Ma quanto sei figa, tu.

Da ragazzina, io, modestamente, ero un discreto cesso.
Magrissima, ossuta, con un cespo di lattuga al posto dei capelli, l’apparecchio, gli occhiali grossi ed un abbigliamento grottesco dovuto alle fisime multicolor della mia PER SE’ elegantissima madre. Se poi si conta che gli unici interessi della mia vita erano il cavallo, Proust e il Milan, si capisce che non solo non c’era l’aspetto, ma manco una vaga punta di atteggiamento a darmi una mano.
Per contro, la mia amica del cuore delle medie era la più corteggiata della scuola. Intelligentissima, sportiva, curata, impegnata, consapevole di essere una femmina e, cosa più importante di tutte, dotata di tette.
Facendo della dietrologia, io credo che questo sia stato l’inizio del mio decennale rapporto con quel genere di donna che è figa solo lei e guai a te se pensi il contrario: il mio essere totalmente e completamente insignificante nell’età dello sviluppo.

Quando siamo andate al liceo sono successe un paio di cose: io ho tolto l’apparecchio, ho scoperto le lenti a contatto (dopo aver perso enne paia di occhiali a causa di atavica tendenza all’entropia) e la parrucchiera cui mia madre s’era rivolta per domare la matassa aggrovigliata le ha suggerito di, semplicemente, lasciar crescrere l’intrigo di ricci finchè non li avesse tenuti giù la mera forza di gravità.
(Per la cronaca, la scrivente ha ancora al momento attuale i capelli che arrivano ad altezza sedere.)
L’altra cosa è che alla mia amica A. è venuta l’acne. Noi due, come spesso accade, non ci siamo accorte di nulla: nelle nostre dinamiche lei era la strafiga ed io la simpatica bruttina ed andava bene così.
Finchè un giorno il tizio più grande ed “introdotto” a cui lei mirava, assolutamente certa della propria attrattiva, ci ha fermate mentre aspettavamo l’autobus fuori da scuola, un sabato. Lei gli ha chiesto “Che fai oggi?”, perchè sedicenne = motorino = sabato in centro nel posto giusto = grossa scalata sociale.
Lui invece a chiesto a me “Ti posso accompagnare a casa, vuoi un passaggio?”

Lì ho perso un’amica. Anche se odio ed ho sempre odiato i motorini e gli ho balbettato “grazie no”.

A diciotto anni, quando oramai la sindrome del brutto anatroccolo era quasi acqua passata (via, tutte le ‘una volta bruttine’ del mondo sanno che la sindrome non passa mai, o ti stronca comunque o comunque invece ti regala una sorta di consapevolezza di te che prescinde da quello che hai addosso. Io grazie al Cielo ho la seconda patologia) ed ero abbastanza consapevole del potermela giocare salvo clamorose uscite dal range medio (ovvero comparsa di modelle, o maniaci della sesta di reggiseno, o profferte sessuali distanti dalle mie corde), ero in vacanza con un’altra amica di quelle che ce l’hanno soltanto loro, o comunque soltanto loro in oro bianco e brillanti, e scostati tu che mi respiri l’aria intorno.
Io ero carina, con la testa abbastanza sulle nuvole e venivo dal profondo veneto.
Lei era carina ma in maniera assai più aggressive, era attiva sessualmente già nel mio periodo cavallo-milan-pesante letteratura francese, ma soprattutto, sopra ogni cosa, era di M I L A N O. E non mancava MAI di ricordarti che a Lei, in quanto DIMILANO, Dio aveva dato mille passi avanti a te, NONMILANESE, in fatto di moda, usi, costumi, consumi & società.
Poi il fatto che fosse della MilanoStraricca aiutava molto.
Insomma siamo in vacanza nel nostro paesino marino di sempre (l’unico modo in cui una ‘come me’ può conoscere e frequentare una ‘come lei’) e stiamo andando all’unico bar del paesino, ritrovo di tutti, quando appare, accucciato accanto ad un tavolino, preso dalla conversazione con qualcuno, un tizio che è la prova vivente dell’esistenza di un Dio. Una cosa PAZZESCA. Sono passati quasi vent’anni, ma ancora mi ricordo perfettamente l’effetto: improvvisamente sembrava l’unica cosa a colori in un mondo fatto in scala di grigi.
Solo con la bellezza. Biondo, snello, occhi azzurri, lineamenti finissimi, un’andatura morbida, da gatto.
Inutile dire che lei m’ha guardata e m’ha detto “E’ mio”.
Ed io le ho risposto, con la noncuranza di chi sa di aver perso in partenza:
“No. A chi vince, pizza&birra”.

