il gene del gioco (zia verba e le figur’e’mmerda)

Weekend, casa in collina dei suoceri, sabato pomeriggio, stanza “ospiti giochi carabattole”.
Protagonisti: il NipotinoSanto ed io. Stiamo giocando un poco a questo un poco a quello, ogni tanto perdiamo il filo del gioco e ce lo reinventiamo da capo, diverso. Mentre siamo in trattative riguardo al numero di oggetti contundenti che possono essere usati nella prossima missione (NO! LO SPAZZETTONE DEL CAMINETTO NO! NO NEANCHE LA PALA DEL CAMINETTO! NO AMORE NEANCHE LO SPAZZETTONE DEL CESSO…oooops… ho detto cesso?), entra trotterellando la Nipotina, un anno e mezzo di volizione T O T A L E, con in più l’arma impropria di due occhioni da cerbiattina indifesa.
Immediatamente la trattativa si tinge di nuova luce. A che gioco giochi con un bimbo di cinque anni che ha voglia di scatenarsi ed una robina di neanche due che imita il fratello in ogni gesto?
Dunque, io figli non ne ho, ma mia madre sostiene che io abbia preso da mio padre, oltre al capello riccio indomabile ed una pelosità che nella donna, obiettivamente, è sconcertante, e che si porta via metà del mio stipendio in cere, cerette, cerettone e strappapeli di ogni genere, il GENE DEL GIOCO. Mia madre, che è una signora distinta e dignitosa, non lo dice intendendo “tra i pregi”. Sia chiaro.

Nell’ordine abbiamo:
– disegnato tra un piede della piccola e l’altro
– tolto 52 matite dalla bocca della piccola
– tolto 40 macchinine dalla bocca della piccola (una ne è uscita malconcia, poverina)
– cantato a squarciagola, col supporto di youtube dal cellulare, PAPAVERI E PAPERE, mimando entrambi e rifilando il ruolo del papavero al PiccoloSanto, e della papera alla MicrobaPerplessa.
– inventato il gioco della “giornata da adulto”: La piccola vagava nella stanza, suo fratello la seguiva ed io seguivo lui tirandolo per la maglietta e chiedendogli con crescente insistenza “Piccolo, Hai telefonato all’idraulico? Piccolo, Hai lavato i piatti? Piccolo, hai messo le supposte al merlo indiano? Piccolo, ha corrotto i file del sistema? Piccolo, hai cucinato la peperonata probiotica con sbiriguda a destra per la nonna della zia del vicino di casa del fratello di Antani? Hai spazzato il cortile? PICCOLO, HAI RACCOLTO LE MELE HAI LAVATO L’INSALATA COM’E’ ANDATA A LAVORO PICCOLO PICCOLO PIIIICCOOLOOOO” arrivando con l’ultimo ad una fase di urlo isterico+solletico, cosa che ha riscosso un incredibile successo e notevoli richieste di bis da parte del PiccoloSanto, ma annoiato la sorella.

Al vedere gli occhioni riempirsi di quei lacrimoni che precedono urla belluine, nel mezzo di una “giornata da adulto” e non riuscendo a pensare nulla di meglio da farsi, la sottoscritta – anni quasi 38, un mutuo, un lavoro diurno e generalmente rispettabile, ha afferrato la Microba sotto braccio stile giocatore di football e s’è lanciata sul letto urlando
“GEEEEEEEEROOOOOOOOOOONIIIIIIIMOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO”, immediatamente seguita in gesti ed urla dal nipotino estasiato.
E mentre tutti e tre ridevamo beati nel mezzo del lettone, ho visto sulla porta mio cognato, ovvero il padre dei bimbi.
Con una faccia a metà tra il perplesso e l’assolutamente allucinato.
“Ehm… sei qui da tanto?”
“Eh… da un poco.”

Io credo che il figlio non me lo faranno vedere più.
Ora devo capire cosa ne pensa il mio gatto di farmi da pallone da football mentre salto sul divano urlando.

