stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

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17 pensieri su “stand by (me?)

  1. questo tuo post è bellissimo ed è così vivo che mi hai fatto rivivere il periodo in cui questa “tu” ero “io”, ed era tutto esattamente così come lo descrivi… aggiungi che io, ingegnere, l’idea di non riuscire ad organizzare tutto alla perfezione, compresi gli orari di cacca-pappa, ecco per me è stato un trauma infinito.
    Non so che dirti, se non che passerà, ma questo già lo sai.
    Allora ti dico che passerà e che ti mancherà pure, che quando la domenica sto infossata sul divano a guardare tre puntate di serie tv, ogni tanto mi alzo e vado in cameretta (la cui porta è rigorosamente chiusa), sbircio mia figlia che gioca con le amiche, chiedo timidamente “avete bisogno di qualcosa?” e loro “no, no, vai, chiudi la porta”
    *sospiro*….

    • Bia io per lavoro organizzo il lavoro degli altri, pensa lo shock! :D Lo so che passa, va già benissimo rispetto ad un anno fa ed è davvero un’esperienza incredibile, ma aspetto con fiducia il momento in cui potrò poggiare dieci minuti il regale culo sul divano, te lo giuro ;)

      • Per i dieci minuti con il culo sul divano, devi attendere i due anni… iniziano ad interessarsi alla televisione, e riuscirai ad imporre cartoni animati per almeno 10 minuti al giorno :)

  2. Ecco no. A me il pensierino non me lo fai fare. Anzi. Ricordo ancora quando mi dicevo che i figli sono fatica vera e forse ancora nemmeno pensavi di averne. O di poterne avere. O chissà che. Tesoro lo sai che ti voglio più bene di quello che sarebbe normale ma tu sei stanca. Tanto stanca. La tua chiusa finale mi ha tolto il fiato, e non è nemmeno la mia vita. È la tua.

  3. Io sono te, da 18 mesi e 14 giorni. E va sempre meglio, ma com’è che il mio compagno sostiene che per lui non sia cambiato nulla? Sarò efficientissima?!?!!

  4. Il primo ha quattro anni e mezzo ed è su in cameretta sua. Il secondo -sospiratissimo secondo- è qui in un lettone affianco a me ebbro di latte e di sonno. Ha sei settimane e io l’ho aspettato per tre anni buoni, altro che nove mesi. Lo cercavo dicendomi che ero folle. Quando è arrivato, solo quando è arrivato ho capito perchè il mio essere lo stava cercando.
    Quella frase che ha tolto il fiato a Laura, a me ha fatto venire voglia di fermarmi e sfidare quel senso di impotenza ‘non ce la posso fare a lasciarle un commento (come non ce la posso fare a scrivere delle milioni di cose di cui pure vorrei lasciare traccia) e il problema non è il tempo, ma come hai detto bene tu lo spazio mentale.. o semplicemente delle connessioni neuronali più efficienti che permettano di concentrarsi.
    e sto cercando da parecchi buoni minuti di srcivere qualcosa di sensato e proondssimo che affiora dai miei pensieri , ma nun glielafo’ e sono tentata di sintetizzare tutto con passerà, riprenderai la tua vita in mano e sarà bellissimo… lo faccio?
    mi sa che l’ho fatto

  5. Ti sarai anche “metaforicamente accoppata” ma quello che scrivi, e come lo scrivi, dimostra che sei invece vivissima, capace di affondare il coltello della scrittura con queste botte di verità che fanno male. E non farebbero così male, se non fossimo vivi. E questa cosa, di essere felici sui bordi, è bellissima.
    Sono contenta che tu sia tornata. Mancavi.

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