Kenya, diario minimo (02)

giorno 3

La sveglia suona alle cinque e mezza. Rotolo fuori dalla zanzariera completamente rintronata. Fuori dalla finestra il buio è totale, non c’è mezza luce, anche perchè in Kenya l’elettricità non è una cosa così scontata e la maggior parte degli hotel ha generatori di corrente propri con cui fa fronte ai numerosi black out. In qualche modo deambuliamo fino al bagno, richiudiamo le valigie cercando di non dimenticare parti fondamentali (autan-adattatori-mutande), andiamo a fare colazione ancora immersi nella notte. La famiglia di Draco ci fa compagnia. C’è una valanga di frutta che manda un profumo delizioso, ma memore degli avvertimenti letti sui forum e sulle guide decido che la prospettiva di passare le prossime 12/14 ore a bordo di un sei posti toyota 4×4 nel bush, dove non puoi fermarti in nessun caso e scendere per nessuna evenienza, in preda al cagotto fulminante, è abbastanza pulp per desistere dall’assaggio. Quindi opto (optiamo) per una svolta sobria ed a basso contenuto calorico: salsicce, uova, pomodori alla piastra. Burp!

Finalmente si sale sull’amico furgoncino e si parte. Albeggia mentre riprendiamo il nostro viaggio meraviglioso, con K. che ci indica qui e lì animali più o meno nascosti (riuscirebbe a vedere un camaleonte tra i rami di un albero a 200 metri: è PAZZESCO l’occhio che ha). Il furgoncino ha una radio con cui tutti gli autisti comunicano tra loro in un linguaggio in codice (giuro! sai mai che un turista parli swahili e comprenda di che bestia si sta parlando) per condividere avvistamenti particolarmente interessanti. Iniziamo a capire che, nello stronzo modo in cui tutto da noialtri è competizione, c’è una classifica a punti anche per il safari, basata sull’avvistamento di animali particolarmente rari, o timidi, o prevalentemente notturni: il principe di questa classifica è il Rinoceronte (il Tecnologico: anche tu saresti timida se fossi quasi estinta!!), seguito da ghepardo, leoni, leopardi. I turisti sembrano ragazzini con le figurine panini dei calciatori, io ce l’ho-non ce l’ho- ce l’ho doppio. Gli autisti e le guide cercano queste bestie-bonus con attenzione caparbia. Quando rientri nei lodge la domanda che tutti si fanno è “tu cos’hai visto”. A me mette una tristezza infame, sarà che ho viaggiato poco in vita mia, sarà che il mio senso preferito è l’olfatto per cui già solo annusare quest’aria, l’argilla umida che si asciuga, il profumo di piante ed erba secca mi basterebbe per dire che è stata una giornata splendida e fruttuosa, ma questa garetta alla figurina mi sembra svilire la meraviglia che abbiamo sotto gli occhi: alba, colline, alberi-ombrello, centinaia di orme differenti rimaste sul terreno sabbioso nella notte.

Dopo un giro ulteriore nel parco di Tsavo Ovest, con tanto di corsa a rotta di collo nel tentativo (fallito) di avvisare il riottosissimo Rinoceronte Nero (100 km/h su strada sterrata nel nulla, per i miei gusti il panico totale, anche se Rhino fosse rimasto fermo immobile tra le frasche a farci inchini col corno non ne sarebbe valsa la pena, ma tant’è), ci accodiamo ad alcuni altri pulmini per uscire dal parco e prendere una sterrata (120 km!) verso il parco Amboseli.
Arrivano gli altri pulmini. Arrivano alcune Jeep.
Uhm.
C’è della gente armata.
Uhm! C’è della gente armata di Kalashnikov!
Uhm!!! C’è della gente armata di Kalashnikov nel furgoncino di testa ed in quello di coda!
K. ci spiega che avremo la scorta perchè un tratto di strada costeggia la Tanziania e ci sono “dei ragazzi” con cui potremmo avere problemi. “Un’ipotesi remotissima”, ci assicura. Io prendo il cellulare ed inizio a scrivere il mio testamento su Whatzapp, dotata come sempre di grandi risorse ed impareggiabile ottimismo.
Il Tecnologico sbava alla vista dei fucili ed inizia a farsi spiegare furiosamente termini Swahili con cui costruire la frase “Ciao amico guardia armata, posso provare il tuo Kalashnikov sparando due caricatori in aria?”.
Io cerco di buttargli del Lexotan nell’acqua ma fallisco miseramente.