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[clienti surreali] Sette tipi di clienti per sette giorni di ordinaria follia

1. L’avventista del Settimo Giorno.
IL MONDO STA FINENDO! IL TEMPO E’ SCADUTO! QUESTA COSA DEVE ESSERE FATTA TRA VENTIDUE SECONDI, ALTRIMENTI LE PORTE DEL PARADISO CI SARANNO PRECLUSE PER SEMPRE! PENTITEVI!
Non fai in tempo a rispondere “tal dei tali buongiorno” al telefono, che parte la tachicardia. Lui non parla, lui si scapicolla mangiandosi le parole. Tutto è improrogabile, urgentissimo, indispensabile. L’atteggiamento è quello di uno con un cagotto fulminante che ha scoperto di aver finito la carta igienica, lo scottex ed i tovagliolini di carta. Contemporaneamente.
Non riesci neanche a promettere che farai subito: ha già riattaccato.
Tu fai e mandi.
Ricevi immediatamente risposta. AUTOMATICA: “SONO IN FERIE FINO AL TRENTA DEL MESE”.

2. Il Grillino
Questo di solito non è “il cliente”. Questo è un dipendente del cliente. Quasi completamente analfabeta, chiama e chiede immediatamente CON CHI STA PARLANDO, anche se glielo hai appena detto, rifiuta di dire chi è, rifiuta di dire per chi lavora, rifiuta di dire per cosa chiama, e chiede con insistenza di parlare con la persona X. Alla risposta che il numero di cellulare dei collaboratori non sei autorizzata a darlo così, a caso, “ma se mi lascia un recapito la faccio contattare al più presto”, si indigna e riattacca.

3. Il Fiume in Piena
Il Grillino alla quarta telefonata, quando decide, al ventesimo insulto che incassi senza battere ciglio, che può fidarsi di te. A quel punto, invece di darti un recapito e mettersi il cuore in pace, ti racconta la storia della sua vita, della sua famiglia, del suo gatto e dei suoi vicini di casa, finché stremata gli dai quel cazzo di numero di cellulare perché scusami, collaboratore, ma mors tua, vita mea.

4. Ipercoop, Buongiorno.
Cliente facente parte solitamente di Grossa Azienda Prestigiosa, che si sente splendere di luce riflessa, un poco come l’amica cessa che in un gruppetto di strafighe se la tira pure lei perché sì.
Questo cliente chiama, presentandosi per filo e per segno, chiedendo di parlare (ovviamente: con urgenza) col collaboratore tale per un problema di cui “preferirebbe parlare solo all’interessato”. Nella tua testa passano feriti, morti, denunce a vario titolo, ispezioni di qualunque ente preposto, concorrenti agguerriti che portano listini a metà prezzo.
No. In genere vuole qualcosa di assolutamente extra, che non riguarda né la sua azienda né il suo lavoro, lo vuole subito, lo vuole gratis. Mi è capitato uno che voleva una prescrizione per un medicinale per il figlio, perché “il pediatra è in ferie”, ed abbia cercato di averlo tramite uno dei miei medici, che ERA IN FERIE ANCHE LUI. Noblesse Oblige.

5. Il macigno di Sisifo
Questo ti frega sempre perché pare normale. PARE.
A lui serve la cosa x.
Tu gliela mandi.
Fine.
No.
Una settimana dopo, lui ti richiama. Gli serve la cosa X. Tu controlli, ti sembrava proprio di avergliela mandata…. Confermi. Lui “non la trova”. Rimandi. Ti richiama. C’è un errore. Correggi. Rimandi. Due giorni dopo lui richiama. Gli serve la cosa X. Tu gli dici che l’hai mandata l’altro ieri. A lui “non è arrivata”. Tu vedi l’avviso di lettura. Taci. Rimandi. Richiama. La terza riga di pagina otto non gli sta bene. Sarebbe meglio corretta. Correggi. Rimandi. RICHIAMA DOPO TRE GIORNI, GLI SERVE LA COSA X, a te sanguina il naso, non ribatti neanche più, rispedisci, bestemmi il Signore, ti penti di aver bestemmiato, compare l’avviso di lettura, sospiri.
Il giorno dopo il tuo collaboratore va in azienda, qualcosa non funziona, chiede perché non fate riferimento alla famosa cosa X, il cliente lo guarda e gli dice “L’HO CHIESTA GIA’ DUE SETTIMANE FA, MA VERBA NON ME L’HA MAI MANDATA”

6. Il macigno di Sisifo, sopra il pero.
Esattamente come sopra, solo che Questo Cliente, in particolare, chiama anche incazzato, dopo che il tuo collaboratore è andato via, e ti dice “Ma perché non mi hai mandato quel documento?”. Tu rispondi: l’ho mandato la prima volta in data tale, la seconda volta in data tal’altra e la terza volta in data altra-ancora. E lui insiste: “Ma io non ho ricevuto l’ultima copia!”. A quel punto a te tocca dire “Io veramente ho un avviso di lettura in quella data”.
Il Cliente afferra baldanzoso un ramo del pero e si cala a terra esclamando “MAGARI L’HO APERTA MA MICA VUOL DIRE CHE L’HO LETTA”.

