due signori.

C’è un signore di una certa età, con una vita tranquilla di lavoro alle spalle, con una medaglia al valore civile ricevuta per aver salvato una donna che era finita in un torrente con la macchina.
C’è un altro signore, con 35 anni meno del primo, con una vita passata tra furti, rapine a mano armata, sparatorie con le forze dell’ordine, rissa con suddette forze dell’ordine, and so on. Poi decide di mettersi tranquillo, dicono. Di mettere la testa a posto. Incontra il sindaco del suo paesino e gli dice che sta cercando un lavoro.

Il secondo signore, che onestamente non si capisce come sia a piede libero, ma vabbè signoramiaquestaèL’Italia, forse ha un pizzico di confusione per quanto riguarda il concetto di lavoro, perché va con alcuni “amici” a rapinare una gioielleria. Armato di AK47, pare.
Il primo signore, che lavora lì davanti, quando li vede iniziare a pigliare a mazzate la porta, dietro cui c’è per altro una ragazza nel panico, gli urla di andare via. Niente. Corre dentro casa, prende un fucile, detenuto regolarmente in quanto cacciatore, spara in aria. Niente. Spara alla macchina dei rapinatori, ovviamente vuota. A quel punto il secondo signore spara a lui. Lo manca.
Il primo signore risponde.
Non lo manca.
E nonostante sia stato colpito – volutamente – alle gambe, il secondo signore muore, e si lascia dietro una moglie incinta, un progetto di vita diversa buttato via, ed un primo signore roso dal rimorso.

Ho dimenticato qualcosa? A me sembra di no. Ho distorto qualcosa? Mi sembra, ancora, di no.

Bene, io abito in un paese in cui la gente urla “pezzo di merda assassino” al primo signore. In cui il suocero del secondo signore dice “oh cristo noi non avevamo idea che avesse ripreso quella vita, però anche l’altro, l’altro che ci faceva con un fucile in casa?”.
In cui la moglie del secondo signore si costituisce parte civile.
Ed il più accanito detrattore del primo signore, che fu comico di professione come un sacco di altri Pensatori Italici prima di lui, minaccia di ritorsioni fisiche ed insulta sanguinosamente chiunque non la pensi come lui, abbinando alla perfezione lo stile del Signore n.2 a quello dei suoi difensori.

Sarà vero che all’aumentare della pancia svaniscono i neuroni, ma veramente stavolta il non capire come le persone colleghino le cose più che rabbia mi provoca una tristezza invincibile. Quello che combatte il criminale e salva la ragazza, quello dico una volta non era Superman? L’Uomo Ragno? Terence Hill? Il Buono per antonomasia?
Com’è che adesso è un pezzo di merda?

Non sarebbe l’ora di smettere di dar retta ai sermoni dei comici in disgrazia?

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

T’amo, pio gatto.

T’amo, o gatto scroccone; e mite un sentimento
di rottura di maroni al cor m’infondi
che solenne come un monumento
tu guardi le crocchette e me le spandi,

o che in cassetta infilandoti contento
il fine naso de l’uom soave offendi:
ei ti bestemmia i parenti, e tu col lento
movimento d’intestino rispondi.

Da la piccola bocca umida e nera
fuma il tuo spirto, e col odor di marcio
e tonno il miagolio sulla faccia mia si stende;

E del grave occhio verde entro la fiera
insistenza si rispecchia ampio e rattoppato
il divano che manco il netturbino ce lo prende.

estemporanea, ho perso il conto: dovevo fa’ il muraro.

Dunque per quanto procrastinatori si sia a casa nostra, a tutto c’è un limite. In previsione dell’arrivo, tocca far lavori per preparare la stanza. Essendo alcuni lavori cosa da edile serio e non da “beh che ci vuole a dare una mano di bianco”, abbiamo richiamato gli edili che ci hanno ristrutturato casa.
Arriva l’edile, ci piange il morto per un’ora – la crisi, i debiti, la malaburocrazia, i clienti insolventi – guarda il da farsi, ripiange il morto un’ora, ci da appuntamento al mese dopo e se ne torna a casa col culo sopra un’automobile che vale da sola un terzo di casa mia.
Il mese dopo, e le settimane a venire, semplicemente non risponde al telefono.

