come la gramigna

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Ho sempre saputo, credo, che non sarei stata una di quelle donne che all’ultima spinta e relativo “uuueeeeeee!” viene fulminata dall’amore materno, le si suturano le ferite immediatamente e scopre che la propria vita ha un nuovo senso.
Come detto plurime volte, io sono “mussa”. Lenta. Ci devo arrivare con calma, ci devo arrivare a modo mio, per le mie strade, coi miei arzigogoli. Ci devo arrivare con la testa, soprattutto. E’ per questo che non mi è possibile provare Amore con la MegaAMaiuscola neanche per la mia stessa figlia, nell’istante in cui nasce. Perchè? Perchè non so amare qualcuno che non conosco.
Del resto, lo “sblocco” di una capacità di sentimento intuita, ma mai provata, è stato uno dei motivi principali per cui cercare un figlio, nel mio caso.
Eppure. Io non me l’aspettavo. Mi ero preparata, ma come si prepara la casa quando arriva l’ospite d’onore. Avevo pulito, riordinato, tirato e annodato gli ultimi fili sospesi di una vita vissuta solo da figlia e neanche da figlia facile, neanche da figlia di madre facile. Avevo preparato mentalmente vasi e vasi immaginando questo sentimento di volta in volta come una rosa delicata e lieve, o un gelsomino dal profumo prepotente, o un baobab massiccio ed ingombrantissimo, o le viole che si stendono a tappeto ed occupano l’intero prato, colorandolo.

Invece dal nulla, dal buio, da oddio ma che cristo ho combinato, da aiuto non ce la faccio più, da 24 ore su 24 di accudimento faticoso e spaventato, è sbucato un pezzetto di amore in ogni singolo vaso.
Con la rosa.
Con il baobab.
Con il tulipano, con le viole, le margherite e pure nell’orto vicino alle carote.
Una gramigna, un’erba matta che salta fuori dappertutto, accanto a qualunque altro sentimento, di fianco e sopra e sotto, e pure dove non c’era niente, dove non era stato preparato niente, dove credevo non potesse crescere niente. Ma non è un sentimento delicato e profumato, proprio per niente.
E’ invasivo e invadente, resistente e prevaricatore, brutto alla vista e fortissimo. E’ proprio malerba. E io che volevo scoprire che effetto fa, quel sentimento che ti rende inabile e imbecille, quel movimento d’animo a cui non si potesse resistere, quella trasformazione romantica, mi trovo la stessa cretina di sempre con la stessa testa di sempre, solo letteralmente infestata. D’amore.
E morta di sonno.

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mimose in sala parto

Se il senso dell’umorismo attraversa le generazioni, mia figlia godrà molto dell’avermi costretta da oggi a festeggiare l’unica festività che ho sempre accuratamente schivato in vita mia.
Pur amando moltissimo le mimose. Le mimose sono l’unico fiore che ho sempre ricevuto con piacere. Il Tecnologico s’è sempre fatto un punto d’onore nel regalarmene di bellissime. Tanto, dice, un mazzo di fiori all’anno si può pur fare no?

Beh, non ci siamo smentiti neanche in queste circostanze. Siamo arrivati in ospedale bel belli e non mi sono neanche resa conto di essere in pieno travaglio. “Le contrazioni sono in alto”, mi spiegava l’ostetrica. “Ma io ho male in basso”, le rispondevo io. “Eh sono solo le preparatorie signora”.
Tanto preparatorie che eravamo a metà via. Col monitoraggio attaccato addosso e l’elettrodo dove NON avevo male, ci siamo fatti pure i selfie sul lettino. Poi il Tecnologico è uscito un attimo ed è tornato con un mazzo di mimose. Piccolo, confezionato insieme ad un fiore rosa, bellissimo: trovalo, un uomo che ti porta le mimose in sala parto.

Ho il ricordo di tanto dolore, tantissimi santi tirati giù, di lui sempre accanto a me e di buio. Soprattutto tanto buio, tanta penombra. Era un via vai continuo di persone, infermiere, ostetriche e medici, ma io ricordo solo questo scuro intorno e infatti adesso in casa accendo tutte le luci, appena si fa sera mi viene il magone.

