non mangiavo la frittata

Ingannatrice è la madre più di ogni altra cosa.
Quando ero piccola mia madre spacciava come “frittata” una poltiglia semiliquida, molliccia da brividi lungo la schiena, che solo con l’avvento dei 20 anni e relativi viaggi all’estero e colazione in hotel scoprii essere, in realtà, uova (poco) strapazzate.
A me la poltiglia molliccina, che la Genitrice Maxima tuttora adora mangiare raccogliendola sul pane, faceva e fa ancora uno schifo poderoso, cosa piuttosto insolita per me che sono la versione umana di una pattumiera, e negli anni tanto era il disgusto verso quello specifico piatto che mi riuscì pure di farmi esentare dal mangiarlo.

Invece mia nonna, laggiù nell’isola, faceva questo frittatone rosolato nell’olio, alto tre dita, con i piselli, girato da un lato all’altro direttamente usando il coperchio con maestria e delicatezza, una frittata da otto, nove persone eh, mica usava il pentolino delle crepes! Questo frittatone era per me cibo degli Dei, il miraggio di un pranzo squisito con la fame che il mare sa mettere ai bambini, un piatto che nella memoria si è ancorato fisso all’odore di resina dei pini marittimi, di eucalipto, mirto, ginestra, e della terra argillosa, e di quel profumo di nonna che non ho mai chiesto cosa fosse, ma sembrava borotalco.

Figlia si avvicina alla boa del primo anno e da qualche settimana chiede a gran voce tutto quello che abbiamo nel piatto e pasti reali al posto delle pappette. Unico problema: Mimosa non ha denti. Mimosa possiede UN unico e solitario dente, un incisivo inferiore che è di nessuna utilità ai fini della masticazione. Quindi serve cibo morbido, friabile, spezzettabile a monte della piccola piranha.
La frittata di nonna, per esempio. La ricetta imparata rubando con gli occhi, e mai ripetuta uguale, probabilmente perché senza pini, mare e ginestre uno deve arrangiarsi come può, e la frittata sa di uova e non di infanzia, purtroppo. Così le ho fatto quella frittata lì. Girandola col coperchio, scottandomi una mano, rimpiangendo innumerevoli momenti a ritroso degli ultimi 30 anni; non ultimo, il non aver ancora presentato Mimosa alla (bis)Nonna.
Non ultima, la smemorite che si è divorata i ricordi a breve termine di Nonna e la sua possibilità di ricordare adesso ciò che hai detto due minuti fa. Non ultima, questa memoria ballerina, che svanisce dal presente e trova approdo sicuro solo nel passato, che fa sì che la mia meravigliosa, vivace, dolcissima Nonna che cucinava per reggimenti ed a sera nuotava sola fino alle boe non mi telefoni più dopo Cagliari-Milan, non cucini più la frittata, e non abbia alcuna impazienza di conoscere la prima bisnipote che le è nata… perché non si ricorda che c’è.

Il potere evocativo delle ricette di famiglia è davvero un’arma a doppio taglio.

Intermezzo. A Natale si può fare (schifo) di più!

Sono persona da “i regali si pensano il 23 e si comprano il 24”. Sempre stata. Per indole, per tempo libero, per capacità di quelli che mi circondano nell’esporre il reale desiderata la mattina della vigilia (“Ti ho chiesto un libro, ma in realtà quello che davvero davvero vorrei è quel profumo introvabilmente introvabile dal 1925”, questa è mia madre per dirne una)
Quest’anno ho deciso di prendermi per tempo, visto che sono quasi 10 mesi che anche solo per andare in bagno urge sangue freddo e programmazione strettissima (the perks of being senza nonni pensionati nella medesima regione). OTTIMO.

