click (turpiloquio alert)

Siamo al ristorante con gli amici storici. Mimosa è sul seggiolone a capotavola. Non è scesa da lì da quando siamo entrati, e sono quasi le tre del pomeriggio. Si annoia, io ho esaurito i trucchi e scaricato il telefono, per cui decido di tentarmela e di farla scendere, magari portarla nell’atrio del ristorante, deserto, in modo che non infastidisca nessuno.
La tiro giù, la appoggio per terra e le indico una cameriera di passaggio, dicendo che deve star ben lontana da quei signori in nero perché stanno lavorando.
La cameriera di passaggio mi sente e mi risponde in malo modo “Ahh beh, tanto ormai sono tutti in giro, per noi sono ostacoli da schivare!”
Lì per lì non rispondo. Poi però ci penso, mi infastidisce una risposta del genere, a maggior ragione detta ad una che praticamente non mangia per evitare che la prole dia noia al prossimo, al ristorante.
Eppure, ribatte una delle amiche presenti, devo “capire”. Perché la cameriera “poverina”. Perché effettivamente i bambini corrono in giro, scassano le palle. Sì, ma non la mia. “Ehhh, ma poverina, sarà così stufa di bambini maleducati”.

CLICK, ha fatto qualcosa nella mia testa.

Un giorno ho aperto un blog perché in fondo senza scrivere non sono capace di stare e perché mi piace anche leggere, mi piace la comunità che si crea tra chi legge e scrive, mi piacciono i racconti delle altre persone, i confronti con la vita degli altri, la testa degli altri, i problemi e le gioie degli altri, ma egoisticamente il mio primo motivo era il puro e semplice sfogo, mettere nero su bianco, chiarirmi le idee così, da sola, senza dover necessariamente ammorbare il prossimo a voce. Sono prolissa, sono confusionaria e sono una che tutto sommato vive con mezza testa sempre per aria, con un mezzo pensiero che gira gira e trova pace solo una volta messo per iscritto.
L’ho chiamato rem tene, verba sequentur, perché sono assolutamente convinta che se hai chiaro il concetto le parole vengano da sé.
Ancor meglio le parolacce.

CLICK, mi fa l’interruttore del cervello.
Perché sai cosa c’è? Che mi son davvero rotta le palle.

Quando ho aperto questo blog ho badato all’anonimato ed a nulla altro. Non mi interessava fare le “hit”, ho i tasti per la condivisione sui social DISABILITATI, da grande non so ancora cosa farò, sicuramente non la blogger, non mi sono mai posta il problema di essere più o meno interessante o accattivante o di avere la grafica figa e stigrancazzi del blogroll aggiornato. A me bastava scrivere. Alle volte ho chiuso qualche post perché eccessivamente personale, ho messo off line per un periodo qualcosa altro perché mi aveva portato contatti di ogni genere, oltre a far approdare qui alcuni amici di una vita, mio fratello, MIA MADRE ed il mio ex storico (ehilà, saluto con la manina!).

Poi un giorno ho avuto una figlia. Immediatamente non mi sono più sentita libera di scrivere quello che vivevo o quello che provavo. Immediatamente. Autocensura a tappeto. Perché non volevo avere un mummyblog. Perché non volevo mettere in piazza dei momenti intimi. Perché sarei stata comunque una che raccontava la vita di una terza persona.
Perché mi vergognavo. Alcuni dei miei affetti più cari mi hanno fatta sentire come una traditrice, e tutto sommato mi ci sono sentita anche io. E’ strano che solo ora mi salga dal fondo dello stomaco la rabbia per essere stata colpevolizzata, messa all’angolo, quasi minacciata “stai perdendo i contatti!”, perché dopo la nascita di Mimosa non ho più avuto – e non ho – il tempo per tutti che avevo una volta. E’ strano che solo ora mi renda conto di quanto chi avrebbe potuto tendere una mano (come ho fatto io in passato con altri) si sia limitato ad ancorarsi saldamente alla propria vita rifiutando qualunque compromesso, perché la “mia vita non può mica girare intorno ai tuoi comodi”.
E’ strano, ed è colpa mia, perché mi sono sentita in difetto per il semplice fatto di essere una madre. Come suona strano, eh? Essere una madre.

