di montagna, punto. Sempre lì, solo lì. Si andava a funghi, al lago, a fare un picnic.

Quello che ho visto lo devo a mio padre, che ama fortissimamente viaggiare e che fu così pazzo da ficcare tre figli in una roulotte e portarseli in giro per mezza Europa, a volte programmando con cura certosina, altre improvvisando completamente. Lo sciopero dei camionisti francesi nel 1992, anno in cui la roulotte doveva percorrere le strade francesi, gli fece cambiare rotta nella più totale anarchia, e finimmo per visitare Austria, Germania e Olanda divertendoci come pazzi, perdendoci agli svincoli, sbagliando campeggio e finendo in una specie di comunità hippie per camionisti in pensione, per poi finire con Parigi e Costa azzurra che stranamente furono, alla fine, la parte meno bella della vacanza.
A 19 lavoravo, a 20 ebbi il primo contratto regolare, 8 ore al giorno, 5 su sette, ferie solo ad agosto. Un sogno per moltissimi oggi, non mi sto lamentando, sia chiaro. Ma di viaggiare non si parlava. Qualcosa, ogni tanto. Poco, pochissimo, comunque.

Così ho coltivato il desiderio di far viaggiare Mimosa, o di viaggiare con lei. Andremo, faremo, ci diciamo col Tecnologico. Viaggi studio, viaggi e basta. Roulotte, camper, tenda, chissenefrega. EuroDisney in età da principesse, Londra e Parigi, Barcellona e Lisbona. Le coste croate a scendere fino a Spalato. E ancora sì, corsi di inglese, magari perfino un anno di superiori negli Stati Uniti. Vedere, guardare, annusare, toccare, provare. Insieme, ma andava bene anche solo lei.

Adesso. La mattina dopo la notte del Bataclan, la mattina dopo l’attentato di Nizza, dopo Berlino, tutte queste mattine hanno avuto un impatto che rasentava la schizofrenia, perché in tutti i casi mi sono trovata a leggere queste notizie, a scremare tra i messaggi di whatsapp via via sempre più numerosi, proprio mentre si svegliava mia figlia. Contemporaneamente, l’orrore e l’allegria, la morte e il primo sorriso del giorno, la paura e la totale inconsapevolezza, innocenza. Dopo Nizza, in particolare dopo quella foto del lenzuolo a coprire un corpo con accanto un orsetto, lei mi ha sorriso dal letto con tutto l’impeto che hanno i bambini di fronte ad un nuovo giorno, ed io mi sono appoggiata allo stipite della sua porta ed ho pianto guardandola.
Perché ho paura per lei, per noi. Perché Mimosa mi ha reso incredibilmente fragile sotto certi aspetti, ed ha reso incredibilmente più intollerabile il dolore anche altrui, questo dolore qui, di un figlio, di una madre, questo che non immaginavo esistesse con questa potenza. Perché l’amore per i figli, sì, te lo dicono tutti che arriva violento come un uragano, ma dietro a quello tutto viene amplificato, pure i timori, la paura, un desiderio di protezione che si scontra contro la certezza della propria impossibilità, impossibilità di prevenire, migliorare e sì, proteggere davvero. La madre come goldone bucato, questa sensazione no, non rientra nel quadretto della canonizzazione della maternità.

Adesso, sono qui seduta come una a cui ogni volta rubano un pezzo. Un sogno. Un desiderio. Un’aspirazione. Costretta a guardare senza sapere come cambiare, come aiutare. E vorrei fare la figa e dire “No sai la nostra vita non cambierà, non ci fermeranno”, ma sticazzi. STICAZZI. Ci hanno già fermati, per quanto mi riguarda: perché magari sì, andremo ovunque, ma con questa ansia sotto che si mangia la gioia. E magari sì, potrò offrire l’andare e viaggiare a Mimosa come un dono curato per anni, ma in realtà non sarà lieve. In realtà non lo vorrei più.
[E sì, lo so che l’imprevisto, la malattia, la guerra, le carestie, gli agnellini nei macelli, il medioriente, gli anni di piombo e stocazzo ci sono sempre stati. Il punto è che io ero tra quelli che sì, ci avevano creduto davvero che avremmo parlato Esperanto.]

