perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

Faceva davvero molto caldo, in quella prima settimana di luglio.
Lei si era già trasferita, camera sua era vuota, coi mobili mezzi accatastati per ridare la tinta ai muri. Camera sua era sempre chiusa, perché a vederla così mi prendeva lo sconforto.
In casa l’aria era bollente, sempre stata un forno, tutto il pomeriggio in battuta di sole con gli infissi di carta velina e niente tenda sul terrazzino. Aprivi le finestre e non c’era un filo di vento, tutto immobile. Ogni volta che aprivo un mobile trovavo altre cose da portare via, da imballare, da ricollocare. Non lo sapevo ancora, ma avrei avuto incubi per anni riguardo a quei mobili cornucopia da cui la roba continuava a ricrearsi e rispuntare fuori.
Poi sono arrivati in soccorso gli amici e in 24 ore (e sei macchine e 8 paia di braccia in più) abbiamo finito, chiuso, terminato, kaputt! Prendi i gatti e scappa. Ho ridato le chiavi. Ho pianto un poco. Non lo sapevo ancora, ma avrei continuato a sognarla per anni, quella casa. Sogno, ogni tanto, di guardarla da ospite, e chi ci vive l’ha resa bellissima, e provo invidia per la capacità di creare bellezza laddove io al massimo creo caos.
La sera ci siamo guardati intorno, sudati e stanchi, il Generale s’è impossessato del telecomando dell’aria condizionata e io ho pensato “Bene, e adesso?”.

4 anni dopo, nella stessa settimana di luglio, altrettanto bollente purtroppo, avevamo una neonata che non dormiva mai. Chissà se chi ha figli che dormono o chi non ne ha affatto riesce a capire la frase “non dorme mai”. Non vuol dire che dorme cinque ore. O quattro. O tre e poi altre tre. Vuol dire mai. Vuol dire che se dorme tre ore poi è sveglia altre tre. 24/24, 7/7. Vuol dire che tre ore filate le dorme una volta al giorno. Se hai culo, col buio. Altrimenti, ogni ora, ogni mezzora, “ueeeeeeè”. Vuol dire due adulti che dopo 4 mesi di costante privazione di sonno, ormai incapaci anche delle cose più semplici perché troppo sfiniti per tutto, si guardano in faccia e si chiedono “E adesso?”.
Un anno dopo, ancora lo stesso giorno di Luglio come il fedele facebook mi ricordò, ho lasciato la mia ex-neonata al padre per il tempo di una doccia. Di solito la doccia dura cinque minuti e quando esco il Tecnologico mi lancia la figlia effettuando un passaggio all’indietro da rugbysta esperto (che non è, temo inoltre si stia allenando per provare un drop, con la figlia) e fugge verso le verdi praterie del caffè, mentre quel giorno preciso preciso di quella settimana precisa precisa li ho trovati lì, seduti sul divano, con lei che ordinava indicando il foglio l’animale da disegnare e lui che eseguiva obbediente, e non si scollava di torno.

L’ho preso come un segno. Il segno che in tempi a venire forse potrò perfino lavarmi i capelli.

Mesi dopo è passata a trovarci la nostra amica Allegra. Allegra ha dieci anni meno di me, almeno 15 cm di altezza in più, capelli rossicci e sciarpe larghe e si mangia le parole quando parla, al che spesso la perdo a metà di un discorso e la ritrovo solo in fondo, senza essere sicura di aver capito come ci siamo arrivate. Mimosa la adora, io pure. E’ difficile trovare qualcuno a cui possa star sullo stomaco Allegra, è come farsi star sulle palle quel filo di vento che ti rinfresca quando hai troppo caldo anche solo per spostarti.