Mi sono sentita in difetto, e noiosa, e fuori gioco, e tutto quello che ho vissuto in questi quasi due anni me lo sono tenuta per me. Dentro, senza buttar fuori una riga, quasi non avessi il cazzo di coraggio di scrivere, il diritto di scrivere, che ogni giorno mi sento una benedetta dal cielo, dalla fortuna o da quel che si preferisce. Che quel sentimento che ritenevo di non poter in nessun modo “sbloccare”, se non con un figlio, manco mi immaginavo che razza di potenza fosse. Che a casa nostra si litiga infinitamente di più, ma si ride il doppio di quanto si litiga. Che neanche mi ricordo perché mi sbattesse qualcosa di dover uscire a bere una birra a forza. E quindi grazie, cameriera stronza, per quel “CLICK”.

Perché, come detto immediatamente dopo il click alla mia amica al ristorante, ho una grandissima novità da annunciare:
NON SOLO I FIGLI ALTRUI SCASSANO I COGLIONI ALLE PERSONE.

Anche gli adulti scassano i coglioni alla gente. Non sono le mamme che sono noiose, è la gente che è noiosa se non ti frega una mazza di stare a sentire. Tutti i monotematici sono noiosi. Tu che ogni mattina scrivi “Buongiorno un cazzo”, sei palloso come video sull’eyeliner! Tu, che ogni settimana ne cambi una e non sai non sa non capisci non capisce chissà come andrà ah no beh ne vedo un’altra, anche tu sei palloso, mi sanguinano le orecchie, vorrei infinitamente MENO DETTAGLI ANATOMICI PORCO MONDO!

Che poi vorrei anche capire perché se hai un figlio sei responsabile di tutte le rotture di maroni causate da tutti GLI ALTRI infanti. No, io davvero vorrei capire. Perché la cameriera di sente in diritto di rispondere male a me, perché la mia amica mi invita a comprenderla e perché è ritenuto normale questo lamentarsi generico, questo dire ad utero perché ovaia intenda?
Con gli altri rompicazzo non succede. Eppure. Anche gli adulti sono rumorosi, maleducati, puzzolenti, esasperanti, fastidiosi e lagnosi. La differenza è che non passiamo la giornata a rintuzzare nel prossimo ogni singolo atteggiamento irritante, altrimenti finiremmo alla neuro.

Le madri invece sono gara a parte. Questa specie di tiro al piccione per cui ad una che è madre puoi dire di tutto, che palle tuo figlio, ma perché non fai così, ma perché non fai cosà, ma non puoi portarlo (eh certo, a fare rafting), ma non puoi lasciarlo a casa (a chi?), eh ma così sbagli, eh ma così va bene, “cooomeee, hai nominato di nuovo tua figlia?? E’ BEN LA SECONDA VOLTA QUESTA SETTIMANA E SIAMO SOLO VENERDI! CHE PALLE!”, poi però mi devi sfrantegare i maroni con la lista esaustiva dei tuoi regali di Natale in fieri, insomma questa specie di tiro al piccione per cui una che ha figli deve sempre scusarsi per qualcosa, per il minor tempo, il minor spazio, le minori possibilità, oh scusi disturba, oh scusi infastidisce, oh scusi la irrita fortemente vedere persone al di sotto del metro che deambulano in sua presenza, a me avrebbe tediato per cui scusatemi, ma adesso il piccione si compra una fionda.
Anzi, no. La rispolvera.

Annunci

come la gramigna

IMG_4063

Ho sempre saputo, credo, che non sarei stata una di quelle donne che all’ultima spinta e relativo “uuueeeeeee!” viene fulminata dall’amore materno, le si suturano le ferite immediatamente e scopre che la propria vita ha un nuovo senso.
Come detto plurime volte, io sono “mussa”. Lenta. Ci devo arrivare con calma, ci devo arrivare a modo mio, per le mie strade, coi miei arzigogoli. Ci devo arrivare con la testa, soprattutto. E’ per questo che non mi è possibile provare Amore con la MegaAMaiuscola neanche per la mia stessa figlia, nell’istante in cui nasce. Perchè? Perchè non so amare qualcuno che non conosco.
Del resto, lo “sblocco” di una capacità di sentimento intuita, ma mai provata, è stato uno dei motivi principali per cui cercare un figlio, nel mio caso.
Eppure. Io non me l’aspettavo. Mi ero preparata, ma come si prepara la casa quando arriva l’ospite d’onore. Avevo pulito, riordinato, tirato e annodato gli ultimi fili sospesi di una vita vissuta solo da figlia e neanche da figlia facile, neanche da figlia di madre facile. Avevo preparato mentalmente vasi e vasi immaginando questo sentimento di volta in volta come una rosa delicata e lieve, o un gelsomino dal profumo prepotente, o un baobab massiccio ed ingombrantissimo, o le viole che si stendono a tappeto ed occupano l’intero prato, colorandolo.