Il risultato:

– Figlia: non ho preso niente, tanto arriverà la qualunque e tutto quello che vuole lei è cucciarsi l’alluce e distruggere l’albero di Natale.
– Tecnologico: il suo regalo, preso 3 settimane fa, è fermo in dogana da dieci giorni. E NON E’ DROGA.
– Sorella: il suo regalo sembrava bellissimo. Dalle foto. Visto dal vivo, avrei potuto comprarle un set di strofinacci da cucina dai cinesi ed avrei fatto miglior figura.
– Genitori: il loro regalo, 3 stagioni in confezione strafiga di una bellissima serie di fantascienza, è partito. “Gentile Cliente, purtroppo manca un pezzo e non ce ne siamo resi conto fino ad ora, arriverà a gennaio inoltrato, grazie ciao”. Ovviamente cosa manca? STAGIONE UNO.
– Cognato: vedi Tecnologico.
– Suoceri: sembrava fosse grande, e invece è una robina misera.
– Nipote n. 1: vedi figlia con variazione “il completino che le ho comprato arriverà ad aprile”.
– Nipote n 2: oooh, finalmente una soddisfazione. Pareva una robina, invece ‘sto Didò di Frozen promette grandi spalmate di pasta colorata sui muri.
– Nipote n. 3: grazie a Dio ci pensano i suoi genitori..

Insomma, tra me ed un epic fail di proporzioni bibliche ci sono dei salsicciotti colorati di pongo e le formine di Elsa.
Se non è un’esistenza sprecata la mia, non saprei quale.

il gender che ti offender

C’era una volta Dio che non avendo niente altro da fare decise di creare il campionato di calcio di serie A Tim. Siccome a Dio piaceva prendersi bene bene per tempo, iniziò creando l’uomo e la donna. E creò un uomo e lo chiamò adamo e creò una donna e la chiamò eva e disse loro “andate e procreate”, ma evidentemente fuori dal vincolo del matrimonio perché un prete no, non l’aveva ancora creato, e anche un poco fuori dal vincolo del buon gusto perché non aveva creato manco gli stilisti e ‘sti due se ne andavano in giro nudi che manco al gay pride si va nudi nudi del tutto.
Adamo ed Eva come tutti si sa, fecero due figli maschi, uno accoppò l’altro e fu costretto ad andarsene.
E quindi noi deriviamo da…dai figli dopo di Adamo ed Eva, che per fare a loro volta altri figli o si accoppiarono tra fratelli o con la madre o col padre. No, in realtà Caino se ne andò e incontrò altra gente (nati da cosa non si sa bene), ma è lecito pensare che se tutti deriviamo da due…EVVIVA L’INBREEDING, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE.

C’era un’altra volta ancora sempre Dio che s’era un pelo stufato di come andavano le cose sulla Terra (il campionato di calcio di serie A Tim non era ancora arrivato) e decise di mandare giù Suo Figlio. Quindi prese una bella coppia di timorati del Signore e…no. Quindi prese una ragazzina di una dozzina d’anni, la fece sposare ad un signore molto più anziano, lei restò incinta grazie ad UNO SPIRITO restando vergine ed il signore anziano fece da padre al figlio dello Spirito Santo e la donna restò vergine nei secoli dei secoli, al che ad occhio il matrimonio non fu nemmeno consumato. EVVIVA I PATRIGNI, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’era un’altra volta ancora un signore che no, non è Dio, ma ci si crede moltissimo, che era sposato ed aveva due figli, ma un giorno andò a teatro e BUM! Amore a prima vista. Quindi ebbe una seconda moglie e ben tre secondi figli, a 60 anni faceva ancora l’amore ogni giorno e la comunione in chiesa anche se mia mamma per esempio che e’ divorziata anche lei la comunione non la può fare. Comunque non bastando due mogli il signore si prese anche una palazzina di concubine e visse felice contento circondato di gnocca e col mito di Priapo. Ed ovviamente anche lui grida forte: EVVIVA LA FIGA, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’è pure a ben vedere un ulteriore signore, un giovanotto dai, che pure lui insomma di tenerselo nelle mutande…no dai, insomma questo giovanotto vola su un fiore, figlia, vola su un altro fiore, figlia, vola su un altro fiore ancora e dichiara: EVVIVA CHI CE L’HA DURO! EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE! Ed in effetti più naturale che riprodursi che manco i conigli in allevamento non saprei indicare cosa ci sia.

