Mamma, le MAMME! (cronaca di tre giorni da zia)

Questi ultimi giorni abbiamo avuto un piccolo ospite a casa.
Chiunque mi conosca a questo punto dirà:
“LO SAPEVO, AVETE PRESO IL TERZO GATTO”.
Invece no.
No, neanche un cane.

Il piccolo ospite è il nipote cinquenne del Tecnologico. Il piccolo ospite era qui da solo, con la sua microborsa da toilette, i suoi micropantaloni, le sue micromagliette, il suo microcappellino e la sua MACROMEGAULTRAENERGIA VITALE.

Per capirci, questo ospitino è talmente buono che i suoi genitori possono permettersi di lasciarlo quattro giorni con noi, che figli non ne abbiamo, di bambini non ne sappiamo assolutamente nulla e che siamo anche discretamente cretini di nostro, ed aspettarsi al ritorno non solo di trovare vivo ed in buona salute LUI, ma pure gli adulti ospitanti.

Mangia, è sorridente, carino, gentile, piglia i no per no, non fa capricci, è coccolone, gioca con tutto e va d’accordo coi gatti. Solo la siglia di FiorellinoGiramondo in loop per 72 ore ha un poco provato i nostri nervi, ma sono dettagli.
(Il pallone ha provato i nervi dei gatti, ma son dettagli anche questi)

Insomma è il tipo di bambino che quando lo porti fuori dopo un poco le mamme altrui iniziano a guardarti brutto, o triste, con la faccia da bassethound e il lampeggiante “ma-io-dove-sbaglio” sulla testa, ed a me questa cosa scatena un’enorme voglia di scusarmi, di dire “sì è vero c’ho le zeppe le unghie pittate e la faccia di una che di notte dorme, infatti sono LA ZIA”.
Comunque per la prima volta in vita mia ho avuto un assaggio di comunità mammesca da parchetto, e devo confessare che ne sono uscita veramente terrorizzata.
A me, le mamme, fanno paura. Sarà l’inesperienza.

Intanto, i bambini urlano. Quasi tutti. Le loro mamme di più. Io per lavoro ogni tanto me la cammino in aziende dove per lavorare hai l’obbligo di protezione auricolare, e sono pronta a giurare che i parchetti, le piscine, le vasche con la sabbia ed i famigerati “gonfiabili” hanno intorno un volume di decibel che in confronto il reparto molatura degli acciai speciali è il monte Athos.
Poi, la conversazione che nasce spontanea mentre i bimbi giocano: UN FOTTUTO CAMPO MINATO! Le mamme, quasi tutte, si stanno lamentando. Il bambino non mangia, non beve, non dorme, picchia i fratellini, non ascolta, è stitico, è capriccioso, insomma il generico, quello che ognuno di noi ha sentito mille volte per direttissima dalla mamma propria. Solo che poi le mamme non vogliono una risposta, no! le mamme vogliono essere assecondate, ed è tipo un gioco a scacchi che tu, non mamma, non sei proprio in grado di giocare.
Sono carinissime, partono veramente innocue, dolci: “Scusi sa se Armandino sta cercando di cavare un occhio al suo bambino, è nella fase della violenza abbestia e dei capricci ululanti”.
Tu, come nei libro-games, hai due scelte:
1) “ah sì vedo vabbè al giorno d’oggi occhio più, occhio meno, si figuri”.
2) “beh se prova a richiamare un attimo L’Armandino Furioso io mi sincero che MIO NIPOTE sia ancora tutto intero”.

Se rispondi la 1, oltre a venir fulminata sul posto ti cucchi il riassunto di tutti i libri di Tata Lucia in cui si spiega che il bambino che mena è IL MALE IN TERRA.
Io capisco che nessuno voglia essere il genitore del “bambino che mena”, ma sono anche sicura sia ancora peggio essere il genitore di quello che le piglia sempre.
Parola di ex bambina che le pigliava sempre.

Se rispondi la 2, SCIAGURA A TE! Intanto mio figlio è buonissimo, ipergeneroso pacioccone amoooore di mamma, la sua è solo una fase, poi suo nipote ha provocato mio figlio scegliendo un secchiello più bello del suo, eppoi SE LEI NON E’ UNA MADRE NON PUO’ PERMETTERSI DI PARLARE.
(eccheccazzo, ma che è in fase istericoaggressivaferoce mica l’ho detto io!)