Invece dal nulla, dal buio, da oddio ma che cristo ho combinato, da aiuto non ce la faccio più, da 24 ore su 24 di accudimento faticoso e spaventato, è sbucato un pezzetto di amore in ogni singolo vaso.
Con la rosa.
Con il baobab.
Con il tulipano, con le viole, le margherite e pure nell’orto vicino alle carote.
Una gramigna, un’erba matta che salta fuori dappertutto, accanto a qualunque altro sentimento, di fianco e sopra e sotto, e pure dove non c’era niente, dove non era stato preparato niente, dove credevo non potesse crescere niente. Ma non è un sentimento delicato e profumato, proprio per niente.
E’ invasivo e invadente, resistente e prevaricatore, brutto alla vista e fortissimo. E’ proprio malerba. E io che volevo scoprire che effetto fa, quel sentimento che ti rende inabile e imbecille, quel movimento d’animo a cui non si potesse resistere, quella trasformazione romantica, mi trovo la stessa cretina di sempre con la stessa testa di sempre, solo letteralmente infestata. D’amore.
E morta di sonno.

Estemporanea stupefatta: il malignettesimo.

Ho sempre pensato che la maggior parte delle persone “cattive”, le persone malignette, che hanno sempre una mala parola per tutti, che si gonfiano di invidia, che non riconoscono meriti e pregi neppure dei propri figli, sia così semplicemente perché infelice. Tanti anni fa ho letto un racconto, online, che parlava di una gelataia cattivissima che tutto il giorno pensa cose tremende di chi va a comprare il gelato, e sogna “cose belle per sè, e brutte per tutti gli altri”.

Mi devo ricredere. Ho scoperto che ci sono persone maligne, cattive senza ritegno e senza rimorso, per cui la conditio sine qua non della felicità è proprio che arrivi accompagnata dall’infelicità altrui.
VAE VICTIS! Non basta aver vinto, bisogna che il rivale muoia.
Il problema è quando il rivale non sa di esserlo: la nuova fidanzata di un ex, la moglie di quello che si farebbero loro, la collega della scrivania accanto, la vicina che ha un frullatore a quattro velocità mentre il loro ne ha tre soltanto.

Così si comprano un frullatore che ha cinque velocità e fa pure il caffè. Ma sono contente? No. Saranno contente quando si romperà il frullatore della vicina. Quando la moglie di quello lì ingrasserà o si presenterà ad una cena con 12 cm di ricrescita e le occhiaie. Quando la fidanzata numero due mollerà l’ex. Quando quando quando: quando tutti intorno a loro saranno infelici.
Perchè la tua felicità toglie qualcosa a me, anche quando sono felice pure io.
Cosa?
Boh.
Qualcosa.

Come si chiama questa patologia? Essere stupidi?

mimose in sala parto

Se il senso dell’umorismo attraversa le generazioni, mia figlia godrà molto dell’avermi costretta da oggi a festeggiare l’unica festività che ho sempre accuratamente schivato in vita mia.
Pur amando moltissimo le mimose. Le mimose sono l’unico fiore che ho sempre ricevuto con piacere. Il Tecnologico s’è sempre fatto un punto d’onore nel regalarmene di bellissime. Tanto, dice, un mazzo di fiori all’anno si può pur fare no?

Beh, non ci siamo smentiti neanche in queste circostanze. Siamo arrivati in ospedale bel belli e non mi sono neanche resa conto di essere in pieno travaglio. “Le contrazioni sono in alto”, mi spiegava l’ostetrica. “Ma io ho male in basso”, le rispondevo io. “Eh sono solo le preparatorie signora”.
Tanto preparatorie che eravamo a metà via. Col monitoraggio attaccato addosso e l’elettrodo dove NON avevo male, ci siamo fatti pure i selfie sul lettino. Poi il Tecnologico è uscito un attimo ed è tornato con un mazzo di mimose. Piccolo, confezionato insieme ad un fiore rosa, bellissimo: trovalo, un uomo che ti porta le mimose in sala parto.

