del preservare un sottoinsieme: esce il libro di Max

Tra le tante cose che questo blog mi ha dato, in primis la possibilità di “sbabbiare” senza infastidire troppo il Tecnologico ed i miei amici più cari, in secondo luogo alcune ore di terrore e raccapriccio, c’è stata l’insperata scoperta di alcune persone fuori dal comune.

Disfunzionale a parte, la persona più fuori dal comune tra tutte secondo me è Max.

Chi di voi ha un amico ingegnere alzi la mano.
Io ce ne ho alcuni. Uno è il mio migliore amico, sì quello del matrimonio tra altissimi.
Chi ha un amico ingegnere sa che mediamente essere ingegnere ed essere pignolo è tutt’uno. Essere ingegnere ed essere curioso, di solito anche.
Ma soprattutto, essere ingegnere è un poco anche essere “musso”, come si dice dalle mie parti. Zuccone. Abituato a ragionamento lineare, a leggi precise. Spiegare una sensazione ad un ingegnere è impresa ardua.

Chi ha una lettera d’amore scritta da un ingegnere alzi la mano di nuovo.
C’è ALMENO UNA LEGGE DELLA TERMOIDRAULICA citata dentro, vero?
Vero?
Dai. Li amiamo così. Matti, ma che i matti per loro sono gli altri (e spesso questo è pure vero).

Beh quando il Signore ha creato gli ingegneri in qualche modo deve essergli scappato il buon Max. Non so se a livello di release beta, ma credo di no.

Max è un mondo a parte.
Max è un ingegnere che cucina.
Che esprime senza formule strane sentimenti come amicizia, nostalgia, malinconia, ed amore. Per la moglie, sì, ma pure per altri preziosi componenti della famiglia.
Eppure è ingegnere.
Giuro.
ASSOLUTAMENTE INGEGNERE.

Ebbene Max, il 09 febbraio, si presenta bel bello in libreria a Roma perchè esce il suo primo libro (i riferimenti sono qui e qui.
Io sto a 600 e rotti km e non ci posso andare, ma se qualcuno è nei paraggi, per l’amor di Dio, che ci vada… non fosse che per fregargli la ricetta della carbonara.
No, sto scherzando: che ci vada, per farsi un favore e soprattutto per preservare questo misterioso sottoinsieme in “gnegnere” scrittore, poeta, santo, navigatore, marito, padre e cuoco.
Che insomma, magari si scopre come clonarlo. E magari no, ma si torna a casa con un buon libro.

Oh Max, in bocca al lupo.
firmato
verba, quella a cui nemmeno tu hai avuto il coraggio di provar a spiegare la formula dell’entropia

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Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

Uomini e soldi

Vado al supermercato una sera, appena uscita dall’ufficio. Di fronte al supermercato c’è uno di quei negozi di scarpe a poco prezzo, enorme, con migliaia di scatole di marche mai viste, tutte rigorosamente “made in italy”. A me servono delle scarpe da “essere umano di sesso femminile non più in età da snickers all day”. Non sono disposta a pagare euri sonanti per una roba che il mio cuore mi dice essere adatta a persone molto più vecchie di quanto io – ed il cuore suddetto – sia. Comunque già che sono là mi imbatto nel reparto “Ciabatte da uomo” e mi viene in mente che il Tecnologico lamentava di essere sguarnito. Fotografo l’intera fila a gruppi di tre ciabatte a foto, spedendole al moroso con didascalia “scegline un paio”. Mi sembrano tutte uguali. Anche di prezzo.
Il moroso sceglie, io piglio le ciabatte e mi accorgo che, tra tipo 50 pantofole variamente nonnesche, ha scelto quelle – LE UNICHE – che costano come un paio di scarpe.

Ebbene questo è il mio uomo. Dal nulla, nel buio, senza sapere, senza vedere, senza volere, lui punterà il dito od allungherà la mano esattamente verso l’oggetto più caro del mazzo. Non è né noncuranza né cattiveria né egoismo, è proprio un istinto naturale, e vale per ogni cosa, dal pacco di pasta alla borsetta, dai pomodori pelati alle buste di prosciutto all’automobile al divano passando, e posso garantirlo perchè la casa ce la siamo costruita centimetro per centrimetro, per i COPRICESSO, i rubinetti, i battiscopa e finanche gli spazzettoni.