Quello che non sto raccontando

Quello che non sto raccontando è una categoria che è fissa da alcune settimane nella mia testa, il problema però – perché ovviamente c’è un problema – è che solitamente quando ho due minuti per scrivere mi accorgo che MI SONO DIMENTICATA COSA VOLEVO DIRE. Sono riuscita a trasportare la mia unica ed atavica capacità di perdere il filo dal parlato allo scritto. Mitica! Che te ne fai degli altri, tutta la cretineria che ti serve è dentro di te!

Una delle cose che non sto raccontando è che di recente ho ritrovato due amicizie. Una di infanzia ed una di gioventù.
E mi sono ritrovata a dovermi ricordare plurime volte che, se nel caso dell’ultima è stato solo cattivo tempismo a farci perdere di vista, nel caso della prima posso dire che è stato solo buon fiuto, fin da bambina. La vocina che ad intervalli regolari mi ripete “stai attenta verba”. E io sto attenta, sono di nuovo brava, ligia, col mio grembiule. E riguardando mi rendo conto che anche allora avevo questa cosa, questa distanza tra parola e pensiero, per cui sto annuendo magari, ma non è detto che io ti creda. O ti ascolti. Non credo di essere mai stata illusa, neanche da bambina, quando eravamo amiche. Io lo sapevo che c’era molta rabbia dietro a quelle codine.

Una delle cose che non sto raccontando è che si sposa la mia amica Timida, che poi tanto timida non è mica più, e si sposa con il mio amico Timido, che ha superato di slancio la timidezza di alcuni anni da cotto senza molte speranze ed è passato rapidamente da eterno aspirante a fidanzato a promesso sposo. Ed è una storia bellissima, che mi commuove ogni volta che ci penso. Anche se la loro wedding planner ha un piglio così deciso che mi aspetto ci mandi tutti a casa a cambiarci, al matrimonio.

Una delle cose che non sto raccontando è che una persona che fa finta di non ricordare quasi neanche come mi chiamo – ma lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo che era tutta scena – di recente mi ha detto “io lo so che tu compi gli anni in aprile”.

Una delle cose che non stavo raccontando non era ancora successa fino ad oggi.
Ero in macchina con Mimosa e le ho chiesto se volesse ancora un biscotto.
“No mamma”.
“Vuoi acqua?”
“No mamma”.
“Vuoi il ciuccio?”
“No, mamma…voio una carezza”.

Una delle cose che non sto raccontando, una tra mille, è che a me almeno una volta al giorno da due anni si sgretola il cuore.

Qualcosa nell’acqua.

In principio fu Laura Boldrini: ministro? Assolutamente no. Chiamatemi Ministra. Combattete il patriarcato insito nei vostri neuroni volgendo al femminile ogni termine vi salti in mente.
Non più avvocatessa, avvocata. Non architetti, architette. Non più italiano, italiese.
E vabbè, se così si fan contente delle persone con così poco, che ti costa, pensavo. Pensavo anche al viceversa. Il gorillo, l’anestesisto, il pediatro. Otorino, se è maschio. Laringoiatra, se è femmina. Che culo scegliere una specialità dal vocabolo double-face, eh? Comunque non avevo né tempo, né spazio, né testa, e non ci ho fatto particolarmente caso.
Ad un certo punto devo essermi distratta quel paio d’anni, e quando son tornata sul pianeta ho trovato che veramente son diventati tutti serissimi. Molto seri. Troppo seri. Troppissimo seri. Guai a scherzare. Rauss ironia, pussa via sorriso, altolà leggerezza!
E tutti completamente ostaggi del politicamente corretto, ma proprio correttissimo, ma ocio che sia C O R R E T T O, totalmente. Talmente totalmente che ormai le cose non so più come definirle per non rischiare di offendere qualcuno.

“Mamma ti ricordi il mio amico Paul?” “No, Paul chi?”
Si apre il baratro. Quello africano? Uhm. Razzista che discrimini la gente a seconda della geografia. Quello nero? Uhm, brutto termine nero, bandito. Il migrante? Il migrato? Quello che viene da lontano? (Fa tantissimo Babbo Natale). Il diversamente italico? Quello che pare Obama?

Alla fine opto per “Quello che sorride sempre”.
Risposta: “Quale sarebbe quello che sorride sempre, sorridono tutti sempre i tuoi amici, sono una manica di deficienti.”

