“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.

 

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lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.

[clienti surreali] Sette tipi di clienti per sette giorni di ordinaria follia

1. L’avventista del Settimo Giorno.
IL MONDO STA FINENDO! IL TEMPO E’ SCADUTO! QUESTA COSA DEVE ESSERE FATTA TRA VENTIDUE SECONDI, ALTRIMENTI LE PORTE DEL PARADISO CI SARANNO PRECLUSE PER SEMPRE! PENTITEVI!
Non fai in tempo a rispondere “tal dei tali buongiorno” al telefono, che parte la tachicardia. Lui non parla, lui si scapicolla mangiandosi le parole. Tutto è improrogabile, urgentissimo, indispensabile. L’atteggiamento è quello di uno con un cagotto fulminante che ha scoperto di aver finito la carta igienica, lo scottex ed i tovagliolini di carta. Contemporaneamente.
Non riesci neanche a promettere che farai subito: ha già riattaccato.
Tu fai e mandi.
Ricevi immediatamente risposta. AUTOMATICA: “SONO IN FERIE FINO AL TRENTA DEL MESE”.

2. Il Grillino
Questo di solito non è “il cliente”. Questo è un dipendente del cliente. Quasi completamente analfabeta, chiama e chiede immediatamente CON CHI STA PARLANDO, anche se glielo hai appena detto, rifiuta di dire chi è, rifiuta di dire per chi lavora, rifiuta di dire per cosa chiama, e chiede con insistenza di parlare con la persona X. Alla risposta che il numero di cellulare dei collaboratori non sei autorizzata a darlo così, a caso, “ma se mi lascia un recapito la faccio contattare al più presto”, si indigna e riattacca.

3. Il Fiume in Piena
Il Grillino alla quarta telefonata, quando decide, al ventesimo insulto che incassi senza battere ciglio, che può fidarsi di te. A quel punto, invece di darti un recapito e mettersi il cuore in pace, ti racconta la storia della sua vita, della sua famiglia, del suo gatto e dei suoi vicini di casa, finché stremata gli dai quel cazzo di numero di cellulare perché scusami, collaboratore, ma mors tua, vita mea.

4. Ipercoop, Buongiorno.
Cliente facente parte solitamente di Grossa Azienda Prestigiosa, che si sente splendere di luce riflessa, un poco come l’amica cessa che in un gruppetto di strafighe se la tira pure lei perché sì.
Questo cliente chiama, presentandosi per filo e per segno, chiedendo di parlare (ovviamente: con urgenza) col collaboratore tale per un problema di cui “preferirebbe parlare solo all’interessato”. Nella tua testa passano feriti, morti, denunce a vario titolo, ispezioni di qualunque ente preposto, concorrenti agguerriti che portano listini a metà prezzo.
No. In genere vuole qualcosa di assolutamente extra, che non riguarda né la sua azienda né il suo lavoro, lo vuole subito, lo vuole gratis. Mi è capitato uno che voleva una prescrizione per un medicinale per il figlio, perché “il pediatra è in ferie”, ed abbia cercato di averlo tramite uno dei miei medici, che ERA IN FERIE ANCHE LUI. Noblesse Oblige.

5. Il macigno di Sisifo
Questo ti frega sempre perché pare normale. PARE.
A lui serve la cosa x.
Tu gliela mandi.
Fine.
No.
Una settimana dopo, lui ti richiama. Gli serve la cosa X. Tu controlli, ti sembrava proprio di avergliela mandata…. Confermi. Lui “non la trova”. Rimandi. Ti richiama. C’è un errore. Correggi. Rimandi. Due giorni dopo lui richiama. Gli serve la cosa X. Tu gli dici che l’hai mandata l’altro ieri. A lui “non è arrivata”. Tu vedi l’avviso di lettura. Taci. Rimandi. Richiama. La terza riga di pagina otto non gli sta bene. Sarebbe meglio corretta. Correggi. Rimandi. RICHIAMA DOPO TRE GIORNI, GLI SERVE LA COSA X, a te sanguina il naso, non ribatti neanche più, rispedisci, bestemmi il Signore, ti penti di aver bestemmiato, compare l’avviso di lettura, sospiri.
Il giorno dopo il tuo collaboratore va in azienda, qualcosa non funziona, chiede perché non fate riferimento alla famosa cosa X, il cliente lo guarda e gli dice “L’HO CHIESTA GIA’ DUE SETTIMANE FA, MA VERBA NON ME L’HA MAI MANDATA”