Credo che l’unica cosa della sua vita che si sia scelto non ad altissimo mantenimento sia la sottoscritta.

Quando abbiamo scelto i materiali per i bagni, la gentile signora del negozio di arredo ha assistito più e più volte alla scena di lui che zompava come un folletto sotto anfetamina gridando “lo voglio lo voglio” di fronte a rubinetti da 800 euro e water (WATER, Sant’Iddio) da 2 milardi di paperdollari, con me che lo inseguivo flagellandomi con gli estratti conto cercando di convincerlo a scegliere qualcosa – QuALUNQUE COSA, CAZZO, DAI, STIAMO PARLANDO DI UN WATER! – che costasse meno di un decimo.
La gentile signora alla fine dei sei – SEI – appuntamenti in zona arredo bagno ci ha confessato che ha visto coppie divorziare per molto meno.

Ma noi siamo così, non prendiamo macchia, come direbbe mia madre. Lui corre per le verdi praterie dello sperpero puntando oggetti che può permettersi giusto Marina Berlusconi, ed io lo consolo quando scopre che il lavandino tondo, grande, che sembra pietrone da giardino, è il modello stocazzo del design Papampimpolo in pietra originale di cimitero tibetano e costa come una bifamiliare con due bagni.
Perchè il Tecnologico non è mica scemo, eh. Lo sa che non teniamo una lira. Solo che… c’ha il talento. Quello di scegliere dal nulla la ciabatta da venti euro nel mucchio di ciabatte da cinque.

Del resto, l’Uomo-Expensive è fatto così. E’ autonomo, provvede assolutamente di persona ai propri acquisti, ha buon occhio pure per i tuoi, ha gusto nel farti un regalo, puoi mandarlo a fare la spesa (anzi ci va sua sponte) da solo sapendo che tornerà con tutto quello che serve:
TOP TOP TOP GAMMA.

Per contro ogni giorno parlo con la mia segretaria che c’ha il marito della categoria spilorcio-mammone. Lo spilorcio mammone è quello che non ha idea di cosa costi nulla, perchè gli ha sempre comprato tutto mammà. E quindi è cresciuto con la ferma convinzione che alimenti, mutande e calzini, bevande e liquori, si comprassero e si incassettassero da soli, che detersivi e shampoo facessero lo stesso, e che le bollette si autosaldassero. Lo spilorcio mammone spende solo per gli hobby e solo per se stesso. Se non che quando ne sposi uno è un dramma. 50 euro di spesa sono cinquanta euro che tu, moglie, rubi dalle sue tasche per acquistare cose che nelle altre famiglie si materializzano senza bisogno di euro e fatica. Sono 50 euro rubati allo spritz. TUTTO è troppo caro, e la moglie è una dannata manibucate.
Costui al supermercato insegue la moglie SVUOTANDO il carrello mentre lei lo riempie (no, non sto scherzando): e perchè due dentifrici, e la fanta no non ci serve mica – guarda quanto costa – e il prosciutto no madonna quanto è caro – e davvero ti servono DUE tipi di detersivo? cosa vuole dire detersivo per la lana? ma davvero si lavano i maglioni? e sei matta, cos’è questo cioccolato?! Sei già ingrassata! – e via anche l’ovetto Kinder per Ciccio, che poi il dentista costa carissimo.
Il fatto è che poi (no, non sto scherzando neanche qui) a casa gli viene appetito, e si lamenta che non c’è prosciutto. O grissini. E perchè non c’è una bibita gassata in tutta casa?
Va da sè che questo tipo di uomo un regalo così, di getto, non te lo farà mai nella vita. Neanche dai cinesi di tutto-a-un-euro: lì ti compra quello di Natale.