Utile, no?
Ho letto discussioni simili di madri virtuose che stanno insegnando ai figli a non discriminare, con il risultato che il figlio non riesce a farsi venire in mente una locuzione abbastanza efficace per indicare “Camilla, la mia compagna che tagliata a pezzi è normopeso”. Ho letto di una tizia la cui figlia ha detto “Oggi ho giocato col bambino buio”. Il bambino buio è del Senegal. Il bambino buio è una delle definizioni più belle che io abbia mai letto, ma non credo che possiamo iniziare a parlar tutti come bambini di tre anni. Grasso è una parola orrenda e va bandita (grasso è una parola orrenda davvero). Sovrappeso pure. Non si deve giudicare in base al peso. Giusto. Non giudichi, ma vedi. Non giudichi, ma quello che è sovrappeso sovrappeso rimane, e se nessuno in vita mia – e son stati tanti – m’avesse chiamata “nana”, io sarei comunque un individuo sotto il metro e sessanta. Giudicare, discriminare, sfottere, bullizzare una persona in base ad aspetto fisico, colore della pelle, status socio economico o provenienza è orribile. Ma veramente la soluzione è sotterrare le parole “per dirlo”? Eliminare, bandire, cancellare l’aggettivo, cancellerà veramente il punto di appoggio su cui si fa leva per far sentire l’altro una merda?
Perché il problema a mio modesto avviso non è la parola che usi: è il desiderio di far sentire male l’altra persona in quanto inadeguata secondo un TUO standard. E’ – e questo lo noto sempre più ed è una cosa che detesto – il ritenere che l’altra persona DOVREBBE sentirsi male (inferiore, sminuita, in difetto) perché fisicamente o economicamente o culturalmente non risponde al TUO cristo di “standard”, che poi sia perché non è magra, perché non è etero, perché non è giovane o perché non è bianca non cambia nulla.
Il problema sta nella convinzione di essere lo standard “corretto”. E questa convinzione, al netto del linguaggio politicamente corretto inculcato a forza nei dialoghi quotidiani, è sempre, ma sempre, ma sempre più diffusa.

Comunque la serietà ad oltranza sta dilagando ovunque. Mi hanno iscritta ad un gruppo facebook che parla di libri per bambini. Ci sono recensioni da mani nei capelli. Quel libro è diseducativo perché il papà è imbronciato. Il papà dovrebbe essere felice e sereno. Quel libro è diseducativo perché sminuisce la figura paterna, ovvero racconta di un padre che sala troppo il purè (giuro). Quel libro è orribile, il bambino viene definito piccolo mostro! Quel libro è da mettere al rogo, ci sono i cacciatori, uccidono il leone, il bambino africano viene definito moretto e la madre è, cito testualmente, vestita come una governante all’epoca degli schiavi. Il libro in questione, Pik Badaluk, che io da bambina avevo, e amavo, è stato scritto negli anni ’20. Io ho paura che ‘sta gente cerchi di creare un comitato per la liberazione degli Umpa Lumpa dal cioccolataio schiavista.
Quindi, le parole no.
I libri censurati, come conseguenza.

Buttiamoci sulla musica, dai. Ho cercato di iscrivere Mimosa ad un corso di musica per infanti. Apriti cielo. Il metodo signora mia, IL METODO! CHE METODO CERCA?
Un corso. Di Musica. Tipo che qualcuno canti canzoncine? Qualcuno suonerà qualcosa? Sono bambini piccoli perdio, mica mi aspetto Rachmaninoff. Sì signora, ma che metodo cerca? Psicoqualcosa, Motorio dell’altro, Scuola di Chicago, Maestri Musicoterapisti Giapponesi, Suono della ciotola armonica… eh?
EH? Signora perché guardi che lo sviluppo musicale dei bambini è UNA COSA SERIA, SA.
“Allora, quale metodo cerca, Signora?”
“Ma che ne so! Io sono stonata come una campana e mi piace Taylor Swift! Volevo una vita migliore per mia figlia! Cercavo solo un posto in cui qualcuno suonasse un tamburello!”
Per la cronaca non mi hanno mai più richiamata.

Sono passati quattro anni da quel post di sfogo sul rapporto diretto tra ignoranza e convinzione, ma la sensazione è che vada davvero sempre peggio. Magari è qualcosa nell’acqua.
L’ossigeno, per esempio.