Ho il ricordo di tanto dolore, tantissimi santi tirati giù, di lui sempre accanto a me e di buio. Soprattutto tanto buio, tanta penombra. Era un via vai continuo di persone, infermiere, ostetriche e medici, ma io ricordo solo questo scuro intorno e infatti adesso in casa accendo tutte le luci, appena si fa sera mi viene il magone.

E poi ricordo la frase “è nata”. Lui che piange e mi dice cose bellissime. Lei che piange – e con che voce! – e sapere che siamo arrivati al di là del fiume e siamo sani e salvi tutti e tre.

Mi ricordo anche un freddo inaudito, e il primo sguardo a quello scricciolo che comunque pensare di averla avuta in pancia ti fa chiedere “ma come ha fatto a starci?”.
Mi ricorderò sempre anche dell’ostetrica che mi ha detto “sei troppo razionale ancora, pensi troppo, per partorire devi smettere di pensare”. Io ho partorito, ma ho pensato per tutto il tempo e infatti ricordo ogni istante, alla faccia di “dimentichi tutto subito”.
Mi ricorderò sempre della prima trionfale esplosione di merda che mi ha travolta alle tre del mattino, alla seconda notte in ospedale, con la sciura della nursery che mi ha detto più o meno “ottimo, arrangiati che impari”. Del bambino cinese adorabile che dormiva sempre, salvo poi urlare nel preciso istante in cui si addormentava la mia, che non dormiva mai. Del purè del menù ospedaliero, giuro è veramente indimenticabile. E anche delle ostetriche che quando pensavo di non potercela fare mi ci hanno costretta a calci in culo e avevano ragione loro.

Adesso scrivo nei secondi liberi, con delle occhiaie a doppio strato ed un sentimento di inadeguatezza mai avuto prima in vita mia, neanche quando sbagliavo abbigliamento alle festine delle medie. Una cosa tipo “ma che sono matti? si fidano di darla a me? ma non dovrebbe stare con qualcuno che sa cosa fare?”.
Speriamo almeno lo sappia lei.

Ah, non me ne voglia Tracy Hogg buonanima, ma la routine del neonato, le tre ore, il mangia-gioca-dormi, le abitudini naturali…MA VAFFANCULO, VA.
Di cuore.

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

“Ceci n’est pas une pipe”: il mare nelle orecchie

Primi anni ’90.
Lei ha 18 anni, una famiglia disfunzionale alle e sulle spalle, un cane, gli occhi chiari ed i capelli di Medusa, però tendenti al rosso. Di giorno va a scuola, la sera lavora al bar.
Lui ha 19 anni, una famiglia che farebbe rosicare quelli della pasta barilla, sulle spalle la scimmia della sbronza di ieri, una fidanzata simil damina dell’ottocento, una nutrita schiera di ammiratrici tra i 16 ed i 30 anni, e fa il primo anno di università da fuori sede.
Lui una sera sta cercando un locale, si perde per strada, si ferma a chiedere indicazioni in un bar. Lei è fuori che fuma una sigaretta. Lo vede scendere dalla macchina, cerca gli occhi della collega, si fanno il gesto di fischiare tra i denti. Lui la vede, appena sceso dall’automobile, e ci resta: attacca bottone con la faccenda della strada persa, scambiano due parole, lei deve tornare al lavoro, lui ha amici che aspettano altrove.
Lui torna il giorno dopo, ordina un caffè. Doppio, tazza grande.
Lei gli fa il caffè, ha una birra a lato del bancone, la sorseggia tra un ordine e l’altro. Gli avventori del bar, in prevalenza vecchietti del paese, che se la covano, quella ragazzina, come se fosse la nipote comune, lo guardano storto senza neanche preoccuparsi di non darlo a vedere.
Lui torna il giorno dopo ancora, e quello dopo, e quello dopo. Il fine settimana non parte per andare a casa dalla mamma e dalla fidanzatina. Si lava le mutande per la prima volta in vita sua. Mangia pasta al tonno, che ha finito le scorte alimentari. Gira per l’appartamento, vuoto e lercio, sentendosi un cretino. Si rade, si guarda allo specchio e si sorprende a mandarsi affanculo sovra pensiero, a metà di una conversazione che nella sua testa inizia più o meno con “Sai, Silvia, ho capito che forse è troppo presto per me, una storia così seria, ho tanti anni di studio davanti…”
Si ripromette di bere di meno, di studiare di più, di comprare dei fiori per Silvia – altra cosa mai fatta prima – e soprattutto di star lontano da quel bar, quello con la tizia rossiccia che dietro al bancone del bar nasconde una birra media ed un bastardino col pelo fulvo.