Io, per l’appunto, non sono una madre. Però sono mezza sarda: sono piccola, sono riccia, sono scura, e se mi girano le balle ti meno.
Io, in questo preciso momento, non c’ho obblighi educativi di sorta. Non devo dare nessun buon esempio per la vita. Quindi io, adesso, prendo il secchiello incriminato e te lo calco in testa, poi scosto Armandino dalla schiena di mio nipote, tappo le orecchie al nipote suddetto e me ne vado imprecando ad alta voce volgarità che Armandino imparerà al volo e riproporrà ad ora di cena. Ecco.

No, la risposta giusta è quella che io, da “nonmamma”, non posso dare: perchè non la so!

In compenso di “risposte giuste” posso ascoltarne un sacco ed una sporta.
Prova a dire che ieri il pargolo ha voluto pasta al sugo (e che ti risulta che il 70% della sua dieta sia pasta al sugo in questo momento) e non sai cosa dargli a cena.
Provate. Io vi sfido ad andare ad un parchetto alle cinque di pomeriggio e dire:
“Ieri ho fatto la pastasciutta ed oggi non so cosa preparare per cena a MIO NIPOTE”.
Il 10% partirà in quarta con “IO MIO FIGLIO NON LO LASCEREI CERTO A DEGLI ZII INESPERTI”.
Sì, sono dei genitori impavidi, sono d’accordo…ma la cena?
Un 20% scoppierà a piangere e ti confesserà che il loro, di figlio, MAMMAGARI la pasta al sugo. Preghiere suppliche disperazione, e alla fine accetterà di ingurgitare mezzo kinder pinguì guardando cartoonito.
Sì, ok, a me dispiace, ma…la cena?
Il restante si accapiglierà sulle ricette serali migliori per dormire bene, fare la cacca, rispettare l’ecosistema.
Ecco la cena.

Mentre loro litigano, tu dileguati.

Insomma ieri alla fine di una giornata di piscina, scivoli d’acqua, altra piscina, ancora scivoli, mangiare panino, schifare melone, no-il-bagno-ora-no, gonfiabili, sabbia, altri gonfiabili, zia giochiamo che tu eri questo e io ero quello, zia posso avere un ghiacciolo (per altro qualcuno mi spiega perchè immediatamente, alla comparsa di un bambino, gli uomini fanno quadrato e tu ti trovi istantaneamente relegata nel gruppo femmine, MENTRE PURE IL TUO AMICO STORICO INIZIA A FAR COPPIA CON TUO MOROSO?), zia vado sullo scivolo dei grandi con lo zio, zia guarda, zia vieni, zia sali, zia fatti i cazzi tuoi che sono grande e so nuotare (altezza acqua: 50 cm), ho pronunciato per la prima volta in vita mia la frase mantra di tutte le estati:
“Esci dieci minuti dall’acqua che hai le manine a grinze”.
E stupefatta come di fronte al derby dello 0-6, ho visto questo bambino santo, santo, santo, pigliare, uscire dalla piscina e venire a farsi asciugare senza dire nè no nè bò, col sorriso e gli occhioni felici.
Questo bambino bellissimo, che mi chiama “Sia” con la esse al posto della zeta, che la sera mi si arrampica tra le braccia e mi chiede di raccontargli la storia di come ho conosciuto “lo Sio”.
E mentre questo bambino piccolo e nero com’ero io alla sua età si strofinava contro l’asciugamano, ho sentito distintamente la sciura davanti a me, sfinita dal tentativo di recuperarsi la pargolanza dall’acqua, mandarmi telepaticamente la parola:
“Stronza”.

Ed ho saputo, veramente saputo, di meritarmela.
A me col cazzo che verrebbe così buono, un figlio.

Osmosi, ovvero da oggi i Poteri ce li ho anche io.

Deve essere una cosa da Disfunzionali.
No, dai. Dei Poteri veri e propri parlerò magari, se mi viene la voglia di scrivere il papiro che merita la vicenda, in un altro post. Solo che poi mi piglierò della cazzara peggio della mia amica e non mi va. Amen.
Comunque. La Disfunzionale per definizione, com’è noto ai più, c’ha i poteri. Tipo che una notte ha sognato di essere a casa mia a passare l’aspirapolvere (benemerita!) e sognava l’aspirapolvere della marca giusta. Ma è anche in grado di sapere che ora sta per arrivare un sms di una determinata persona, eccolo, sta per arrivare, TAC! SMS!, come se si sentisse le onde elettromagnetiche intorno alla testa.

