Kenya, diario minimo (01)

giorno 1

Partiamo in tarda serata da milano. In coda al check in ci siamo noi, una serie di cinquantenni danarose che già parlottano dei ragazzetti che vanno a trovare, qualche ventenne annoiata con tatuaggi improbabili (sembrano i titoloni di novella duemila), giovanni coppie col comune denominatore “lui tamarro-lei fichissima”. Sono tutti abbronzati, tranne noi. Mi vien da chiedere per cosa ci stiamo imbarcando, se per sbaglio abbiamo scelto una vacanza da vip annoiati, noi che sembriamo due cuccioli entusiasti allo sbaraglio. Tipo che la gente è in vestitino e tacchi sull’aereo. Io sarei partita in pigiama, visto il volo notturno.
Ovviamente non dormiamo neanche un minuto, nonostante l’ora e le mie goccine anti ansia da viaggio. Seduta dietro di noi c’è una famiglia, il figlio 13enne canzona la madre, apprensiva come me, a colpi di “quando è la tua ora è la tua ora, che ci puoi fare”. Scopro di non essere vecchissima: mi fa sorridere, i miei fratelli ed io avremmo fatto le stesse battutine fastidiose per scocciare gli adulti più tesi intorno.
Mentalmente lo ribattezzo Draco, come il biondino di Harry Potter.

giorno 2

Atterriamo a Mombasa e la prima impressione in assoluto è che si sente odore di mare. L’aereoporto sembra una vecchia casa cantoniera, ce la sbrighiamo abbastanza in fretta, siamo appena arrivati e già sfiniti, svegli da 24 ore filate.
Il cielo è giallo, gli addetti bagaglio, smistamento, qualunque cosa mandati dal tour operator iniziano immediatamente a chiedere “money, money! mancia!” anche solo per aver spostato un trolley di un metro. I primi 4 giorni viaggeremo soli, nessuno nel nostro periodo ha chiesto un safari lungo come il nostro. Arriviamo al pulmino 4×4 tappezzeria militare che diventerà praticamente la nostra casa, ci si presentano guida ed autista. La guida, un ragazzo giovane, distintissimo, faccina pulita, ha il nome di un presidente americano. L’autista, un signore tranquillo e sorridente, un nome arabo che più arabo non si può.
Se non fossi così stanca riderei, in più non so come comportarmi con loro perchè nel frattempo sono arrivati altri 5 addetti-operatori-lavoratori del non so cosa a chiedere euro, scellini, mancia, varie ed eventuali. Saliamo.

Appena usciamo dal viale dell’aereoporto il Kenya ci saluta con una raffica di calci in bocca: la città che attraversiamo, di fatto, è un insieme di baracche di lamiera e legno, e gli edicifi in muratura, precari, sgarruppati, mezzi a pezzi, per capirci delle dimensioni di un capanno attrezzi, sono tutti adibiti ad edifici commerciali o produttivi: per dire, una casupola grande come una casa prefabbricata, dal cui cortile interno si alza una nuvola di fumo nero, acre, ha sopra dipinto a lettere azzurre “fonderia di acciaio”. Un’altra, quasi identica, ha lettere verdi che recitano “hardware e tecnologia”. Di fronte a queste case, casette, baracche, umanità di ogni genere ed età, bambini scalzi, imponenti Mamas africane in vestiti colorati, biciclette, muli, moto e motorini, camion, taxi, carretti, anarchia di mezzi, colori, suoni e fango, che è appena finita la stagione delle piogge.

Sì, non è che non sapessimo che in Kenya c’è una miseria nera. Ma saperlo non è VEDERE, non è annusare, non è il crampo allo stomaco che ti viene quando se lì e passi e guardi e sfiori e sei impotente.
Dopo un viaggio di 4 ore in autostrada, ovvero una strada statale stretta per le nostre abitudini, su cui viaggiano camion moto tuctuc (ape car adibite a trasporto persone-merci) carretti autobus e furgoncini, con la stessa sovrana anarchia, ma senza che mai qualcuno si scomponga o si arrabbi (io ricorro alle mie goccine nuovamente, in preda al terrore più nero), dopo una sosta in “autogrill” ovvero una baracchina grossa come una cabina del telefono che vende acqua, caffè lungo e patatine in sacchetto, in lamiera ovviamente, attaccata ad una baraccona piena di prodotti di artigianato locale, arriviamo al primo dei 3 parchi che vedremo, il parco di TZAVO OVEST.
E già lì, addio. La meraviglia è totale. La stanchezza svanisce.
Colori mai visti. Odori mai sentiti. Formicai grossi come una Yaris.
Terra rossa, un’antilope, alberi altissimi spogli di foglie, ma carichi di nidi d’uccello, sterpaglie a perdita d’occhio, cielo a perdita d’occhi, toh un fruscio…OH, CAZZO. UN ELEFANTE. A 4 METRI. Un elefante, elefante, elefantescamente elefantoso, senza una zanna, che ci fissa tutto attento ed io penso che a me sembravano grossi i tori, in campagna, fino ad ora, fino a questo TIR con la proboscide che un po’ ci guarda un po’ mangia.

