the first cut is the deepest?

Avevo tre anni. Ci stavamo traferendo da una città di mare alla più profonda campagna veneta. In casa con mamma e me arrivava la nonna. Non capivo perchè la nonna veniva a prendere il posto di papà. Ma ero abituata ad essere una bambina tonta: non capivo mai niente. Non riconoscevo la gente, non capivo i “ciao tesoro ti ricordi”, le facce per me non avevano senso. Eppure io ho memorie perfette, precise, di cose viste in età in cui la memoria non dovrebbe ancora esserci. Io sono in grado di disegnare la pianta di una casa in cui ho vissuto fino ai due anni, per dire.
E’ sempre stata la mia disgrazia e la mia fortuna: ricordo TUTTO. Ogni parola detta, io la ricordo. Ogni parola scritta. Ogni momento. Una sola cosa non ricordo mai: le facce, le persone. Per me le parole raccolgono tutta la vita del momento. I volti svaniscono appena girato l’angolo.

Ci stavamo trasferendo e mia madre, credo per avere tregua, mi raccontò della bambina piccola che sarebbe stata una “sorellina” e che viveva laggiù, dove stavamo andando. Non so se mi mentì in coscienza o se l’essere la bambina tonta che ero abbia aiutato. Io capii: “sorellina”. Niente altro.
Una volta arrivati, la sorellina era un neonato in braccio alla vicina di pianerottolo, la casa vuota, di mare neanche l’ombra e di papà neanche. Me lo ricordo, quel neonato. Una delusione cocente. Come si gioca, con un neonato, quando hai tre anni? Come si abbraccia un neonato, quando hai tre anni e tutto quello che vuoi è vedere di nuovo il mare dalla finestra del salotto, e invece ci sono una chiesa ed un campo da calcio?

Eppure.
Quel neonato, che poi era una neonata, è la mia migliore amica. La migliore di una vita. Non saprei dire altro. L’unica. La sola. La più splendente dimostrazione che l’amore non è solo romantico e che la parentela non è solo sangue. So di avere avuto culo, sia chiaro. Il pianerottolo, certo. Gli anni dopo. Il liceo. La sua università lontana, ma non troppo. Il suo primo lavoro. Il giorno che abbiamo firmato per una casa assieme. Via Qualcosa numero sedici. Cinque anni meravigliosi a coronarne altri 27.

Lui invece è arrivato tardi. Tardi rispetto ai tre anni.
Una decina di anni dopo. Bellissimo, biondissimo, l’idolo delle mie amiche. Due palle totali, e “quello di qua, e quello di là, e facciamo le vasche in centro che magari c’è quello”.
Io avevo già il mio personale idolo ed inferno adolescenziale, Sua Biondezza mi lasciava indifferente.
Sono passati più di vent’anni. Lui è stato il primo a dirmi “prima di conoscerti io non credevo si potesse essere amici di una donna”. Con lui ho riso pianto litigato ballato e combinato alcune delle peggiori nefandezze. Con lui abbiamo mollato una tizia in autogrill, nell’era pre cellulari. Con lui sono andata in ospedale a trovare mia madre, e con mia madre sono andata a trovare lui. Con lui non ci siamo parlati per 3 anni dopo una lite. Con lui sono me stessa come neanche davanti allo specchio, come neanche coi miei fratelli, come neanche col mio gatto. Con lui corro a prendere la pioggia in testa.
Lui quella notte in barca sapevo che le cime erano al loro posto, che camminava fuori solo per prendersi il temporale in faccia.

Loro, entrambi, vanno via.
Lei è già andata.
Lui sta andando.
Altro continente.

Io ho le mani piene, ma non mi sono mai sentita così sola in vita mia.
Neanche quando avevo tre anni ed improvvisamente il sagrato fuori dalla finestra al posto del mare.

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3 pensieri su “the first cut is the deepest?

  1. Fa male la lontananza, certo, ma se puoi pensa alla fortuna di avercele queste persone nella tua vita, anche se saranno fisicamente lontane migliaia di km. Sai che torneranno e ci saranno di nuovo tante risate e abbracci, anche se meno spesso di quanto vorresti.
    Ti capisco e vorrei farti coraggio! :)

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