Chiamiamo un secondo edile. Arriva guarda fa il preventivo fissa un giorno disdice fissa un altro giorno disdice fissa un terzo giorno disdice lo minacciamo di fare altrove arriva. Arriva, fa, va via, una settimana dopo il problema per cui è venuto ricompare. Ciao Edile, ti ho pagato, ma non sei servito a un cazzo.

Chiamiamo un terzo edile per fare un’altra cosa ancora. Arriva, guarda, fa il preventivo. Fissa un giorno, il Tecnologico prende ferie, l’Edile tira paccco. Fissa un altro giorno, il Tecnologico non c’è, prendo ferie io tipo per la prima volta infrasettimanale da un millennio. L’Edile insiste per venire molto presto. Io mi alzo presto, sistemo casa presto, mi vesto presto, bevo il caffè presto dando da mangiare ai gatti presto.
Poi li vedo arrivare, gli edili. E con mio stupore, come arrivano se ne vanno. Senza suonare. Dopo MEZZORA, li chiamo.
Sono andati a bere il caffè.

No, io dico solo, c’è crisi e disoccupazione e aria di morte. Io, se arrivo da un cliente in orario, mi giro, vado al bar a bere il caffè e mi ripresento in ritardo di mezzora, dal cliente prendo un calcio in culo.
E’ che adesso ad alzare la gamba faccio fatica sennò gli facevo vedere io!

Il Signor Piero ha venduto ai cinesi (fenomenologia spicciola di com’è che nasci rosso e invecchi nero)

Quando ho aperto questo blog, anni fa, il Tecnologico ed io stavamo cercando casa. O meglio, io stavo facendo una scorpacciata di appartamenti proposti da agenti immobiliari psicotici ed abitati da proprietari sull’urlo del collasso nervoso, per poi portare i migliori all’attenzione del Tecnologico che abitava a buoni 250 km. Mi ricordo, e finchè arteriosclerosi mi coglierà credo ricorderò sempre, che il primo appartamento in assoluto che sono andata a vedere, descritto OVVIAMENTE come “luminoso trilocale recentemente ristrutturato”, non solo era un tugurio con un bagno di un metro e venti per due
metri, in una palazzina che aveva più antenne satellitari che balconi, ma era abitato da una coppia dotata di enorme, gigantesco, liberissimo pappagallo, il quale mi ha accolta appollaiato sullo schienale di una sedia e mi ha seguita nella mia ispezione di casa ripetendo a ruota libera “CIAO COCCA! CIAO COCCA!”. Voi lo sapevate che i pappagalli sono aggressivi e molto, molto territoriali? Ecco, io l’ho scoperto allora.

Di casa in casa, di sgarruppo in sgarruppo, di prezzo improponibile in prezzo inaffrontabile, e dopo aver perso proprio per poche ore ben due appartamenti papabili, arriviamo a quella che oggi è casa nostra, all’epoca appartamento in pieno stile anni ’80 con salotto enorme e camino-dotato, cosa che già in prima visione lo ha scaraventato nelle grazie di sua Tecnologia.
Io ero più restìa, non tanto per la casa in sé quanto per le bestialità che uscivano dalla bocca di chi doveva vendercelo: questo non si fa, questo non si può, i lavoro di ammodernamento ma senza disturbare, i gatti insomma solo se restano chiusi in casa (di grazia, dove dovrebbero andare se non in balcone?), e le attrezzature condominiali sì ma solo per uso tuo e non se inviti amici, e blablabla. Guardavo il Tecnologico dicendo “io qui non ci voglio venire, questi son tutti matti, ci troviamo a comprare casa circondati da rompicoglioni, è una vita da andar fuori di testa”.

