wake me up when april ends

L’effetto del “cambio di stagione” quest’anno è assolutamente terrificante, se mi fosse scesa ancora un poco la pressione Berlusconi lo avrebbero mandato ad assistere me, che ne avevo più bisogno dei vecchietti di Cesano.
(Che poi, Cesano. Cesano BOSCONE. Epperò non c’è bosco. Come Ceriano. Ceriano Laghetto. Che bel nome. Ma non c’è il lago! Ma allora anche io voglio che il posto dove vivo sia ribattezzato SanPiccoloPosto Al Mare. Il poeta è un mentitore, diceva quello.)

Comunque, è un mese e mezzo che striscio. Non deambulo, striscio. Non che normalmente io sia un iraddiddio con l’argento vivo addosso, ma questa volta s’è messa veramente grigia. Mi alzo stanca, barcollo tutto il giorno, non riesco ad andare in palestra perché non mi reggo in piedi, lavoro malissimo perché appena finisco la lista delle urgenze, solo a rileggerla mi viene da piangere, l’idea di telefonare ad un cliente mi provoca l’orticaria e tendenzialmente potrei dormire appoggiata all’archivio in un qualunque momento della giornata lavorativa. Neanche il caffè ce la fa a tenermi in piedi. La musica neppure. Mi si è pure ingrossato il culo, il maledetto! Lo sento! Si sta pandorizzando anche lui! Sono le premesse per lo sfacelo fisico totale.

Torno a casa dal lavoro che fatico a mantenere la concentrazione necessaria per guidare, vivaddio, figurarsi pensare al mantenimento di una parvenza di vita sociale.
La mia vita sociale delle ultime settimane, complice anche un lungo viaggio all’estero del Tecnologico per motivi di lavoro, è stata:

1. mentire accampando improbabili impegni ad ogni invito ricevuto – tranne UNA sera, ovvero quando una delle miei due amiche del cuore, quella rimasta in italia, mi ha proposto un’irresistibile “serata donne” con queste parole: “facciamo che vengo a cena da te, porto sushi, ci mettiamo il pigiama e non ci muoviamo dal divano?” (se penso che fino a qualche anno fa avremmo bevuto litri di mojito in giro per la città mi sento male)

2. rifiutare qualunque altra proposta anche senza mentire

3. guardare teen movies sul divano, finendo con lo schiacciare uno dei gatti addormentandomici sopra. Alle nove di sera.

4. uscire numero UNA volta, a bere numero UNA birra, desiderando di essere sul divano con un gatto sotto la pancia ed uno sopra.

C’è di buono che si risparmiano soldi.
Che di questo passo finiranno spesi in integratori, se non direttamente per la retta della pensione anni azzurri.

(ritratti, 5) quello sbagliato

Ci presentò un’amica comune. O meglio, una conoscente mi invitò fuori per una birra, una cena, un giro, e solo dopo, quando avevo già accettato, mi disse “Ottimo, ci vediamo a casa di H., toh tieni questo è l’indirizzo io forse sono in ritardo”.
Io non amo le serate in casa, ancora meno se in casa di estranei, ancora meno le amavo a vent’anni.

Così mi ritrovo, dopo una giornata di lavoro, molte maledizioni e due autobus, ché la macchina ancora non ce l’avevo, davanti ad un campanello sconosciuto, a dover aspettare la “quasi amica” con una perfetta estranea, per altro di dieci anni più grande di me. Era l’unica cosa che sapevo di ‘sta tizia: che veniva dall’estero e che era “più vecchia”.

Suono. Apre. Dice “Terzo piano”. Inizio a salire le scale. A metà scalinata incrocio una ragazzina che scende. Capelli neri sciolti sulle spalle, salopette di jeans, carina. Mi sorride, le sorrido, faccio per passare oltre e quella mi dice “Scusa, ma tu sei mica verba?”.

Sono quei momenti banali che misteriosamente ti si inculcano nel cervello e diventano ricordi indelebili, imprescindibili. Io non ricordo come ero vestita ieri. Non saprei indicare più di tre capi di abbigliamento nel guardaroba del Tecnologico.
Ricordo perfettamente lei, in quel momento. Com’era vestita, come portava i capelli, di che colore era la maglia sotto la pettorina della salopette.
La ragazzina forse diciottenne era la trentenne da cui stavo andando: mi fece entrare in casa, quella minuscola casa che diventò il mio posto preferito negli anni a venire, si mise a fare un sugo per gli gnocchi che era il suo piatto forte e portava tracce di cucina italiana, sudamericana ed nord europea, e diventò una delle amiche più care che abbia mai avuto.
Al punto che, poche settimane dopo, la conoscente che ci aveva presentate ci mandò più o meno affanculo in tandem perché ci eravamo “scippate” a vicenda.