Abbiamo riesumato la cara vecchia brandina pieghevole (brandina pieghevole non rende l’idea, è un monolite di ferro originario degli anni ’70 che – fatalità – si può anche ripiegare su se stesso), quella di quando abitavamo nell’altra casa, le ho preparato il letto e mi ha colpita il pensiero di quante persone provenienti dalle più disparate regioni e frequentazioni abbiano dormito su quel catafalco. Allegra è arrivata dal centro italia nelle nostre vite, sul catafalco e nel nostro cuore grazie ad un blog. Quello che avevo un decennio fa. Quello attraverso il quale ho conosciuto il Tecnologico.
E mentre le guardavo giocare, con Mimosa che in genere è così diffidente che le dava la mano spontaneamente, fiduciosa, e Allegra che se la portava mille volte su e giù dalle scale mobili del supermercato, ho realizzato che le ho entrambe, ora, l’amica e la figlia, la ragazzina che ho visto diventare donna e la neonata che diventa una persona, le ho entrambe perché una volta scrivevo un blog.
Ad un certo punto, chissenefrega di lavarsi i capelli.

stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

come la gramigna

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Ho sempre saputo, credo, che non sarei stata una di quelle donne che all’ultima spinta e relativo “uuueeeeeee!” viene fulminata dall’amore materno, le si suturano le ferite immediatamente e scopre che la propria vita ha un nuovo senso.
Come detto plurime volte, io sono “mussa”. Lenta. Ci devo arrivare con calma, ci devo arrivare a modo mio, per le mie strade, coi miei arzigogoli. Ci devo arrivare con la testa, soprattutto. E’ per questo che non mi è possibile provare Amore con la MegaAMaiuscola neanche per la mia stessa figlia, nell’istante in cui nasce. Perchè? Perchè non so amare qualcuno che non conosco.
Del resto, lo “sblocco” di una capacità di sentimento intuita, ma mai provata, è stato uno dei motivi principali per cui cercare un figlio, nel mio caso.
Eppure. Io non me l’aspettavo. Mi ero preparata, ma come si prepara la casa quando arriva l’ospite d’onore. Avevo pulito, riordinato, tirato e annodato gli ultimi fili sospesi di una vita vissuta solo da figlia e neanche da figlia facile, neanche da figlia di madre facile. Avevo preparato mentalmente vasi e vasi immaginando questo sentimento di volta in volta come una rosa delicata e lieve, o un gelsomino dal profumo prepotente, o un baobab massiccio ed ingombrantissimo, o le viole che si stendono a tappeto ed occupano l’intero prato, colorandolo.

Invece dal nulla, dal buio, da oddio ma che cristo ho combinato, da aiuto non ce la faccio più, da 24 ore su 24 di accudimento faticoso e spaventato, è sbucato un pezzetto di amore in ogni singolo vaso.
Con la rosa.
Con il baobab.
Con il tulipano, con le viole, le margherite e pure nell’orto vicino alle carote.
Una gramigna, un’erba matta che salta fuori dappertutto, accanto a qualunque altro sentimento, di fianco e sopra e sotto, e pure dove non c’era niente, dove non era stato preparato niente, dove credevo non potesse crescere niente. Ma non è un sentimento delicato e profumato, proprio per niente.
E’ invasivo e invadente, resistente e prevaricatore, brutto alla vista e fortissimo. E’ proprio malerba. E io che volevo scoprire che effetto fa, quel sentimento che ti rende inabile e imbecille, quel movimento d’animo a cui non si potesse resistere, quella trasformazione romantica, mi trovo la stessa cretina di sempre con la stessa testa di sempre, solo letteralmente infestata. D’amore.
E morta di sonno.

la leggenda della cacca santa ed altre favolette

Dalla prima sera da soli a casa col relativo primo attacco di panico è passato un mese giusto giusto. La sconosciuta di tre chili e rotti che ci siamo portati via dall’ospedale è già meno sconosciuta e ben più pasciuta, e posso affermare non senza dispiacere che ha ereditato lo stomaco problematico del padre, purtroppo in concomitanza con l’appetito da caimano di sua madre: dopo “Ogni cosa è illuminata” va in onda a casa nostra “Ogni cosa è vomitata”. Ma vabbè.