Alla fine invece è andata che abbiamo optato proprio per quell’appartamento lì, con l’accordo che alle assemblee condominiali avrei parlato SOLO IO e che gli incontri ravvicinati con i rompicojotes massimi li avrebbe gestiti solo lui. Morale: in realtà era tutta scena, qui nessuno rompe le scatole a nessuno e l’incubo dell’amministratore sono diventata io me medesima, che tra “mi spieghi” e “vorrei vedere l’originale” lo costringo ad estrarre documenti, pagamenti e polizze che nessuno gli ha mai chiesto in 30 anni. Beata ingenuità.

Quando, dopo qualche mese e qualche sporadica chiaccherata, ho osato chiedere ad una delle vicine come mai si presentassero così ostili e scorbutici nei confronti dei nuovi acquirenti, quando in realtà sono tutti dei paciocconi tranquilli da morire, quella mi ha risposto con aria confidenziale:
“Perchè sai, aveva già venduto casa il signor Piero, tre anni fa… ma ha venduto ai cinesi!”

Non so come sia dove vivete voi, ma qui dalle mie parti “Ha venduto ai cinesi” è una frase che viene detta con mezza ammirazione e mezzo piccato sconforto, perché è noto che i cinesi si presentano con valige di danaro e ti coprono di soldi (soprattutto se ti comprano il bar), ma anche che poi rovineranno in breve tempo ciò che da te hanno comprato (di nuovo, soprattutto se hanno comprato un bar). Quindi tu sei uno che diventa ricco, però ha tradito. Per esempio, il bar. I bar. Ti accorgi che un bar l’hanno comprato i cinesi perché – ok, a parte il cinese al di là del bancone, vestito metropunk che non c’azzecca un’ostia – nello spritz compaiono ingredienti insoliti, primo fra tutti il GIN. Metà della roba che mangiavi sparisce, l’altra metà rimane intonsa perché dopo tutte ‘ste storie delle nutrie nei freezer, chi si fida più del caro vecchio tramezzino?
Allora per ovviare al fatto che tu, lo spritz col gin, non lo vuoi bere, ordini un bicchiere di rosso e scopri che il rosso sta in frigorifero. Il prosecco invece è a temperatura ambiente. Moltiplicare per 350.
Anche se negli anni la situazione s’è avviata verso una certa normalità, lo spritz è stato purgato da liquori fantasiosi e il cinese dietro al bancone bestemmia in perfetto veneto, Aver Venduto Ai Cinesi rimane sinonimo di altissimo tradimento.

Quindi sì, questo Signor Piero che abitava nella nostra palazzina era partito come gli altri col suo reddito medio ed il suo conseguente appartamento medio in una palazzina media. Ma il Signor Piero poi ha fatto buone scelte ed il suo reddito non era più medio e così ha venduto il medio appartamento e s’è comprato la villettina, coi soldi del cinese, di fatto guadagnandosi l’astio di tutti i suoi ex vicini di casa.

Il Tecnologico ed io, saputa la verità riguardo al monte di divieti che c’era stato prospettato, facciamo spallucce e ci ridiamo su. Che problema vuoi che siano, questi signori cinesi? E’ una famiglia normalissima, di gente educata, i bambini salutano, la nonna saluta, la mamma parla pure italiano. Che pregiudizi, ‘sti vecchietti veneti. Noi veniamo entrambi da palazzine in cui eravamo praticamente gli unici italiani, sai che problema una famiglia di cinesi!

La vicina ci racconta che inizialmente non vollero pagare l’allacciamento al gas e si portarono in casa le bombole di metano. Cavolo, in effetti ci puoi rimettere la casa. Però oramai, come dire, era acqua passata.

