Ritratti (01)

Lui carica, condivide, elabora, appende solo foto di sè stesso. Sono centinaia, sono sempre state centinaia, c’è sempre stato lui da solo. Lui in rosso, lui in giallo, lui in bianco e nero, lui al mare, lui assorto, e ancora lui, e lui e lui.
Non è nemmeno egocentrismo: lui solo abita il suo pianeta, come un Piccolo Principe senza la rosa.

Guardo le fotografie e mi viene in mente che qualcuno deve pur averle scattate. Una la riconosco: sono stata io.
Quindi questo, penso, è l’unico segno di presenze umane nella tua vita: chi ti ritrae. Sei ridotto ad un oggetto, l’autore è l’altro.
Guardo le fotografie con un mostro, dentro, che ancora è cucciolo: vorrebbe mordere, ma non fa male. Non è rimpianto, non è rimorso, è una sensazione sabbiosa, che secca la gola.
Sono arida.

Una foto da ragazzino, lo sguardo strafottente, crudele. A sedici anni era già cattivo, era già un esteta della crudeltà, si studiava le mosse, le parole ed anche le vittime, leggeva libri che i nostri coetanei hanno scoperto adesso, rovesciava il suo essere differente e più scaltro sulla testa di quelli intorno, continuamente tagliente, sprezzante.
Era lo straniero, quello che veniva da una capitale europea, quello che parlava tre lingue, quello avanti, ricercatissimo, popolare, adorato.

Mi ricordo le spade, i coltelli, le lettere, i quadri, le parole: con lui ogni cosa era affilata, qualunque oggetto, qualunque argomento per quanto comune e familiare e neutro aveva la potenzialità di un’arma letale. Era in grado di ferire a partire da qualunque cosa.
E’ stato un maestro eccezionale.

Una foto da adulto, con un cappello e la camicia sbottonata.
Brutto. Stempiato. Il biondo scurito in un castano insipido, color topo. Non si vedono gli occhi, non c’è il mare.
Un’altra foto con lo stesso cappello. Ha studiato l’inquadratura, la foto è bellissima, lui è misterioso, gli occhi ancora non si vedono, il viso è in ombra.
Ancora una, stavolta in piena luce, la stessa espressione del sedicenne, gli occhi si vedono, lo sguardo è identico.

Mi viene da ridere, la bellezza caro mio, la bellezza se n’è andata. Puoi essere il bello e dannato solo se sei bello oltre che dannato.

Una foto da bambino, un sorriso contagioso, felice. Così pulito che mi fa strano guardarlo. Tutti hanno un “prima”.

E poi.
Ancora da ragazzo. La cucina dei tuoi. Riconosco la scena, è la sera del rincontro, questa foto te l’ho fatta io col cellulare. Non c’era il mare, ma era estate e facevamo finta, non ci vedevamo da dieci anni, c’eravamo appena presi a male parole al ristorante, per me fu il culmine della brutalità, con nessun altro mai nè prima nè dopo quel giorno sono stata o sarò feroce altrettanto.
Tu non te l’aspettavi, il nostro vicino di tavolo alla battuta finale s’è strozzato col caciucco, gli è uscito anche dal naso, s’è perfino scusato, tu ti sei appoggiato lentamente allo schienale della sedia, mi hai sorriso, hai sfiorato il coltello accanto al piatto appena appena, per spaventarmi.

Ma io non ho paura. Non sono arrabbiata. Non mi importa di non vederti altri dieci anni, è irrilevante, sei irrilevante, nemmeno avevo voglia di uscire a cena.

Perchè i nostri ricordi sono allucinanti per appartenere a dei ragazzini. Scarpate e pugni. Uno a terra uno sopra a bloccarlo. Tu che mi sfiori i contorni del viso con uno stiletto. Doppia lama a trapezio. Tu che mi punti una spada alla bocca dello stomaco. Maestri di Toledo. Tu che leggi Proust ad alta voce. Nessuna madeleine per noi.

Nella foto si vede appena un tatuaggio, lui sta ridendo con le braccia alzate sulla testa; dieci minuti dopo mi darà un anello, chiedendomi un banalissimo resto della vita.
A bella posta. A secco. Per creare il film. Ed a film creato, essere regista. E da regista, far male.
Non l’avevo mai sentito urlare, prima.
“Esci, vai via, via, via, vai fuori dalle palle”.

Così sono uscita, ho preso la macchina e dopo venti chilometri c’era il mare lì dove lo avevo lasciato.
A conti fatti tutto quello che ricordo davvero di te e’ prima c’eri tu e non c’era mare e poi all’improvviso era lì il mare e tu non c’eri, e che ho saputo dal primo istante di averci guadagnato, nel cambio.

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6 pensieri su “Ritratti (01)

  1. Vorrei dire bellissimo per come è scritto, ma il significato mi va molto oltre il bello. Sei riuscita comunque a farmi sorridere anche in questo post molto profondo con la frase “Puoi essere il bello e dannato solo se sei bello oltre che dannato.” Credo che ti ci abbia davvero guadagnato col cambio

    • Ale, che disperazione, ti leggo ti leggo e blogspot continua imperterrito a mangiarmi i commenti. La saga del baby shower è quasi meglio di quella di prego, ma per amor di Dio, mettiti una mascherina se usi solventi. Ecco, l’ho detto. :-)
      So di averci guadagnato col cambio, però senza gli anni “di formazione” che quella persona mi ha dato sarei sicuramente una persona meno felice, oggi.

      • eh ho immaginato che blogspot ti stesse sabotando, maledetto! E’ perchè sa che tu scrivi su wordpress e si vuole vendicare…
        Hai ragione, probabilmente, con un passato diverso alle spalle, ci si comporterebbe in maniera differente nel presente.
        Sono diventata brava con la maschera, ora me la metto per verniciare… le puliture ancora mi rimangono ostiche, ma ci proverò, promesso!

  2. Pingback: l’albero genealogico della disfunzionalità | Rem tene, verba sequentur. O anche no?

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