Del perché una fa un figlio e automaticamente rincoglionisce

Sono una persona distratta.

Molto distratta.

Orribilmente distratta.

Sono distratta in tutto ciò che non riguardi direttamente il mio lavoro, dove essere distratti sarebbe criminale (una distratta che organizza il lavoro altrui, haha) e gli esseri umani con cui ho rapporti diretti: in breve immagazzino molto riguardo alle persone e quasi nulla riguardo alle cose.

Non ho una percezione esatta di cosa ci sia nel mio armadio, non l’ho mai avuta. Quando abitavo con la mia amica del cuore, alle volte aspettavo che ritirasse lei per prima la biancheria perché non ero sicura di distinguere esattamente le mie mutande dalle sue, sullo stendino. Se mi chiedeva “hai visto il mio mollettone per capelli?” le mostravo quello che avevo in testa con aria interrogativa. Senza guardarmi non so dire esattamente cosa ho addosso. Non so quante scarpe ho, non so quante ne abbia il Tecnologico e non ho assolutamente idea di quante lenzuola o asciugamani da bagno o da cucina ci siano nell’armadio di casa.

So vagamente cosa c’è in frigorifero. So altrettanto vagamente che dovrei avere questo, quello e quell’altro in dispensa. So come mi chiamo.

Sempre stata così, da sempre.

Poi un giorno ho partorito.

Improvvisamente nel mio cervello si è creata la categoria “figlia”, e le sottocategorie hanno letteralmente divorato lo spazio (già poco) in cui allocavo il resto. Quando si parla di Mimosa io so. Io SO. So TUTTO.

So cosa ha addosso oggi, cosa aveva addosso ieri, cosa metterà domani.

Cosa c’è nei suoi cassetti, dove è esattamente, in che misura, di che colore, in quante paia. Quanto è pulito, quanto è sporco, quanto è steso, e cosa non è in casa perché è dai nonni o al nido.

Quanti giocattoli, dove sono, come sono, dove devono essere, dove potrebbero essere quando non sono dove devono. Credo di poter dire con buona approssimazione quanti singoli pezzi di lego, quanti libri, quanti pupazzi, e conosco nome e cognome di tutti i personaggi di Peppa Pig. Se è per quello, conosco nome, cognome, compleanno di tutti i compagni di nido. Eventuali fratelli, cani, gatti, canarini.

Io, che quando mi guardo dentro è il Caos che mi chiede quanto dobbiamo aspettare ancora ‘sta cazzo di stella danzante, riordino per dimensioni i libretti, per concetto i giocattoli, in scala cromatica i pennarelli, e provo fastidio se sul tavolino c’è più di un foglio.

Io, che vabbè il letto lo rifaremo domani, che vabbè stasera mi faccio un panino, che vabbè berrò l’acqua del rubinetto, che ah dovrei fare benzina, ho 6 km di autonomia, io faccio benzina PRIMA, arieggio casa alle sette di mattina, abbino lenzuolino sopra e sotto pure bendata e mi infastidisco se il Tecnologico non piega con attenzione quella precisa coppia di asciugamani gialli che serve per il nido. Io non so cosa mangeremo stasera, ma so Mimosa cosa ha mangiato, mangia e mangerà. Ho nella testa in continuo loop decine e decine di informazioni futili quando non completamente inutili. Non lo faccio apposta, non ne ho desiderio, non me ne frega un cazzo di sapere che i personaggi di peppa pig hanno tutti un nome che inizia con la prima lettera della loro cazzo di famiglia animale, tranne George, ecco George, perché George si chiama George e non Peter?

Eppure non posso farci nulla. Questa valanga di informazioni ingombranti, indispensabili o inservibili ed assolutamente invadenti ha colonizzato il mio cervello ed io per questo ho perso moltissime doti che avevo, in primis una parte di pazienza, a seguire la memoria per gli appuntamenti, l’attenzione per tutto ciò che non è assolutamente necessario alla sopravvivenza primaria di adulti e gatti di casa, e parzialmente, temo, il senso dell’umorismo.

Sono diventata una di quelle persone che se la battuta è appena appena raffinata, ti guardano perplesse senza parlare, con il vuoto nello sguardo.