Il vicino è innervosito perché nonna-cina ha levato da un angolo del giardino condominiale due vecchie ortensie mezze morte ed oggi, nonostante le abbiano detto che non si può, ci si è fatta un orto e ci coltiva roba sua. Ogni tanto qualcuno le dice che non ci si può fare l’orto privato nel giardino condominiale, lei dice “Sì! Sì! Capito!” e la mattina dopo è di nuovo lì che zappa. Il Tecnologico ed io ci facciamo una risata, ok dai la questione di principio, ma chissenefrega se la nonna si lavora due metri per due di terreno nascosto?

Un altro vicino s’è legato al dito che questa famiglia s’è messa la sua antenna in balcone in barba ai regolamenti condominiali che impediscono di avere roba appena a vista. Un altro lamenta che non si sono mai riparati un vetro rotto e da fuori si nota. Io faccio spallucce a tutto, ok dai, gli si dirà con calma di attaccarsi all’antenna condominiale. Se non riparano il vetro forse è perché non hanno i soldi. Amen.
Finchè un giorno arriva un bel gruppetto di zingari in pieno giorno, scassina il portone del palazzo, rapina il cina-appartamento e se va fischiettando, in luce piena, con la certezza della mancata denuncia, cosa che puntualmente corrisponde al vero.

A quel punto inizio ad essere perplessa anche io.

Succede poi che per le scale si inizino a fare incontri equivoci. Molta gente. Troppa gente! Tutti diversi. Tutti cinesi.
Alcune signorine estremamente attraenti ed altrettanto nude salgono le scale a sera tarda, guardandoti con disprezzo quando le incroci. I bimbi beneducati non si vedono più. Chiunque sia lì dentro, non paga le pulizie delle scale. Poi non paga le spese condominiali.
Poi non paga nemmeno l’acqua.
Poi ti viene il dubbio che non paghi nemmeno il gas.
A quel punto lo spettro delle bombole di metano in casa riappare. Ovviamente nessuno può farci nulla. Chi va e viene non sa, non risponde, non parla e se parla non parla italiano. Nè inglese. L’amministratore non ci può far nulla. I vigili non ci possono fare nulla. I debiti si accumulano.

I pregiudizi dei vecchietti veneti si sono rivelati verità fondate. All’ennesima ondata di gente davvero equivoca che inizia a navigar per le scale, ti fai due chiacchere con un caramba. Il caramba ti dice cose molto rassicuranti, tipo: oh e per fortuna che voi avete i cinesi! Dove hanno venduto ai nigeriani hanno le invasioni di scarafaggi e nessuno ci può fare una beata sega!

Insomma tu compri una casa, con la prospettiva se la salute ti assiste di continuare a pagarla per il resto della tua vita. La scegli con prudenza, la tieni con amore. E ti trovi a considerare che forse la tua polizza non copre voci come “sventramento da esplosione causa incuria di inquilino clandestino in altro appartamento”. Non fa bene al tuo fegato.

Ogni tanto passo davanti al negozio del Signor Piero e gli lancio silenti maledizioni ed occhiate malevole.

Il signore anziano del 3/b è rimasto solo. Dicono che venderà.
Fai la faccia scura. Vuoi vedere a chi vende. E guai, stavolta, se si sogna di metterci dentro strana gente.

Che non si sogni, il signor Giovanni, di vendere ai cinesi. Mi sorprendo a pensare che dovrà pure esserci una qualche bega legale per mettere i bastoni tra le ruote ad un eventuale acquirente sgradito. Ci sono? Non ci sono?
Guardo con simpatia alla rompicoglionitura preventiva.

“e il Piave mormorava: non passa lo straniero”

il doppio dei neuroni, la metà della pazienza

Insomma succede che per quanto tu intenda essere discreta, riservata, tenerti la faccenda per te – anche per scaramanzia, per timore – ad un certo punto dalla tua anatomia risulta evidente che, come dicono le vecchiette dalle mie parti, “hai comprato”.

Le amiche me lo avevano raccontato, sicuro. Episodi su episodi. Lo avevo letto nei forum, lo avevo letto dai blog. Non è che non ci avessi creduto, è che quando te lo raccontano non è mica come quando lo vivi: nel momento in cui la pancia diventa evidente e tu assumi l’aspetto e l’incedere di un’ippopotama di media taglia, ecco, in quel momento lì per il resto della gente tu perdi i diritti civili.

