stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

Hello. Torna Adele, e quindi torno anch’io.

Dunque.
Nelle rarissime (issime!issime!issime!) occasioni in cui capita ancora di fare vita sociale, e nelle rarissime (vedi sopra) occasioni in cui la radio della mia macchina torna ad essere la MIA RADIO della MIA macchina, e non la ripezione costante&perenne de “La Zanzara con l’abito da sera” nella carrozza porta erede, ecco, in quelle occasioni lì io ho sentito la nuova canzone di Adele ed il relativi “oh com’è struggente”.
Struggente?
La menata della ex che ti chiama a tutte le ore da quando è passata da “attenuante in caso di omicidio” a “struggimento amoroso”? Che vi è preso a tutti mentre vivevo rintanata nella mia ruota casa-figlia-lavoro?

Ma no, dai.
Adele, adele, già prima avevi quel certo non so che di gatto appeso ai maroni, ma adesso inizio a pensare che tu sia la versione femmina di Antonello Venditti. No, no, no, non si fa.
Struggente? Ma struggente un cazzo! Non è neanche più stalking, è la ex che non ti vuole finchè tu non sei lì lì per rifarti una vita: allora ti ha sempre amato.

Un milione di anni fa avevo un fidanzato che possedeva, oh fortunato, una ex di questo tipo. Modello Adele, fatta e finita.
Non se lo fila di pezza per mesi. Appena però le arriva voce che sia riammorosato – e ancor peggio, felice – tah dah! Squillino al cellulare!

“Hello, it’s me
I was wondering if after all these years you’d like to meet
To go over everything”

“Scusa ma tu non stai con uno da due anni?”
“Eh no sai ci siamo lasciati… e poi non era come con te!”

“They say that time’s supposed to heal ya
But I ain’t done much healing
Hello, can you hear me”

Sì, in effetti non ti sente bene. Perchè è in taverna, con la sua fidanzata nuova di pacca, e starebbe cercando di avere un rocambolesco rapporto sessuale sul divano buono dei genitori. Non ti sente. C’ha una vita. Capisci?
No.

“Hello from the other side
I must have called a thousand times
To tell you I’m sorry for everything that I’ve done
But when I call you never seem to be home”

Lasciamo stare il reato di stalking, questa è la dichiarazione perfetta delle “ex Adele passivo-aggressive”:
“Ti ho chiamato taaaaantissimeee volte. Per scusarmi di averti fatto becco e di essermi fatta sgamare e di averti lasciato come un sacco di spazzatura davanti ad un cassonetto pieno”.
Finito? No!
“MA TU NON SEI MAI A CASA QUANDO TI CHIAMO virgola e sottinteso: STRONZO”

Fatemi capire chi al giorno d’oggi, esclusa la mia vicina di casa settantenne che riceve chiamate nel cuore della notte e risponde garrula dei “prooontooooooooooooo?” a 90 dB che mi risvegliano figlia e nazismo, chi ca* telefona A CASA, se non quelli dei call center, la nonna a Natale e…Adele, al suo ex.
Per poi potersi lamentare che lui non c’era.
‘sticazzi, Adele, quel numero non sarà manco più il suo. Starai chiamando un’ufficio postale, dopo le 16 non c’è più nessuno, figurati se fanno straordinario per pigliare le tue drunk-dials delle due di notte.

E poi, eccolo qui: il Manifesto del Partito Adelista. La rosicata lasciata cadere così, con la grazia di un Gasparri in moschea:

“At least I can say that I’ve tried
To tell you I’m sorry for breaking your heart
But it don’t matter it clearly doesn’t tear you apart anymore

Io ci ho provato, con lieve ritardo di lustri, a scusarmi per quella scopata col tuo amico di dieci anni fa.
LO STRONZO CARO MIO SEI TU, CHE DOPO DIECI ANNI NON CI PIANGI ANCORA SOPRA. E ALLORA MICA MI AMAVI! SE ERA AMORE VERO, CARO MIO, STAVI ANCORA SEDUTO ACCANTO AL TELEFONO FISSO, A TREMARE OGNI VOLTA CHE IL COMPUTER DELLA VODAFONE SELEZIONA IL TUO NUMERO PER L’OFFERTA ADSL CASA, CON ‘NA PEZZETTA SULLA FRONTE E I KLEENEX ACCANTO! E INVECE NO! COME OSI RIFARTI UNA VITA?!”