All’apparenza. In realtà, il vuoto nello sguardo è il tentativo disperato di sopprimere il bisogno di canticchiare five little monkeys plurime volte all’ora, plurime volte al giorno, 7/7.

Non scherzate sulle madri rincoglionite. Restare sane di mente è una lotta continua, ed io la combatto strenuamente.

/Jumping

On

The

Bed

perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

Faceva davvero molto caldo, in quella prima settimana di luglio.
Lei si era già trasferita, camera sua era vuota, coi mobili mezzi accatastati per ridare la tinta ai muri. Camera sua era sempre chiusa, perché a vederla così mi prendeva lo sconforto.
In casa l’aria era bollente, sempre stata un forno, tutto il pomeriggio in battuta di sole con gli infissi di carta velina e niente tenda sul terrazzino. Aprivi le finestre e non c’era un filo di vento, tutto immobile. Ogni volta che aprivo un mobile trovavo altre cose da portare via, da imballare, da ricollocare. Non lo sapevo ancora, ma avrei avuto incubi per anni riguardo a quei mobili cornucopia da cui la roba continuava a ricrearsi e rispuntare fuori.
Poi sono arrivati in soccorso gli amici e in 24 ore (e sei macchine e 8 paia di braccia in più) abbiamo finito, chiuso, terminato, kaputt! Prendi i gatti e scappa. Ho ridato le chiavi. Ho pianto un poco. Non lo sapevo ancora, ma avrei continuato a sognarla per anni, quella casa. Sogno, ogni tanto, di guardarla da ospite, e chi ci vive l’ha resa bellissima, e provo invidia per la capacità di creare bellezza laddove io al massimo creo caos.
La sera ci siamo guardati intorno, sudati e stanchi, il Generale s’è impossessato del telecomando dell’aria condizionata e io ho pensato “Bene, e adesso?”.

4 anni dopo, nella stessa settimana di luglio, altrettanto bollente purtroppo, avevamo una neonata che non dormiva mai. Chissà se chi ha figli che dormono o chi non ne ha affatto riesce a capire la frase “non dorme mai”. Non vuol dire che dorme cinque ore. O quattro. O tre e poi altre tre. Vuol dire mai. Vuol dire che se dorme tre ore poi è sveglia altre tre. 24/24, 7/7. Vuol dire che tre ore filate le dorme una volta al giorno. Se hai culo, col buio. Altrimenti, ogni ora, ogni mezzora, “ueeeeeeè”. Vuol dire due adulti che dopo 4 mesi di costante privazione di sonno, ormai incapaci anche delle cose più semplici perché troppo sfiniti per tutto, si guardano in faccia e si chiedono “E adesso?”.
Un anno dopo, ancora lo stesso giorno di Luglio come il fedele facebook mi ricordò, ho lasciato la mia ex-neonata al padre per il tempo di una doccia. Di solito la doccia dura cinque minuti e quando esco il Tecnologico mi lancia la figlia effettuando un passaggio all’indietro da rugbysta esperto (che non è, temo inoltre si stia allenando per provare un drop, con la figlia) e fugge verso le verdi praterie del caffè, mentre quel giorno preciso preciso di quella settimana precisa precisa li ho trovati lì, seduti sul divano, con lei che ordinava indicando il foglio l’animale da disegnare e lui che eseguiva obbediente, e non si scollava di torno.

L’ho preso come un segno. Il segno che in tempi a venire forse potrò perfino lavarmi i capelli.

Mesi dopo è passata a trovarci la nostra amica Allegra. Allegra ha dieci anni meno di me, almeno 15 cm di altezza in più, capelli rossicci e sciarpe larghe e si mangia le parole quando parla, al che spesso la perdo a metà di un discorso e la ritrovo solo in fondo, senza essere sicura di aver capito come ci siamo arrivate. Mimosa la adora, io pure. E’ difficile trovare qualcuno a cui possa star sullo stomaco Allegra, è come farsi star sulle palle quel filo di vento che ti rinfresca quando hai troppo caldo anche solo per spostarti.