Questi due signori in carne ed ossa insieme ad una pletora di gente che si suppone creda assolutamente alle due storie sopra, difendono la famiglia naturale (che abbreviato farebbe FN, dice niente?) dalle grinfie della temibile “ideologia gender” che tutti quanti ci frocizzerà, e dopo averci frocizzati ci trasformerà in pederasti, e quando avremo l’età giusta anche noi desidereremo andare con le ragazzine…oh, ma dove l’ho già sentita questa? Fa niente.
Ora, io son tre mesi che se leggo un giornale è già grasso che cola però ora che son tornata a lavorare ci ho la babysitter e questo vuol dire poter leggere un giornale e perfino bere un caffè IN PACE. E PERFINO USARE GOOGLE! E GOOGLARE “TEORIA GENDER”! E scoprire che è una roba assolutamente innocua, a meno che non si consideri terribilmente pericoloso dire ai bimbi fin da piccoli che non sono obbligati a giocare con qualcosa invece che con qualcosaltro per definirsi come individui. INCREDIBILE.
Lo avesse saputo anche la suora che avevo quando facevo l’asilo, mia madre non avrebbe mai dovuto ripagar loro una barbie calva ed una monca (amore, devi giocare con le bambole come fai a casa tua!). Eppure, lo giuro, sono cresciuta etero ed ho una famiglia.

Ah cazzo, come non detto. Non sono sposata. Ah, ma è sdoganato. Sono figlia di divorziati. Ah, ma son sdoganati anche quelli. Eh, ma io vado anche a putt…no, chi c’ha tempo per gli gigolò, dai. Comunque mi risulta anche quelli siano sdoganati.

Poi ho letto quella serie di punti sull’educazione sessuale che una serie di messaggi e catene di sant’antonio sta cercando di spacciare per punti della legge Scalfarotto, quando invece il documento è lo standard per l’educazione sessuale in europa ed è dell’OMS. Infiltrata suppongo di drag queen che manco la muccassassina.
Ecco, a me piacerebbe sapere perché qualcuno dovrebbe sentirsi minacciato da un bambino molto piccolo che ha la consapevolezza di quali parti del suo corpo sono intime e quali gesti sono leciti e quali no.
Perché mai un buon cristiano dovrebbe sentirsi minacciato?
Perché mai un prete dovrebbe sentirsi minacciato?
Impossibile.

Sicuramente sto sbagliando. Nessuno sevizia, stupra o abusa bambini, nella FAMIGLIA NATURALE. No?

(Ma che son naturali solo quelli con un padre ed una madre non ditelo alle meduse, che a noialtri innaturali di base oramai non ci frega una cippa, ma loro poi ci restano male.)

La fretta dello sciacallo

Alcuni anni fa, qualcuno lo ricorderà suppongo, una ragazza padovana andò in vacanza in spagna con un’amica, sparì dopo una serata, e fu ritrovata il giorno dopo, morta, nascosta dietro un cespuglio.
Venne arrestato un tizio, reo confesso. La uccise perché lei resistette ad un tentativo di violenza sessuale.

All’epoca, nelle pochissime ore passate tra “è sparita” e “è morta”, un noto giornalista italiano che ha una rubrica di, boh, come si chiamano adesso? Attualità? Costume e società? sulla Gazzetta, scrisse un trafiletto in cui diceva, papale papale, “vabbè ecco i nostri giovani di paese, vanno in vacanza dove c’è movida, poi si drogano e tutti fatti muoiono annegati. La troveranno in mare.”
Invece no. Niente droga, niente fattanza, niente “eh se l’è cercata”.
Un uomo violento, uno stupro, un omicidio.

Ma, nota bene, mai quel giornalista scrisse due righe dicendo “mi sono sbagliato, chiedo scusa alla famiglia”.

In questi giorni è in prima pagina la tragedia del liceale padovano caduto dal quinto piano di un hotel a Milano. I giornali banchettano sulla sua vicenda, sul malore, sullo “slavo in hotel”, sul chi come cosa dove quando.
Chi è stato? Chi è stato? Di chi è la colpa per quel volo, per quel malore, per quel bagno trovato chiuso?

Un noto giornalista scrive un editoriale, sul giornale locale, in cui immagina di scrutare le facce dei compagni di classe al funerale e convincerli a dire “la verità”, la quale verità sarebbe ammettere che hanno somministrato del lassativo al ragazzo per scherzo. Sarebbe, perché la polizia nega la faccenda, i ragazzi negano, e di lassativo per ora non s’è trovata traccia. Insomma questo editoriale, uscito che già tutti affermavano che la storia del lassativo fosse falsa, finisce con una frase tipo “se non ammettete la vostra colpa la vostra vita non avrà più senso”.