Io no. Io premonizioni zero. Al massimo angoscia infausta che trova rapido riscontro nei fatti. Il mio SuperPotere è la Pazienza, anzi la SUPERPAZIENZA, ne è riprova il fatto che scrivo questo post seduta accanto al Tecnologico che gioca a Bioshock Qualcosa e quando mi giro a guardarlo mi sorride beato MIMANDO atti osceni in segno DI GIOIA.
Ed è ancora vivo.

Questo week end stavo chiaccherando via Whatzapp con un amico che vedo raramente causa distanza. Il mio amico ha una morosa relativamente recente che io non ho mai conosciuto perchè non solo siamo distanti noi, ma sono pure distantissimi loro, quindi vedersi già è complicato per loro, figurati organizzare trasferte; era single da tanto, adesso è felice, tanto felice. Insomma son lì che mi sto facendo il primo caffè del giorno, messaggino, cialda, messaggino, imburra fetta biscottata, messaggino, premi tasto della macchinettà del caffè, prendo il telefono e boh, come lo descrivo? Mi imbambolo? Vado in trance? Insomma ho un momento di vuoto totale, proprio il cervello che grippa, e so con assoluta certezza, come so che adoro i gatti, che chi non beve caffè è un depravato, che Massimo Moratti ricco com’è potrebbe pure sbiancarsi i denti, insomma SO che il mio amico-neo-morosato&felice è sposato da tempo e che sua moglie ed io siamo amiche. Provo fisicamente affetto e nostalgia, per un momento. Senso di familiarità.
Tanto che devo rispondergli e mi verrebbe da scrivere “moglie”, non riesco a scrivere morosa, mi sembra irreale.
Il tutto dura forse 4 secondi. Mi bevo il mio caffè e gli scrivo “oh per un istante ho avuto una specie di deja-vù al contrario e vi ho visti sposati”.
Lui risponde con un emoticon qualunque.
Mezzora dopo mi scrive di nuovo: mi sono appena ripreso. le ho chiesto di sposarmi ieri sera. non lo sanno neanche i miei.

Gulp.

State attenti alla Disfunzionalità. E’ contagiosa.

il matrimonio del mio migliore amico (un post coi postumi)

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Vorrei scrivere qualcosa pieno di buoni sentimenti, ma giuro che non è facile coi postumi che mi ritrovo. Tipo la password l’ho inserita tre volte, e che sono al pc!

Partiamo dalla sposa: era bellissima. Bella forza, s’è mai sentito qualcuno dire che la sposa era uno scaldabagno? No.
Però questa sposa, nello specifico, è una che è bellissima pure in pigiama, quindi ieri era qualcosa di imbarazzante, sembrava una modella di Victoria’s Secret, solo molto più vestita.
PiccolaGì per altro ha una particolarità: ha gli occhi azzurrissimi, ma pupille che si dilatano incredibilmente a seconda dello stato d’animo.
Ieri, quando è entrata in chiesa, aveva gli occhi del gatto di Shrek. Io, terrorizzata dalla tutt’altro che remota possibilità dell’iniziare a piangere all’ingresso dello SPOSO e continuare fino all'”andate in pace”, sono stata colta da attacco di ridarella funesta e ci sono voluti due calcioni dell’altro testimone – Dio lo benedica, molto più posato di me – per trattenere le risa entro un’espressione da beota al settimo cielo.

Per capire quanto fossero felici le famiglie del lieto fine per i rispettivi difficilissimi, rompiballe, pignoli scassapomi dei rispettivi eredi, dirò soltanto che GrandeGì ed io, al “puoi baciare la sposa”, ci siamo esibite nel ballo della polenta, incuranti dell’etichetta, del primo banco e del prete, la madre dello sposo, signora distintissima, ha sibilato una benedizione lunghissima che chiamava in causa metà dei santi del paradiso, per una volta in termini davvero lusinghieri, e la madre della sposa, splendida donna spesso sopra le righe, è esplosa in un applauso-pianto isterico urlando “BRAVI! BRAVI! BRAVI!”.
Ed eravamo tutti sobri.