Abbiamo riesumato la cara vecchia brandina pieghevole (brandina pieghevole non rende l’idea, è un monolite di ferro originario degli anni ’70 che – fatalità – si può anche ripiegare su se stesso), quella di quando abitavamo nell’altra casa, le ho preparato il letto e mi ha colpita il pensiero di quante persone provenienti dalle più disparate regioni e frequentazioni abbiano dormito su quel catafalco. Allegra è arrivata dal centro italia nelle nostre vite, sul catafalco e nel nostro cuore grazie ad un blog. Quello che avevo un decennio fa. Quello attraverso il quale ho conosciuto il Tecnologico.
E mentre le guardavo giocare, con Mimosa che in genere è così diffidente che le dava la mano spontaneamente, fiduciosa, e Allegra che se la portava mille volte su e giù dalle scale mobili del supermercato, ho realizzato che le ho entrambe, ora, l’amica e la figlia, la ragazzina che ho visto diventare donna e la neonata che diventa una persona, le ho entrambe perché una volta scrivevo un blog.
Ad un certo punto, chissenefrega di lavarsi i capelli.

click (turpiloquio alert)

Siamo al ristorante con gli amici storici. Mimosa è sul seggiolone a capotavola. Non è scesa da lì da quando siamo entrati, e sono quasi le tre del pomeriggio. Si annoia, io ho esaurito i trucchi e scaricato il telefono, per cui decido di tentarmela e di farla scendere, magari portarla nell’atrio del ristorante, deserto, in modo che non infastidisca nessuno.
La tiro giù, la appoggio per terra e le indico una cameriera di passaggio, dicendo che deve star ben lontana da quei signori in nero perché stanno lavorando.
La cameriera di passaggio mi sente e mi risponde in malo modo “Ahh beh, tanto ormai sono tutti in giro, per noi sono ostacoli da schivare!”
Lì per lì non rispondo. Poi però ci penso, mi infastidisce una risposta del genere, a maggior ragione detta ad una che praticamente non mangia per evitare che la prole dia noia al prossimo, al ristorante.
Eppure, ribatte una delle amiche presenti, devo “capire”. Perché la cameriera “poverina”. Perché effettivamente i bambini corrono in giro, scassano le palle. Sì, ma non la mia. “Ehhh, ma poverina, sarà così stufa di bambini maleducati”.

CLICK, ha fatto qualcosa nella mia testa.

Un giorno ho aperto un blog perché in fondo senza scrivere non sono capace di stare e perché mi piace anche leggere, mi piace la comunità che si crea tra chi legge e scrive, mi piacciono i racconti delle altre persone, i confronti con la vita degli altri, la testa degli altri, i problemi e le gioie degli altri, ma egoisticamente il mio primo motivo era il puro e semplice sfogo, mettere nero su bianco, chiarirmi le idee così, da sola, senza dover necessariamente ammorbare il prossimo a voce. Sono prolissa, sono confusionaria e sono una che tutto sommato vive con mezza testa sempre per aria, con un mezzo pensiero che gira gira e trova pace solo una volta messo per iscritto.
L’ho chiamato rem tene, verba sequentur, perché sono assolutamente convinta che se hai chiaro il concetto le parole vengano da sé.
Ancor meglio le parolacce.

CLICK, mi fa l’interruttore del cervello.
Perché sai cosa c’è? Che mi son davvero rotta le palle.

Quando ho aperto questo blog ho badato all’anonimato ed a nulla altro. Non mi interessava fare le “hit”, ho i tasti per la condivisione sui social DISABILITATI, da grande non so ancora cosa farò, sicuramente non la blogger, non mi sono mai posta il problema di essere più o meno interessante o accattivante o di avere la grafica figa e stigrancazzi del blogroll aggiornato. A me bastava scrivere. Alle volte ho chiuso qualche post perché eccessivamente personale, ho messo off line per un periodo qualcosa altro perché mi aveva portato contatti di ogni genere, oltre a far approdare qui alcuni amici di una vita, mio fratello, MIA MADRE ed il mio ex storico (ehilà, saluto con la manina!).