Neanche a dirlo, due ore dopo è in quel bar, con lei davanti. Aspetta che lei finisca, lei finisce a razzo, quasi non si parlano.
Esce, sale nella macchina di lui, fanno forse cento metri poi lui accosta, la guarda e vuota il sacco, perché non gli viene in mente niente altro se non giocare a carte scoperte: sono fidanzato, sono fidanzato in casa, vogliamo sposarci ho sempre voluto avere figli ho sempre rigato dritto non ho mai pensato di fare diversamente, voglio una famiglia come la mia, voglio essere un padre come il mio, ma soprattutto ho sempre voluto una bambina, una bambina con gli occhi scuri come quelli di Silvia, e l’ultima volta che ho immaginato questo futuro – stamattina – ho immaginato una bimba coi capelli ramati, ho avuto paura ed ora sono qui.
Lei gli dice solo “Io non sono fatta per essere l’altra”.
Lui si profonde in scuse. Certamente. volevo solo dirlo. E’ una scemenza, vero? Una pazzia. Tu avrai sicuramente qualcuno. Sarai impegnata.
“No.”
Restano lì, fermi a bordo strada tra la campagna e la città, che pare notte fonda e non sono nemmeno le nove di sera. Lui giura e spergiura di non voler far nulla di male, di essere il più fedele fidanzato della terra, e tra un giuramento ed una scusa le racconta la propria vita e quella scena allo specchio, quel discorso iniziato solo nella propria testa. Lei risponde poco e niente, solo ad un certo punto, dal niente, mentre lui – non si sa come – è lì che elenca i nomi dei cugini, gli dice “Ho come il mare nelle orecchie”. Lui la guarda senza capire. “Il cuore. Mi batte talmente forte che sento il mare nelle orecchie”.
E’ lì che lui la bacia. Le salta proprio addosso. E lei ricambia. E lui si scosta, si profonde in scuse, accende il motore, la riporta al bar, lei recupera bicicletta e cane, e va. Lui vorrebbe piangere. Si autocommisera, si accusa, si insulta, si assolve e si accusa nuovamente. Si ripromette di non cercarla più. Parte. A metà strada si sta già rimangiando ogni sillaba. Una volta arrivato ha deciso di lasciare la fidanzata ottocentesca. La mattina dopo ha le prime occhiaie della sua vita, il panico addosso, l’orrore del dover parlare alla propria ragazza, l’orrore ancor più grande del dover parlare alla propria madre, che quella ragazza l’ha adottata come fosse una figlia.
Cosa peggiore di tutte, è felice. Oppresso e felice. Euforico, terrorizzato e felice.

Si sente molto adulto mentre viaggia verso casa dei suoi. Viaggia senza valigia, senza i vestiti sporchi da riportare, senza i tupperware da riempire, senza i fiori che voleva comprare solo tre giorni prima.
Al ritorno, è adulto davvero e si sente solo vuoto. E pirla. Nessuno ha capito la maturità del gesto. Sua madre ha addirittura pianto. La sua fidanzata lo ha guardato come se gli fossero spuntate due teste, lo ha insultato, poi ha pianto, poi lo ha insultato di nuovo ed ha concluso con “Ci perdi tu”.
Ovviamente gli ha chiesto “C’è un’altra?”. Ovviamente lui ha negato, e negato ancora, e negato di nuovo.
Lei lo ha sbattuto fuori di casa, non prima di aver avuto un mancamento e di essersi accasciata sulla sedia, rifiutando aiuto e sostegno.

Fila diretto verso il baretto di paese, entra quasi di corsa e c’è lei, dietro al bancone, minuta e rossa e sgargiante, e si guardano e perfino i vecchietti sorridono sotto i baffi.
Si amano come due matti. Quasi scottano. Entrano in sintonia subito, diventano simbiotici. Lui, grande e grosso, cavalleresco e bellissimo. Lei, svelta e sorridente, sempre sveglia, sempre attenta, sempre pronta a ridere di cuore. Si costruiscono una vita insieme che sembra sempre più una bolla. Della bolla fa parte la famiglia di lei – quel che ne resta – i vecchietti del bar, qualche amico che non si è schierato a favore della “parte lesa”, il cane.
La bolla si libra in alto, tutto è tornato bello, lui immagina una bambina con gli occhi chiari ed i capelli rossi ramati e si sorride allo specchio.