E poi ricordo la frase “è nata”. Lui che piange e mi dice cose bellissime. Lei che piange – e con che voce! – e sapere che siamo arrivati al di là del fiume e siamo sani e salvi tutti e tre.

Mi ricordo anche un freddo inaudito, e il primo sguardo a quello scricciolo che comunque pensare di averla avuta in pancia ti fa chiedere “ma come ha fatto a starci?”.
Mi ricorderò sempre anche dell’ostetrica che mi ha detto “sei troppo razionale ancora, pensi troppo, per partorire devi smettere di pensare”. Io ho partorito, ma ho pensato per tutto il tempo e infatti ricordo ogni istante, alla faccia di “dimentichi tutto subito”.
Mi ricorderò sempre della prima trionfale esplosione di merda che mi ha travolta alle tre del mattino, alla seconda notte in ospedale, con la sciura della nursery che mi ha detto più o meno “ottimo, arrangiati che impari”. Del bambino cinese adorabile che dormiva sempre, salvo poi urlare nel preciso istante in cui si addormentava la mia, che non dormiva mai. Del purè del menù ospedaliero, giuro è veramente indimenticabile. E anche delle ostetriche che quando pensavo di non potercela fare mi ci hanno costretta a calci in culo e avevano ragione loro.

Adesso scrivo nei secondi liberi, con delle occhiaie a doppio strato ed un sentimento di inadeguatezza mai avuto prima in vita mia, neanche quando sbagliavo abbigliamento alle festine delle medie. Una cosa tipo “ma che sono matti? si fidano di darla a me? ma non dovrebbe stare con qualcuno che sa cosa fare?”.
Speriamo almeno lo sappia lei.

Ah, non me ne voglia Tracy Hogg buonanima, ma la routine del neonato, le tre ore, il mangia-gioca-dormi, le abitudini naturali…MA VAFFANCULO, VA.
Di cuore.

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

scrittori

Una decina di anni fa sono stata alla presentazione di un libro di Joe Lansdale. Era di sera, in una – mi sembra – biblioteca comunale milanese, c’erano zanzare a milioni e lui era, semplicemente, di una simpatia irresistibile. La gente ha passato più tempo a ridere che a fare domande, il che è tutto dire, con le cose che avresti da chiedere, potendo, a Joe Lansdale. Sulle sue storie, su quel delirio che è “le notti del drive in” (per chi non lo abbia mai letto: metti che finisce il mondo ed i superstiti sono circoscritti dentro un caro vecchio drive in americano anni ’50?), sui romanzi di formazione dove sembra anche a te di avere sempre sete, sempre caldo e sempre paura, o dove la gente spara agli scoiattoli perché sono CIBO. E potrei continuare.
Comunque tutto è piacevolissimo. Finché.
Finché si alza il solito, consueto, immancabile sottoprodotto da centro sociale malinteso, quello che può fare una questione politica anche di un rotolo di carta igienica, quello che ha preso sul serio “destra e sinistra” di gaber e da allora si fa solo la doccia e mai un bagno, insomma quel genere di tizio lì, e gli chiede una cosa che suona come: “Ma lei cosa prova ad essere del Texas, che anche Georghe Bush (era presidente in carica) è del Texas?”
Prima che riesca a togliermi una scarpa e lanciarla in testa al tizio, Lansdale gli risponde serafico:
“Veramente secondo me in realtà Bush è del Tennessee”.
Chapeau.

