nostalgia deriva da nostos e nostos vuol dire ritorno

Venerdì sera ci arriva in contemporanea un sms di un amico:
“Domani ore x al posto y, non avvisate nessuno, vi devo parlare, tranquilli è una bella cosa”.
Il Tecnologico ed io ci guardiamo. Pensiamo subito ad un bimbo in arrivo, non fosse che il mittente un bimbo lo ha già e molte volte ha chiarito di non volerne altri. Rileggo “tranquilli, è una bella cosa”.
Per le buone notizie ho sempre tempo, rispondo.

Il giorno dopo all’ora x nel posto y c’è il nostro amico, che ci confessa che dovremo aspettare perchè “deve arrivare un altro amico” e la notizia può essere svelata solo dopo l’arrivo di questo amico sconosciuto a tutti.
Strano, siamo noi i tuoi amici. Siamo noi i tuoi amici da vent’anni, chi diamine è questo amico sconosciuto imprescindibile?

Mentre aspettiamo alzo la testa e guardo dietro alle spalle del Tecnologico.
E ti vedo arrivare.
TI VEDO.
E mi metto a correre, con tacchi e tutto, e tutto quello che mi viene da urlare è “ma brutta puttana!!”.

Tornata, così a sorpresa. Dall’altro continente, dalla nuova vita, a quasi un anno dalla partenza.
Dai momenti rubati su skype, dalle nuove abitudini, dal non avere la mozzarella e neanche il prosciutto crudo e dalla cagnolina malandatissima recuperata per strada che ha sostituito il gatto altrettanto recuperato che è rimasto in Italia con me.
Non per restare, eh. Solo per pochi giorni.
Ma intanto.

Avrei così tanto da dire che non so da dove iniziare.
Leggo ogni giorno blog di persone che si sono trasferite lontano. India, Stati Uniti, Brasile. Ho una cugina in Congo, un amico carissimo in Cina.
Leggo di persone felici, leggo di persone preoccupate, preoccupate da ciò che trovano, preoccupate di ciò che lasciano.
Non ho, invece, mai letto un blog di “un rimasto”, di una come me, che un giorno pop-là!, la persona più vicina a te sul pianeta cambia continente e sei improvvisamente pieno di cose in mano che non sai più dove appoggiare.

Io sono felice della tua scelta. Lo sapevo che sarebbe venuto quel giorno, lo sapevo dai tempi del liceo, lo sentivo dentro che quel bisogno di avventura e scoperta era troppo grande perchè una città di provincia bastasse a placarlo, nè il crescere, nè il lavoro, nè gli affetti. Lo sapevo e basta, eppoi se vuoi bene a qualcuno lo vuoi appagato, lo vuoi radioso, lo vuoi vivo, non importa quanto vicino sia, non importa stare sempre attaccati, non importa se non puoi seguirlo.
[giuro che questo concetto l’ho imparato a 9 anni da un gatto, ma questa è un’altra storia. pensandoci, la sai già.]

L’altra cosa che sapevo era che sarebbe stato difficilissimo tacere la miriade di pensieri dolenti a favore dei positivi, ma soprattutto il non tacerli tutti, perchè è vero che se ti attacco la pezza non va bene, ma non va bene nemmeno che tu parta credendo che la tua assenza sia qualcosa di indifferente, di facilmente colmabile, di secondario.

Perchè poi per tante altre persone è così, di fatto. Il quotidiano è un bisogno. Parlare con qualcuno, bere un caffè, confidarsi, esternare, mangiare, uscire, sono bisogni. Se non c’è tizio, c’è caio. La vita ti fagocita, un posto resta vuoto, il secondo in lista scala e lo riempie.
E la persona che è partita quel secondo in lista non ce l’ha. I “rimanenti” ti dicono “ti scrivo, chattiamo, raccontami”, ma poi hanno le pulizie di casa, il figlio, il calcetto e la pizza. Gli altri hanno gli altri. Gli expat all’inizio chi hanno? Il partner, alle volte. E poi?
Il nulla.

Lo vedo, l’ho visto.
A me non è successo. Sono lenta nell’amicizia, e fedele, e cauta.
Hai un posto nel mio cuore talmente enorme che il resto del mio mondo non è neanche andato vicino a colmare quel vuoto.

Non me ne frega niente, di colmarlo.
Perchè ti vista ed era colmo di suo.
La cosa che più mi sconvolge è la normalità dell’averti accanto. Dovrebbe essere qualcosa di esaltante.
Dovremmo abbracciarci e piangere. E invece no.
Ci abbracciamo e ridiamo. E ci beviamo su. Ed è normale, pazzescamente normale, non ti sei spostata di un centimetro, siamo allo stesso punto, con le paranoie sintonizzate e la capacità di capire perfettamente cosa dice l’altra mentre si lava i denti, a “mmmmhhhmmmm” e “gluuugluugluuu”.
Come diceva King, “E’ tutto lo stesso.”

Dovevamo saperlo, eh. Per due che hanno diviso un bagno per sei anni, cosa vuoi che sia avere l’oceano di mezzo?
Sì, lo so: più acqua.