Lei era un faro. Arguta, spiritosissima, bella, dolce senza essere mielosa, amante della compagnia, dello scherzo, capace di far la voce grossa se necessario. Nerd da prima che esistesse il termine, animalista convinta, parlava correntemente 4 lingue (è stata lei ad illuminarmi riguardo alla perifrasi “flip the bird”, presente in alcune canzoni americane e che prima del caro amico google e del caro amico angolotesti era impossibile da tradurre a meno che non incontrassi qualcuno che…era solito usare quella frase con gli altri automobilisti), ma soprattutto emanava calore umano, lei che era così lontana dalla famiglia, con un passato pieno zeppo di dolore e fatica, così sola. Non era mai sola in realtà, perché le persone facevano a gara per passare del tempo in quella casa minuscola.

Finché un giorno arrivò lui. Quello sbagliato.

Quello sbagliato si presenta sempre come quello giusto. Quello sbagliato abita vicino, è carino, è sempre gentile. E’ solo anche lui perché arriva “da giù”. Gli manca la famiglia che è rimasta “giù”. Piano piano la conquista, conquista fiducia, terreno, amicizia. Altro. C’è una sera a settimana. Poi due. Poi cinque. Poi sempre. Poi tu ci sei meno per lasciar spazio, ma quando ci sei lui ti guarda male. Lei dice io, tu: lui dice noi noi noi noi. Alla fine inizia a dire “noi” anche lei.
Noi respira così tanta aria che nella piccola casa non c’è posto per altro. Per altri.
La mia pancia inizia a dirmi che quello giusto è rotto. Non funziona. Ci sono molti inviti che seguono lo schema del “Ehi ci vediamo? Vieni da me stasera? Mi manchi!” che si trasforma in “Possiamo rimandare? Non sto bene, ho mal di testa, sono stanca” con puntualità disarmante.
La mia pancia mi racconta che “quello giusto” ha molto a che vedere con tutti questi mal di testa, ma “quello giusto” è cauto. Gioca la carta de “amore, quanto vorrei stare solo con te a farci le coccole stasera”.
Di coccole in coccole, di “quello mi sta antipatico” in “quello lì no si vede che è innamorato di te” a “quello lì è leghista, vorrai mica farmi cenare con un leghista?” il giro sociale di lei viene falcidiato.
Resistiamo in due.
Quello giusto ha le redini in mano.
Inizia a far la guerra ai colleghi di lei. La invitano alla pizza di Natale. La invita, per la precisione, una sua collega cinquantenne che è stata la prima a farla sentire un poco a casa anche in questa Italia così lontana dalla sua casa vera. Quello giusto butta la maschera, di fronte a me: SIETE DUE DONNE E OTTO MASCHI, NO TU NON CI VAI, TU NON VAI DA NESSUNA PARTE. Lo dice pacato, sorridendo, come puoi dire “no, l’ovetto kinder prima di cena no” ad un bambino di cinque anni.
Lei abbassa la testa, gli dice “dai ne parliamo dopo”, lui risponde che non c’è niente di cui parlare. Io bevo un sorso di birra e taccio.
Lui si rivolge a me, mi dice che il mio ragazzo è troppo buono, che non esiste stare con una come me, che va in giro come vuole.
Vedo la sfida, la vedo bene: litiga con me, così posso tagliarti fuori.
Gli sorrido serafica, non apro bocca, vorrei ucciderlo.

La guerra di “quello giusto” prosegue al punto tale che il posto di lavoro di Lei è messo in discussione. Ma “Quello giusto” ha la soluzione: licenziati, vieni via con me, torniamo giù che si sta meglio, ci sposiamo, facciamo dei bambini.

Io la prego di non andare. Provo una cauta onestà, ottengo solo di ferirla e farla sentire incompresa.

Quello giusto vince.
Vanno via. Non la vedo per due anni. Riesco a sentirla ogni qualche mese.
Lei vive da segregata. Lavora, torna a casa, lui è opprimente, la madre di lui è opprimente, i fratelli di lui sono opprimenti. L’unica alleata è una cognata. Diventano amiche. La cognata si ammala. La cognata muore.

Lei impazzisce. Si spezza. Quello giusto, ormai appieno nelle vesti di Sbagliato, di una donna spezzata non sa che farsene. La lascia.
Sola come un cane, spaventata, nel lutto, disperata.

Seguono dei mesi di confusione, di discorsi sconnessi, di tante persone preoccupate che non sanno come raggiungerla. Finché ci da, a me ed un paio di amici di qui, appuntamento per rivederci.
Noi organizziamo una festa. E lei non si presenta.

Scopriamo una settimana dopo, per delle vie traverse, ma davvero traverse, grazie alla costanza di un amico che impiega tempo e risorse vere per rintracciarla, che è partita. E’ tornata a casa.