Altra categoria è il risparmioso a tutto tondo, quello la cui parola d’ordine è NO. NO alla pizza, NO allo spritz, per scegliere un supermercato studia più di un fisico nucleare, NO ai regali di Natale, NO ai regali di compleanno, NO ai viaggi se non a scrocco, si cambiano utenze telefoniche e di luce e gas ogni due mesi a seconda dell’offerta di turno, si riclano vestiti, si rammendano i calzini. Cerca sgami per avere gli assegni familiari, per taroccare l’isee e pagare meno la scuola dei figli, si arrabbia coi bambini per quanto cazzo costano libri e vestitini. Lui comprebbe solo usato, tanto i piccoli “crescono troppo in fretta” e “i giocattoli manco li usano, io stavo al parchetto con gli amici e non avevo neanche il pallone”.
Ti porta a cena fuori. Da Mc Donalds. Tu fai per ordinare un Big Mac, lui ti ferma: PRENDI LE CROCCHETTE CHE SONO PIU’ BUONE.
Tu prendi le crocchette e lui paga col buono-crocchette di BlockBuster.
Poi però si compra la BMW coupè e ti cazzia aspramente se apri il portabagagli toccandolo al centro e non ai lati, ché “lasci le ditate” (true story).

L’ultimo è lo spilorcio-furbo. Lo spilorcio furbo lo conosciamo tutti. Se sei la sua compagna, è quello che ti ha chiesto di mettere soldi anche tu per comprare la sua moto “a metà”. E ti ha promesso di ridarteli, o di metterli in casa, o di comprarti quella cosa che tanto desideri a Natale, quando avrà messo via un poco di denaro.
Natale di dieci anni fa, ovviamente. Intanto ha cambiato la moto e ti ha chiesto di nuovo di fare a metà perchè “è un bene di famiglia e risparmio benzina”.
Lo spilorcio furbo è quello che quando ci esci, soprattutto se siete tra amici, o non ordina nulla e poi “mi da un pezzo?” “mi fai fare un sorso?” e si magna e beve tutto quello che hai ordinato (e pagato) tu, oppure ordina alla grande e quando arrivi in cassa…oh cristo ho dimenticato il portafoglio!
A me è capitato pure che un raro caso di spilorcio-furbo conoscente abbia lasciato il conto aperto al bar!
“Ti pago un caffè”
“Io avrei anche una coca ed un toast a tuo nome”
“EH?!”
“Eh mi ha detto M. di segnarli a te che eri d’accordo”
“?!?!?!?!”

Lo spilorcio furbo è quello che non compra le sigarette, e ti dice apertamente “Quelle degli altri sono più buone”, ridacchiando e sentendosi figo. E’ quello che ti chiede prestiti a botte di cinquanta euro quando conosce una donna nuova, perchè sa benissimo che per fare bella figura almeno la prima volta deve offrire lui, e poi – passata la festa – munge anche lei a colpi di scroccate e di portafogli dimenticati e di acquisti improbabili “ma l’ho preso per te!” (COSA hai preso per ME, mentecatto, le casse per il computer?? Un casco integrale DA UOMO? Due casse di cocacola che io le bibite gassate non le bevo??).

Visto il parco spilorci, passare il resto della vita a rincorrere con una roncola il mio Tecnologico Spendaccione-Poraccio non mi sembra affatto una brutta prospettiva.

E voi, come siete messi?

5 cose che non sopporto negli uomini e che il mio non ha (piu’ bonus track)

Sarà anche vero che sono fidanzata da anni. Sarà anche vero che “scurdammoce ‘o passato” quando sei felice è un’attività che viene facile. Ma essendo arrivata a Sua Santa Tecnologia in età che oserei definire matura, la mia dose di brutture me la sono cuccata tutta e me la ricordo pure molto bene. E le brutture che più ricordo sono quelle ricorrenti, quelle per cui si lamenta la zia dello zio, la nonna del nonno, la mamma DEI papà (mia madre è una donna in gamba), l’amica dei suoi fidanzati e la sorella pure. Sono quelle brutture che leggi nei blog di mogli mamme fidanzate e conviventi, nei forum di mogli mamme fidanzate e conviventi, che senti in autobus dalle stesse, che fanno la fortuna di gente come Rita dalla Chiesa, Marta Flavi e Maria de Filippi.
Sono cose che fanno anche, un po’, la felicità mia, che mi guardo intorno e penso “Mai più!”.
O, a voler essere onesti, spesso anche “CHE CULO!”.
Le cose che non rimpiango in nessun modo e che non potrei più sopportare:

1. L’inettitudine generica casalinga. L’incapacità (o presunta tale) di infilare un bicchiere in lavastoviglie (semmai quella sono io). L’incapacità (o millantata tale) di comprendere la differenza tra il ciclo “BIANCHI MOLTO SPORCHI” e “COLORATI DELICATI” scritto a lettere cubitali sulla lavatrice, manco fosse cirillico. Lo stillicidio di piccole quotidiane mancanze di rispetto, dalla mutanda sporca per terra alla tazzina del caffè piantata sul ripiano della cucina.
Il mio moroso è performante. Ma soprattutto, Dio lo benedica, mio moroso coglie la banalissima verità da Tarzan&Jane che alle otto di sera, dopo 12 ore di lavoro, io stanco, tu stanca. Io cucina, tu lava. Io riordina, tu stende. Proprio perchè uno, da solo, non ce la fa. E se ce la fa, dopo non devi lamentarti che è come vivere con il Grinch.

2. La gnorritudine. AH, c’era da buttare l’immondizia? AH, dovevamo andare a pranzo dai tuoi? AH, c’era qualcosa da fare che non mi andava?
ASPETTA AMORE CHE SCENDO DAL PERO.
Mio moroso non è gnorri. Al massimo dimentichello, ma vive con me che sono una rincoglionita cosmica, quindi lui al confronto sembra Enrico Fermi in una giornata particolarmente ispirata.

3. Il calcio, o il fanatismo sportivo in generale (semmai quella sarei io). Quindi non so (più) cosa voglia dire calibrare gli impegni a seconda della partita. O lavare tute e scarpe incrostate di fango. O dover discutere per chi legge prima la Gazzetta.
E m’è andata bene: lui sarebbe interista. Pensa cosa si fa per amore, pensa.

4. La dissimulazione selvaggia. Nessuna finta storta al mignolo per non cambiare una lampadina. Nessuna faccia da mucca che vede passare il treno nel momento in cui apri bocca per raccontare la giornata. Nessuna scusa patetica per non passare l’aspirapolvere o per non nutrire il gatto o per non cambiare le lenzuola o per non uscire con le tue amiche. Io avevo un fidanzato che soffriva di terribili dolori di stomaco ogni singola maledetta volta che uscivamo, anzi no, che STAVAMO PER USCIRE, coi miei amici. E come chiamavo per disdire, le voilà, signori e signore, LAZZARO RISORGEVA!
Nossignore, il Tecnologico non dissimula. Non dissimula perchè è in grado di articolare “NON HO VOGLIA” in circa quindici diplomaticissimi modi differenti. No, dai, ho mentito. Non sono diplomatici neanche un poco.
Vivaddio.

5. Allergia allo shopping. Tutte quelle espressioni da morti di noia che hanno gli altri uomini fuori dai camerini. Tutti quei commenti “ti sta benissimo” “è bellissimo” “meglio quello o l’altro? BOOOH”. Quei visi smunti da dio-ti-prego-uccidimi-ora che si vedono da Intimissimi il sabato pomeriggio. Nada. Felice come una pasqua. L’idolo delle commesse, l’invidia delle altre acquirenti.
In compenso può rispondere senza battere ciglio cose come “è orrendo”, “ti fa un culo come una portaerei”, “non mi piace”, “se compri quelle scarpe ti sparo”.
E no, non volete sapere che risposte possono arrivare alla fatidica domanda “mi trovi ingrassata?”.

bONUS TRACK: Una cosa che non sopporto degli uomini e che c’ha pure mio moroso:

Da dove sei tu senti il ticchettio dei tasti, i suoi sospiri, i lamenti e le bestemmie sibilate che regolano l’andamento della partita a World of Tanks. Oppure il motivetto canticchiato a mezza voce, il filo d’acqua che esce dal rubinetto e lo spazzolino che fa brush brush brush bello allegro. Oppure ancora i passi, il tamburellare delle dita sulla scrivania, o il tintinnare delle posate che sta riponendo.
E lo chiami: “Amore?”
Nulla.
Riprovi alzando un poco la voce: “Amore!”
Niente.
Urli: “Ehiiiii…AMOREEE!”
Zero. Continui a sentirlo vivere e muovere al di là del muro o della porta, ma neanche sempre, non occorre sia in un’altra stanza.
Dopo un paio di urla che stanerebbero un orso in letargo, assolutamente inutili ed inascoltate, lasci andare decenni di educazione simil-prussiana (non siamo al mercato del pesce, diceva mia madre, a sua volta però grande urlatrice) e ti cimenti in delle grida da maiale scannato, roba che si spaventano i vicini, i gatti e si sposta pure un poco il satellite di Sky: “AAAMOOOOOOOOOOOOOOOREEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE PORCAAAAAAAAATROIAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”.
E lui si sporge, ti guarda e dice: “Oh mi hai chiamato?”.

La sordità selettiva. Perchè lo stesso individuo salta in piedi al primo rumore dubbio, proveniente da due stanze più in là e mentre guardiamo telefilm a volume sparato.
No, non ditemi che è il mio. Ho visto per trentanni mia madre tirare le stesse urla belluine da battaglia medievale per attirare l’attenzione di mio padre, seduto in poltrona due metri più in là.

Bisogna rettificare anni di lamentele. Non è “non mi ascolti”.
E’ proprio “Non.Mi.Senti.”

Ma perchè??

il matrimonio del mio migliore amico (un post coi postumi)

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Vorrei scrivere qualcosa pieno di buoni sentimenti, ma giuro che non è facile coi postumi che mi ritrovo. Tipo la password l’ho inserita tre volte, e che sono al pc!

Partiamo dalla sposa: era bellissima. Bella forza, s’è mai sentito qualcuno dire che la sposa era uno scaldabagno? No.
Però questa sposa, nello specifico, è una che è bellissima pure in pigiama, quindi ieri era qualcosa di imbarazzante, sembrava una modella di Victoria’s Secret, solo molto più vestita.
PiccolaGì per altro ha una particolarità: ha gli occhi azzurrissimi, ma pupille che si dilatano incredibilmente a seconda dello stato d’animo.
Ieri, quando è entrata in chiesa, aveva gli occhi del gatto di Shrek. Io, terrorizzata dalla tutt’altro che remota possibilità dell’iniziare a piangere all’ingresso dello SPOSO e continuare fino all'”andate in pace”, sono stata colta da attacco di ridarella funesta e ci sono voluti due calcioni dell’altro testimone – Dio lo benedica, molto più posato di me – per trattenere le risa entro un’espressione da beota al settimo cielo.

Per capire quanto fossero felici le famiglie del lieto fine per i rispettivi difficilissimi, rompiballe, pignoli scassapomi dei rispettivi eredi, dirò soltanto che GrandeGì ed io, al “puoi baciare la sposa”, ci siamo esibite nel ballo della polenta, incuranti dell’etichetta, del primo banco e del prete, la madre dello sposo, signora distintissima, ha sibilato una benedizione lunghissima che chiamava in causa metà dei santi del paradiso, per una volta in termini davvero lusinghieri, e la madre della sposa, splendida donna spesso sopra le righe, è esplosa in un applauso-pianto isterico urlando “BRAVI! BRAVI! BRAVI!”.
Ed eravamo tutti sobri.

Il resto è stato tutto roba da film romantico. La coppia bellissima, magrissima, altissima, castello, invitati, alcuni fiumi di vino con relativi affluenti, sommelier che si calavano dal soffitto, cibo che spuntava dietro ad ogni angolo e perfino qualche raggio di sole. Frasi importanti, amici ubriachi, genitori radiosi, sposi sfiniti, open bar con 10 tipi diversi di rum – ovvero la mia morte per direttissima – ballare scalzi o meglio barcollare vagamente a tempo e lanciando tacchi 12 qua e là, che non mi stupirebbe scoprire che alcune sono tornate con una scarpa propria ed una “prestata”.

