andare, (forse) tornare.

(ogni riferimento al post di Lucy, giuro, è completamente casuale!)

C’è questa cosa che vivi accanto ad una persona per trent’anni. Da bambine vi siete confrontate i miominipony e la sventura di essere le sorelle maggiori, quelle i cui giochi vengono rubati, depredati, distrutti. Quella che “porta pazienza i tuoi fratelli sono piccoli”.
Da adolescenti l’andare allo stesso liceo ha stretto il rapporto, che è diventato prima importante, poi fondamentale, poi semplicemente familiare.
Quando pensi alla famiglia che scegli quella è la prima faccia che ti viene in mente. Quando pensi alla tua adolescenza sono davvero pochi i ricordi di cui lei non fa parte. Poi siete diventate due ragazze. Entrambe carine, entrambe curiose, diverse in tutto il resto come il giorno e la notte. Occhi scuri occhi chiari, aggraziata una e goffa l’altra, timida l’una e l’altra sarcastica, amante del ballo e studiosa la prima, amante dei libri e delle nottate brave la seconda.
Lei, brava in tutto quel che fa. Il tocco di Re Mida. Riservatissima, generosa di sorriso, avara di parole.
Io, brava in nulla di particolare, buona solo con le parole. Il tocco di Enola Gay, estroversa all’apparenza, le cose importanti incastrate dentro senza saper uscire.
Poi siete diventate due donne. Il lavoro, i primi stipendi, la prima casa dell’indipendenza vera: insieme.
Affitto, mobili, spesa, pulizie, un gatto.

Poi un giorno lei parte e va a vivere dall’altra parte del mondo.
Un amore, una vita nuova, tutto diverso e ad volte difficile. Il paese scelto, per amore ovviamente, non è nè dei più avanzati nè dei più sicuri né dei più confortevoli.
Da questa parte del mondo, la vita scorre uguale e diversa: convivenza, casa, mutui, lavoro.

Poi passa un anno e mezzo e quella persona torna. Per un po’.

La cosa micidiale del ritorno è che conti i giorni, ti struggi nell’attesa, fai programmi e pensi alla grande emozione del ritrovarsi.
Poi quando ti ritrovi davvero, non è emozionante, è normale. Una sensazione di normalità, di giusto, di “ah ciao ma non sei partita ieri?” strabiliante, come se questo fosse il quotidiano, e lo strano non essere accanto.

Ed è così. Anche a distanza di anni, la stranezza è non essersi accanto. La normalità è riprendere a dire le stesse cose in contemporanea.
Mi dispiace, vita vera che ci metti ai due lati del globo, l’amore vero non ne è sconfitto: non è nemmeno intaccato. Non c’è un momento di disagio, non c’è non saper che dire. Non c’è nemmeno il bisogno di fingersi emozionati per paura di offendere l’altra.
C’è molto da ridere. Ci saranno momenti per raccontare.

Poi c’è il lato B.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo giocoforza si perde il quotidiano. Non direttamente il mio, il nostro. Quello del mondo intorno. Non i grandi amori finiti, non le gravidanze ed i matrimoni: il caldo e il freddo. La bolletta del gas. L’incontro casuale per strada, mesi di piccoli gesti, di aperitivi, di mezze parole più che di grandi discorsi.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo la gente gli chiede “RACCONTA!”, ma uno che cazzo ti deve raccontare?
Anche lei si alza, si fa la doccia e fa cose. Anche lei litiga col fidanzato, fa la coda in posta, dorme di più nel week end, fa la ceretta, si mette a dieta, cammina per strada, sceglie le tende.