Sarà che ci sono passata.
Sarà che il dialogo:

“Ma ti sei fidanzato?”
“Sì”
“Ci vediamo?”
“No!”
“Ma io voglio vederti!!”
“Non è il caso, mi dispiace!”
“STRONZO, ALMENO PER GLI AUGURI!”
“Gli auguri di che?”
“GLI AUGURI DI PASQUA!”
è avvenuto davvero, protagonista il mio fidanzato dell’epoca, davanti ai miei attoniti occhi e le mie ancor più attonite orecchie.

Ma come diamine si fa a considerare struggente la versione americana di “EH LUCA?!”

il gender che ti offender

C’era una volta Dio che non avendo niente altro da fare decise di creare il campionato di calcio di serie A Tim. Siccome a Dio piaceva prendersi bene bene per tempo, iniziò creando l’uomo e la donna. E creò un uomo e lo chiamò adamo e creò una donna e la chiamò eva e disse loro “andate e procreate”, ma evidentemente fuori dal vincolo del matrimonio perché un prete no, non l’aveva ancora creato, e anche un poco fuori dal vincolo del buon gusto perché non aveva creato manco gli stilisti e ‘sti due se ne andavano in giro nudi che manco al gay pride si va nudi nudi del tutto.
Adamo ed Eva come tutti si sa, fecero due figli maschi, uno accoppò l’altro e fu costretto ad andarsene.
E quindi noi deriviamo da…dai figli dopo di Adamo ed Eva, che per fare a loro volta altri figli o si accoppiarono tra fratelli o con la madre o col padre. No, in realtà Caino se ne andò e incontrò altra gente (nati da cosa non si sa bene), ma è lecito pensare che se tutti deriviamo da due…EVVIVA L’INBREEDING, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE.

C’era un’altra volta ancora sempre Dio che s’era un pelo stufato di come andavano le cose sulla Terra (il campionato di calcio di serie A Tim non era ancora arrivato) e decise di mandare giù Suo Figlio. Quindi prese una bella coppia di timorati del Signore e…no. Quindi prese una ragazzina di una dozzina d’anni, la fece sposare ad un signore molto più anziano, lei restò incinta grazie ad UNO SPIRITO restando vergine ed il signore anziano fece da padre al figlio dello Spirito Santo e la donna restò vergine nei secoli dei secoli, al che ad occhio il matrimonio non fu nemmeno consumato. EVVIVA I PATRIGNI, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’era un’altra volta ancora un signore che no, non è Dio, ma ci si crede moltissimo, che era sposato ed aveva due figli, ma un giorno andò a teatro e BUM! Amore a prima vista. Quindi ebbe una seconda moglie e ben tre secondi figli, a 60 anni faceva ancora l’amore ogni giorno e la comunione in chiesa anche se mia mamma per esempio che e’ divorziata anche lei la comunione non la può fare. Comunque non bastando due mogli il signore si prese anche una palazzina di concubine e visse felice contento circondato di gnocca e col mito di Priapo. Ed ovviamente anche lui grida forte: EVVIVA LA FIGA, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’è pure a ben vedere un ulteriore signore, un giovanotto dai, che pure lui insomma di tenerselo nelle mutande…no dai, insomma questo giovanotto vola su un fiore, figlia, vola su un altro fiore, figlia, vola su un altro fiore ancora e dichiara: EVVIVA CHI CE L’HA DURO! EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE! Ed in effetti più naturale che riprodursi che manco i conigli in allevamento non saprei indicare cosa ci sia.

Questi due signori in carne ed ossa insieme ad una pletora di gente che si suppone creda assolutamente alle due storie sopra, difendono la famiglia naturale (che abbreviato farebbe FN, dice niente?) dalle grinfie della temibile “ideologia gender” che tutti quanti ci frocizzerà, e dopo averci frocizzati ci trasformerà in pederasti, e quando avremo l’età giusta anche noi desidereremo andare con le ragazzine…oh, ma dove l’ho già sentita questa? Fa niente.
Ora, io son tre mesi che se leggo un giornale è già grasso che cola però ora che son tornata a lavorare ci ho la babysitter e questo vuol dire poter leggere un giornale e perfino bere un caffè IN PACE. E PERFINO USARE GOOGLE! E GOOGLARE “TEORIA GENDER”! E scoprire che è una roba assolutamente innocua, a meno che non si consideri terribilmente pericoloso dire ai bimbi fin da piccoli che non sono obbligati a giocare con qualcosa invece che con qualcosaltro per definirsi come individui. INCREDIBILE.
Lo avesse saputo anche la suora che avevo quando facevo l’asilo, mia madre non avrebbe mai dovuto ripagar loro una barbie calva ed una monca (amore, devi giocare con le bambole come fai a casa tua!). Eppure, lo giuro, sono cresciuta etero ed ho una famiglia.