Attraverso il parco arriviamo al Lodge, una struttura decisamente datata, ma fascinosissima, di fronte ad una pozza d’acqua a cui vengono ad abbeverarsi gli animali. Andiamo a scaricare le valigie ed a lavarci la faccia, apro la finestra e… mi trovo faccia a faccia con una mandria di elefanti. E’ uno spettacolo talmente grande che non so come faccia la gente ad abituarsi. Sarebbe come abituarsi, che ne so, a Venezia. Io non sono brava ad abituarmi. Sono senza fiato.
Mangiamo qualcosa e poi ritorniamo sul furgoncino per un’esplorazione del parco (parzialissima, sono parchi infiniti). Elefanti, zebre, giraffe.
Vegetazione, terra brulla, uccelli di ogni genere, piccole pozze fangose, una sensazione di irrealtà totale, passo il pomeriggio ad aspettare che esca Prezzemolo da un cespuglio cantando la sigla di Gardaland, il Tecnologico accanto a me è allibito, lo conosco come un curioso entusiasta di tutto, ma non l’ho mai visto in questo stato, sembra sull’orlo di esplodere dalla meraviglia in piccoli coriandoli gioiosi.


Verso le sei di sera torniamo al Lodge, ci facciamo una doccia, ma non osiamo buttarci a riposare per paura di non alzarci più. Sul letto c’è una zanzariera a baldacchino, la vasca-doccia è originale del 1969 ed anche la sua ruggine lo è (e direi anche alcune macchie), non ce ne frega niente, siamo sfiniti, è vero, ma soprattutto talmente stupefatti e felici che non badiamo a niente.

Torniamo verso il ristorante, che ha una piccola terrazza rialzata (due metri dal terreno) panoramica sulla savana. Due ragazzi dell’hotel escono di fronte a noi ed appendono un pezzo di carne ad un palo di legno: tempo cinque minuti, esce un LEOPARDO dagli alberi e tranquillo e beato si mette a mangiare a 5 metri da noi.
A 5 metri da noi e nessuna protezione nel mezzo, per altro. Eppure non fa paura (devo essere veramente stanca, fifona come sono), non fa paura nemmeno quando dai cespugli sbuca pure una iena ENORME e si apposta sotto al leopardo aspettando che gli cada qualcosa. Mi accorgo che accanto a noi c’è il piccolo Draco e la sua famiglia. Scambiamo qualche parola, sorrisi, diventeranno la nostra compagnia prediletta per il resto del viaggio.

Ceniamo con K., la nostra guida, che ci spiega che qui, senza macchina, non si fanno neanche dieci metri: è troppo pericoloso. Alcuni anni prima uno dei leopardi che vengono “a cena” qui di fronte, non trovando la bistecca, ha aggredito ed ucciso uno degli inservienti dell’hotel che era arrivato particolarmente presto per le pulizie mattutine.
Prima di andare a letto la natura decide di regalarci ulteriore magia: due elefanti si innervosiscono per un qualche diritto di priorità nel bere dalla pozza sotto la terrazza ed iniziano a darsi giù di proboscide e zanne davanti a noi, si spingono fino a sparire nel buio.
Sono le nove, otto ora italiana: dopo 38 ore in piedi crolliamo a letto senza quasi riuscire a dirci buonanotte.

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11 pensieri su “Kenya, diario minimo (01)

  1. Apperò, ecco dove mi eri finita! :D
    Bentornata mia cara, aspetto la prossima parte dell’avventura.

    [Se hai intenzione di pubblicare foto di insetti particolarmente raccapriccianti avvisami preventivamente (tipo metti un bollino rosso con la scritta “Ally deve coprirsi gli occhi per leggere questo post”)]

  2. Pingback: Mi verra’ un colpo | ero Lucy

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