Mi scrive, un anno dopo, una lunga mail in cui spiega le ragioni di una partenza repentina e senza saluti. Sempre via mail, mi racconta la sua vita. Negli anni, una mail ogni tanto.
Conosce alcune persone. Non le lascia avvicinare. Poi anche sì, ma al primo starnuto è una fuga a rotta di collo.
Poi un giorno mi arriva una mail con allegato. L’allegato – simbolico, ovviamente – è l’invito al suo matrimonio.

Le stesse vie traverse di una volta permettono a quello sbagliato di rintracciarmi su Fb.
“H. si sposa?” mi chiede. “Tu la senti ancora?”

Finalmente. “Lei.si.sposa.Tu.Devi.Morire.Solo”. Invio. Lui legge. Blocca utente.

C’è speranza, là fuori, cara H.
C’è speranza, c’è amore, e… ci sono anche io.

di pistola, di spada o veleno: questione di scelte.

Io mi ero ripromessa di non pensare più, non scrivere più, non incazzarmi più, magari anche non votare più. Poi stamattina apro il giornale e c’è Renzi in prima pagina che dice: “Non avevo scelta”.
Tu figurati noi.

Dai risultati delle ultime elezioni abbiamo un paese diviso in 3:

1.Quelli che votano un partito che tecnicamente appartiene ad un pregiudicato. Dico “appartiene” non a caso. Il partito è suo, lo ha creato lui, coi suoi club Forza Italia il suo logo i suoi slogan il suo marketing le sue idee i suoi obiettivi ed il suo fottuto culto della personalità, roba che Mao era un principiante. Che poi siano venti anni che il partito SUO lo manteniamo NOI con contributi pubblici. e che ora non ci sia una regola per dire che se deve stare fuori dal parlamento perché così è legge, dovrebbe non poter essere a capo del partito che rappresenta un terzo d’Italia, perché l’avrà anche inventato lui, ma puttana galera gli stipendi li paghiamo noi, no quello è irrilevante.
Poi noi siamo gli esperti de “I debiti sono pubblici, i guadagni sono privati”. E’ la nostra personalissima, italianissima idea di libero mercato, mica vero cara Fiat? Ah no, non si chiama più Fiat.
Quando Marchionne (lui si chiama ancora Marchionne o adesso si pronuncia Van Der March?) se n’è uscito dicendo che la Fiat allo stato non deve un euro perchè non ha mai preso un euro, ecco, quello è stato l’unico vero momento in cui, in vita mia, ho sentito fortissimo, ancestrale, insopprimibile, il bisogno di prendere in mano un sanpietrino.

2. Quelli che votano un partito di Bruti e Cassii. Che quando fanno le primarie oramai quello che le vince dovrebbe toccarsi i coglioni invece di stappare lo spumante, che le primarie del PD sono diventate come il Trofeo Berlusconi degli anni d’oro, chi vince può dire addio ai sogni di gloria. Dopo svariati proclami di desiderio di riforme, cambiamento e tutto l’apparato di banalità che solo il segretario del pd e la vincitrice di miss italia riescono ad inanellare, eccoci qui al giro di boa: quelli che votano un partito il cui leader fila dal leader del partito sopra per sentire che ne pensa lui di un accordo, intanto per subito. Senza mettere in mezzo il parlamento, perché in parlamento non ci sta nè l’altro, nè l’uno.
“Ch ch ch ch chaaaangeeeees, turn and face the stranger!”

3. Quelli che votano il partito che ha permesso agli elettori degli altri due di improvvisarsi sinistrorsi radical chic per una notte. Avete presente l’amico colto di sinistra, quell’amico fastidioso, magari in pensione, magari impiegato comunale, che va a lavorare in bicicletta (a 20 metri da casa) e ti incita ad andarci anche tu (che lavori a 47 km e non ci passa manco il bus), che dopo guccini è morta la musica, che casca in qualunque bufala di fb perchè viene dall’allenamento di anni ed anni di lettura del giornale di partito, che ti fa quell’occhiata stretta, dall’alto in basso, ogni volta che siete in disaccordo su qualcosa, quell’occhiata che dice “Tu paramecio involuto cosa vuoi sapere, tu che non voti SEL!”?
Sì che ce l’avete presente. E se non ce l’avete presente, siete VOI l’amico fastidioso.
Benissimo, il movimento 5S ha stanato il SinistroSupponente che vive in ognuno di noi, anche nel più incallito destrorso protoleghista di noi: “Cosa vuoi capire tu che voti quei cretini del M5S”
Ti piace vincere facile?
Posto che a me 99 su 100 vengono i brividi quando parla qualcuno dei loro (il Tecnologico può confermare: quando ascolta i discorsi alle camere, se io dall’altro pc alzo la testa e dico “ma chi cazzo è ‘sto deficiente?” piglio sempre il povero grillino di turno), mi spiace dover sfatare due miti in uno: NO, non sono l’unica vera congrega di capre che abbiamo in italia. Quello è l’UDC. E no, non sono “compagni che sbagliano”, come pare di intuire dalla lettura del pur bell’articolo di Scanzi, “Cari Grillini non potete fare errori”.
Perchè?
Perchè Gesù Cristo, fino a prova contraria, non è morto di freddo.
Se hai una persona come Luigi di Maio tra le tue file, ed in tv ci mandi il tizio dei chip sottocutanei, quello sì è un errore.
Se tu rilasci un’intervista in cui rispondi a 10 domande del giornalista, e quello manda in onda l’unica a cui non hai risposto, quella sì è ingenuità tua, e malafede sua.
Ma se il tizio che POSSIEDE (di nuovo?) il tuo partito (ah no non è un partito), che ne ha inventato il logo gli slogan il marketing (scusate il copia incolla, non è colpa mia se non son tanto fantasiosi là, dove le sorti dell’italia si decidono, ovvero FUORI DAL PARLAMENTO), insomma se quel tizio lì dal suo blog che è la sua principale cassa di risonanza decide di attaccare la presidentessa della camera, quello non è un errore, quella è una precisa strategia comunicativa.
Non ha “sbagliato”. Voleva quello.
Perché?
Il Signore mi fulmini se lo so.