Ah cazzo, come non detto. Non sono sposata. Ah, ma è sdoganato. Sono figlia di divorziati. Ah, ma son sdoganati anche quelli. Eh, ma io vado anche a putt…no, chi c’ha tempo per gli gigolò, dai. Comunque mi risulta anche quelli siano sdoganati.

Poi ho letto quella serie di punti sull’educazione sessuale che una serie di messaggi e catene di sant’antonio sta cercando di spacciare per punti della legge Scalfarotto, quando invece il documento è lo standard per l’educazione sessuale in europa ed è dell’OMS. Infiltrata suppongo di drag queen che manco la muccassassina.
Ecco, a me piacerebbe sapere perché qualcuno dovrebbe sentirsi minacciato da un bambino molto piccolo che ha la consapevolezza di quali parti del suo corpo sono intime e quali gesti sono leciti e quali no.
Perché mai un buon cristiano dovrebbe sentirsi minacciato?
Perché mai un prete dovrebbe sentirsi minacciato?
Impossibile.

Sicuramente sto sbagliando. Nessuno sevizia, stupra o abusa bambini, nella FAMIGLIA NATURALE. No?

(Ma che son naturali solo quelli con un padre ed una madre non ditelo alle meduse, che a noialtri innaturali di base oramai non ci frega una cippa, ma loro poi ci restano male.)

La fretta dello sciacallo

Alcuni anni fa, qualcuno lo ricorderà suppongo, una ragazza padovana andò in vacanza in spagna con un’amica, sparì dopo una serata, e fu ritrovata il giorno dopo, morta, nascosta dietro un cespuglio.
Venne arrestato un tizio, reo confesso. La uccise perché lei resistette ad un tentativo di violenza sessuale.

All’epoca, nelle pochissime ore passate tra “è sparita” e “è morta”, un noto giornalista italiano che ha una rubrica di, boh, come si chiamano adesso? Attualità? Costume e società? sulla Gazzetta, scrisse un trafiletto in cui diceva, papale papale, “vabbè ecco i nostri giovani di paese, vanno in vacanza dove c’è movida, poi si drogano e tutti fatti muoiono annegati. La troveranno in mare.”
Invece no. Niente droga, niente fattanza, niente “eh se l’è cercata”.
Un uomo violento, uno stupro, un omicidio.

Ma, nota bene, mai quel giornalista scrisse due righe dicendo “mi sono sbagliato, chiedo scusa alla famiglia”.

In questi giorni è in prima pagina la tragedia del liceale padovano caduto dal quinto piano di un hotel a Milano. I giornali banchettano sulla sua vicenda, sul malore, sullo “slavo in hotel”, sul chi come cosa dove quando.
Chi è stato? Chi è stato? Di chi è la colpa per quel volo, per quel malore, per quel bagno trovato chiuso?

Un noto giornalista scrive un editoriale, sul giornale locale, in cui immagina di scrutare le facce dei compagni di classe al funerale e convincerli a dire “la verità”, la quale verità sarebbe ammettere che hanno somministrato del lassativo al ragazzo per scherzo. Sarebbe, perché la polizia nega la faccenda, i ragazzi negano, e di lassativo per ora non s’è trovata traccia. Insomma questo editoriale, uscito che già tutti affermavano che la storia del lassativo fosse falsa, finisce con una frase tipo “se non ammettete la vostra colpa la vostra vita non avrà più senso”.

Al momento pare che non ci sia colpa. Non lassativo, ma tristemente cagotto da alcool. Alzi la mano chi non ha un amico che c’è passato.
Non c’è la colpa (erano maggiorenni), non c’è colpevole, non c’è assassino.

Solo tanto dolore e tante, tante parole a sproposito.
A questo giro qualcuno scriverà due righe per chiedere scusa a questi ragazzi?
Io, onestamente, ne dubito. Tanta la fretta di dare colpa, tanta la calma di dire ho sbagliato.

“è così breve l’amore, e così lungo l’oblio”.

Stupidi Vs. Ladri

Uscita dal liceo mi sono iscritta a Giurisprudenza. Pareva una scelta logica, ci credevo, pensavo mi sarebbe piaciuta tanto. La prima scelta ad onor del vero sarebbe stata Lettere, ma oramai mi avevano riempito la testa di “ci fai la fame, non ci si vive”.