Poi un giorno ho avuto una figlia. Immediatamente non mi sono più sentita libera di scrivere quello che vivevo o quello che provavo. Immediatamente. Autocensura a tappeto. Perché non volevo avere un mummyblog. Perché non volevo mettere in piazza dei momenti intimi. Perché sarei stata comunque una che raccontava la vita di una terza persona.
Perché mi vergognavo. Alcuni dei miei affetti più cari mi hanno fatta sentire come una traditrice, e tutto sommato mi ci sono sentita anche io. E’ strano che solo ora mi salga dal fondo dello stomaco la rabbia per essere stata colpevolizzata, messa all’angolo, quasi minacciata “stai perdendo i contatti!”, perché dopo la nascita di Mimosa non ho più avuto – e non ho – il tempo per tutti che avevo una volta. E’ strano che solo ora mi renda conto di quanto chi avrebbe potuto tendere una mano (come ho fatto io in passato con altri) si sia limitato ad ancorarsi saldamente alla propria vita rifiutando qualunque compromesso, perché la “mia vita non può mica girare intorno ai tuoi comodi”.
E’ strano, ed è colpa mia, perché mi sono sentita in difetto per il semplice fatto di essere una madre. Come suona strano, eh? Essere una madre.

Mi sono sentita in difetto, e noiosa, e fuori gioco, e tutto quello che ho vissuto in questi quasi due anni me lo sono tenuta per me. Dentro, senza buttar fuori una riga, quasi non avessi il cazzo di coraggio di scrivere, il diritto di scrivere, che ogni giorno mi sento una benedetta dal cielo, dalla fortuna o da quel che si preferisce. Che quel sentimento che ritenevo di non poter in nessun modo “sbloccare”, se non con un figlio, manco mi immaginavo che razza di potenza fosse. Che a casa nostra si litiga infinitamente di più, ma si ride il doppio di quanto si litiga. Che neanche mi ricordo perché mi sbattesse qualcosa di dover uscire a bere una birra a forza. E quindi grazie, cameriera stronza, per quel “CLICK”.

Perché, come detto immediatamente dopo il click alla mia amica al ristorante, ho una grandissima novità da annunciare:
NON SOLO I FIGLI ALTRUI SCASSANO I COGLIONI ALLE PERSONE.

Anche gli adulti scassano i coglioni alla gente. Non sono le mamme che sono noiose, è la gente che è noiosa se non ti frega una mazza di stare a sentire. Tutti i monotematici sono noiosi. Tu che ogni mattina scrivi “Buongiorno un cazzo”, sei palloso come video sull’eyeliner! Tu, che ogni settimana ne cambi una e non sai non sa non capisci non capisce chissà come andrà ah no beh ne vedo un’altra, anche tu sei palloso, mi sanguinano le orecchie, vorrei infinitamente MENO DETTAGLI ANATOMICI PORCO MONDO!

Che poi vorrei anche capire perché se hai un figlio sei responsabile di tutte le rotture di maroni causate da tutti GLI ALTRI infanti. No, io davvero vorrei capire. Perché la cameriera di sente in diritto di rispondere male a me, perché la mia amica mi invita a comprenderla e perché è ritenuto normale questo lamentarsi generico, questo dire ad utero perché ovaia intenda?
Con gli altri rompicazzo non succede. Eppure. Anche gli adulti sono rumorosi, maleducati, puzzolenti, esasperanti, fastidiosi e lagnosi. La differenza è che non passiamo la giornata a rintuzzare nel prossimo ogni singolo atteggiamento irritante, altrimenti finiremmo alla neuro.

Le madri invece sono gara a parte. Questa specie di tiro al piccione per cui ad una che è madre puoi dire di tutto, che palle tuo figlio, ma perché non fai così, ma perché non fai cosà, ma non puoi portarlo (eh certo, a fare rafting), ma non puoi lasciarlo a casa (a chi?), eh ma così sbagli, eh ma così va bene, “cooomeee, hai nominato di nuovo tua figlia?? E’ BEN LA SECONDA VOLTA QUESTA SETTIMANA E SIAMO SOLO VENERDI! CHE PALLE!”, poi però mi devi sfrantegare i maroni con la lista esaustiva dei tuoi regali di Natale in fieri, insomma questa specie di tiro al piccione per cui una che ha figli deve sempre scusarsi per qualcosa, per il minor tempo, il minor spazio, le minori possibilità, oh scusi disturba, oh scusi infastidisce, oh scusi la irrita fortemente vedere persone al di sotto del metro che deambulano in sua presenza, a me avrebbe tediato per cui scusatemi, ma adesso il piccione si compra una fionda.
Anzi, no. La rispolvera.