Partiamo. Al nostro autista l’idea della carovana palesemente non piace: tempo 10 minuti e non si vede più nessuno nè dietro nè davanti. Amen, tanto ho poco da lasciare, il testamento è pronto.
Ci fermiamo sopra un’enorme distesa di pietra lavica nera e terra bruciata. A., l’autista, deve amare molto questo posto perchè una volta scesi mi invita più volte a considerare che la distesa nera che si estende a perdita d’occhio una volta era “tutto fuoco”. Ha ragione lui, l’idea è insieme spettacolare e terrificante.
E’ un altopiano nero da cui si gode di un panorama stupendo. Immaginarlo in fiamme non è difficile, si staglia contro il cielo, si staglia contro le sfumature di giallo e di verde che ha tutto il resto del paesaggio.

Risaliamo e procediamo su questa strada di terra battuta, ai due lati alberi, arbusti ed erba da cui fanno capolino zebre, giraffe, struzzi, ci guardano senza timore e quasi sempre senza interesse. Le zebre attraversano correndo e riprendono il passo appena superata la strada: brave bimbe!

Ogni tanto, a distanza di 10, 20 km l’uno dall’altro, scorgiamo delle capanne costruite interamente di fango argilloso, muri e tetto, circondate da cespugli spinosi a difesa dagli animali. Sui cespugli che le circondano ci sono panni stesi al sole. Piccoli gruppi di caprette, spesso guardate a vista da ragazzini che salutano con la mano. Vorrei avere un tir di acqua ed invece non abbiamo nulla con noi. Li lasciamo esattamente come li troviamo ed è un pensiero doloroso, cattivo.
Rimedieremo poi, ma lì per lì ha l’effetto di un calcio in faccia. Questa è gente che ha meno di niente. Non c’è luce, non c’è acqua, non c’è cibo, tutto è lontano decine di kilometri, scuole comprese, e nel coprire quei kilometri più volte per andare a scuola o trasportare i 20 litri d’acqua che spettano al giorno passa l’intera giornata.
L’intera vita.

Dopo un paio d’ore arriviamo ad un check point. Alcuni poliziotti armati, una piccola “caserma” tra gli alberi. Veniamo circondati dagli abitanti del posto, si avvicinano per vendere manufatti di ogni genere, non abbiamo ancora cambiato in scellini, alla fine mettiamo insieme gli euro che abbiamo per comprare frutta, il signore che la vende in pagamento oltre agli euro vorrebbe le scarpe del Tecnologico. Karibu Kenya: non fosse che ha portato un unico paio, il Tecnologico gliele darebbe.
Si riparte, dopo che l’autista ha “manciato” gli agenti.
Ci spiegano che il tratto di confine è passato, il check point serve proprio a controllare che lo si sia superato indenni, anche se ovviamente “è una precauzione quasi inutile”.
Il paesaggio poco a poco cambia. Qui c’è molta più acqua, più verde.
Arriviamo all’ingresso del parco di Amboseli, prima ci aspettano per il check in nel campo tendato, anche qui veniamo circondati da venditrici di monili, anche qui siamo senza soldi per cui una donna mi propone un baratto, e cedo la bandana che ho sulla bocca (il furgoncino ha il tetto che si alza e la sabbia invade ogni centrimentro di pelle e di stoffa) in cambio di un bracciale da uomo bellissimo, in cuoio con la bandiera del Kenia, da cui il Tecnologico non si è ancora separato.

Il cosidetto “campo tendato” è a tutti gli effetti un altro bellissimo complesso immerso nel verde, con ristorante e bar in legno, recetpion, cambio (FINALMENTE), e tende grosse come casette, con all’interno un bagno con doccia in muratura e perfino una scaldaacqua per farsi il the.
Il nostro ha il retro che da direttamente sul Kilimangiaro.
No, dico: sul KILIMANGIARO.
E qui, comunico la ferale notizia: alle falde del Kilimangiaro NON ci sono Watussi e NESSUNO balla l’Hullygully. Sigh.