Andava tutto discretamente, se non che…non mi piaceva, per niente. Non mi piaceva lo studio, non mi piacevano i codici, non mi piacevano le aule video perché in 400 non ci si stava in una sola e quindi metà col prof. e metà con la tele, non mi piaceva l’ambiente e non mi piacevano i sanpietrini che volavano tra giuovanidestri-giuovanisinistri giusto giusto nel cortile. Soprattutto non mi andò giù per niente un professore che sostenne, in aula e non solo, che per il Paese era più dannoso un Di Pietro che esautorava l’intera classe politica piuttosto che un Craxi che rubava. “La stabilità del Paese è più importante della legalità”.

Quella fu la goccia, e la scusa, che fece traboccare il vaso e mi fece saltar fuori dall’Università così, su due piedi.

Oggi leggo la diatriba tra Paola Taverna e la Sen. Cattaneo e mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: vorrei incontrare quel professore e dirgli che aveva ragione lui. Il partito che fa della “legalità” la sua (unica) bandiera, manda in parlamento ed in senato delle bestie tali che se fosse l’unica alternativa a loro io voterei pure Moggi.

Non si può essere più dannosi di così neanche reincarnandosi in una locusta.

la leggenda della cacca santa ed altre favolette

Dalla prima sera da soli a casa col relativo primo attacco di panico è passato un mese giusto giusto. La sconosciuta di tre chili e rotti che ci siamo portati via dall’ospedale è già meno sconosciuta e ben più pasciuta, e posso affermare non senza dispiacere che ha ereditato lo stomaco problematico del padre, purtroppo in concomitanza con l’appetito da caimano di sua madre: dopo “Ogni cosa è illuminata” va in onda a casa nostra “Ogni cosa è vomitata”. Ma vabbè.

Un sacco di tempo fa leggevo il blog di “machedavvero” e mi ricordo di aver sorriso di un episodio in cui lei, alla prima uscita post-parto senza pargola, ha realizzato “oddio ho una figlia”, così, come se alla prima boccata d’aria la nozione si fosse cancellata da sola. Ora non sorriderei un bel cazzo di niente perché a me è capitato senza neanche uscire di casa: sotto la doccia, o cucinando, o coccolando il gatto. Ah, oddio, nella stanza accanto c’è una neonata…ed è mia. Seguiva attacco di panico di cui sopra.
C’erano delle cose che mi sono state dette, PRIMA, a cui non ho prestato attenzione. Altre che ho ascoltato, ma davvero se non ci passi non riesci a comprendere la faccenda. Tipo il parto, lo sai che fa male, ma non sai non dico “quanto”, ma “come”.
Tipo il primo mese. Tutti ti dicono (tranne quelli che hanno il figlio benedetto da Dio che dorme subito almeno sei ore e le restanti 18 non le passa a piangere) che il primo mese è un tunnel.
Buio.
Il nostro in effetti è stato un tunnel. Buio.
Sulla Salerno-Reggio.
Il primo agosto.
Senza aria condizionata.

Per mia fortuna non sono una competitiva e non mi è mai venuto in mente di partecipare alla gara “il mio è più buono del tuo”. La piccola è buona come il pane, va detto, ma ha questa piccola, secondaria fisima del voler mangiare sempre. Intendo sempre. Se ha gli occhi aperti, lei vuole mangiare. Mi guarda come se fossi un Big Mac e la sua piccola bocca rosata mima il succhiare ed i suoi occhi lanciano il messaggio:

“TETTA. ORA. TETTA! TETTA! TETTATETTATETTATETTATETTA!”. Per cinque secondi.

Poi si scatena l’inferno.

Con buona pace della routine propugnata dai manuali, dalla mia stessa pediatra (la lasci piangere, fa bene ai polmoni!…due ore…?), dalle altre mamme (io la mia la lascio piangere sempre, deve imparare la pazienza!…per curiosità quanto tempo la lasci piangere? “Mah, cinque minuti”. Ah, ecco), dalla MIA MAMMA (non puoi cedere al ricatto!…cominciamo bene!), Mimosa Sequentur (grazie Riru!) vorrebbe magnare ogni ora, e solo la benevolenza del Signore fa sì che al momento la notte allunghi i suoi tempi ad ore 3. Forse. Se la luna non è in Sagittario.
Ovviamente ho letto tutto il leggibile sul “come” allungarle i tempi. Può essere che ci metta del mio e mi compri dei tappi per le orecchie. Anzi delle cuffie. Grosse.