Il resto è stato tutto roba da film romantico. La coppia bellissima, magrissima, altissima, castello, invitati, alcuni fiumi di vino con relativi affluenti, sommelier che si calavano dal soffitto, cibo che spuntava dietro ad ogni angolo e perfino qualche raggio di sole. Frasi importanti, amici ubriachi, genitori radiosi, sposi sfiniti, open bar con 10 tipi diversi di rum – ovvero la mia morte per direttissima – ballare scalzi o meglio barcollare vagamente a tempo e lanciando tacchi 12 qua e là, che non mi stupirebbe scoprire che alcune sono tornate con una scarpa propria ed una “prestata”.

Una cosa ancora vorrei dire, ma ho bisogno di un passo indietro.

Lord è stato uno dei ragazzi più rincorsi e corteggiati che abbia mai conosciuto. Da ragazzino perchè bello, da ragazzo perchè stronzo, ma con stile, da uomo per entrambi i motivi con l’aggiunta del plus “pedigree + ottima, ottimissima, facoltosa famiglia”.
Chiunque se ne sarebbe approfittato in lungo ed in largo, ma lui no, troppo convinto che avere una storia senza coinvolgimento reale fosse una perdita di tempo ed un inutile privarsi di libertà. Solo che dopo uno, due, tre, quattro anni, noialtri che gli si voleva bene abbiamo iniziato a pensare che insomma, una è troppo giovane, una vecchia, una grassa, una sgraziata, una scema, una ignorante, una perfetta, ma “non mi è scattato niente”, una splendida, ma “mi ha chiesto 3 volte in una sera quanto guadagno”, una divertentissima, ma “mi sono accorto che mi si apposta sotto casa”, and so on, non era una così buona strada.
Se già sei un perfezionista gaudente e casinaro, c’è il rischio reale che la singletudine abbia proprio la meglio sulla tua capacità di riconoscere il caso in cui vale la pena di adattarsi un poco, per vivere una storia.
A seguire sono passati altri due, tre, quattro, cinque anni, in cui un poco tutti noi gli abbiamo chiesto a fasi alterne se fosse sicuro di non star cercando “troppo”.
Troppo bella, troppo brava, troppo divertente, troppo sveglia, troppo elegante, troppo capace…cristo esiste davvero una donna così, SINGLE, A TRENTANNI?
E lui ha sempre risposto “beh allora meglio solo”.
Confesso che in certi momenti ho temuto veramente che il migliore dei miei amici, quello che è aceto e miele, quello che è furioso e buono come il pane, nervoso ed autoironico, affidabile e completamente matto, finisse per restare proprio solo, mentre tutti noi ci creavamo vite diverse ed una famiglia.
So anche di non essere l’unica. Lo so perchè ieri me l’ha confessato sua madre, e non ce n’era nemmeno bisogno.
Perchè questo pippone insensato?

Il discorso dello sposo di ieri. 150 persone che urlano “discorso discorso”, lui si alza in piedi riluttante, ubriaco e stranamente serio.
Inizia a parlare. Arriva alla prima sillaba.
La sala esplode in pernacchie ed urla “BRAVO!”.
Ripete la prima sillaba.
Stessa scena.
Capisce l’antifona: brindisi.
150 persone bevono, e mentre loro bevono lui dice:
“Io brindo a tutti coloro che dicono che nella vita bisogna accontentarsi…” Pausa. Alza il bicchiere, guarda la sposa e urla:
“NON E’ VERO!!”
Boato dei 150, ubriachi anche loro, e lancio di centrotavola in ogni direzione.

E io?
Io mi sono alzata in piedi ad applaudire. Diversamente sobria e, come si capisce dalla foto, ovviamente scalza.

la neve di marzo

.. forse è colpa mia.
Due anni fa più o meno in questo periodo ero affranta e spaventata. La mia migliore amica era partita per l’altra parte del mondo, una nuova avventura, una nuova vita, nessuna certezza e tanti punti di domanda. Ero rimasta a casa nostra, a svuotare i nostri armadi, a buttare le nostre cianfrusaglie, a salvare in scatoloni cose “pesanti” che magari un giorno avrebbe voluto con sè al di là dell’oceano.

Neanche il tempo di tirare il fiato, ed era la volta di Lord. Offerta di lavoro irrinunciabile, anche quella al di là dell’oceano. A lui brillavano gli occhi di gioia, a me venivano gli incubi. Poi ci si è mezza di mezzo un po’ la vita, un po’ la crisi, e lui è rimasto. PiccolaGì, che all’epoca stava con lui da meno di un anno, il prossimo 6 diventa sua moglie.