7. Dexter
Lui è tutto in uno. La cosa che mi fa ammattire di questo cliente in particolare, oltre al fatto che sia COMPLETAMENTE PAZZO, alienato, incapace della minima interazione educata da esseri umani, è che lui ha sempre ragione. Se qualcosa non va, è colpa tua. Non ha nessuna importanza che tu abbia fatto tutto quello che lui ha chiesto ed anche di più, e che già quello che lui ha chiesto esulasse completamente dal contratto. Protesterà riguardo ai tempi (immediati). Alla forma (normata passo per passo). Ai costi (invariati da dieci anni). Al tempo (io non sono mica il governo!). L’ultima, solo in ordine di tempo: io non ho tempo di leggere la relazione che mi avete mandato (obbligatoria per legge… per me produrla, per lui leggerla…), fammi un estratto e SPIEGAMI L’ESTRATTO VIA MAIL. In pratica: fammi un riassunto e poi il bignami del riassunto.
Ok. Gli mando una mail con allegato il riassunto, e spiegato in due righe il bignami.
Mi chiama due giorni dopo.
– Il riassunto è troppo lungo, voglio il riassunto del riassunto.
– era nel corpo della mail
– ah era nella mail?
– Eh sì
– Ah ma io le tue mail non le leggo mica sai….ho preso il file e poi l’ho cancellata.

A me, personalmente, Buddha mi fa una pippa.

guarda mamma, senza droga!

Sto ancora pensando alla faccenda delle esperienze passate che ti rendono la persona che sei adesso.
Ci sto ancora pensando perché secondo me non è né sempre vero, né vero solo questo.
Ci sto ancora pensando perché sono paranoica, perché di fronte a me le cartelle cliniche si accumulano come durante una partita a tetris per negati, livello 20, forse anche perché ho sonno.
Ne sto scrivendo invece per due disgraziate fatalità accadute in contemporanea:
1. La mia migliore amica sta dall’altra parte del mondo, con un neonato in braccio, e non puoi affrontare diciotto pensieri discordanti sulla supercazzola prematura con un oceano di mezzo ed un’interlocutrice che non dorme dal 1920. Non se vuoi che l’interlocutrice ti voglia ancora bene il mese prossimo.
2. Il Tecnologico gioca a Ruzzle. Ovvero io parto in quarta con “sai amore stavo pensando che la rava e la fava del passato prossimo che interseca il presente blablablabla” e lui risponde “ah sì perchè la rava blablabla e la fav…fa… fa….” […..] “Amore?” […..] “AMORE?!” [fava, afav, fa, va]. Eh.

Ne consegue che posso solo che scriverne. ‘azzi miei. Un po’ anche di chi legge. Ma non siete obbligati. Sarò contorta, pallosissima e probabilmente non arriverò nemmeno a spiegare un decimo di quello che mi gira in testa.
Insomma, tutto questo nasce da un tuffo in un vecchio scambio epistolare fittissimo e durato alcuni anni con un amico, ritrovato due anni fa dopo 4 di silenzio stampa.

La versione della “storia” che il mio cervello mi raccontava fino ad oggi era più o meno così: ragazzino genio, con storia d’amore complicata e nessun amico o quasi e ragazza più grande, con storia d’amore terrificantemente castrante e passione per i più deboli si incontrano e vanno veramente molto d’accordo, diventano amici, poi amici molto stretti, finchè lui lancia il rapporto fuori dalla finestra perché si mette con una tizia della categoria “ammesse solo madri e sorelle come portatrici di patata nella vita del mio uomo”. Ragazza con fidanzato castrante ci resta malissimo. Lui due anni dopo torna. Ragazza con fidanzato castrante lo svaffancula. Lui ri-ritorna altri due anni dopo, più propenso a scuse e spiegazioni. Ragazza senza più fidanzato castrante si rivela più propensa all’ascolto. Il rapporto non sarà mai più così stretto, ma rimane una bella ritrovata amicizia. Entrambi riconoscono che la ragazza è stata molto buona prima, durante e dopo. Prima come amica e confidente, poi nel perdonare e dimenticare.