Detto questo, ne ho imparate di cose questo mese!
Per esempio, la prima è che, come dice il mio amico Funky “I figli degli altri dormono. Tutti. Da subito. Ininterrottamente. Dal terzo mese portano il caffè alla mamma, ma solo dopo le otto di mattina.”
Eppure anche le altre hanno occhiaie da panda e segnali di cedimento psicofisico. Chissà. Sarà la cancellazione di Centovetrine.
La seconda è che il limite si sposta sempre. Tieni duro il primo mese, poi è fatta, ti dicono.
Poi diventa “A 40 giorni si regolarizzano”.
Poi si estende a “A 3 mesi distinguono il giorno dalla notte”.
Poi raggiungi “A otto mesi il sistema digerente è maturato e con lo svezzamento si risolve il problema del reflusso”.
Poi alle due di mattina con l’idrovora attaccata leggi i forum di madri sfinite e… “mio figlio chiede ancora il biberon delle tre di notte. Ha 12 anni”. A quel punto unirti alla resistenza curda non ti sembra più un’idea malsana e pericolosa.
La terza è l’annosa questione della cacca dei neonati. La famosa cacca santa che non dovrebbe puzzare, quella assurta a paradigma di quanto noiosi si diventi da genitori, beh il punto focale della caccasanta non è l’odore, ma il colore. Perché i neonati c’hanno il culo di Iridella e ciò che producono cambia colore da un giorno all’altro, se non nell’arco dello stesso giorno. E ci sono fior di siti con le foto di suddetta produzione e la spiegazione sotto, bene-male, buona-cattiva, ottimo-pessimo. Suppongo usati da gente come me, che un giorno ha aperto il pannolino della figlia ed ha esclamato “ORCOGIUDA, MA QUANDO S’E’ MAGNATA UN UNIPOSCA?”.

La cacca dei neonati può essere fluo.
Come i segni che ho sotto gli occhi. Ah, ecco, qualcuno avverte un leggero languorino. Post pubblicato senza rilettura in 3, 2, 1…

due signori.

C’è un signore di una certa età, con una vita tranquilla di lavoro alle spalle, con una medaglia al valore civile ricevuta per aver salvato una donna che era finita in un torrente con la macchina.
C’è un altro signore, con 35 anni meno del primo, con una vita passata tra furti, rapine a mano armata, sparatorie con le forze dell’ordine, rissa con suddette forze dell’ordine, and so on. Poi decide di mettersi tranquillo, dicono. Di mettere la testa a posto. Incontra il sindaco del suo paesino e gli dice che sta cercando un lavoro.

Il secondo signore, che onestamente non si capisce come sia a piede libero, ma vabbè signoramiaquestaèL’Italia, forse ha un pizzico di confusione per quanto riguarda il concetto di lavoro, perché va con alcuni “amici” a rapinare una gioielleria. Armato di AK47, pare.
Il primo signore, che lavora lì davanti, quando li vede iniziare a pigliare a mazzate la porta, dietro cui c’è per altro una ragazza nel panico, gli urla di andare via. Niente. Corre dentro casa, prende un fucile, detenuto regolarmente in quanto cacciatore, spara in aria. Niente. Spara alla macchina dei rapinatori, ovviamente vuota. A quel punto il secondo signore spara a lui. Lo manca.
Il primo signore risponde.
Non lo manca.
E nonostante sia stato colpito – volutamente – alle gambe, il secondo signore muore, e si lascia dietro una moglie incinta, un progetto di vita diversa buttato via, ed un primo signore roso dal rimorso.

Ho dimenticato qualcosa? A me sembra di no. Ho distorto qualcosa? Mi sembra, ancora, di no.

Bene, io abito in un paese in cui la gente urla “pezzo di merda assassino” al primo signore. In cui il suocero del secondo signore dice “oh cristo noi non avevamo idea che avesse ripreso quella vita, però anche l’altro, l’altro che ci faceva con un fucile in casa?”.
In cui la moglie del secondo signore si costituisce parte civile.
Ed il più accanito detrattore del primo signore, che fu comico di professione come un sacco di altri Pensatori Italici prima di lui, minaccia di ritorsioni fisiche ed insulta sanguinosamente chiunque non la pensi come lui, abbinando alla perfezione lo stile del Signore n.2 a quello dei suoi difensori.

Sarà vero che all’aumentare della pancia svaniscono i neuroni, ma veramente stavolta il non capire come le persone colleghino le cose più che rabbia mi provoca una tristezza invincibile. Quello che combatte il criminale e salva la ragazza, quello dico una volta non era Superman? L’Uomo Ragno? Terence Hill? Il Buono per antonomasia?
Com’è che adesso è un pezzo di merda?

Non sarebbe l’ora di smettere di dar retta ai sermoni dei comici in disgrazia?