Fuori dalla bolla, la vita s’è fatta pesante. Sua madre quasi non gli rivolge la parola. Ha fatto lo sciopero del tupperware. Gli pure detto, stizzita, che visto che ora si sente adulto può iniziare a pensar da solo alla propria biancheria. La madre della ex fidanzata non lo saluta, se lo incontra per strada, ma per vie traverse ci tiene a fargli sapere che la figlia è deperita, sofferente, non esce, non dorme, quasi non mangia, è distrutta, devastata. Alla fine arriva il padre, con un discorso da uomo a uomo sui piaceri della libertà contro il dovere di farsi carico delle promesse fatte.
Pesante come un macigno. L’onore il decoro le responsabilità. Lui ha pur sempre 19 anni. E’ un ragazzo di paese. Ci resta un poco sotto. Va a trovare l’ex fidanzata. Ci resta molto sotto, si sente in colpa, si sente responsabile, e sente anche qualcosa d’altro, come la sensazione che se tornasse sui suoi passi ogni cosa avrebbe di nuovo il suo posto. Torna alla casa da studente, si butta a letto e non risponde al telefono, non chiama la sua ragazza, al bar non si presenta per due giorni.
Al terzo si presenta lei, che ha già capito tutto, e stavolta non ride. Non piange, nemmeno. Dice solo “io non sono fatta per essere l’altra”, e lui capisce cosa voglia dire avere il mare nelle orecchie, che non è sempre bello e sembra di poterne svenire, e non vuole perderla, e le dice che vorrebbe due vite, perché lui quello che prova è davvero amore, e le vorrebbe entrambe quelle bambine del futuro, la mora e la rossa, entrambe quelle ragazze, entrambe quelle esistenze. Non farlo, le chiede. Dammi tempo.
Lei ha un buffo paio di occhiali da sole in mano, e con quelli va via mentre lui è ancora a metà di una frase. “Non tornare. Fammi il favore di non tornare”, gli dice.
Li indossa solo una volta uscita, per poterci piangere sotto, o almeno questo pensa lui guardandola dalla finestra. Gli sembra talmente piccola da non poter attraversare sola, lascia stare l’arrivare a casa, e lavorare, e tutto il resto. Vorrebbe correre di sotto per prenderla al volo e tenerla così per sempre. Prova un dolore talmente affilato che gli sembra strano non sanguinare.
Ma prova anche sollievo, perché ora tutta la pesantezza della sua vita sparirà, tutto tornerà a posto.

E così è.
Torna all’ovile, e si laurea, e si sposa, ed ha una bambina mora che porta il nome della nonna materna. Seguono altre due bimbe, castane e con nomi meno austeri, sacrifici, lavoro, amore e responsabilità.

La moglie, che sarà anche stata damina, ma per niente cretina, lascia sapientemente cadere nell’oblio quei sei mesi di mattana che lentamente diventano due anni fa, tre anni fa, dieci anni fa e poi più nulla, inghiottiti dalla frase “Stiamo insieme dalla terza liceo”. Ha sempre saputo dell’altra, in realtà. Non nell’immediato, no, ma poco dopo, da uno degli innumerevoli cugini a cui l’aveva detto la cognata che l’aveva saputo dalla zia, con cui s’era confidata la di lui madre, oggi anziana nonché suocera.
Ha sempre saputo dell’altra ed ha sempre saputo di averla sconfitta. “Ha scelto me”, s’è detta. “Ha sempre scelto me, amava solo me”.