La versione della “storia” che emerge in maniera palese dalle mail: ragazzino, affettuoso di natura, geniale e tendente al melodramma amoroso, e ragazza triste come un film polacco, con una vita di merda e decisa a negare pure l’evidenza, si incontrano e vanno veramente molto d’accordo. Il ragazzino si apre raccontando di sè in maniera commovente, e la ragazza triste sfoga la propria vita di merda mostrando orecchie capaci di ascolto, ma cuore totalmente sordo. Replica quasi ad ogni sfogo del ragazzino con supponenza e puntiglio. E’ sarcastica, in-accogliente, ai limiti dell’arido.

Io non sono una tafazzista, pur avendo un senso di colpa ipertrofico riguardo praticamente qualunque cosa. Non ci godo a dire “ah mamma mia com’ero severa”. Me ne vergogno. Vedo una persona che tende la mano, e l’altra che la bacchetta, e mi stupisco
di come ricordi quel rapporto come affettuoso, ricco ed importante, e di quanto poco fossi capace di far trasparire il mio affetto e la mia voglia di condividere. Adesso che quella persona fa nuovamente parte della mia vita posso riparare a certe cose dette oppure a certi atteggiamenti tenuti, posso essere migliore di quanto fossi allora.
Il punto?

Il punto è che io, le cose che ho imparato in vita mia, le ho imparate così. Non quando le ho vissute, non mentre c’ero dentro, non quando ho pianto e nemmeno quando ho riso ed oserei dire tanto meno quando ho amato, e perso, oppure odiato e quindi perduto doppio.
Le cose che ho imparato in vita mia le ho imparate tutte seduta da qualche parte a ricantarmi nella testa gesti e parole, dialoghi e sfumature, ancora e ancora e ancora fino a trovare cosa stonava. Le imparate così come stavolta, smontando pezzetto per pezzetto l’idea di una storia per trovarci sotto la storia vera. Guardandomi a posteriori. Dicendomi “cristo, che errore madornale” oppure invece “Ben fatto”.

Una volta scrivevo “poesie”. Le virgolette sono d’obbligo, perché non erano poesie in realtà. Mi ricordo il mio ex, molto stupito perché aveva letto tre o quattro di questi frammenti in un momento che per noi due era molto felice, mentre in quel che scrivevo c’erano dolore ed addii. Ma io non stavo parlando di noi. Io stavo finendo di capire la relazione prima. A distanza di due anni.
C’è sempre stata questa discrepanza enorme, per me, tra il momento del vivere qualcosa ed il momento del capire. Senza il momento del capire, per me è tutto ancora mezzo aperto. Ho faccende in sospeso da vent’anni, perché non ho capito.

Quindi io credo che per me non siano le esperienze vissute che mi hanno resa quello che sono. Credo sia questo ritardo cronico cuore-cervello, che mi rende ciò che sono: non il momento vissuto, ma quello in cui a distanza di dieci anni cammini calpestando foglie verso casa ed improvvisamente capisci, dal nulla, la formula dell’entropia.

No, sto scherzando. Io non ho alcuna speranza di arrivare mai a capirla, la (LE!) formula dell’entropia.
E sul mio ex, quell’ex, io confesso che ancora in realtà non ho scritto mezza riga; e probabilmente, stavolta, mai lo farò.

back to December, all the time.

Chiunque mi conosca abbastanza bene, di persona dico, sa che io di musica non capisco veramente nulla. Niente. Zero. Nada. Per me la musica è come la pittura, questo mi piace, questo no, questo ancora sì, questo mi fa schifo, e magari sto discriminando de chirico a favore di qualche crosta di paesaggio marino. Ascolto un poco di tutto, tranne il jazz. Il jazz non lo sopporto, non lo reggo, l’unica cosa che reggo ancor meno è la musica latina, tanto per capirci.
Ultimamente, da tamarra dentro verace, sto in fissa col country. E mica il country DOC, mica Don McLean, no.
Taylor Swift, tipo.