Comunque, per essere una tenda è una tenda, nel senso che il vento sibila da un lato all’altro e la sensazione di essere immersi nella savana è totale. Con lieve timore annesso.

Come il giorno prima, pranzo e ripartenza per esplorazione del parco. Il parco di fatto ha enormi prati verdi, nessuna altura, e immense zone paludose dove elefanti ed ippopotami stanno a mollo beati. L’occhio non incontra ostacoli fino all’orizzonte, è di una bellezza commovente. Tra noi e l’orizzonte, mandrie: di Gnu, di bufali (che grossi!), di zebre, di elefanti. Elefanti grandi, enormi, giganteschi, medi, cuccioli, ognuno con qualche uccellino posato sopra, per la gran parte indifferenti al nostro passaggio, anche se ci accorgiamo che c’è sempre un maschio che ci osserva mentre il resto del “branco” pascola sereno: una vedetta delle dimensioni di un pullman Granturismo.
Un pulmino ne fa innervosire uno: io di imbizzarrito avevo visto solo un cavallo, quasi me la faccio sotto. L’autista, nel dubbio, prende un’altra strada. K. ci racconta che l’animale più pericoloso per l’uomo è il bufalo, seguito dall’ippopotamo, cancellando dalla mia immaginazione anni di visione del cartone animato con IPPOTOMMASO pacioccone ed amichevole.
Pare sia aggressivissimo e permaloso.

l'elefante infastidito

Alla sera, tornati al campo, abbiamo due sorprese, una bella ed una brutta come nella migliore delle tradizioni: la bella è che la Draco-Famiglia ci ha aspettati per unire le tavole e cenare tutti insieme. La brutta è che il proprietario di questo Lodge, un tedesco, ha proibito che i turisti cenino con le guide: tutti nello stesso ristorante, sì, ma tavoli separati. Siamo in africa, siamo ospiti, turisti, abbiamo scelto di venire qui: che cazzo di senso ha separarci dalle nostre guide kenyote? K. ci sorride quando esplodiamo in una valanga di improperi, ma fa anche segno di non prendersela.
Il che ci fa incazzare ancora di più.

Cena africana buonissima (con sguardo di compassione nei confronti dei connazionali in fila per la pizza) e un pensiero che corre a Lucy ed ai suoi post sulle “interpretazioni” americane della cucina italiana: non ho una foto a testimonianza, ma giuro che c’era una grande teglia di buonissima “Beef Moussaka”, ovvero ragù con verdure, da mangiare come secondo di carne.
Tu pensa ad un greco che va in kenya! :-D

Dopo un rapido passaggio attorno ad un grande falò, di fronte a cui i Masai si stanno esibendo nella loro danza tipica (saltando come io non riuscirei a fare neanche con un calcio in culo), torniamo alla tenda dove crolliamo dal sonno nonostante l’ora ed i sussurri di animali ed insetti portati dal vento.

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5 pensieri su “Kenya, diario minimo (02)

  1. Ma che meraviglia quello struzzo!! Mi sono innamorata! *.*
    La moussaka e’ buonerrima :D ma chissa’ che ne avrebbe detto un greco, hai ragione… E in merito ai fotografi collezionisti, fa tristezza anche a me, mi sembra sempre la solita storia di gente che non sa godersi quello che vive ma lo considera una specie di tessera a punti da esibire alla cassa. Mi pare che tu abbia l’atteggiamento del viaggiatore e non del turista, molto bene. Davvero bello!

    • sì la moussaka è buonissima, ma secondo me al greco gli pigliava un colpo :-D

      La questione del toto-animale era veramente svilente, ce ne siamo accorti soprattutto a fine safari, una volta planati al resort al mare (sempre sulla costa keniota) dove era argomento principe (insieme all’ovvio “pastasciutta buona – pastasciutta troppo cotta).

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