Al momento pare che non ci sia colpa. Non lassativo, ma tristemente cagotto da alcool. Alzi la mano chi non ha un amico che c’è passato.
Non c’è la colpa (erano maggiorenni), non c’è colpevole, non c’è assassino.

Solo tanto dolore e tante, tante parole a sproposito.
A questo giro qualcuno scriverà due righe per chiedere scusa a questi ragazzi?
Io, onestamente, ne dubito. Tanta la fretta di dare colpa, tanta la calma di dire ho sbagliato.

“è così breve l’amore, e così lungo l’oblio”.

Il Signor Piero ha venduto ai cinesi (fenomenologia spicciola di com’è che nasci rosso e invecchi nero)

Quando ho aperto questo blog, anni fa, il Tecnologico ed io stavamo cercando casa. O meglio, io stavo facendo una scorpacciata di appartamenti proposti da agenti immobiliari psicotici ed abitati da proprietari sull’urlo del collasso nervoso, per poi portare i migliori all’attenzione del Tecnologico che abitava a buoni 250 km. Mi ricordo, e finchè arteriosclerosi mi coglierà credo ricorderò sempre, che il primo appartamento in assoluto che sono andata a vedere, descritto OVVIAMENTE come “luminoso trilocale recentemente ristrutturato”, non solo era un tugurio con un bagno di un metro e venti per due
metri, in una palazzina che aveva più antenne satellitari che balconi, ma era abitato da una coppia dotata di enorme, gigantesco, liberissimo pappagallo, il quale mi ha accolta appollaiato sullo schienale di una sedia e mi ha seguita nella mia ispezione di casa ripetendo a ruota libera “CIAO COCCA! CIAO COCCA!”. Voi lo sapevate che i pappagalli sono aggressivi e molto, molto territoriali? Ecco, io l’ho scoperto allora.

Di casa in casa, di sgarruppo in sgarruppo, di prezzo improponibile in prezzo inaffrontabile, e dopo aver perso proprio per poche ore ben due appartamenti papabili, arriviamo a quella che oggi è casa nostra, all’epoca appartamento in pieno stile anni ’80 con salotto enorme e camino-dotato, cosa che già in prima visione lo ha scaraventato nelle grazie di sua Tecnologia.
Io ero più restìa, non tanto per la casa in sé quanto per le bestialità che uscivano dalla bocca di chi doveva vendercelo: questo non si fa, questo non si può, i lavoro di ammodernamento ma senza disturbare, i gatti insomma solo se restano chiusi in casa (di grazia, dove dovrebbero andare se non in balcone?), e le attrezzature condominiali sì ma solo per uso tuo e non se inviti amici, e blablabla. Guardavo il Tecnologico dicendo “io qui non ci voglio venire, questi son tutti matti, ci troviamo a comprare casa circondati da rompicoglioni, è una vita da andar fuori di testa”.

Alla fine invece è andata che abbiamo optato proprio per quell’appartamento lì, con l’accordo che alle assemblee condominiali avrei parlato SOLO IO e che gli incontri ravvicinati con i rompicojotes massimi li avrebbe gestiti solo lui. Morale: in realtà era tutta scena, qui nessuno rompe le scatole a nessuno e l’incubo dell’amministratore sono diventata io me medesima, che tra “mi spieghi” e “vorrei vedere l’originale” lo costringo ad estrarre documenti, pagamenti e polizze che nessuno gli ha mai chiesto in 30 anni. Beata ingenuità.

Quando, dopo qualche mese e qualche sporadica chiaccherata, ho osato chiedere ad una delle vicine come mai si presentassero così ostili e scorbutici nei confronti dei nuovi acquirenti, quando in realtà sono tutti dei paciocconi tranquilli da morire, quella mi ha risposto con aria confidenziale:
“Perchè sai, aveva già venduto casa il signor Piero, tre anni fa… ma ha venduto ai cinesi!”