In particolare questa settimana è la volta di questa canzone qui:

Perchè il bisogno di confessare questi gusti di emme in fatto di musica?
Perchè una delle strofe di quella canzone, che parla di decisioni sbagliate prese in passato dice “I’d go back to December turn around and change my own mind”, così io che vivo in una perenne fase meditativo compulsiva ho passato qualche ora del mio tempo a chiedermi ma io, io, se veramente potessi tornare indietro di una ed una sola decisione in campo amoroso, UNA UNICA, io che farei?

E mi sono resa conto con sommo orrore che no, non cancellerei la più obbrobriosa delle one night stand quella col matto mitomane che il giorno dopo mi ha nascosto il regalo di compleanno in camera da letto perchè “magari da qui ad aprile non ci vediamo più” (era novembre…) e mi ha perseguitata a colpi di “ma io ti amo” nei mesi a venire, no, non riprenderei il fidanzato che mi ha spezzato il cuore per altro facendosi mollare come nella migliore delle tradizioni, no, non mi depilerei quella sera particolare che poi insomma la depilazione mancata è il vero grande anticoncezionale accettato anche dalla chiesa cattolica, no, non chiamerei per prima quell’altro che poi ho perso di vista e neppure romperei le corna con un’abat-jour all’Epica Testa di Cazzo di cui tanto ho parlato.

Io, se potessi tornare indietro UNA ed UNA SOLA volta in tutta la mia vita amorosa, tornerei al giorno in cui ho conosciuto il mio ex storico.
Al MINUTO PRIMA.
Ed inizierei a correre nella direzione opposta. Veloce. Molto veloce.

Perchè caro il mio ex, io in sei anni sono andata a ballare una volta.
UNA VOLTA, dai 24 anni ai 30.
UNA VOLTA, in sei anni. Ed io amavo, adoravo ballare. E tu no. E vincevi sempre tu.

Perchè caro il mio ex, in sei anni non si capisce come, avendo un lavoro e vivendo per almeno 5 di quegli anni coi miei, non c’avevo mai una lira perchè “eravamo in due”.

Perchè caro il mio ex, quando ce l’avevo una lira comunque tu volevi andare in vacanza in qualche posto buco di culo senza nemmeno un bar, vicinissimo a mammà, sporco lurido e con cucinino, dove IO cucinavo pranzi e cene mentre tu fissavi il vuoto e ringhiavi. E poi mi dicevi “non ho fame”.

Perchè caro il mio ex, ho aperto le cartelle documenti del vecchio pc defunto da un decennio e c’è la descrizione di una vera vita di merda, giorno dopo giorno, fedeli alla linea come dicevano quelli lì, dove la sottoscritta lavorava dalle 8 alle 20 quasi no-stop, litigando via sms nel pochissimo tempo libro e nel frattempo rifiutava ogni sorta di inviti, che fossero di amici, parenti, lontani conoscenti: la sagra no che c’è casino, la disco no che è tamarra, il pub no che è proletario, il week end fuori no che costa, conoscere gente no che poi la gente s’attacca c’ha i microbi cosa vuole la gente da te cosa vuole la gente da me cosa vuole la gente, aaaaargh?!?!?!??!?!

Ma soprattutto caro il mio ex, ho aperto le cartelle documenti del vecchio pc defunto da un decennio e oltre al diario dell’epoca ed alle mail ed ai log delle chat ci sono le foto.
Le nostre, dove sembro una persona morta prima del tempo e rimessa in posa per la foto della lapide.
Le foto dei miei amici, che si divertono, mamma che giovani! e noi non c’eravamo mai.
E poi le foto di persone perse di vista, tra cui alcuni di coloro che in quegli anni hanno fatto parte del capitolo “inviti NON LECITI rispediti al mittente”. E c’è uno che sembra la pubblicità di intimissimi uomo. E mi scriveva delle mail bellissime. Ed io pensavo “Maddai che fai la brava che stavolta ce la fai” e premevo canc, canc, canc.
Per te.
Mica per convinzione morale. Per te.
Un fottuto modello di mutande da maschio.
Per te.
Mi aveva prenotato un biglietto aereo, del tutto estemporaneo e senza dargli corda.
E gliel’ho fatto annullare. Sdegnata.
Per te.
Ad uno con quegli addominali lì.
Per te.