Chiunque, comunque e dovunque, in preferenza vecchie zie e perfetti estranei, inizia a parlare di te come se non esistessi in quanto persona, ma solo come incubatrice semovente. Il loro vissuto si trasforma immediatamente e senza possibilità di smentita nel tuo futuro. La saggezza popolare diventa la Bibbia secondo cui dovresti vivere.
Chiunque ha un parere su qualunque cosa tu stia facendo: se mangi e perché mangi e quanto mangi e cosa mangi, se bevi – e mica alcoolici, sia chiaro – quanto bevi cosa bevi dove bevi e come lo zuccheri.

Per esempio, io lo zucchero lo odio. Il caffè lo bevo amaro (SEI PAZZA?! IL CAFFE’ IN GRAVIDANZA??), i dolci non li mangio volentieri (SEI PAZZA! LA BAMBINA, LI’ DENTRO, ADORA I DOLCI!), le bibite gassate non le sopporto ed il mio consumo di succo di frutta è di uno alla settimana. Cosa bevo? Acqua, visto che non posso bere vino.
Acqua. Fuori frigo? Non ti disseta! (?) Fredda? Fa male alla pancia (?). Liscia? Non ti aiuta a digerire! Frizzante? Tutte quelle bolle! Eppoi non ha le vitamine (!?!).
Considerando la quantità di frutta che la mia Nazicologa mi ha “consigliato” di mangiare, io in questo momento sono una vitamina che cammina. Ho sete. Bevo acqua. E invece no!

Mangiare? Tralasciando la lista infinita e totalmente insensata degli alimenti di volta in volta considerati proibiti o desiderabili, che spaziano dal broccolo verde al kiwi al pollo alla carne di maiale a seconda dell’indesiderato interlocutore, non c’è un motivo al mondo per cui una perfetta sconosciuta in coda alle poste mi chieda quanti chili ho preso.
Solo 4? TROPPO POCHI! SEI PAZZA? DEVI MANGIARE PER DUE!
Solo 4? Ah ma vedrai, si ingrassa solo negli ultimi due mesi, io nei primi sette ero addirittura dimagrita!

Lavori? Follia! Non lavori? Pigrizia, latrocinio! Guidi la macchina? E MAGARI TI LANCI ANCHE COL PARACADUTE EH!

Tralasciando l’argomento gatti, per cui oramai sono in acido ed appena uno li menziona mi metto ad urlare “basta con queste puttanate medievali” (in almeno 10 mi hanno consigliato di DARLI VIA), e l’argomento parto-splatter (peggio che un brutto film di guerra raccontato fuori dal cinema), ci sono alcune cose che mi danno veramente, ma veramente fastidio.

La prima è il mal comune mezzo gaudio di coloro dotati di figli-attila: finalmente capirai, vedrai, i figli non è vero che li educhi, i figli fanno quel cazzo che vogliono loro. Io piego la testa come fanno le civette, e penso ai miei gatti, che per l’appunto fanno quel cacchio che vogliono quando vogliono e come vogliono, e sogno di demandare ogni velleità di educazione al Gatto S., signore e padrone di casa nostra e futuro Re dell’Universo. In fondo si è letto di bambini allevati dai lupi, no? Una allevata dai gatti non sarà poi così male.
Scherzi a parte, è orribile avere davanti una persona che ti dice: io non ci sono riuscito, quindi sicuramente non ci riuscirai neanche tu.

La seconda sono quei genitori che non vedono l’ora di sfinirti coi loro racconti, ma fino ad oggi si sono tenuti perché non c’era mai la scusa buona. Ora mi rovesciano in testa ore ed ore ed ore di “IL MIOOOO BAMBINOOOOO blablablabla”. Finché dal profondo del cuore m’è uscito un “da quando sono incinta i bambini altrui non è che mi piacciono di più…MI PIACCIONO DI MENO!”, per cui probabilmente verrò scomunicata, ma almeno per alcuni mesi sono salva dall’ipoacusia.