Un sacco di tempo fa leggevo il blog di “machedavvero” e mi ricordo di aver sorriso di un episodio in cui lei, alla prima uscita post-parto senza pargola, ha realizzato “oddio ho una figlia”, così, come se alla prima boccata d’aria la nozione si fosse cancellata da sola. Ora non sorriderei un bel cazzo di niente perché a me è capitato senza neanche uscire di casa: sotto la doccia, o cucinando, o coccolando il gatto. Ah, oddio, nella stanza accanto c’è una neonata…ed è mia. Seguiva attacco di panico di cui sopra.
C’erano delle cose che mi sono state dette, PRIMA, a cui non ho prestato attenzione. Altre che ho ascoltato, ma davvero se non ci passi non riesci a comprendere la faccenda. Tipo il parto, lo sai che fa male, ma non sai non dico “quanto”, ma “come”.
Tipo il primo mese. Tutti ti dicono (tranne quelli che hanno il figlio benedetto da Dio che dorme subito almeno sei ore e le restanti 18 non le passa a piangere) che il primo mese è un tunnel.
Buio.
Il nostro in effetti è stato un tunnel. Buio.
Sulla Salerno-Reggio.
Il primo agosto.
Senza aria condizionata.

Per mia fortuna non sono una competitiva e non mi è mai venuto in mente di partecipare alla gara “il mio è più buono del tuo”. La piccola è buona come il pane, va detto, ma ha questa piccola, secondaria fisima del voler mangiare sempre. Intendo sempre. Se ha gli occhi aperti, lei vuole mangiare. Mi guarda come se fossi un Big Mac e la sua piccola bocca rosata mima il succhiare ed i suoi occhi lanciano il messaggio:

“TETTA. ORA. TETTA! TETTA! TETTATETTATETTATETTATETTA!”. Per cinque secondi.

Poi si scatena l’inferno.

Con buona pace della routine propugnata dai manuali, dalla mia stessa pediatra (la lasci piangere, fa bene ai polmoni!…due ore…?), dalle altre mamme (io la mia la lascio piangere sempre, deve imparare la pazienza!…per curiosità quanto tempo la lasci piangere? “Mah, cinque minuti”. Ah, ecco), dalla MIA MAMMA (non puoi cedere al ricatto!…cominciamo bene!), Mimosa Sequentur (grazie Riru!) vorrebbe magnare ogni ora, e solo la benevolenza del Signore fa sì che al momento la notte allunghi i suoi tempi ad ore 3. Forse. Se la luna non è in Sagittario.
Ovviamente ho letto tutto il leggibile sul “come” allungarle i tempi. Può essere che ci metta del mio e mi compri dei tappi per le orecchie. Anzi delle cuffie. Grosse.

Detto questo, ne ho imparate di cose questo mese!
Per esempio, la prima è che, come dice il mio amico Funky “I figli degli altri dormono. Tutti. Da subito. Ininterrottamente. Dal terzo mese portano il caffè alla mamma, ma solo dopo le otto di mattina.”
Eppure anche le altre hanno occhiaie da panda e segnali di cedimento psicofisico. Chissà. Sarà la cancellazione di Centovetrine.
La seconda è che il limite si sposta sempre. Tieni duro il primo mese, poi è fatta, ti dicono.
Poi diventa “A 40 giorni si regolarizzano”.
Poi si estende a “A 3 mesi distinguono il giorno dalla notte”.
Poi raggiungi “A otto mesi il sistema digerente è maturato e con lo svezzamento si risolve il problema del reflusso”.
Poi alle due di mattina con l’idrovora attaccata leggi i forum di madri sfinite e… “mio figlio chiede ancora il biberon delle tre di notte. Ha 12 anni”. A quel punto unirti alla resistenza curda non ti sembra più un’idea malsana e pericolosa.
La terza è l’annosa questione della cacca dei neonati. La famosa cacca santa che non dovrebbe puzzare, quella assurta a paradigma di quanto noiosi si diventi da genitori, beh il punto focale della caccasanta non è l’odore, ma il colore. Perché i neonati c’hanno il culo di Iridella e ciò che producono cambia colore da un giorno all’altro, se non nell’arco dello stesso giorno. E ci sono fior di siti con le foto di suddetta produzione e la spiegazione sotto, bene-male, buona-cattiva, ottimo-pessimo. Suppongo usati da gente come me, che un giorno ha aperto il pannolino della figlia ed ha esclamato “ORCOGIUDA, MA QUANDO S’E’ MAGNATA UN UNIPOSCA?”.