Sono successe due cose.
La mia vita è andata avanti. Sono cambiati rapporti, sono evolute situazioni, ho conosciuto persone nuove, ho più paura, sono più stanca.
La sua vita è andata avanti. Il rapporto col fidanzato è diventato il centro, quel centro di cui una volta facevo parte anche io. Ha conosciuto persone nuove, ha scoperto un lavoro nuovo. Aspetta un bambino.
Soprattutto però è andata avanti la vita che abbiamo intorno.
Se pensate che le cose non cambino mai, provate a guardare le sfumature nella vita della gente da un anno all’altro.
E’ così difficile tornare indietro e capire che le dinamiche tra le persone non sono le stesse. Che sì, tre anni fa Bao ti ha pestato un piede. Sì, non lo vedi da allora. Ma sì, sono passati tre anni. Sai cose che ci sono dentro tre anni? Sì, Lord s’è comportato male. Ma ogni volta che ci siamo visti, per due anni, che sono più di settecento giorni vivaddio, lui mi ha chiesto se ti ho sentita e come stavi.
E no, non so perché non ti abbia scritto per chiedertelo. Ma se torni aspettandoti un fastidioso sconosciuto, rischi di trovare un incuriosito vecchio amico, che si è dimenticato che avete litigato, ed ha solo voglia di sorriderti e congratularsi.
E sì, io ho provato a medicare la ferita che si è aperta nel nostro gruppo di amici e che anche io ho sentito come dolorosa e feroce.
Ma poi ho smesso, che non era compito mio. Che anche a me può stare sul cazzo qualcuno. Ed anche a me può stare simpatico invece, e può non importarmi se non è ben accetto da tutti.
Ed alla fine, da questo lato del mondo, la ferita s’è rimarginata.
Dall’altro lato del mondo invece s’è fatta più larga, e tornare è buttarci sale sopra.

Io non ho la forza di medicare un arto sano. A me, veramente, stavolta non importa. Non mi importa “tutti insieme”, non mi importa “viene anche tizio”, non mi importa che vi vogliate tutti bene.

Ve ne voglio io.
A me basta così.

Vai a scoprire che alla fine la persona che è più cambiata, in questi due anni, sono proprio io; e magari non è nemmeno un male.

(e adesso corro a sfruttare al meglio questa normalità ritrovata)

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18 pensieri su “andare, (forse) tornare.

  1. Già. Questo è un pericolo nei ritorni. Tu ti aspetti che quando torni le cose siano sempre uguali, invece gli amici con cui uscivi hanno litigato tra di loro, non si parlano più, escono con gente che per te prima era classificabile solo come “conoscenti” o a cui non avevi mai rivolto parola, ma a forza dei loro racconti su di te, anche loro non vedono l’ora di vederti e di parlarti, e gente con cui avevi affinità quotidiana per vederti ti chiede che “non ci siano” gli altri… è un casino. Dall’altra parte del mondo il tuo mondo va avanti e fai cose belle e nuove e in un angolino del cervello pensi sempre ma quando torno, questo lo racconto a Tizio, e questo glielo devo dire a Caio e sai le risate che ci faremo, ah, e invece dove si fanno meno cose nuove, si litiga di più. Questa è la mia conclusione. E anche io non ho più voglia di rimarginare le ferite degli altri, gli strappi che loro stessi hanno provocato. Se quando torno li vedo, ci vogliamo bene e per quella mezz’ora di aperitivo fanno finta di volersi bene solo perché ci sono io, già mi va bene. Non voglio di più. Mi sembra già abbastanza. Io da parte mia farò finta di non sapere niente e basta.
    Buon ritorno di amica e coccolatela un po’! :)

    • Eh ma tu sei lo stadio avanzatissimo dell’expat, hai girato tanto, ci sono dinamiche in cui ti sei formata! :-D
      Quella di “ma quando torno lo racconto” è splendida ed è verissima, infatti poi quando torni ogni cosa che si fa insieme ti fa dire “oh guarda lì invece”, e fa morire dal ridere.
      Coccole mode: ON :)

  2. anche io mi appresto a celebrare un ritorno…e l’ultima volta mi ha tolto il saluto perché non ho partecipato al suo matrimonio. Però ora parliamo. Io le voglio bene come prima, ma nel tempo siamo diventate due persone diverse. Ognuna ha il suo percorso, la sua vita. Le voglio bene, ma il rapporto è diverso. E io speriamo che me la cavo :)