Ed incredibilmente, la noncuranza di chi sa di aver perso in partenza è stata fatale. Per lui. Che come nella migliore delle tradizioni, ha deciso che l’unica che valeva la pena era quella noncurante.
Però io pizza&birra non le ho avute. Perchè “giusto i provinciali come te possono divertirsi in questo posto moscio, io torno AMMILANO”.
Per la cronaca nuovamente, io e la meravigliosa creatura siamo stati insieme più di un anno. E la meravigliosa creatura aveva un meraviglioso segreto che nascondeva
bene, ma non abbastanza: il meraviglioso amore per esponenti del suo stesso sesso.
Quando una dice “che culo”.

Non paga di “io valgo, voi un cazzo”, anni dopo mi sono imbattuta in due nuove versioni dello stesso tormento: la Diva e il Rosicone.
La Diva era una tizia più grande di me, un quintalone di signora ingioiellata, che aveva messo gli occhi sul mio moroso dei tempi e che invitava continuamente me per vedere lui. Lui sgusciava via come un’anguilla impazzita ed io mi cuccavo serate a base di sguardi d’odio e di “caaaraaaaa” con voce il falsetto. La frase storica fu “Non posso credere che rinunci ad una donna come me per quella sciacquetta”. Sono sicura che anche lei però si ricordi la mia.
“Cara, ti deve essere passata la cellulite al cervello”.

Il rosicone invece equilibra i conti.
Il rosicome era brutto. Brutto brutto. Brutto brutto e noioso. Brutto, brutto, noioso, e pedante. Brutto, brutto, noioso, pedante e ometto medio, tutto calcetto, partita della domenica e biliardo con gli amici.
L’ho conosciuto con uno dei suoi amici. Schivo, riservato, spiritoso, carino. E Milanista.
Qualche tempo dopo, Schivo ed io eravamo alla fase due cuori ed una panda e Rosicone dichiarò agli amici che io evidentemente ero una povera mentecatta, perchè scegliere a quel modo tra loro due, signori, era “poter avere la cioccolata e invece mangiare la merda”.

Che dire, donne?
Ce li hanno anche loro.

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7 pensieri su “Ma quanto sei figa, tu.

  1. Grazie, mi compiaccio di essere la fautrice della tua voglia di scrivere questo spaccato di vita visuta. ; )

    “Se poi si conta che gli unici interessi della mia vita erano il cavallo, Proust e il Milan…”
    Sostituisci con Jules Verne e l’A-Team (il cavallo anch’io) ed eccomi!

    • sì, sei decisamente la fautrice, anche se poi mi sono data una regolata perchè più raccontavo più pensavo che tutto sommato è sempre stata la storia della mia vita, stare con qualcuno che avesse una spasimante che si tormentava perchè “io sono molto meglio perchè non stai con me”.
      Cioè a me, non so chi altro può vantarsene, è capitato che una tizia, ex del mio moroso, gli dicesse, testuali parole: “MA COSA C’ENTRA, CHE SIETE A CASA DI AMICI SUOI E TU NON HAI LA MACCHINA (eravamo a 600 km da casa, in vacanza nella regione di ‘sta matta)…DILLE UNA BUGIA, TI STO VENENDO A PRENDERE”. Tipo: oh, chiudi nel cesso la tua donna che andiamo a scopare.
      Ma io vorrei capire la gente, giuro.

  2. ….Ehm….ti ricordi quella bella mail sul ”quante cavolo di cose abbiamo in comune ommiodddio”? Ecco, facciamo che la portiamo avanti… :)
    Solo che, boh…anche c’ho avuto lo sviluppo tardivo….e campavo di cavallo e film…..solo che…ri-boh….ancora adesso campo di cavallo e film…pfff!!!

    (pure sulla “questione capelli” stiamo messe uguale!!!!!)

    p.s. Splinder sta per chiudere bottega. Non so quando mi dovrò trasferire tutta la baracca…immagino qui o su Blogspot….doble boh!

    • e… signori… E TRE!! tre donne e tre cavalli! cazzo che bella cosa i blog e le affinità elettive!!!

      ho letto sul tuo blog che chiude splinder…vabbè io ho la tua mail e l’altro blog, in caso ti ritrovo comunque…

  3. Pingback: la differenza tra me e lei | Rem tene, verba sequentur. O anche no?

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