La cacca dei neonati può essere fluo.
Come i segni che ho sotto gli occhi. Ah, ecco, qualcuno avverte un leggero languorino. Post pubblicato senza rilettura in 3, 2, 1…

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

Il Signor Piero ha venduto ai cinesi (fenomenologia spicciola di com’è che nasci rosso e invecchi nero)

Quando ho aperto questo blog, anni fa, il Tecnologico ed io stavamo cercando casa. O meglio, io stavo facendo una scorpacciata di appartamenti proposti da agenti immobiliari psicotici ed abitati da proprietari sull’urlo del collasso nervoso, per poi portare i migliori all’attenzione del Tecnologico che abitava a buoni 250 km. Mi ricordo, e finchè arteriosclerosi mi coglierà credo ricorderò sempre, che il primo appartamento in assoluto che sono andata a vedere, descritto OVVIAMENTE come “luminoso trilocale recentemente ristrutturato”, non solo era un tugurio con un bagno di un metro e venti per due
metri, in una palazzina che aveva più antenne satellitari che balconi, ma era abitato da una coppia dotata di enorme, gigantesco, liberissimo pappagallo, il quale mi ha accolta appollaiato sullo schienale di una sedia e mi ha seguita nella mia ispezione di casa ripetendo a ruota libera “CIAO COCCA! CIAO COCCA!”. Voi lo sapevate che i pappagalli sono aggressivi e molto, molto territoriali? Ecco, io l’ho scoperto allora.

Di casa in casa, di sgarruppo in sgarruppo, di prezzo improponibile in prezzo inaffrontabile, e dopo aver perso proprio per poche ore ben due appartamenti papabili, arriviamo a quella che oggi è casa nostra, all’epoca appartamento in pieno stile anni ’80 con salotto enorme e camino-dotato, cosa che già in prima visione lo ha scaraventato nelle grazie di sua Tecnologia.
Io ero più restìa, non tanto per la casa in sé quanto per le bestialità che uscivano dalla bocca di chi doveva vendercelo: questo non si fa, questo non si può, i lavoro di ammodernamento ma senza disturbare, i gatti insomma solo se restano chiusi in casa (di grazia, dove dovrebbero andare se non in balcone?), e le attrezzature condominiali sì ma solo per uso tuo e non se inviti amici, e blablabla. Guardavo il Tecnologico dicendo “io qui non ci voglio venire, questi son tutti matti, ci troviamo a comprare casa circondati da rompicoglioni, è una vita da andar fuori di testa”.

Alla fine invece è andata che abbiamo optato proprio per quell’appartamento lì, con l’accordo che alle assemblee condominiali avrei parlato SOLO IO e che gli incontri ravvicinati con i rompicojotes massimi li avrebbe gestiti solo lui. Morale: in realtà era tutta scena, qui nessuno rompe le scatole a nessuno e l’incubo dell’amministratore sono diventata io me medesima, che tra “mi spieghi” e “vorrei vedere l’originale” lo costringo ad estrarre documenti, pagamenti e polizze che nessuno gli ha mai chiesto in 30 anni. Beata ingenuità.

Quando, dopo qualche mese e qualche sporadica chiaccherata, ho osato chiedere ad una delle vicine come mai si presentassero così ostili e scorbutici nei confronti dei nuovi acquirenti, quando in realtà sono tutti dei paciocconi tranquilli da morire, quella mi ha risposto con aria confidenziale:
“Perchè sai, aveva già venduto casa il signor Piero, tre anni fa… ma ha venduto ai cinesi!”