Non so come sia dove vivete voi, ma qui dalle mie parti “Ha venduto ai cinesi” è una frase che viene detta con mezza ammirazione e mezzo piccato sconforto, perché è noto che i cinesi si presentano con valige di danaro e ti coprono di soldi (soprattutto se ti comprano il bar), ma anche che poi rovineranno in breve tempo ciò che da te hanno comprato (di nuovo, soprattutto se hanno comprato un bar). Quindi tu sei uno che diventa ricco, però ha tradito. Per esempio, il bar. I bar. Ti accorgi che un bar l’hanno comprato i cinesi perché – ok, a parte il cinese al di là del bancone, vestito metropunk che non c’azzecca un’ostia – nello spritz compaiono ingredienti insoliti, primo fra tutti il GIN. Metà della roba che mangiavi sparisce, l’altra metà rimane intonsa perché dopo tutte ‘ste storie delle nutrie nei freezer, chi si fida più del caro vecchio tramezzino?
Allora per ovviare al fatto che tu, lo spritz col gin, non lo vuoi bere, ordini un bicchiere di rosso e scopri che il rosso sta in frigorifero. Il prosecco invece è a temperatura ambiente. Moltiplicare per 350.
Anche se negli anni la situazione s’è avviata verso una certa normalità, lo spritz è stato purgato da liquori fantasiosi e il cinese dietro al bancone bestemmia in perfetto veneto, Aver Venduto Ai Cinesi rimane sinonimo di altissimo tradimento.

Quindi sì, questo Signor Piero che abitava nella nostra palazzina era partito come gli altri col suo reddito medio ed il suo conseguente appartamento medio in una palazzina media. Ma il Signor Piero poi ha fatto buone scelte ed il suo reddito non era più medio e così ha venduto il medio appartamento e s’è comprato la villettina, coi soldi del cinese, di fatto guadagnandosi l’astio di tutti i suoi ex vicini di casa.

Il Tecnologico ed io, saputa la verità riguardo al monte di divieti che c’era stato prospettato, facciamo spallucce e ci ridiamo su. Che problema vuoi che siano, questi signori cinesi? E’ una famiglia normalissima, di gente educata, i bambini salutano, la nonna saluta, la mamma parla pure italiano. Che pregiudizi, ‘sti vecchietti veneti. Noi veniamo entrambi da palazzine in cui eravamo praticamente gli unici italiani, sai che problema una famiglia di cinesi!

La vicina ci racconta che inizialmente non vollero pagare l’allacciamento al gas e si portarono in casa le bombole di metano. Cavolo, in effetti ci puoi rimettere la casa. Però oramai, come dire, era acqua passata.

Il vicino è innervosito perché nonna-cina ha levato da un angolo del giardino condominiale due vecchie ortensie mezze morte ed oggi, nonostante le abbiano detto che non si può, ci si è fatta un orto e ci coltiva roba sua. Ogni tanto qualcuno le dice che non ci si può fare l’orto privato nel giardino condominiale, lei dice “Sì! Sì! Capito!” e la mattina dopo è di nuovo lì che zappa. Il Tecnologico ed io ci facciamo una risata, ok dai la questione di principio, ma chissenefrega se la nonna si lavora due metri per due di terreno nascosto?

Un altro vicino s’è legato al dito che questa famiglia s’è messa la sua antenna in balcone in barba ai regolamenti condominiali che impediscono di avere roba appena a vista. Un altro lamenta che non si sono mai riparati un vetro rotto e da fuori si nota. Io faccio spallucce a tutto, ok dai, gli si dirà con calma di attaccarsi all’antenna condominiale. Se non riparano il vetro forse è perché non hanno i soldi. Amen.
Finchè un giorno arriva un bel gruppetto di zingari in pieno giorno, scassina il portone del palazzo, rapina il cina-appartamento e se va fischiettando, in luce piena, con la certezza della mancata denuncia, cosa che puntualmente corrisponde al vero.

A quel punto inizio ad essere perplessa anche io.

Succede poi che per le scale si inizino a fare incontri equivoci. Molta gente. Troppa gente! Tutti diversi. Tutti cinesi.
Alcune signorine estremamente attraenti ed altrettanto nude salgono le scale a sera tarda, guardandoti con disprezzo quando le incroci. I bimbi beneducati non si vedono più. Chiunque sia lì dentro, non paga le pulizie delle scale. Poi non paga le spese condominiali.
Poi non paga nemmeno l’acqua.
Poi ti viene il dubbio che non paghi nemmeno il gas.
A quel punto lo spettro delle bombole di metano in casa riappare. Ovviamente nessuno può farci nulla. Chi va e viene non sa, non risponde, non parla e se parla non parla italiano. Nè inglese. L’amministratore non ci può far nulla. I vigili non ci possono fare nulla. I debiti si accumulano.