6. Il macigno di Sisifo, sopra il pero.
Esattamente come sopra, solo che Questo Cliente, in particolare, chiama anche incazzato, dopo che il tuo collaboratore è andato via, e ti dice “Ma perché non mi hai mandato quel documento?”. Tu rispondi: l’ho mandato la prima volta in data tale, la seconda volta in data tal’altra e la terza volta in data altra-ancora. E lui insiste: “Ma io non ho ricevuto l’ultima copia!”. A quel punto a te tocca dire “Io veramente ho un avviso di lettura in quella data”.
Il Cliente afferra baldanzoso un ramo del pero e si cala a terra esclamando “MAGARI L’HO APERTA MA MICA VUOL DIRE CHE L’HO LETTA”.

7. Dexter
Lui è tutto in uno. La cosa che mi fa ammattire di questo cliente in particolare, oltre al fatto che sia COMPLETAMENTE PAZZO, alienato, incapace della minima interazione educata da esseri umani, è che lui ha sempre ragione. Se qualcosa non va, è colpa tua. Non ha nessuna importanza che tu abbia fatto tutto quello che lui ha chiesto ed anche di più, e che già quello che lui ha chiesto esulasse completamente dal contratto. Protesterà riguardo ai tempi (immediati). Alla forma (normata passo per passo). Ai costi (invariati da dieci anni). Al tempo (io non sono mica il governo!). L’ultima, solo in ordine di tempo: io non ho tempo di leggere la relazione che mi avete mandato (obbligatoria per legge… per me produrla, per lui leggerla…), fammi un estratto e SPIEGAMI L’ESTRATTO VIA MAIL. In pratica: fammi un riassunto e poi il bignami del riassunto.
Ok. Gli mando una mail con allegato il riassunto, e spiegato in due righe il bignami.
Mi chiama due giorni dopo.
– Il riassunto è troppo lungo, voglio il riassunto del riassunto.
– era nel corpo della mail
– ah era nella mail?
– Eh sì
– Ah ma io le tue mail non le leggo mica sai….ho preso il file e poi l’ho cancellata.

A me, personalmente, Buddha mi fa una pippa.

e io corro (il bottone, il punto, gli sms e le 24 ore al giorno)

Capita che nella vita arrivino violenti uragani di merda.

Io sono una persona ansiosa, nonchè una control-freak, e quindi sono costretta a guadare il fiume delle rogne valutando passo dopo passo, perchè se lo guardo intero, tutto insieme, non alzerò mai nemmeno il mignolino per iniziare ad attraversare.
Sono anche una che parla tanto, e sempre o quasi di cazzate. Come detto in precedenza, se ho roba seria per le mani io mi eclisso pure con mia sorella, dico figurati scrivere sul blog. Non mi viene. Non ci riesco.

Però vorrei capire se qualcuno che ce l’ha con me ha deciso di radunare nella mia vita lavorativa tutti gli imbecilli che c’erano a piede libero nella regione.
La giornata lavorativa inizia che devo sostituire un collaboratore, all’ultimo momento, con uno nuovo. Il “vecchio” collaboratore, che io adoro e che è bravissimo, c’ha un male brutto. Repentino, e brutto. Il nuovo combina un papocchio che non se ne sa un cazzo, roba da perdere un cliente su cui io sputo sangue da 5 anni.
E perchè? Troppo inesperto? NO. Troppa fretta? NO. Troppo caos? NO. Gli ho dato un macchinario malfunzionante? NEMMENO.
NON SAPEVO QUALE ERA IL BOTTONE, mi dice. E’ DIVERSO DA QUELLO CHE USO DI SOLITO.
(chiamare e chiedere “scusa, ma quale bottone devo premere?” evidentemente non era un’opzione).
La giornata continua con preghiere suppliche minacce ed alcune figure barbine per rimediare al papocchio. GranDottore può risolvere metà, se io aggiusto l’altra metà del guaio. Io aggiusto. GranDottore mi da appuntamento alle ore 12.00 in culo alla miseria. Alle ore 11.58 io sono in culo alla miseria. Alle ore 11.59 GranDottore mi chiama e mi chiede “ma…sei già partita?”
Vi lascio immaginare il seguito.
Nel frattempo tutti gli operatori che sono da altri clienti chiamano al mio cellulare con problemi gravissimi da risolvere: mi scappa la pipì, ma a che ora è la pausa pranzo, ma che gli dico a questo che ha mal di pancia – MA SARAI TU IL MEDICO?!? – ma domani ci devo proprio andare dall’altro cliente?
GranDottore mi calma promettendo di far la sua parte “in due ore”.