Una cosa ancora vorrei dire, ma ho bisogno di un passo indietro.

Lord è stato uno dei ragazzi più rincorsi e corteggiati che abbia mai conosciuto. Da ragazzino perchè bello, da ragazzo perchè stronzo, ma con stile, da uomo per entrambi i motivi con l’aggiunta del plus “pedigree + ottima, ottimissima, facoltosa famiglia”.
Chiunque se ne sarebbe approfittato in lungo ed in largo, ma lui no, troppo convinto che avere una storia senza coinvolgimento reale fosse una perdita di tempo ed un inutile privarsi di libertà. Solo che dopo uno, due, tre, quattro anni, noialtri che gli si voleva bene abbiamo iniziato a pensare che insomma, una è troppo giovane, una vecchia, una grassa, una sgraziata, una scema, una ignorante, una perfetta, ma “non mi è scattato niente”, una splendida, ma “mi ha chiesto 3 volte in una sera quanto guadagno”, una divertentissima, ma “mi sono accorto che mi si apposta sotto casa”, and so on, non era una così buona strada.
Se già sei un perfezionista gaudente e casinaro, c’è il rischio reale che la singletudine abbia proprio la meglio sulla tua capacità di riconoscere il caso in cui vale la pena di adattarsi un poco, per vivere una storia.
A seguire sono passati altri due, tre, quattro, cinque anni, in cui un poco tutti noi gli abbiamo chiesto a fasi alterne se fosse sicuro di non star cercando “troppo”.
Troppo bella, troppo brava, troppo divertente, troppo sveglia, troppo elegante, troppo capace…cristo esiste davvero una donna così, SINGLE, A TRENTANNI?
E lui ha sempre risposto “beh allora meglio solo”.
Confesso che in certi momenti ho temuto veramente che il migliore dei miei amici, quello che è aceto e miele, quello che è furioso e buono come il pane, nervoso ed autoironico, affidabile e completamente matto, finisse per restare proprio solo, mentre tutti noi ci creavamo vite diverse ed una famiglia.
So anche di non essere l’unica. Lo so perchè ieri me l’ha confessato sua madre, e non ce n’era nemmeno bisogno.
Perchè questo pippone insensato?

Il discorso dello sposo di ieri. 150 persone che urlano “discorso discorso”, lui si alza in piedi riluttante, ubriaco e stranamente serio.
Inizia a parlare. Arriva alla prima sillaba.
La sala esplode in pernacchie ed urla “BRAVO!”.
Ripete la prima sillaba.
Stessa scena.
Capisce l’antifona: brindisi.
150 persone bevono, e mentre loro bevono lui dice:
“Io brindo a tutti coloro che dicono che nella vita bisogna accontentarsi…” Pausa. Alza il bicchiere, guarda la sposa e urla:
“NON E’ VERO!!”
Boato dei 150, ubriachi anche loro, e lancio di centrotavola in ogni direzione.

E io?
Io mi sono alzata in piedi ad applaudire. Diversamente sobria e, come si capisce dalla foto, ovviamente scalza.

kill’em all: del perchè i rimpianti sono una gran perdita di tempo.

Ho pensato, ho aspettato per quasi mezza vita questo giorno.
Ho immaginato migliaia di varianti per ogni gesto, ogni sguardo, ogni sorriso ed ogni passo di quella danza d’avvicinamento che sapevo avrebbe avuto luogo, se solo.
Se solo ci fossimo incontrati.
Se solo fossimo mai stati liberi di parlare.
Se solo quella carogna che mi monta dentro mi avesse permesso di essere anche solo vagamente gentile.
Se solo ci fossero stati cinque, cinque minuti in cui il mondo ci avesse lasciati guardarci e sorriderci con calma.
Ho immaginato migliaia di situazioni e milioni di momenti buoni, un caleidoscopio di possibilità che non si è mai, mai realizzato, nè mai risolto.
Fino ad oggi.
Solo le parole le immaginavo sempre uguali.
La mia confessione che, al di là di ogni ragionevole dubbio, al di là di ogni cosa detta o fatta all’epoca per orgoglio e per rabbia, il tuo modo di andartene mi spezzò il cuore, ed aspettai per anni che tu tornassi sui tuoi passi in modo più deciso di quel tentennamento da vorrei non vorrei ma se vuoi messo in atto per cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni.
Le tue scuse, per il modo, per l’aver cercato di tornare senza il coraggio di parlare, per l’aver negato un sentimento che alla fine t’è rimasto addosso, volente o nolente, per cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni.