I pregiudizi dei vecchietti veneti si sono rivelati verità fondate. All’ennesima ondata di gente davvero equivoca che inizia a navigar per le scale, ti fai due chiacchere con un caramba. Il caramba ti dice cose molto rassicuranti, tipo: oh e per fortuna che voi avete i cinesi! Dove hanno venduto ai nigeriani hanno le invasioni di scarafaggi e nessuno ci può fare una beata sega!

Insomma tu compri una casa, con la prospettiva se la salute ti assiste di continuare a pagarla per il resto della tua vita. La scegli con prudenza, la tieni con amore. E ti trovi a considerare che forse la tua polizza non copre voci come “sventramento da esplosione causa incuria di inquilino clandestino in altro appartamento”. Non fa bene al tuo fegato.

Ogni tanto passo davanti al negozio del Signor Piero e gli lancio silenti maledizioni ed occhiate malevole.

Il signore anziano del 3/b è rimasto solo. Dicono che venderà.
Fai la faccia scura. Vuoi vedere a chi vende. E guai, stavolta, se si sogna di metterci dentro strana gente.

Che non si sogni, il signor Giovanni, di vendere ai cinesi. Mi sorprendo a pensare che dovrà pure esserci una qualche bega legale per mettere i bastoni tra le ruote ad un eventuale acquirente sgradito. Ci sono? Non ci sono?
Guardo con simpatia alla rompicoglionitura preventiva.

“e il Piave mormorava: non passa lo straniero”

lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

wake me up when april ends

L’effetto del “cambio di stagione” quest’anno è assolutamente terrificante, se mi fosse scesa ancora un poco la pressione Berlusconi lo avrebbero mandato ad assistere me, che ne avevo più bisogno dei vecchietti di Cesano.
(Che poi, Cesano. Cesano BOSCONE. Epperò non c’è bosco. Come Ceriano. Ceriano Laghetto. Che bel nome. Ma non c’è il lago! Ma allora anche io voglio che il posto dove vivo sia ribattezzato SanPiccoloPosto Al Mare. Il poeta è un mentitore, diceva quello.)

Comunque, è un mese e mezzo che striscio. Non deambulo, striscio. Non che normalmente io sia un iraddiddio con l’argento vivo addosso, ma questa volta s’è messa veramente grigia. Mi alzo stanca, barcollo tutto il giorno, non riesco ad andare in palestra perché non mi reggo in piedi, lavoro malissimo perché appena finisco la lista delle urgenze, solo a rileggerla mi viene da piangere, l’idea di telefonare ad un cliente mi provoca l’orticaria e tendenzialmente potrei dormire appoggiata all’archivio in un qualunque momento della giornata lavorativa. Neanche il caffè ce la fa a tenermi in piedi. La musica neppure. Mi si è pure ingrossato il culo, il maledetto! Lo sento! Si sta pandorizzando anche lui! Sono le premesse per lo sfacelo fisico totale.

Torno a casa dal lavoro che fatico a mantenere la concentrazione necessaria per guidare, vivaddio, figurarsi pensare al mantenimento di una parvenza di vita sociale.
La mia vita sociale delle ultime settimane, complice anche un lungo viaggio all’estero del Tecnologico per motivi di lavoro, è stata:

1. mentire accampando improbabili impegni ad ogni invito ricevuto – tranne UNA sera, ovvero quando una delle miei due amiche del cuore, quella rimasta in italia, mi ha proposto un’irresistibile “serata donne” con queste parole: “facciamo che vengo a cena da te, porto sushi, ci mettiamo il pigiama e non ci muoviamo dal divano?” (se penso che fino a qualche anno fa avremmo bevuto litri di mojito in giro per la città mi sento male)

2. rifiutare qualunque altra proposta anche senza mentire

3. guardare teen movies sul divano, finendo con lo schiacciare uno dei gatti addormentandomici sopra. Alle nove di sera.

4. uscire numero UNA volta, a bere numero UNA birra, desiderando di essere sul divano con un gatto sotto la pancia ed uno sopra.

C’è di buono che si risparmiano soldi.
Che di questo passo finiranno spesi in integratori, se non direttamente per la retta della pensione anni azzurri.