Tempo fa ho letto il libro di Stephen King sulla scrittura. M’è rimasta impressa una parte in cui si lamenta che a lui ed ai suoi colleghi scrittori “di intrattenimento” nessuno, alle conferenze, alle presentazioni, nelle interviste, chieda mai niente riguardo alla scrittura, alle scelte stilistiche, al linguaggio. Insomma alla fatica del mettere una parola dietro l’altra, al perché del suo mestiere.
A me personalmente non verrebbe mai in mente di chiedere a King perché ha scritto un libro in terza persona e non in prima. Mi verrebbe da chiedere cosa si sia fumato prima di scrivere Dolores Claiborne o come diamine sia possibile che la stessa persona produca un libro di una noia immonda come “la bambina che amava tom gordon” ed una gioia per il lettore come Cose Preziose, La Metà Oscura, La storia di Lisey.
No, non sto snobbando King (o Deaver, o Grisham, o Pelecanos, o Martin, o la Zimmer Bradley, o qualunque altro scrittore di best seller vi venga in mente). Prima di dire che un libro è scritto male, male inteso come MALE, coi periodini da prima elementare, con frasi senza senso, con dieci vocaboli in tutto consiglierei di leggere un libro della trilogia de “Hunger Games” (una povertà totale), e se vogliamo aggiungere anche errori grammaticali (a lei = gli, ci sei anche TE, roba così) possiamo passare direttamente a Moccia.
Io per esempio ce l’ho da morire con Moccia. Anni di studio della lingua italiana buttati nel cesso, in nome del linguaggio giovane. Un signore pelato che scimmiotta i peggiori burini tredicenni. Se hai un figlio che legge Moccia, portagli via il libro: alla fine della lettura parlerà un italiano peggiore di prima! E’ un miracolo al contrario. Ma se è per quello ce l’ho anche con jovanotti (NON C’E’ NIENTE CHE HO BISOGNO… sì ti serve uno Zingarelli!), con Ligabue (Il consueto “sei te”, perché fa rima. Anche con bidet, vorrei far notare), con mille altri.

A casa mia si legge di tutto. E quando dico di tutto, intendo TUTTO. Divina commedia e Giobbe Covatta. Alda Merini e il Dizionario dei Proverbi. Carlo E Luca Goldoni. Gialli a pioggia. Italiani, americani, inglesi, scandinavi. Romanzi rosa e saggi sulle armi. L’importanza della Svizzera nell’Europa odierna ed Harry Potter. Io amo Harry Potter.
Se potessi avere indietro i soldi che ho speso in libri, avrei pagato mezzo mutuo; siccome oramai sono andati, pagherò invece un mutuo ventennale e già oggi, dopo tre anni, non so più dove mettere le librerie, dove aggiungere mensole, cosa spostare qui e lì. Quindi sì, sono decisamente di bocca buona, se è il caso.

Però per onestà bisogna dire, sia al tizio iperpolitico che poi va a fare le pulci alle conferenze di Lansdale, sia a King che si lamenta che non gli fanno le stesse domande che fanno alla Szymborska, sia a chi si incazza se dici che i libri di Fabio Volo sono Mocciate per over trenta (MA PARLANO DELLA VITA VERA! VEDI? E’ QUELLO CHE PENSO IO, RACCONTA LA MIA VITA QUOTIDIANA!…appunto, dico io! Appunto! PENSA CHE PALLE!), che poi ogni tanto approdi ad uno scrittore gioca un altro campionato. Una cosa che sembra di vedere Baresi redivivo dopo anni di Mexes.
Uno tipo Philip Roth.

“You fight your superficiality, your shallowness, so as to try to come at people without unreal expectations, without an overload of bias or hope or arrogance, as untanklike as you can be, sans cannon and machine guns and steel plating half a foot thick; you come at them unmenacingly on your own ten toes instead of tearing up the turf with your caterpillar treads, take them on with ad open mind, as equals, man to man, as we used to say, and yet you never fail to get them wrong. You might as well have the brain of a tank. You get them wrong before you meet them, while you’re anticipating meeting them; you get them wrong while you’re with them; and then you go home to tell somebody else about the meeting and you get them all wrong again. Since the same generally goes for them with you, the whole thing is really a dazzling illusion empty of all perception, an astonishing farce of misperception.[…] The fact remains that getting people right is not what living is all about anyway. It’s getting them wrong that is living, getting them wrong and wrong and wrong and then, on careful reconsideration, getting them wrong again. That’s how we know we’re alive: we’re wrong. Maybe the best thing would be to forget being right or wrong about people and just go along for the ride.”
[American Pastoral]

Che non so come dire, a me sembra un piccione planato sulla testa di tutti i Moccia del mondo.
Senza imodium.

del preservare un sottoinsieme: esce il libro di Max

Tra le tante cose che questo blog mi ha dato, in primis la possibilità di “sbabbiare” senza infastidire troppo il Tecnologico ed i miei amici più cari, in secondo luogo alcune ore di terrore e raccapriccio, c’è stata l’insperata scoperta di alcune persone fuori dal comune.