C’è una parola, in inglese, che rende quel che speravo pienamente:
disclosure.

Poi si poteva parlare anche di gatti, del lavoro, del tempo, poi ti avrei raccontato della famiglia che ho creato, e magari tu della tua, e magari saremmo stati anche un po’ felici l’uno per l’altro, e poi ci saremmo salutati ed io sarei corsa a casa a raccontare al mio uomo di scuse finalmente avute dopo più di un decennio.

E così è andata. L’incontro casuale, cinque minuti di conversazione, mi dai il numero di tizio no guarda lo chiamo glielo chiedo mi dai il tuo va bene grazie come stai pensavo mi aggredissi come sempre beh avevo i miei motivi no non è vero sì è vero dai ma veramente ho detto quelle cose oh beh hai ragione… “è inutile scusarsi dopo 10 anni, ma ti chiedo scusa”.

Così posso tornare a casa felice e nervosa con le mie agognate scuse tardive in tasca e la sensazione di aver finalmente, felicemente chiuso quello spiffero che avevo in testa da 3 lustri.
E arrivo a casa.
E mi arriva un messaggio: “comunque hai fatto un patto col diavolo, perchè sei sempre uguale a quando avevamo vent’anni”.
E poi ne arriva un altro. A pezzetti.
“Il mio rimpianto…[toh, un rimpianto? davvero?] è sempre [sempre? cioè inteso come pure ora? per avermi spezzato il cuore a ventianni?]…DI NON AVERTI SCOPATA”.

Deflagrazione istantanea di cervello, porte e finestre, che in confronto Kenshiro era Daniel-san pre maestro Miyagi.

Rilettura del messaggio.

Supernova di bestemmie silenziose, perchè il mio moroso se legge una roba del genere lo va a prendere e lo incula con un bazooka.

Rilettura del messaggio con esercizio di respiro zen. Fail.
Rilettura del messaggio con attesa di faccina scherzosa a completamento.
Fail.
Rilettura del messaggio con crollo di metaforici coglioni a terra, e nascita della consapevolezza di aver aspettato cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni il ritorno di un coglione coi pruriti al cazzo, di aver ritenuto per altri dieci un’incompiuta la non concessione di un breve dialogo chiarificatore, ad un coglione coi capelli bianchi l’incarnato grigio ed i pruriti al cazzo.
Succeed.

Ipotesi di risposta:
Carta sarcasmo. Scartata.
Carta silenzio. Scartata.
Carta disprezzo e disapprovazione. Scartata.
Carta onestà.
Ti ricordi quanto eri cattiva a vent’anni?
Sì.
Ti ricordi che eri cattiva in parole, opere e omissioni?
Oh sì.
Ci piaceva essere cattive in parole, opere e omissioni?
OH SI’.
Vai con la carta onestà!
“Vai sereno, c’è chi se ne occupa…e c’era anche allora.”

Invio.

Hasta la vista, baby.

il gatto sul tetto che scrocca.

(questo post è stato ispirato da Max, ed è dedicato al micio Ugo)