“E’ lei che ha scelto”, mi dice oggi dopo il terzo bicchiere. Ha una rabbia addosso che sconfigge il tempo. Vorrebbe ucciderla, quella ragazzina che fino a ieri era “sei mesi di mattana a 20 anni, quasi fisiologici in una storia lunga come la nostra”. Vorrebbe ucciderla, come se da qualche parte nel mondo ci fosse ancora, identica, una diciottenne rossa di capelli col sorriso pronto ed un bastardino fulvo sempre attaccato alle caviglie.
E’ successo che il suocero ha avuto un momento di commozione durante un compleanno. Gli è scappata una mezza parola di troppo riguardo alle responsabilità di padre e quel famoso discorso da uomo a uomo di venti – più di venti! – anni prima. Parlava al figlio, non s’è moderato, e eccoci qui: una moglie abbastanza furba da fingersi noncurante, un quarantenne abbastanza cretino da credersi al sicuro – sono passati più di venti anni, per l’amor di Dio! – reo confesso: mi ha lasciato lei.
“Ma perché io amavo te, eh!”.

“E’ lei che ha scelto”, ringhia stasera guardandosi intorno l’ex damina che ha sposato il più pavido, e dolce, dei miei amici.
Ed io sono felice, perché sono castana e ho due gatti, intanto, ma soprattutto perché all’improvviso ricordo com’è, l’avere il mare nelle orecchie, tanto che la vedo parlare e quasi quasi non la sento più.

(ritratti, 5) quello sbagliato

Ci presentò un’amica comune. O meglio, una conoscente mi invitò fuori per una birra, una cena, un giro, e solo dopo, quando avevo già accettato, mi disse “Ottimo, ci vediamo a casa di H., toh tieni questo è l’indirizzo io forse sono in ritardo”.
Io non amo le serate in casa, ancora meno se in casa di estranei, ancora meno le amavo a vent’anni.

Così mi ritrovo, dopo una giornata di lavoro, molte maledizioni e due autobus, ché la macchina ancora non ce l’avevo, davanti ad un campanello sconosciuto, a dover aspettare la “quasi amica” con una perfetta estranea, per altro di dieci anni più grande di me. Era l’unica cosa che sapevo di ‘sta tizia: che veniva dall’estero e che era “più vecchia”.

Suono. Apre. Dice “Terzo piano”. Inizio a salire le scale. A metà scalinata incrocio una ragazzina che scende. Capelli neri sciolti sulle spalle, salopette di jeans, carina. Mi sorride, le sorrido, faccio per passare oltre e quella mi dice “Scusa, ma tu sei mica verba?”.

Sono quei momenti banali che misteriosamente ti si inculcano nel cervello e diventano ricordi indelebili, imprescindibili. Io non ricordo come ero vestita ieri. Non saprei indicare più di tre capi di abbigliamento nel guardaroba del Tecnologico.
Ricordo perfettamente lei, in quel momento. Com’era vestita, come portava i capelli, di che colore era la maglia sotto la pettorina della salopette.
La ragazzina forse diciottenne era la trentenne da cui stavo andando: mi fece entrare in casa, quella minuscola casa che diventò il mio posto preferito negli anni a venire, si mise a fare un sugo per gli gnocchi che era il suo piatto forte e portava tracce di cucina italiana, sudamericana ed nord europea, e diventò una delle amiche più care che abbia mai avuto.
Al punto che, poche settimane dopo, la conoscente che ci aveva presentate ci mandò più o meno affanculo in tandem perché ci eravamo “scippate” a vicenda.

Lei era un faro. Arguta, spiritosissima, bella, dolce senza essere mielosa, amante della compagnia, dello scherzo, capace di far la voce grossa se necessario. Nerd da prima che esistesse il termine, animalista convinta, parlava correntemente 4 lingue (è stata lei ad illuminarmi riguardo alla perifrasi “flip the bird”, presente in alcune canzoni americane e che prima del caro amico google e del caro amico angolotesti era impossibile da tradurre a meno che non incontrassi qualcuno che…era solito usare quella frase con gli altri automobilisti), ma soprattutto emanava calore umano, lei che era così lontana dalla famiglia, con un passato pieno zeppo di dolore e fatica, così sola. Non era mai sola in realtà, perché le persone facevano a gara per passare del tempo in quella casa minuscola.

Finché un giorno arrivò lui. Quello sbagliato.