Non so come sia dove vivete voi, ma qui dalle mie parti “Ha venduto ai cinesi” è una frase che viene detta con mezza ammirazione e mezzo piccato sconforto, perché è noto che i cinesi si presentano con valige di danaro e ti coprono di soldi (soprattutto se ti comprano il bar), ma anche che poi rovineranno in breve tempo ciò che da te hanno comprato (di nuovo, soprattutto se hanno comprato un bar). Quindi tu sei uno che diventa ricco, però ha tradito. Per esempio, il bar. I bar. Ti accorgi che un bar l’hanno comprato i cinesi perché – ok, a parte il cinese al di là del bancone, vestito metropunk che non c’azzecca un’ostia – nello spritz compaiono ingredienti insoliti, primo fra tutti il GIN. Metà della roba che mangiavi sparisce, l’altra metà rimane intonsa perché dopo tutte ‘ste storie delle nutrie nei freezer, chi si fida più del caro vecchio tramezzino?
Allora per ovviare al fatto che tu, lo spritz col gin, non lo vuoi bere, ordini un bicchiere di rosso e scopri che il rosso sta in frigorifero. Il prosecco invece è a temperatura ambiente. Moltiplicare per 350.
Anche se negli anni la situazione s’è avviata verso una certa normalità, lo spritz è stato purgato da liquori fantasiosi e il cinese dietro al bancone bestemmia in perfetto veneto, Aver Venduto Ai Cinesi rimane sinonimo di altissimo tradimento.

Quindi sì, questo Signor Piero che abitava nella nostra palazzina era partito come gli altri col suo reddito medio ed il suo conseguente appartamento medio in una palazzina media. Ma il Signor Piero poi ha fatto buone scelte ed il suo reddito non era più medio e così ha venduto il medio appartamento e s’è comprato la villettina, coi soldi del cinese, di fatto guadagnandosi l’astio di tutti i suoi ex vicini di casa.

Il Tecnologico ed io, saputa la verità riguardo al monte di divieti che c’era stato prospettato, facciamo spallucce e ci ridiamo su. Che problema vuoi che siano, questi signori cinesi? E’ una famiglia normalissima, di gente educata, i bambini salutano, la nonna saluta, la mamma parla pure italiano. Che pregiudizi, ‘sti vecchietti veneti. Noi veniamo entrambi da palazzine in cui eravamo praticamente gli unici italiani, sai che problema una famiglia di cinesi!

La vicina ci racconta che inizialmente non vollero pagare l’allacciamento al gas e si portarono in casa le bombole di metano. Cavolo, in effetti ci puoi rimettere la casa. Però oramai, come dire, era acqua passata.

Il vicino è innervosito perché nonna-cina ha levato da un angolo del giardino condominiale due vecchie ortensie mezze morte ed oggi, nonostante le abbiano detto che non si può, ci si è fatta un orto e ci coltiva roba sua. Ogni tanto qualcuno le dice che non ci si può fare l’orto privato nel giardino condominiale, lei dice “Sì! Sì! Capito!” e la mattina dopo è di nuovo lì che zappa. Il Tecnologico ed io ci facciamo una risata, ok dai la questione di principio, ma chissenefrega se la nonna si lavora due metri per due di terreno nascosto?

Un altro vicino s’è legato al dito che questa famiglia s’è messa la sua antenna in balcone in barba ai regolamenti condominiali che impediscono di avere roba appena a vista. Un altro lamenta che non si sono mai riparati un vetro rotto e da fuori si nota. Io faccio spallucce a tutto, ok dai, gli si dirà con calma di attaccarsi all’antenna condominiale. Se non riparano il vetro forse è perché non hanno i soldi. Amen.
Finchè un giorno arriva un bel gruppetto di zingari in pieno giorno, scassina il portone del palazzo, rapina il cina-appartamento e se va fischiettando, in luce piena, con la certezza della mancata denuncia, cosa che puntualmente corrisponde al vero.

A quel punto inizio ad essere perplessa anche io.

Succede poi che per le scale si inizino a fare incontri equivoci. Molta gente. Troppa gente! Tutti diversi. Tutti cinesi.
Alcune signorine estremamente attraenti ed altrettanto nude salgono le scale a sera tarda, guardandoti con disprezzo quando le incroci. I bimbi beneducati non si vedono più. Chiunque sia lì dentro, non paga le pulizie delle scale. Poi non paga le spese condominiali.
Poi non paga nemmeno l’acqua.
Poi ti viene il dubbio che non paghi nemmeno il gas.
A quel punto lo spettro delle bombole di metano in casa riappare. Ovviamente nessuno può farci nulla. Chi va e viene non sa, non risponde, non parla e se parla non parla italiano. Nè inglese. L’amministratore non ci può far nulla. I vigili non ci possono fare nulla. I debiti si accumulano.