E tra pochi altri mesi ancora, sempre il 6, torna la mia amica. Dopo più di un anno. Torna per un poco, per un paio di mesi.
Torna… col pancione. A far nascere un bambino che avevo il terrore di non riuscire a vedere in tempo. Che ho il terrore di non riuscire a conoscere abbastanza.

Sono talmente felice che pure il terzo mese di pioggia filato non mi tange.
Sono talmente felice che potrei addirittura mangiare carboidrati.

No, via, sto scherzando. Quello no.

Harry ti presento Verba, considerazioni su 25 anni di amicizie maschili.

Ho quattro anni, con gli amichetti dell’asilo mi piace giocare a rincorrerci ed intrufolarci nell’orto delle suore per vedere se riusciamo a distinguere le carote dalle erbacce.
Un giorno una suora mi prende da parte e mi dice che “non va bene giocare sempre coi maschietti, si deve giocare anche con le bambine” e mi rifila una simil-barbie. Mi chiede “Hai le bambole a casa, vero?”. “Sì”, le rispondo. Allora gioca come fai con le tue bambole!”, fa lei soddisfatta.
Poi torna e si incazza come una iena perchè trova la simil-barbie rasata e legata alla gamba di una sedia: suora, scusa, ma le mie bambole sono gli ostaggi quando gioco coi soldatini…e tu me lo potevi anche chiedere prima.

Ho otto anni, la mia amica del cuore si chiama Violetta, il mio amico del cuore si chiama Nicola. Insieme facciamo un trio inseparabile.
I bambini iniziano a prendere di mira Nicola perchè “sta con le bambine”. Non si rendono neanche conto che Nicola, con “le bambine”, passa i pomeriggi a vagare per i campi accompagnato da una decina di cani meticci di varie dimensioni, che dall’aia delle case corrono tutti con noi per un grattino e qualche biscotto del Mulino Bianco. Altro che mamma-casetta!

Ho dodici anni e finalmente sono fortunata. Il mio primo vero gruppetto di amici è misto, nessuno lo trova strano, e a me non piace il figo del momento il che mi mette al riparo da qualunque problema o litigio con le altre ragazzine. Passo i pomeriggi con Jill, che ha 4 zampe, un carattere dolcissimo, e nitrisce.

Ho sedici anni, i miei amici sono già quasi tutti quelli menzionati nel mio blog. Il mio amico del cuore si chiama Bì. Abbiamo un rapporto quasi morboso, certamente equivoco, sperimentale, da adolescenti. Ci sono Lord, il Rosso, Observer, Shine, Funky ed un paio che abbiamo perso per strada.
Un pomeriggio mi suona alla porta un tizio brutto come un film dei Vanzina, grezzo come un tronista e scemo come la palta, che conosco vagamente tramite amici di amici di amici di Bì e che nemmeno so come abbia fatto ad avere il mio indirizzo.

Lo faccio entrare e lo guardo, perplessa. Lui si accomoda sul divano, non invitato, e sempre non invitato mi spiega, tranquillissimo, che e’ venuto a scopare. “Perchè logicamente, lo sappiamo tutti, no, che insomma se stai sempre con quelli e’ perchè ti piace il cazzo”. Gli spiego che io, con “quelli”, non ci vado a letto. Ma manco mi ci struscio. Ma proprio manco un bacetto. Lui replica, assolutamente sconvolto, che non è possibile, perchè “Che cazzo ti frequentano a fare se non per scopare?”.
Lo scopo: letteralmente, col bastone, fuori dalla porta.

Ho diciotto anni: la mia vicina di casa chiama mia madre e le confida preoccupata che sto prendendo una brutta piega. Mi ha vista fumare, dal balcone. E “Signora mia quando lei non è in casa è tutto un via vai di ragazzini in motorino”. Mia madre, che i ragazzini in motorino li conosce uno per uno, la manda a cagare consigliandole di farsi i cazzi suoi, con queste precise, esatte parole.
Il turpiloquio è una questione di famiglia.

Ho vent’anni, sono cattiva come un crotalo, i miei amici sono gli stessi e sono peggio di me, nessuno si sogna più di comunicare le proprie idee sul nostro rapporto: non direttamente. Inizia il toto-moroso, starà col Rosso starà col Lord starà con Shine starà con Funky con chi starà.