  3. E’ bellissimo questo post.
    Io non sono ancora tornata, ma mille volte mi sono chiesta come debba essere. Perche’ la consapevolezza c’e’, quella di dire li’ la vita e’ rimasta la stessa, sono io che me ne sono andata. Ma poi in fondo in fondo non ti rendi conto di quanto certe cose restino ferme dentro di te mentre come tu dici, le relazioni vanno avanti.
    E siccome in questi due giorni tu ed io siamo sulla stessa identica lunghezza d’onda, il mio post di oggi credo possa assomigliare un po’ a quello che tu racconti. Perche’ non sentirsi da dieci anni equivale esattamente ad essere andati via mentre altri restano. Ti abbraccio forte.

  4. Sai cosa? Io credo che le cose restino uguali fino ad un certo punto. Se le interrompi e le ricominci a quel punto sono già “altro”. La vita ci cambia troppo, anche se ci si prova a non farsi cambiare, ma che ci fai? Forse il trucco è trovare un equilibrio nuovo ogni volta che le cose cambiano. E se non lo si trova vuol dire che l’amicizia è scaduta. Perché sì, sono convinta che anche le amicizie abbiano una data di scadenza…

    • Infatti l’equilibrio è alla base. Cambiare rimanendo complementari è un dono grande e sono pochi i rapporti che ce l’hanno nel dna. Con la mia Amica le cose sono così, non so come sarebbe andata se si fosse trasferito qualcuno che fosse meno, anche di poco, importante di lei.

  5. Mi ci ritrovo moltissimo, inutile dirlo…
    Per fortuna ci sei tu a scrivere post del genere per entrambe, così lì leggo e mi tolgo automaticamente il bisogno di scriverne io stessa, per capire meglio cosa penso e cosa succede! ;)

  6. Leggo per la prima volta il tuo blog e questo post mi piace molto… Io sono andata via e non sono piú tornata se non per Natale e in estate. Ho sofferto il distacco dagli amici, una persona in particolare, e all’inizio chiamavo, organizzavo almeno un’uscita ogni volta che tornavo, ma dopo un po’ mi sono accorta che loro non mi cercavano mai, che ai miei “come stai?” mi rispondevano “tutto bene. e tu?” e non ci dicevamo piú niente… perché mancava la quotidianitá, forse. Cosí la distanza si é fatta tale che non ci si sente neanche piú e in me la ferita é rimasta, anche se la vita é andata avanti. Ma mi avrebbe fatto tanto bene sentirmi dire che anche io gli mancavo, capire il punto di vista di chi era rimasto.

    • io devo confessare che facebook e whatzapp sono due meravigliose invenzioni in questo senso, e che noi grazie a queste due invenzioni non abbiamo mai perso il quotidiano. Abbiamo fatto un gruppetto su Whatsapp per noi due più una terza amica, che magari se una per due giorni non ha nulla da dire intanto si scambiano qualche chiacchera le altre, e devo dire che ha funzionato. Se gli strumenti non ci fossero stati forse sarebbe stato davvero molto difficile.
      Sicuramente mancavi a chi è rimasto. Ed altrettanto sicuramente un pochino c’era anche l’invidia. Io ogni tanto la sento, mi piacerebbe tanto una partenza da zero con il mio moroso, altrove. E quando ti sembra che l’altro abbia tanto, non riesci a vedere le cose che gli mancano.

      • Hai ragione… Ai tempi questi strumenti per tenersi in contatto non c’erano, le prime settimane piangevo ogni giorno perché non sapevo come chiamare in Italia senza spendere una fortuna… Chiamavo la mia amica dal telefono dell’ufficio dopo le 5 e pagavo sullo stipendio a fine mese… Forse queste cose non è facile percepirle, sembra che chi va via abbia trovato El Dorado. Sicuramente è un duro banco di prova per l’amicizia, ma il dialogo (e dirsi che ci si vuole bene) come sempre aiuta tanto…

  7. Pingback: Il meglio della settimana #54 | ero Lucy

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