Io ho un gatto.
Io ho due gatti.
Io ho un gatto che si chiama Scrocco, e invece l’altro no.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e quando lo guardo penso che Scrocco sarà il gatto di cui, vivessi altri 40, 50, anta anni, parlerò alle persone. Scrocco è il gatto che quando l’hai avuto poi lo rimpiangi tutta la vita.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed in realtà l’ho ereditato. Era il gatto della mia migliore amica, cioè era il nostro gatto in realtà, ma i gatti scelgono le persone e lui aveva scelto lei. Credo che il permesso di entrare nel lettone – nel mio non poteva – abbia in qualche modo influito. E’ quello che mi racconto per non essere gelosa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica quando s’è trasferita un continente in là – no, non l’ha abbandonato, dio solo sa quanto c’ha pianto di lasciarlo, ma io restavo e amavo Scrocco con tutto il cuore e Scrocco, soprattutto, ama Rage con tutto il cuore. Chi è Rage? L’altro gatto. Quello mio. Ora sono miei tutti e due, e per favore sappiate che nel dirlo ho la faccia e la voce di Gollum.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica, ma è stato lui che ha adottato lei: s’è presentato di nascosto nel suo ambulatorio – lei è veterinario – e c’ha vissuto a sbafo e di nascosto per una settimana prima che lei lo sgamasse. E a quel punto che fa, una che a sei anni voleva fare la veterinaria e chiama i Pittbull “topino” prima di fargli le punture?
Se lo porta a casa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed è arrivato già adulto una sera di agosto. Noi vivevamo strette strette in una casa che pareva un campo nomadi però a sarajevo. Noi si voleva trovargli una casa ed una famiglia.
Per il gatto Scrocco si presentò solo una matta che “aveva dovuto liberarsi del gatto precedente”. Il comitato decise “col cazzo che ti do il gatto Scrocco” e Scrocco prese possesso delle stanze, della casa, di noi due, e per sovrappiù al primo moroso della mia amica che si fermò a dormire pisciò sul pigiama per mettere ben bene in chiaro le cose.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e Scrocco ha un diverso comando per indicare all’umana qui presente che
1. sono finite le crocche o sono sciape
2. l’acqua è finita oppure calda (al gatto Scrocco fa piacere ogni tanto un cubetto di ghiaccio nella ciotola grande)
3. la cassetta è sporca o la consistenza della sabbia non è gradita.
4. i topini di pezza migliori sono finiti sotto il divano
5. vuole giocare
6. vuole giocare
7. vuole giocare
8. HAI CAPITO CHE VOGLIO GIOCARE?

Per ognuna di queste cose il gatto Scrocco ha un diverso miagolìo, accompagnato da un perentorio movimento in direzione del desiderata, che sia il divano oppure il mobile in cui sono celate le preziose scatolette dell’umido.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e per cui l’idea di paradiso-gatto è un posto pieno di umani che lo ricorrono sfiorandogli la coda, tenuta eretta per l’occasione, fino al grattatoio, dove lui darà mostra della propria ferocia facendosi gli artigli, e da dove detti umani fuggiranno venendo rincorsi dal gatto Scrocco ad altezza caviglie, per poi ripetere il tutto.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e che pretende di giocare così tutto il giorno, tant’è che noialtri scappiamo nella nostra stanza ed il povero Rage – che è il TRIPLO dello Scroccone – si nasconde in cima al frigorifero. Ma quando lo prendo mi si struscia sul naso ed io gli sussurro “Adesso sei il mio gatto… sei mio mio mio mio” e non sembra dispiacergli.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e un giorno è stato male ed il veteriniario non ha mai capito cosa abbia avuto. L’ho portato in ambulatorio fuori di me convinta che stesse per morire. E invece è qui il gatto Scrocco, ad occhio ha ancora otto vite, gli è solo rimasto di quella specie di ictus un modo un poco storto di tenere la zucca, tipo civetta.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco che il giorno che ha avuto quella specie di ictus non si reggeva sulle zampe e non vedeva, ma quando l’ho scovato e raccolto ha iniziato a fare le fusa e mi ha spezzato il cuore in mille pezzi.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, ed ha una passione per i fonzies, le fette biscotttate integrali e le mani delle persone, e mentre ti morde a volte fuseggia beato. Ma mica per questo morde di meno!

Noi abbiamo un gatto che si chiama Scrocco, e in una vita di convivenze gatte io non l’avevo mai visto un gatto così assurdo.

Noi viviamo con un gatto che si chiama Scrocco, e con un gatto che si chiama – all’anagrafe – Rage Against The Machine, e noi, noi quattro, siamo una famiglia, e visto che siamo in clima post elettorale posso serenamente aggiungere che chi non lo capisce, che i gatti sono famiglia, è un povero cretino.