Ho 24 anni e sono fidanzata seriamente per la prima volta. Dopo UNA SETTIMANA il mio moroso se ne esce dicendo “Ma fammi capire… tu una sera sei fuori con Lord… Una con Rosso… Chiamo a casa e c’è Funky a bere il caffè… ma tu… delle cazzo di amiche, no????”

Ho 30 anni e da una settimana non sono più fidanzata seriamente. Andiamo a farci un capodanno in toscana. Un amico toscano di Lord dopo un paio di giorni mi prende da parte e mi dice “ma tu sei la ragazza del Rosso?” “No.” “Ah allora sei la ragazza di Toro?” “No.” “Ah… ti fai le storie con Lord?”. “NOOOOOO”. “Ma.. ma… non stai con nessuno di loro???” “NO cazzo no”.
Risposta, esterefatta: “Ma… ma tu sei caruccia assai!”.
(traduco: ma essendo tu scopabile, se non sei di nessuna utilità che minchia ci fai qui?)

Tutta questa premessa perchè?
Io ho sempre vissuto l’amicizia tra i due sessi ed ho sempre, più che detestato, profondamente compatito i categorici che “l’amicizia tra uomo e donna non esiste”, con le varie postille che se c’è comunque c’è attrazione, che uno dei due e’ innamorato e ci soffre, che può esserci solo se lei/lui è un cesso, che comunque non è come essere amico di un uomo, è un’amicizia di serie b.
Ho compatito i categorici (e le categoriche) perchè rinunciare al vedere la persona per concentrarsi sui suoi genitali è cosa da poverini, da miseri dentro, e perchè alla fatidica “Io ho sempre voluto un amico maschio, ma loro volevano tutti venire solo a letto con me” ho sempre risposto che la gente, in genere, da te vuole quello che hai da offrire.
Ho sempre trovato svilente l’approccio alle “amiche” tutto maschile, che può essere inteso come “giro gnocca facile” oppure “strategia del condor”, frequenta donne e vedrai che prima o poi una che agonizza nel deserto dell’astinenza sessuale riesci pure a trombarla. Ho sempre trovato svilente la parata degli “amici” femminile, quelli tenuti sulla corda per mesi o anni, a colpettini di ciglia sbattute e sospiri, ed usati come cavalieri serventi e paganti tra un fidanzato e l’altro.

Mi sa che non avevo capito un cazzo.
Poi l’illuminazione:

Ho trentasei anni. TRENTASEI, dico. Sto passeggiando ad una sagra di paese con il Tecnologico e con Lord e Piccolagì, la sua promessa sposa, quando incontriamo un vecchio conoscente dei vent’anni che furono.
Lord gli dice che si sposa. E questo si lancia verso di me e mi urla “congratulazioni”. E ride.
Allora cerchiamo di spiegargli che no, le cose non stanno così, che questo è il Tecnologico e quella è la futura sposa, e lui pacifico e sorridente ci risponde quanto segue: “Ma sì, lo so, ho già conosciuto PiccolaGì, ma a me piace sognare, mi piace pensare così, mi piace far finta che invece vi sposate voi… cosa
vuoi, a me piace il LIETO FINE”.

Ah. Quindi è questo.

L’amicizia tra i sessi non è incomprensibile. E’ proprio che non ha appeal, è una storia bella che non piace a nessuno.
Da Harry meet Sally a Dawson’s Creek, passando dalla caterva di film sui trombamici che si innamorano, l’amicizia tra uomo e donna è solo una fase. Una stramaledetta FASE nell’epica del grande amore. Se dietro non c’è grande amore, se l’amicizia è una grande amicizia, ma è SOLO una grande amicizia, che barba che noia che noia che barba.
L’amicizia tra uomo e donna, se non rientra nelle tristi categorie di finte-amicizie, di sbilanciamenti ormonali, di depistaggio pre-sesso, comunque, per quanto onesta, è uno SPRECO.

E siccome sì, la testimone dello sposo sta già iniziando a gustare le prime difficoltà (come, tu? ma sei una donna! come, organizzi tu? MA PENSI PURE DI VENIRE? Ah, sarà contento il Tecnologico di averti tra i piedi!), questo sfogo de panza si concluderà con le parole di Lord quando al “Voi tu essere la mia testimone” la sottoscritta ha balbettato “io… ma… e il Rosso? e qualcuno che c’era prima… e… e…” ha risposto: “No. Ci ho pensato, e voglio te. Tu sei la mia Amica. Io non voglio solo una persona che c’era…io voglio una persona che ci sarà.”.

