Ritratti (4 – bellissima, ovvero se fred uhlman avesse avuto facebook)

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Io me la ricordo la prima volta che ti ho vista. Era il caos allegro ed inquietante delle discoteche underground di fine anni ’90: gente fluorescente, gente in perizoma, o buffalo o morte, a volte ero l’unica persona sana dell’intero locale, a volte no, quasi sempre ero l’unica che ancora ci stava di testa nella compagnia, quasi sempre quella con il gin lemon in mano mentre il resto del mondo in mano aveva bottigliette d’acqua caricate ad mdma. Giravamo l’italia per andare a ballare, entravamo in posti a cui accedevi quasi solo col passaparola, file chilometriche alla porta ed una selezione che badava accuratamente a lasciar fuori tutti quelli che puzzavano anche solo per sbaglio di normalità.

Io me la ricordo la prima volta che ti ho vista. Eri in piedi accanto ad un tizio che mi piaceva, t’ho guardata un istante ed ho capito che non c’era storia: bellissima. Troppo, bellissima. Eri un incanto. Te ne stavi lì tra questi fuori di testa vestiti fluo da capo a piedi, quasi sobria nel contesto – come me del resto – con un’aria che sembrava annoiata ed invece era smarrita, con quel viso di porcellana, con quegli occhi enormi.
Io me la ricordo la prima volta che abbiamo parlato. che abbiamo iniziato in coda ed alla fine non abbiamo ballato neanche cinque minuti. Tutta la sera a parlare e parlare e parlare, quasi tutta la sera in bagno che almeno non si doveva urlare per sentirsi.
Le ho ancora le foto di quella sera. Sembriamo due lavoratrici rapite dalla circonvallazione.
Ma chi se ne frega. Ho avuto un ingrandimento di una di quelle foto appeso in camera per anni, nonostante le zeppe da peripatetiche, il leopardato, il giropassera, i colori da pugno in un occhio e nonostante abbia rischiato di venir diseredata quando mia madre l’ha vista. E tu eri bellissima, ma bellissima vera, una cosa surreale.

Io mi ricordo la prima volta che sei venuta a trovarmi dalla CittàEnorme, la stessa da dove viene il mio Tecnomoroso, e sei rimasta un week end e siamo uscite coi miei amici e tre di loro sono quasi venuti alle mani per decidere chi aveva il diritto di provarci per primo con te. Va da sè che non te ne sei filata manco mezzo, e nemmeno il tizio che s’è inginocchiato ai tuoi piedi e ti ha detto “Scusa, non mi presento neanche, voglio solo ringraziare il Signore di averti fatta” e poi in effetti se n’è andato scuotendo la testa.
Che potevi farci? Eri bellissima. Eri bellissima tutta, ma quel viso d’angelo con la carnagione pallidissima e la bocca perfetta mandava ai matti la gente. Tu alzavi le spalle non sapevi che farci nemmeno ti importava. Avevi qualcosa di strano, come qualcosa dentro che ti rubava continuamente il pensiero, ed eri l’unica persona al mondo che non mi sia riuscito mai di comprendere, neppure un poco.
Io mi ricordo di quando sono venuta a dormire a casa tua, che tua madre ci ha ceduto il lettone, che abbiamo conosciuto dei ragazzi in treno ed hanno telefonato ancora prima che mettessimo piede in casa, e tu tornando dalla camera in cui stava il telefono hai sospirato “ecco… già iniziano”.
Mi ricordo quando mi hai raccontato a spizzichi e bocconi di aver avuto in passato dei problemi.
Mi ricordo che qualcosa non mi tornava, ma non ho voluto farci caso perchè eri mia amica e mi ti affidavi in tante cose e pazienza se avevi bisogno di qualche aggiustamento del passato o della realtà.
Mi ricordo uno dei miei amici più cari che di solito le donne gli correvano dietro, e dopo un bacio con te mi ha detto “Dio santo, mi sono innamorato”.
Mi ricordo le scuse con cui lo hai scaricato, per “non farlo soffrire”.

Mi ricordo un capodanno passato insieme, solo noi due, lontane in una discoteca che tu amavi moltissimo, mi ricordo di te in condizioni veramente precarie e ricordo una grandissima, inutilissima bugia che mi hai detto e che ho scoperto subito, la sera stessa.
Ricordo che quella notte feci venti chilometri all’indietro nel nostro rapporto perchè non riesco a venire a patti con le cose che non capisco e quella bugia non la capii, allora come oggi.
Mi ricordo il parlare sempre meno perchè mi sembrava che ascoltassi sempre meno. Come se non fossi presente alle tue stesse parole.
Ho inziato a chiedermi se non avessi in quel mondo di strafatti al neon più radici di quante io credessi.
Io mi ricordo la prima lettera che mi hai scritto. Ce l’ho qui con me. Mi ricordo quando abbiamo smesso di frequentare la stessa compagnia e quindi anche di vederci e le telefonate in cui mi chiedevi quando sarei venuta, mi ricordo i “mi manchi”, i sensi di colpa che mi assalivano messa giù la cornetta.

E ricordo anche l’ultima volta che ti ho vista, che sono venuta a prenderti sotto casa a sorpresa, e tu hai reagito con un’apatia letargica che mi ha terrorizzata, con una dolcezza indifferente che mi ha ferita, ed eri ancora bellissima, bellissima da spezzare il cuore, che il mio fidanzato di allora credo si sia mangiato le mani di averti conosciuta insieme a me.
Bellissima e completamente andata.

Da allora non una parola, una chiamata, nemmeno una cartolina.

Oggi l’ho dovuta guardare cinque volte quell’intervista su youtube per capire che sì, sei veramente tu. E sei bellissima, bellissima, bellissima, e sei laureata e lavori e ti intervistano e mi s’è levato un peso dal cuore che apriti cielo, ma soprattutto continuo a ripeterlo sei bellissima, più bella ancora che a vent’anni;
ma hai ancora lo stesso identico sguardo vuoto di quell’ultimo caffè, e tu sei bellissima lo stesso, ed io sono veramente, veramente contenta di scrivertelo da lontano.

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