Quattro.

Belgio.
Londra.
Brasile.
Messico.

Sono un poco frastornata. Nel giro di pochi giorni, 4 tra coetanei ed amici mi hanno detto “Parto” ed hanno, o stanno per, cambiato/cambiare nazione.
Oplà, detto fatto. Pensando alla professionalità di ognuno (chi molta, chi niente, chi coprirà uno specifico ruolo che da noi non esiste, chi aprirà un baretto sulla spiaggia, chi esporta…il sindacato) mi scopro assolutamente priva di qualsiasi preoccupazione o stupore.
Vanno a star meglio, poco da fare.

Solo che non so, non avrei mai pensato alla mia generazione come ad una generazione di emigranti. Lo so che provano a venderla come generazione cosmopolita, cittadini del mondo, multicultura, multilingue: è una cagata pazzesca. Se te ne vai perchè qui non lavori ed invece a Cippirimerlo il lavoro te lo tirano dietro, non sei un cittadino del mondo, sei uno che emigra per necessità.
E ancora, non avrei mai pensato che mi sarei trovata nella fase “adulta” della vita a guardarmi intorno e vedere gli amici partire, andare, saltare, volare via.
Così tanta, tutta insieme. Una cosa da dopoguerra, nel nostro piccolo.

E soprattutto, Lei.
Una delle quattro persone, quella che va più lontano, che è la persona che più ho vicino.
E la gioia per il sorriso che ha di fronte a questo traguardo si mischia ad un dolore incredulo, sordo, tamponato alla bell’e meglio dal non rendersi ancora conto.

Una volta ho raccolto una gazza. Una cosa grande come un pugno di bambino, piumosa e calda. E col contagocce, e col mangime fatto a palline con l’acqua, e con le ciliege tagliate in fettine millimetriche, il pugno di piume è cresciuto quel tanto da iniziare a volarmi sulla mano, e
protestare per la lentezza mentre affettavo frutta con una cura che manco un chirurgo.
E poi dalla mano ha imparato a volare sull’armadio.
E poi nell’altra stanza.

E poi è venuto il momento di aprire la gabbia, con tutta la mia paura da “mamma italiana media”, col terrore che non sapendo io volare, figurarsi insegnarlo, e manco lei sarebbe riuscita a farlo davvero.
Stronzate, ovviamente. Due passettini, uno svolazzo di prova, e poi via. In aria, spedita verso gli alberi, libera.
Ed io, che mi sono lasciata morire, piano piano, il malatissimo gatto vent’enne tra le braccia, ed altri prima di lui, senza versare una lacrima, mi sono sorpresa a piangere per quella gazza, di orgoglio, di paura.
Di nostalgia.

Questo giro di giostra è quasi uguale.
Così uguale che provo a non pensarci, perchè altrimenti mi sentirei come la bambina di Blow.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...