L’amicizia esiste, punto. Tra uomo e uomo, donna e donna, uomo e donna, uomo e cane e perfino tra donna ed estetista.
E secondo me, se non puoi essere amico di una persona dell’altro sesso, forse non puoi essere amico e basta.

domenica non è sempre (stata) domenica

Quelli che hanno avuto una storia a distanza mi capiranno.
Io non ho, salvo la brevissima parentesi del Capo di Tutte le Teste di Cazzo, mai avuto un fidanzato “locale”.
I miei morosi stavano tutti a distanze variabili tra i 130 ed i 250 km, metro più, metro meno. E se a vent’anni questo voleva dire, tendenzialmente, la splendida libertà del farsi i cazzi propri tutta la settimana, nei 15 anni successivi ha significato diventare un azionista di rilievo di trenitalia ed una di quelle persone per cui il giorno peggiore della settimana è la domenica.
La domenica era il giorno dei saluti. Il giorno corto, del partire appena dopo pranzo (250 km) o alla fine delle partite (130 km), posto che il calendario avesse la buona grazia di mettermi il Milan alle 15 (cosa rarissima). La domenica era il giorno del freddo al binario, piglia il treno, cambia il treno, aspetta il treno, crepa di freddo IN TRENO (un rientro milano-profondo veneto con carrozza SENZA RISCALDAMENTO il 3 gennaio), o del caldo cocente (uno splendido tragitto “profondo veneto-quasi tarvisio” con una Uno bianca, senza aria condizionata ovviamente, al 30 luglio).
Il giorno in cui non puoi poltrire a letto perchè devi rifare la valigia, borsa, trolley, sacca, e lasciare il bed&breakfast alle dieci o scendere a salutare i suoceri o pranzare con i parenti.
Il giorno che iniziava, di fatto, col conto alla rovescia per il venerdì.

Andare a vivere da sola ha vagamente migliorato la situazione, ma solo di mattina: il pomeriggio comunque era il momento del commiato, dei “parto alle quattro” che diventavano le quattro e mezza, le cinque, a volte anche le sei, ma senza mai diventare nè lunedì nè “a domani”.

Domenica era corta, triste, malinconica e di passaggio.
Una quantità di volte incalcolabile, nei primi anni col Tecnologico, guardando fuori dal finestrino della macchina mentre mi accompagnava in stazione fantasticavo di fare come quelle coppie sul marciapiede, due passi ancora, chiedersi “cosa vuoi per cena?”, “beviamo qualcosa?”, “sentiamo se tizio e caio vengono a mangiare una pizza?”, soprattutto in inverno – col freddo fino allo sterno – col buio fuori ed i negozi illuminati e la gente che passeggiava per mano, mentre quello che
aspettava me era la solita trafila del vagone puzzolente, i compagni di viaggio invadenti o molesti, i magrebini ubriachi che cercavano di farsi sotto mentre andavo a prendermi la Yaris dal parcheggio.
E poi mancanza, una telefonata, tirarsi il trolley difettoso su per le scale.

Adesso la domenica è una giornata di grazia.
Il calduccio di casa nostra, i gatti che intonano la sveglia (Sono Finite Le Crocche, Tragedia Gatta di 3 Atti in Miao Bemolle) e che si strusciano felici dell’averci intorno, il Tecnologico avvitato al Pc oppure dedito a lavori di bricolage pesante, tipo la ristrutturazione del garage con cui è in ballo da due giorni. Domenica è effettivamente poter fare due passi per mano, nella notte delle cinque di pomeriggio. E’ chiedere a Lord e PiccolaGì se pranzano con noi, e farlo alle 12.00 per l’una. E’ la possibilità beata di farsi un caffè, scegliere un film, e non avere nessun altro posto in cui essere, correre, andare, poter aspettare le sette, poter cenare alle nove, accoccolarsi contro una spalla accogliente, dire buonanotte.

Qualcuno diceva “Amare significa non dover dire mai ‘mi dispiace'” (io per altro non sono neanche d’accordo): la mia versione sarà che Amore è quando Domenica significa non dover dire più “A venerdì”.

Buona domenica a tutti.