perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

Faceva davvero molto caldo, in quella prima settimana di luglio.
Lei si era già trasferita, camera sua era vuota, coi mobili mezzi accatastati per ridare la tinta ai muri. Camera sua era sempre chiusa, perché a vederla così mi prendeva lo sconforto.
In casa l’aria era bollente, sempre stata un forno, tutto il pomeriggio in battuta di sole con gli infissi di carta velina e niente tenda sul terrazzino. Aprivi le finestre e non c’era un filo di vento, tutto immobile. Ogni volta che aprivo un mobile trovavo altre cose da portare via, da imballare, da ricollocare. Non lo sapevo ancora, ma avrei avuto incubi per anni riguardo a quei mobili cornucopia da cui la roba continuava a ricrearsi e rispuntare fuori.
Poi sono arrivati in soccorso gli amici e in 24 ore (e sei macchine e 8 paia di braccia in più) abbiamo finito, chiuso, terminato, kaputt! Prendi i gatti e scappa. Ho ridato le chiavi. Ho pianto un poco. Non lo sapevo ancora, ma avrei continuato a sognarla per anni, quella casa. Sogno, ogni tanto, di guardarla da ospite, e chi ci vive l’ha resa bellissima, e provo invidia per la capacità di creare bellezza laddove io al massimo creo caos.
La sera ci siamo guardati intorno, sudati e stanchi, il Generale s’è impossessato del telecomando dell’aria condizionata e io ho pensato “Bene, e adesso?”.

4 anni dopo, nella stessa settimana di luglio, altrettanto bollente purtroppo, avevamo una neonata che non dormiva mai. Chissà se chi ha figli che dormono o chi non ne ha affatto riesce a capire la frase “non dorme mai”. Non vuol dire che dorme cinque ore. O quattro. O tre e poi altre tre. Vuol dire mai. Vuol dire che se dorme tre ore poi è sveglia altre tre. 24/24, 7/7. Vuol dire che tre ore filate le dorme una volta al giorno. Se hai culo, col buio. Altrimenti, ogni ora, ogni mezzora, “ueeeeeeè”. Vuol dire due adulti che dopo 4 mesi di costante privazione di sonno, ormai incapaci anche delle cose più semplici perché troppo sfiniti per tutto, si guardano in faccia e si chiedono “E adesso?”.
Un anno dopo, ancora lo stesso giorno di Luglio come il fedele facebook mi ricordò, ho lasciato la mia ex-neonata al padre per il tempo di una doccia. Di solito la doccia dura cinque minuti e quando esco il Tecnologico mi lancia la figlia effettuando un passaggio all’indietro da rugbysta esperto (che non è, temo inoltre si stia allenando per provare un drop, con la figlia) e fugge verso le verdi praterie del caffè, mentre quel giorno preciso preciso di quella settimana precisa precisa li ho trovati lì, seduti sul divano, con lei che ordinava indicando il foglio l’animale da disegnare e lui che eseguiva obbediente, e non si scollava di torno.

L’ho preso come un segno. Il segno che in tempi a venire forse potrò perfino lavarmi i capelli.

Mesi dopo è passata a trovarci la nostra amica Allegra. Allegra ha dieci anni meno di me, almeno 15 cm di altezza in più, capelli rossicci e sciarpe larghe e si mangia le parole quando parla, al che spesso la perdo a metà di un discorso e la ritrovo solo in fondo, senza essere sicura di aver capito come ci siamo arrivate. Mimosa la adora, io pure. E’ difficile trovare qualcuno a cui possa star sullo stomaco Allegra, è come farsi star sulle palle quel filo di vento che ti rinfresca quando hai troppo caldo anche solo per spostarti.

Abbiamo riesumato la cara vecchia brandina pieghevole (brandina pieghevole non rende l’idea, è un monolite di ferro originario degli anni ’70 che – fatalità – si può anche ripiegare su se stesso), quella di quando abitavamo nell’altra casa, le ho preparato il letto e mi ha colpita il pensiero di quante persone provenienti dalle più disparate regioni e frequentazioni abbiano dormito su quel catafalco. Allegra è arrivata dal centro italia nelle nostre vite, sul catafalco e nel nostro cuore grazie ad un blog. Quello che avevo un decennio fa. Quello attraverso il quale ho conosciuto il Tecnologico.
E mentre le guardavo giocare, con Mimosa che in genere è così diffidente che le dava la mano spontaneamente, fiduciosa, e Allegra che se la portava mille volte su e giù dalle scale mobili del supermercato, ho realizzato che le ho entrambe, ora, l’amica e la figlia, la ragazzina che ho visto diventare donna e la neonata che diventa una persona, le ho entrambe perché una volta scrivevo un blog.
Ad un certo punto, chissenefrega di lavarsi i capelli.

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14 pensieri su “perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

  1. Quanto è lungo il catafalco? Ché se è almeno 190 ci entro. Coi piedi fuori ma ci entro. E vediamo se riesco ancora ad addormentare le bimbe che dormono poco (300 notti con Elena. Contate. Mezz’ora e poi uè. Mezz’ora-uè. Tuttanottetuttanottetuttenottituttenotti.). Cantavo Tunnel of Love e Romeo & Juliet. Funzionava. Per mezz’ora.

  2. Tu-Sei-Pazza.
    Ma quella pazzia bella, adorabile, splendida senza la quale non ci sarebbe la vita stessa.
    Ti auguro tutto il meglio, a te, al teconologico e ovviamente a Mimosa

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