[Che adesso che sto col Tecnologico ho il mio vaso di pandora al contrario, invece di uscire fuori tutto, entra tutto dentro alla nostra storia, finchè non ci sono più mancanze, nè assenze. Ma tu. Ma tu, sant’iddio. Ma che m’è preso per sei anni?]

Ma che mi passava per la testa a ventanni&rotti a me?

I’d go back to December turn around and make it alright.
I’d go back to December turn around and change my own mind.
I go back to December all the time.
All the time

Lui.

Lei è arrivata che era quasi al settimo mese.
Una roba che non riesci a renderti conto che è incinta e PUF! è nato Lui.
Lei era bellissima come sempre, e ci tengo a ribadire che non la guardo con gli occhi dell’amore, quando s’è trasferita per andare a convivere ci sono state fior di crisi isteriche, gufate, pianti e malcelato rosicamento da parte di ‘sta decina di maschi affranti. OH, io per colpa di questa ragazza ho subito un INSEGUIMENTO in automobile, sempre a causa di un maschio affranto. Capiamoci.
Insomma Lei arriva bellissima e col cocomerino nella pancia. Io devo fissare il Cocomerino per ricordarmi che sì, è incinta.
Lei pure deve fissarlo per ricordarsene.
Del resto, due non è che sono amiche da una vita per niente.

Lei è tornata insieme alla naturalezza dello stare insieme. I mesi sono volati. Il Cocomerino ha messo il naso fuori dalla pancia mentre io ero lontana, piccolo rompino sballa-piani.
Io ho pianto, la prima volta che l’ho visto.
E la seconda.
E la terza.
E la quarta, ma mi sono nascosta in bagno.
E quando li ho salutati, che lui dormiva e gli ho colato rimmel sulla tutina.

Lo so che suona male, ma improvvisamente tutti gli altri bambini del mondo mi sono sembrati, non so, sullo sfondo.
Le altre mamme lo erano già.

Lui non crescerà vicino. Probabilmente sarò la vecchia quasi-zia pallosa che vive lontano; pensarci potrebbe farmi piangere la sesta, settima ed ottava volta tutte in fila.

Non ho altro da dire, Vostro Onore. Veramente non ho nulla altro da dire al riguardo.

e io corro (il bottone, il punto, gli sms e le 24 ore al giorno)

Capita che nella vita arrivino violenti uragani di merda.

Io sono una persona ansiosa, nonchè una control-freak, e quindi sono costretta a guadare il fiume delle rogne valutando passo dopo passo, perchè se lo guardo intero, tutto insieme, non alzerò mai nemmeno il mignolino per iniziare ad attraversare.
Sono anche una che parla tanto, e sempre o quasi di cazzate. Come detto in precedenza, se ho roba seria per le mani io mi eclisso pure con mia sorella, dico figurati scrivere sul blog. Non mi viene. Non ci riesco.

Però vorrei capire se qualcuno che ce l’ha con me ha deciso di radunare nella mia vita lavorativa tutti gli imbecilli che c’erano a piede libero nella regione.
La giornata lavorativa inizia che devo sostituire un collaboratore, all’ultimo momento, con uno nuovo. Il “vecchio” collaboratore, che io adoro e che è bravissimo, c’ha un male brutto. Repentino, e brutto. Il nuovo combina un papocchio che non se ne sa un cazzo, roba da perdere un cliente su cui io sputo sangue da 5 anni.
E perchè? Troppo inesperto? NO. Troppa fretta? NO. Troppo caos? NO. Gli ho dato un macchinario malfunzionante? NEMMENO.
NON SAPEVO QUALE ERA IL BOTTONE, mi dice. E’ DIVERSO DA QUELLO CHE USO DI SOLITO.
(chiamare e chiedere “scusa, ma quale bottone devo premere?” evidentemente non era un’opzione).
La giornata continua con preghiere suppliche minacce ed alcune figure barbine per rimediare al papocchio. GranDottore può risolvere metà, se io aggiusto l’altra metà del guaio. Io aggiusto. GranDottore mi da appuntamento alle ore 12.00 in culo alla miseria. Alle ore 11.58 io sono in culo alla miseria. Alle ore 11.59 GranDottore mi chiama e mi chiede “ma…sei già partita?”
Vi lascio immaginare il seguito.
Nel frattempo tutti gli operatori che sono da altri clienti chiamano al mio cellulare con problemi gravissimi da risolvere: mi scappa la pipì, ma a che ora è la pausa pranzo, ma che gli dico a questo che ha mal di pancia – MA SARAI TU IL MEDICO?!? – ma domani ci devo proprio andare dall’altro cliente?
GranDottore mi calma promettendo di far la sua parte “in due ore”.