Io torno in ufficio a risolvere i problemi di incontinenza varia dei miei “colleghi”.
Piglio 4 telefonate in 10 minuti.
EnelLuceGasdiStocazzo. No, non c’è il titolare, ciao.
Cliente Gravida: VOGLIO IL MIO CERTIFICATO NUMERO DUE. Sì, clientegravida, per avere il numero due devi mandarmi tu il numero uno. MA IO L’HO MANDATO, SIETE VOI CHE SIETE IN RITARDO! Occavolo, e quando lo hai mandato? CINQUE MINUTI FA. E il certificato numero due per quando ti serve? DOMANI MATTINA, IN COPIA ORIGINALE, A 80 KM DA QUI. Certo, clientegravida. Io viaggio nel tempo, che non l’ho scritto nel contratto?
Cliente Frettoloso: VOGLIO IL MIO DOCUMENTO PIENO ZEPPO DI DATI ASTRUSI. Sì, clienteFrettoloso, hai presente i dati astrusi del documento suddetto? Quelli che dovevi mandarmi? Quelli che non mi hai mai mandato? SIGNORINA, VENIAMO AL PUNTO! Il punto è non me li hai mandati, il punto è no dati – no documento. (il punto è che sei un coglione, ma non posso dirtelo).
EnelLuceGasdiStocazzo: ANCORA VOI??
A questo punto sono le 4 di pomeriggio e io… posso iniziare a lavorare. No.
Drin.
Sms. Un amico che doveva venire a cena. “guarda che stasera finisco tardi”. “va bene, finisco tardi anche io, no prob”.

Lavoro due ore e mi rilancio da GranDottore, ma… cellulare spento, o non raggiungibile. Va bene, faccio la spesa più veloce del nord-est, porto a casa, riprendo il telefono… cellulare spento, o non raggiungibile. Va bene, d’accordo: metto su l’arrosto, chiudo la pentola a pressione, metto un timer AL MOROSO perchè spenga la pentola al momento giusto, mi lancio in studio di GranDottore decisa a sfondare la porta a colpi di Yaris, se è necessario.
GranDottore invece c’è. E apre la porta. E avrebbe anche risolto la sua parte, se non fosse che manca UN FOTTUTO PEZZETTO, UNA CARTINA, UNA PAGINETTA, che la mia segretaria s’è dimenticata di metter dentro al plico. Io lo guardo, e voglio morire. A questo punto sono le otto e venti di sera, sono a mezzora di macchina da casa mia, sporca, stanca, coi capelli elettrici, ho gente a cena ed un caos risolto al 99%.
A me serve il 100%. Mi arrendo.

Volo a casa, per altro trovando alcuni ciclisti acrobatici nel percorso, scopro che la casa, la pentola a pressione, l’arrosto e pure il Tecnologico sono sopravvissuti all’esperimento, preparo il contorno, preparo le patate, preparo i gatt… no, quelli no, e aspetto. Il Tecnologico, che di calcio si interessa quanto di ikebana, si fa il suo piatto e si rintana nello studio a mangiare per i fatti suoi.
Io aspetto. Aspetto.
Aspetto.
Ad un certo punto chiamo “ehi come va tutto bene che partita di merda!” “Scusa, ma io non ti aspettavo per cena?”
“Ma cazzo pensavo che volessi dire…intendessi… fosse scritto… finisco tardi anche io facciamo un’altra volta”.

Ergo io mangio alle 23.00, col mio papocchio un po’ risolto un po’ no, con domani che arriva a grandi passi, con l’ultimo appuntamento di domani fissato alle 18.00 a 50 km da casa, per altro con una persona che notoriamente ha ritardi di ore.
Meno male che l’arrosto il giorno dopo è più buono.

Sono “un poco” stanca.