I pregiudizi dei vecchietti veneti si sono rivelati verità fondate. All’ennesima ondata di gente davvero equivoca che inizia a navigar per le scale, ti fai due chiacchere con un caramba. Il caramba ti dice cose molto rassicuranti, tipo: oh e per fortuna che voi avete i cinesi! Dove hanno venduto ai nigeriani hanno le invasioni di scarafaggi e nessuno ci può fare una beata sega!

Insomma tu compri una casa, con la prospettiva se la salute ti assiste di continuare a pagarla per il resto della tua vita. La scegli con prudenza, la tieni con amore. E ti trovi a considerare che forse la tua polizza non copre voci come “sventramento da esplosione causa incuria di inquilino clandestino in altro appartamento”. Non fa bene al tuo fegato.

Ogni tanto passo davanti al negozio del Signor Piero e gli lancio silenti maledizioni ed occhiate malevole.

Il signore anziano del 3/b è rimasto solo. Dicono che venderà.
Fai la faccia scura. Vuoi vedere a chi vende. E guai, stavolta, se si sogna di metterci dentro strana gente.

Che non si sogni, il signor Giovanni, di vendere ai cinesi. Mi sorprendo a pensare che dovrà pure esserci una qualche bega legale per mettere i bastoni tra le ruote ad un eventuale acquirente sgradito. Ci sono? Non ci sono?
Guardo con simpatia alla rompicoglionitura preventiva.

“e il Piave mormorava: non passa lo straniero”

il doppio dei neuroni, la metà della pazienza

Insomma succede che per quanto tu intenda essere discreta, riservata, tenerti la faccenda per te – anche per scaramanzia, per timore – ad un certo punto dalla tua anatomia risulta evidente che, come dicono le vecchiette dalle mie parti, “hai comprato”.

Le amiche me lo avevano raccontato, sicuro. Episodi su episodi. Lo avevo letto nei forum, lo avevo letto dai blog. Non è che non ci avessi creduto, è che quando te lo raccontano non è mica come quando lo vivi: nel momento in cui la pancia diventa evidente e tu assumi l’aspetto e l’incedere di un’ippopotama di media taglia, ecco, in quel momento lì per il resto della gente tu perdi i diritti civili.

Chiunque, comunque e dovunque, in preferenza vecchie zie e perfetti estranei, inizia a parlare di te come se non esistessi in quanto persona, ma solo come incubatrice semovente. Il loro vissuto si trasforma immediatamente e senza possibilità di smentita nel tuo futuro. La saggezza popolare diventa la Bibbia secondo cui dovresti vivere.
Chiunque ha un parere su qualunque cosa tu stia facendo: se mangi e perché mangi e quanto mangi e cosa mangi, se bevi – e mica alcoolici, sia chiaro – quanto bevi cosa bevi dove bevi e come lo zuccheri.

Per esempio, io lo zucchero lo odio. Il caffè lo bevo amaro (SEI PAZZA?! IL CAFFE’ IN GRAVIDANZA??), i dolci non li mangio volentieri (SEI PAZZA! LA BAMBINA, LI’ DENTRO, ADORA I DOLCI!), le bibite gassate non le sopporto ed il mio consumo di succo di frutta è di uno alla settimana. Cosa bevo? Acqua, visto che non posso bere vino.
Acqua. Fuori frigo? Non ti disseta! (?) Fredda? Fa male alla pancia (?). Liscia? Non ti aiuta a digerire! Frizzante? Tutte quelle bolle! Eppoi non ha le vitamine (!?!).
Considerando la quantità di frutta che la mia Nazicologa mi ha “consigliato” di mangiare, io in questo momento sono una vitamina che cammina. Ho sete. Bevo acqua. E invece no!