Quello sbagliato si presenta sempre come quello giusto. Quello sbagliato abita vicino, è carino, è sempre gentile. E’ solo anche lui perché arriva “da giù”. Gli manca la famiglia che è rimasta “giù”. Piano piano la conquista, conquista fiducia, terreno, amicizia. Altro. C’è una sera a settimana. Poi due. Poi cinque. Poi sempre. Poi tu ci sei meno per lasciar spazio, ma quando ci sei lui ti guarda male. Lei dice io, tu: lui dice noi noi noi noi. Alla fine inizia a dire “noi” anche lei.
Noi respira così tanta aria che nella piccola casa non c’è posto per altro. Per altri.
La mia pancia inizia a dirmi che quello giusto è rotto. Non funziona. Ci sono molti inviti che seguono lo schema del “Ehi ci vediamo? Vieni da me stasera? Mi manchi!” che si trasforma in “Possiamo rimandare? Non sto bene, ho mal di testa, sono stanca” con puntualità disarmante.
La mia pancia mi racconta che “quello giusto” ha molto a che vedere con tutti questi mal di testa, ma “quello giusto” è cauto. Gioca la carta de “amore, quanto vorrei stare solo con te a farci le coccole stasera”.
Di coccole in coccole, di “quello mi sta antipatico” in “quello lì no si vede che è innamorato di te” a “quello lì è leghista, vorrai mica farmi cenare con un leghista?” il giro sociale di lei viene falcidiato.
Resistiamo in due.
Quello giusto ha le redini in mano.
Inizia a far la guerra ai colleghi di lei. La invitano alla pizza di Natale. La invita, per la precisione, una sua collega cinquantenne che è stata la prima a farla sentire un poco a casa anche in questa Italia così lontana dalla sua casa vera. Quello giusto butta la maschera, di fronte a me: SIETE DUE DONNE E OTTO MASCHI, NO TU NON CI VAI, TU NON VAI DA NESSUNA PARTE. Lo dice pacato, sorridendo, come puoi dire “no, l’ovetto kinder prima di cena no” ad un bambino di cinque anni.
Lei abbassa la testa, gli dice “dai ne parliamo dopo”, lui risponde che non c’è niente di cui parlare. Io bevo un sorso di birra e taccio.
Lui si rivolge a me, mi dice che il mio ragazzo è troppo buono, che non esiste stare con una come me, che va in giro come vuole.
Vedo la sfida, la vedo bene: litiga con me, così posso tagliarti fuori.
Gli sorrido serafica, non apro bocca, vorrei ucciderlo.

La guerra di “quello giusto” prosegue al punto tale che il posto di lavoro di Lei è messo in discussione. Ma “Quello giusto” ha la soluzione: licenziati, vieni via con me, torniamo giù che si sta meglio, ci sposiamo, facciamo dei bambini.

Io la prego di non andare. Provo una cauta onestà, ottengo solo di ferirla e farla sentire incompresa.

Quello giusto vince.
Vanno via. Non la vedo per due anni. Riesco a sentirla ogni qualche mese.
Lei vive da segregata. Lavora, torna a casa, lui è opprimente, la madre di lui è opprimente, i fratelli di lui sono opprimenti. L’unica alleata è una cognata. Diventano amiche. La cognata si ammala. La cognata muore.

Lei impazzisce. Si spezza. Quello giusto, ormai appieno nelle vesti di Sbagliato, di una donna spezzata non sa che farsene. La lascia.
Sola come un cane, spaventata, nel lutto, disperata.

Seguono dei mesi di confusione, di discorsi sconnessi, di tante persone preoccupate che non sanno come raggiungerla. Finché ci da, a me ed un paio di amici di qui, appuntamento per rivederci.
Noi organizziamo una festa. E lei non si presenta.

Scopriamo una settimana dopo, per delle vie traverse, ma davvero traverse, grazie alla costanza di un amico che impiega tempo e risorse vere per rintracciarla, che è partita. E’ tornata a casa.

Mi scrive, un anno dopo, una lunga mail in cui spiega le ragioni di una partenza repentina e senza saluti. Sempre via mail, mi racconta la sua vita. Negli anni, una mail ogni tanto.
Conosce alcune persone. Non le lascia avvicinare. Poi anche sì, ma al primo starnuto è una fuga a rotta di collo.
Poi un giorno mi arriva una mail con allegato. L’allegato – simbolico, ovviamente – è l’invito al suo matrimonio.

Le stesse vie traverse di una volta permettono a quello sbagliato di rintracciarmi su Fb.
“H. si sposa?” mi chiede. “Tu la senti ancora?”

Finalmente. “Lei.si.sposa.Tu.Devi.Morire.Solo”. Invio. Lui legge. Blocca utente.

C’è speranza, là fuori, cara H.
C’è speranza, c’è amore, e… ci sono anche io.