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22 pensieri su “nostalgia deriva da nostos e nostos vuol dire ritorno

      • Ho un trasferimento mooooooooolto dolente e l’Amica americana. Comunque non è un luogo comune: la distanza è sicuramente una gran rottura di balle, ma può anche essere un’opportunità. Del tipo che grazie ad Amica americana io mi sento con un piedino negli Stati Uniti e il solo pensiero mi fa sentire fortunata…

          • Puoi dirlo. Pensa che di tutta la mia famiglia (nonni, genitori, fidanzato, suoceri, cugini) io sono l’unica nata-cresciuta-studiata-lavorata sempre nella stessa città, avvinta come l’edera. E non me la somo cercata: é successo e basta. Non esiterei a cambiare né città, né stato. Non ho niente contro l’Italia, ma sento di avere un’anima gipsy con la quale dovró fare i conti prima o poi…

  1. bellissimo post.

    “se vuoi bene a qualcuno lo vuoi appagato, lo vuoi radioso, lo vuoi vivo, non importa quanto vicino sia, non importa stare sempre attaccati, non importa se non puoi seguirlo.”
    niente di più vero.

  2. Mi hai emozionata.
    Perchè mi ci rivedo molto nel tuo racconto.
    Anzi, CI rivedo, Noi, le 4 dell’Apocalisse, che siamo cresciute insieme (quella che conosco da meno tempo, l’ho incontrata 12 anni fa, per dirti.), che abbiamo condiviso bambole, banchi di scuola, traslochi, camere da letto, poesie, risate, canzoni, tragedie, errori, orrori, cibo e Vita intera, con la V maiuscola.
    Fino a 2 (cavolo, fa effetto… sono già 2…) anni fa, quando ci siamo divise tutte, cambiando casa, quartiere, abitudini, giro e, nel mio caso, città.
    Credo sia stato uno dei distacchi più violenti che abbia mai vissuto.
    Anche se sono a soli 700 km da LORO, la vita quotidiana ti fagocita, hai detto bene.
    Ci sono le telefonate, le lettere, le mails, skype, facebook, gli sms e le fughe di qualche giorno, sotto le Feste Natalizie.
    Ma è diverso.
    Del tutto diverso.
    A volte troppo diverso.
    Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita davvero persa e mi sono chiesta che diavolo avessi fatto e perché.
    Ho, inconsciamente, rifiutato le nuove conoscenze, perchè non volevo che diventassero nuove amicizie e, soprattutto, non credevo che potessero competere, in ogni caso, perché continuavo a fare paragoni con quello che abbiamo Noi da sempre.
    E’ bello quello che hai scritto. Bello e vero, come solo certi legami sanno essere.

    • io mi aspettavo, non so, di sentire i fuochi artificiali, di essere distrutta dall’ansia di passare insieme più tempo possibile… invece proprio siamo rientrate immediatamente nella normalità come se questo fosse sempre il nostro quotidiano, non so se riesco a rendere l’idea.
      Credevo di avere un vuoto dovuto alla sua assenza ed ho scoperto che non c’è nessun vuoto…PERCHE’ NON C’E’ NESSUNA ASSENZA :-)

    • Questo è un complimento d’oro e me lo tengo stretto.
      Poi detto da una che ha combinato quella festa a sorpresa lì, mi dice molto di più.
      (va detto che in amicizia ci vuole culo, come in amore: io ne ho avuto veramente TANTO)

  3. Che bello1 Mi fa venire in mente quando torno a casa e vedo i miei amici, sembra che non sia passato un giorno da quando ci siamo lasciati, anche se ci sono, individualmente, accadute tante cose. Il tuo è il mio primo blog di una “rimasta” e mi fa davvero tanto piacere leggere di come vivi tu la separazione. Hai ragione che certi tendono a dimenticare l’espatriato, in fondo non c’è mai, è colpa sua che se n’è andato. Mi sono sentita dimenticata a volte, ma non da tutti. E’ confortante leggere che capisci, che sai di come si è soli all’inizio nella “nuova vita”. Grazie del bel post e goditi questi giorni meravigliosi

  4. Gia’. Un partner e il nulla.
    Grazie :)

    Pero’ non sai quanto solleva sapere che c’e’ solo un po’ di acqua in piu’. Io e la mia amica, dopo un empasse temporaneo, ci siamo ritrovate come quando vivevamo nella stessa citta’. Sono davvero felice.

    • i miei venti tentativi di commento sul tuo blog erano tutti a quel post lì.
      immagino sia l’empatia per la situazione ma m’era preso un magone a leggerlo, e sono stata contentissima poi di aver letto l’epilogo.
      la mia amica ora è qui, ancora per pochissime ore, e nonostante il training autogeno che faccio per farmi avanti il meno possibile, così che riesca a vedere tutti, ti giuro che quello che provo veramente è il sentimento di Gollum per l’anello: tipo me la vorrei mettere in tasca, nascondermi in una grotta per tirarla fuori e guardarla solo io sibilando “il mio tessssssssoro”.
      no, ma giuro, non sono matta. almeno non sempre.

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