Io torno in ufficio a risolvere i problemi di incontinenza varia dei miei “colleghi”.
Piglio 4 telefonate in 10 minuti.
EnelLuceGasdiStocazzo. No, non c’è il titolare, ciao.
Cliente Gravida: VOGLIO IL MIO CERTIFICATO NUMERO DUE. Sì, clientegravida, per avere il numero due devi mandarmi tu il numero uno. MA IO L’HO MANDATO, SIETE VOI CHE SIETE IN RITARDO! Occavolo, e quando lo hai mandato? CINQUE MINUTI FA. E il certificato numero due per quando ti serve? DOMANI MATTINA, IN COPIA ORIGINALE, A 80 KM DA QUI. Certo, clientegravida. Io viaggio nel tempo, che non l’ho scritto nel contratto?
Cliente Frettoloso: VOGLIO IL MIO DOCUMENTO PIENO ZEPPO DI DATI ASTRUSI. Sì, clienteFrettoloso, hai presente i dati astrusi del documento suddetto? Quelli che dovevi mandarmi? Quelli che non mi hai mai mandato? SIGNORINA, VENIAMO AL PUNTO! Il punto è non me li hai mandati, il punto è no dati – no documento. (il punto è che sei un coglione, ma non posso dirtelo).
EnelLuceGasdiStocazzo: ANCORA VOI??
A questo punto sono le 4 di pomeriggio e io… posso iniziare a lavorare. No.
Drin.
Sms. Un amico che doveva venire a cena. “guarda che stasera finisco tardi”. “va bene, finisco tardi anche io, no prob”.

Lavoro due ore e mi rilancio da GranDottore, ma… cellulare spento, o non raggiungibile. Va bene, faccio la spesa più veloce del nord-est, porto a casa, riprendo il telefono… cellulare spento, o non raggiungibile. Va bene, d’accordo: metto su l’arrosto, chiudo la pentola a pressione, metto un timer AL MOROSO perchè spenga la pentola al momento giusto, mi lancio in studio di GranDottore decisa a sfondare la porta a colpi di Yaris, se è necessario.
GranDottore invece c’è. E apre la porta. E avrebbe anche risolto la sua parte, se non fosse che manca UN FOTTUTO PEZZETTO, UNA CARTINA, UNA PAGINETTA, che la mia segretaria s’è dimenticata di metter dentro al plico. Io lo guardo, e voglio morire. A questo punto sono le otto e venti di sera, sono a mezzora di macchina da casa mia, sporca, stanca, coi capelli elettrici, ho gente a cena ed un caos risolto al 99%.
A me serve il 100%. Mi arrendo.

Volo a casa, per altro trovando alcuni ciclisti acrobatici nel percorso, scopro che la casa, la pentola a pressione, l’arrosto e pure il Tecnologico sono sopravvissuti all’esperimento, preparo il contorno, preparo le patate, preparo i gatt… no, quelli no, e aspetto. Il Tecnologico, che di calcio si interessa quanto di ikebana, si fa il suo piatto e si rintana nello studio a mangiare per i fatti suoi.
Io aspetto. Aspetto.
Aspetto.
Ad un certo punto chiamo “ehi come va tutto bene che partita di merda!” “Scusa, ma io non ti aspettavo per cena?”
“Ma cazzo pensavo che volessi dire…intendessi… fosse scritto… finisco tardi anche io facciamo un’altra volta”.

Ergo io mangio alle 23.00, col mio papocchio un po’ risolto un po’ no, con domani che arriva a grandi passi, con l’ultimo appuntamento di domani fissato alle 18.00 a 50 km da casa, per altro con una persona che notoriamente ha ritardi di ore.
Meno male che l’arrosto il giorno dopo è più buono.

Sono “un poco” stanca.