La terza sono quelli (NB: intendo amicizie storiche) che hanno reagito come se li accoltellassi, come se la notizia di questa gravidanza fosse una prova del fatto che in fondo non puoi fidarti di nessuno. Ne conto più di uno – sono tutti maschi – che dopo una reazione tra l’incredulo e l’infastidito sono letteralmente svaniti. Ad uno ho pure mandato un sms con scritto: oh, ma vai trà, non è mica tuo, non è che lo devi mantenere tu. In alcuni casi ha l’amarissimo sapore dello sbaglio protratto, cioè dell’aver per anni coltivato un rapporto credendo che potesse emanciparsi dalla fase iniziale, non propriamente di amicizia, per poi realizzare che “sono incinta” suona come “mi è sparita la gnocca da lì in mezzo” e questo è molto, molto male.

La quarta sono quelli che ti toccano. Ma mica gli amici, la gente per strada. Gente mai vista che ti mette una mano addosso perché ritiene che la pancia – che fino a prova contraria contiene ancora i MIEI organi interni, compreso il fegato, ed è mia carne e mia pelle! – sia una specie di Svizzera, una terra neutrale che non è che proprio proprio appartenga alla crista che stai toccando.

La notizia buona in questo caso è che invece di addolcirmi, di diventare una di quelle deliziose signore della pubblicità, che si abbracciano luminose il pancione con gli occhi a cuore e l’aria saggia, a me è tornato l’orrendo carattere dei venti anni, a protezione di mia figlia in fieri e della mia persona.

Per cui alla signora che, ad una mostra, mi ha piazzato una mano sull’ombelico senza neanche dire “posso?”, anzi sostenendo “Scusi, sa, ma quando crescono sono irresistibili”, ho risposto serafica: “Guardi, mi son cresciute anche le tette, magari al marito fa piacere tastare?”.

Sì, ho testimoni.
E’ proprio il caso di dire “fate largo”.

le ventiquattrore cruciali della tizia col bozzolo

Primo

A distanza di anni, io mi ricordo esattamente dove ero in quel momento.
Stavo tornando in ufficio dall’azienda di un cliente, in piena città. Era un venerdì e c’era sole, non tanto da morire di caldo, abbastanza da stare in maglietta.
Ho risposto al telefono, e ad ogni parola sentivo l’allegria diventare noia, la noia fastidio, il fastidio irritazione, l’irritazione rabbia. Dopo cinque minuti, riattaccando, al posto della rabbia è subentrato un senso di inutilità, di stanchezza, di già visto insopportabile. Ho parcheggiato davanti ad un centro commerciale e sono andata a comprarmi una bottiglietta d’acqua. E già che ero lì, un paio di scarpe nuove, che il giorno dopo si andava a ballare. Il giorno dopo era zeppo di novità. Il giorno dopo era tutto mio.
Gli ho mandato un messaggio il cui senso era “Grazie mille, ma io adesso anche scenderei”.

A distanza di anni, lui chiede di me ad un’amica. Sono passate due vite, per me, per lei – a cui lui domanda – e pure per lui. E’ come cambiare pianeta, ed ogni tanto chiedersi se lì, sulla Terra, in quella strada ci sarà ancora quel bar-tabacchi. Lei, come è nella sua natura, abbozza e schiva, para per interposta persona. Lui le racconta che non ha mai capito perché sia finita. A dire il vero nemmeno come. Ad essere proprio onesti onesti, neppure quando.
Sostiene di avere ricevuto un sms con “tante grazie ma io adesso anche scendo”, e cari saluti.
E’ pure vero. Modestamente, se c’è una cosa che ho sempre saputo fare bene è andarmene.