Mangiare? Tralasciando la lista infinita e totalmente insensata degli alimenti di volta in volta considerati proibiti o desiderabili, che spaziano dal broccolo verde al kiwi al pollo alla carne di maiale a seconda dell’indesiderato interlocutore, non c’è un motivo al mondo per cui una perfetta sconosciuta in coda alle poste mi chieda quanti chili ho preso.
Solo 4? TROPPO POCHI! SEI PAZZA? DEVI MANGIARE PER DUE!
Solo 4? Ah ma vedrai, si ingrassa solo negli ultimi due mesi, io nei primi sette ero addirittura dimagrita!

Lavori? Follia! Non lavori? Pigrizia, latrocinio! Guidi la macchina? E MAGARI TI LANCI ANCHE COL PARACADUTE EH!

Tralasciando l’argomento gatti, per cui oramai sono in acido ed appena uno li menziona mi metto ad urlare “basta con queste puttanate medievali” (in almeno 10 mi hanno consigliato di DARLI VIA), e l’argomento parto-splatter (peggio che un brutto film di guerra raccontato fuori dal cinema), ci sono alcune cose che mi danno veramente, ma veramente fastidio.

La prima è il mal comune mezzo gaudio di coloro dotati di figli-attila: finalmente capirai, vedrai, i figli non è vero che li educhi, i figli fanno quel cazzo che vogliono loro. Io piego la testa come fanno le civette, e penso ai miei gatti, che per l’appunto fanno quel cacchio che vogliono quando vogliono e come vogliono, e sogno di demandare ogni velleità di educazione al Gatto S., signore e padrone di casa nostra e futuro Re dell’Universo. In fondo si è letto di bambini allevati dai lupi, no? Una allevata dai gatti non sarà poi così male.
Scherzi a parte, è orribile avere davanti una persona che ti dice: io non ci sono riuscito, quindi sicuramente non ci riuscirai neanche tu.

La seconda sono quei genitori che non vedono l’ora di sfinirti coi loro racconti, ma fino ad oggi si sono tenuti perché non c’era mai la scusa buona. Ora mi rovesciano in testa ore ed ore ed ore di “IL MIOOOO BAMBINOOOOO blablablabla”. Finché dal profondo del cuore m’è uscito un “da quando sono incinta i bambini altrui non è che mi piacciono di più…MI PIACCIONO DI MENO!”, per cui probabilmente verrò scomunicata, ma almeno per alcuni mesi sono salva dall’ipoacusia.

La terza sono quelli (NB: intendo amicizie storiche) che hanno reagito come se li accoltellassi, come se la notizia di questa gravidanza fosse una prova del fatto che in fondo non puoi fidarti di nessuno. Ne conto più di uno – sono tutti maschi – che dopo una reazione tra l’incredulo e l’infastidito sono letteralmente svaniti. Ad uno ho pure mandato un sms con scritto: oh, ma vai trà, non è mica tuo, non è che lo devi mantenere tu. In alcuni casi ha l’amarissimo sapore dello sbaglio protratto, cioè dell’aver per anni coltivato un rapporto credendo che potesse emanciparsi dalla fase iniziale, non propriamente di amicizia, per poi realizzare che “sono incinta” suona come “mi è sparita la gnocca da lì in mezzo” e questo è molto, molto male.

La quarta sono quelli che ti toccano. Ma mica gli amici, la gente per strada. Gente mai vista che ti mette una mano addosso perché ritiene che la pancia – che fino a prova contraria contiene ancora i MIEI organi interni, compreso il fegato, ed è mia carne e mia pelle! – sia una specie di Svizzera, una terra neutrale che non è che proprio proprio appartenga alla crista che stai toccando.

La notizia buona in questo caso è che invece di addolcirmi, di diventare una di quelle deliziose signore della pubblicità, che si abbracciano luminose il pancione con gli occhi a cuore e l’aria saggia, a me è tornato l’orrendo carattere dei venti anni, a protezione di mia figlia in fieri e della mia persona.

Per cui alla signora che, ad una mostra, mi ha piazzato una mano sull’ombelico senza neanche dire “posso?”, anzi sostenendo “Scusi, sa, ma quando crescono sono irresistibili”, ho risposto serafica: “Guardi, mi son cresciute anche le tette, magari al marito fa piacere tastare?”.

Sì, ho testimoni.
E’ proprio il caso di dire “fate largo”.