Disfunzionale a parte, la persona più fuori dal comune tra tutte secondo me è Max.

Chi di voi ha un amico ingegnere alzi la mano.
Io ce ne ho alcuni. Uno è il mio migliore amico, sì quello del matrimonio tra altissimi.
Chi ha un amico ingegnere sa che mediamente essere ingegnere ed essere pignolo è tutt’uno. Essere ingegnere ed essere curioso, di solito anche.
Ma soprattutto, essere ingegnere è un poco anche essere “musso”, come si dice dalle mie parti. Zuccone. Abituato a ragionamento lineare, a leggi precise. Spiegare una sensazione ad un ingegnere è impresa ardua.

Chi ha una lettera d’amore scritta da un ingegnere alzi la mano di nuovo.
C’è ALMENO UNA LEGGE DELLA TERMOIDRAULICA citata dentro, vero?
Vero?
Dai. Li amiamo così. Matti, ma che i matti per loro sono gli altri (e spesso questo è pure vero).

Beh quando il Signore ha creato gli ingegneri in qualche modo deve essergli scappato il buon Max. Non so se a livello di release beta, ma credo di no.

Max è un mondo a parte.
Max è un ingegnere che cucina.
Che esprime senza formule strane sentimenti come amicizia, nostalgia, malinconia, ed amore. Per la moglie, sì, ma pure per altri preziosi componenti della famiglia.
Eppure è ingegnere.
Giuro.
ASSOLUTAMENTE INGEGNERE.

Ebbene Max, il 09 febbraio, si presenta bel bello in libreria a Roma perchè esce il suo primo libro (i riferimenti sono qui e qui.
Io sto a 600 e rotti km e non ci posso andare, ma se qualcuno è nei paraggi, per l’amor di Dio, che ci vada… non fosse che per fregargli la ricetta della carbonara.
No, sto scherzando: che ci vada, per farsi un favore e soprattutto per preservare questo misterioso sottoinsieme in “gnegnere” scrittore, poeta, santo, navigatore, marito, padre e cuoco.
Che insomma, magari si scopre come clonarlo. E magari no, ma si torna a casa con un buon libro.

Oh Max, in bocca al lupo.
firmato
verba, quella a cui nemmeno tu hai avuto il coraggio di provar a spiegare la formula dell’entropia

Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

Lui.

Lei è arrivata che era quasi al settimo mese.
Una roba che non riesci a renderti conto che è incinta e PUF! è nato Lui.
Lei era bellissima come sempre, e ci tengo a ribadire che non la guardo con gli occhi dell’amore, quando s’è trasferita per andare a convivere ci sono state fior di crisi isteriche, gufate, pianti e malcelato rosicamento da parte di ‘sta decina di maschi affranti. OH, io per colpa di questa ragazza ho subito un INSEGUIMENTO in automobile, sempre a causa di un maschio affranto. Capiamoci.
Insomma Lei arriva bellissima e col cocomerino nella pancia. Io devo fissare il Cocomerino per ricordarmi che sì, è incinta.
Lei pure deve fissarlo per ricordarsene.
Del resto, due non è che sono amiche da una vita per niente.

Lei è tornata insieme alla naturalezza dello stare insieme. I mesi sono volati. Il Cocomerino ha messo il naso fuori dalla pancia mentre io ero lontana, piccolo rompino sballa-piani.
Io ho pianto, la prima volta che l’ho visto.
E la seconda.
E la terza.
E la quarta, ma mi sono nascosta in bagno.
E quando li ho salutati, che lui dormiva e gli ho colato rimmel sulla tutina.

Lo so che suona male, ma improvvisamente tutti gli altri bambini del mondo mi sono sembrati, non so, sullo sfondo.
Le altre mamme lo erano già.

Lui non crescerà vicino. Probabilmente sarò la vecchia quasi-zia pallosa che vive lontano; pensarci potrebbe farmi piangere la sesta, settima ed ottava volta tutte in fila.

Non ho altro da dire, Vostro Onore. Veramente non ho nulla altro da dire al riguardo.