Secondo

A distanza di anni, io mi ricordo ancora esattamente la sensazione, quello stupore inaspettato, quando sono scesa dal treno e me lo sono trovata davanti. Io col mio bozzolo, frutto di venti anni di specializzazione, una maniera di vestire e comportarsi tale da essere più neutra ed invisibile possibile. Lui, un quattordicenne con la carta di identità chiaramente balorda. Roba da chiedergli “Ma che davvero hai la patente?”. Ovviamente mi è piaciuto subito. Ovviamente era proprio quello che mi ero ripromessa di non farmi piacere. Troppa rogna. Troppo serio. Troppo ingombrante come personaggio.
Per l’appunto.
A distanza di anni, anche lui ricorda lo stupore inaspettato di quando è venuto, un paio di ore dopo, a bussare alla porta della camera per chiedermi se fossi pronta. E io avevo tolto il bozzolo – sempre venti anni per affinare la tecnica – ed ero pronta per parecchie cose. Il bozzolo lo aveva un poco depistato. Del resto mi è capitato che non mi riconoscesse mia madre, una volta: era talmente abituata alla versione bozzolata che quando m’ha vista vestita per uscire ha fatto la faccia da “chicazzoèquestaquiincasamia” e ci ha messo una decina di secondi prima di ripigliarsi e dirmi “Sei bellissima”. E’ stata l’unica volta che me l’ha detto. Mia madre, sia chiaro.
Lui, lui dice di odiare il bozzolo, ma non è mica vero.

Contorno

Il modo migliore per far andare via una persona di solito è trattarla di merda.
Anche non ascoltarla mai può ottenere buoni risultati. Così buoni che anche se sei bellissimo, se mi hai salvata da un periodo più nero del nero semplicemente con la tua leggerezza e la tua allegria, anche se per questo ti sarò eternamente debitrice, io magari scendo. Magari scendo quando mi ricordi per la ventesima volta che il giorno tale fai una festa, e cosa faremo e come lo faremo e quando, ed io sono costretta a ripetere per la ventesima volta che si sposa una delle mie amiche più care a 700 km di distanza esattamente il giorno che tu hai scelto per la festa. Magari scendo perché non ho voglia di sentirti mugugnare, mentre penso che a furia di parlarti di lei, della sua storia, della mia, di come ci siamo conosciute, avrebbe dovuto rimanere aggrappato ad un neurone non dico il calendario dell’evento, ma quantomeno il concetto “lei quel giorno sta a 700 km”. Magari scendo perché mi chiami in pieno orario di lavoro, mentre torno da un cliente, e per la ventesima volta ti offendi perché antepongo UN MATRIMONIO alla tua cazzo di festa. Di merda. Con musica di merda. Con gente che mi sta sui coglioni. Il migliore è uno che Lord ha ribatezzato “la zecca sporcapantaloni”, perché oltre ad essere un discreto scroccone, si pulisce le mani unte SUGLI ALTRI, come i bambini di due anni. Ma c’è anche quella che a tavola ama intrattenere i commensali spiegando che ogni due settimane cambia “fantasia” alla rasatura intima. Quella del momento, se non mi tradisce la memoria, è una freccia verso… vabbè. Insomma io preferisco il matrimonio della mia amica. Che orrore. Tu riattacchi.
Io accosto. Mi compro un paio di scarpe, che il giorno dopo esco a ballare. E ti mando un messaggio, perché magari scendo qui.

Caffè

A distanza di anni, io mai più avrei pensato di sentirmi dire, di questa storia specifica, “non ha mai capito com’è finita”. Nemmeno di vestire improvvisamente i panni di quella che scarica gli inermi con un sms. Ancora meno di essere, per una volta, quella con le idee chiare, che io lo so benissimo com’è finita: che il giorno dopo ho preso un treno per andare a ballare, ed al binario c’era il Tecnologico.

E quando quella sera mi ha chiesto se c’era un altro a casa, perché é uno di quelli che se c’è fila non si mischia, ho potuto in completa, totale e leggerissima onestà rispondere di no.
I dieci centesimi meglio spesi in vita mia.