Che poi, “Il Signore mi fulmini se lo so” è la mia definitiva, precisa ed oltremodo deprimente intenzione di voto.

Matteo, e non avresti scelta tu? Ma va, va, va.

io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.

Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.

Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico, portami sulla Luna e dimostrami che la Terra vista da lì non è una pizza margherita. Tu, pronipote di pronipoti di uomo sapiens-sapiens, tu dimostrami che i graffiti rappresentano scene di caccia e non, che ne so, una partita a polo con l’amico cervo che nun ce voleva stà. Tu, biologo, tu medico, tu fisico, tu chimico, tu filologo, tu storico, tu antropologo, tu con i tuoi cinque anni/sei/sette università, con la tua specialità, i tuoi master, i tuoi decenni di studio. Tu che stavi a progettare la dorsale grazie alla quale io “c’ho l’internette e bloggo”, quando io ero alle elementari. Tu che hai scoperto che monitorando il valore delle PSA si può sgamare il cancro alla prostata. Tu che hai fatto lo zerbino del Barone Universitario che poi ha usato la tua ricerca sul mesotelioma per pubblicarla a nome proprio negli USA, mentre io lavavo automobili e la sera mi facevo una cannetta ed uno spritz coi bocia dell’officina. Tu. Mi DEVI DIMOSTRARE. Perchè io che sono una capra analfabeta, che di mestiere raccolgo pompelmi, che l’italiano non lo parlo perché mi fa fatica ed un poco anche snob, io ti contesto, perchè HO LETTO SU INTERNET CHE.
Non mi metto neanche ad elencarle, le valanghe di troiate immonde che io e voi tutti leggiamo ogni giorno sull’internette di questa cippa. Nessuno ha più un interesse semplice, sono tutti fanatici di qualcosa. E il vegano e l’animalista e il complottista e il fronte di liberazione dei pidocchi e le mamme unite contro estivil e quelle contro il cosleeping e i fruttariani (ma porca la miseria ladra, ma pure i fruttariani devono rompere il cazzo? Ma vi rendete conto? Mi viene da piangere, mi viene. Chi sapeva che esistessero i fruttariani fino all’anno scorso?) e i protocattolici fanatici che l’inquisizione è un falso storico e Darwin un massone al soldo di non ricordo chi per scardinare la verità insita nel creazionismo. E il Grillino dei chip. E quella delle Sirene. E tutti, tutti, tutti alla fine che dicono “SVEGLIAAAAAA!!111!!!! NESSUNO LO DICE!!! PRESTO PRIMA CHE CENSURINO IL VIDEO – LA FOTO – IL POST – STOCAZZO”.

E poi gli chiedi “Ma tu… che titolo hai per dire che la terra non è rotonda?”.
E non ottieni risposta. Oppure la ottieni, è la ripetizione della frase sopra. Ho letto su internet. Ho visto tutti i video su youtube. C’è un blog. Una pagina facebook. E lo richiedi: “Ma tu, tu che vuoi sapere di ricerca/biologia/medicina/architettura più dell’architetto biologo medico ricercatore con cui stai parlando… ma tu che basi hai?”
Risposta: mi ha detto mio cuggino. Ci avevo un link che. La mia preferita “hahaha lo sanno tutti, tutti, anche SE NESSUNO LO DICE”.
Al che tante volte cerchi di capirlo da solo, da cosa parte ‘sto cristo per dirti che tu dovresti vivere di banane e mele, ti sentiresti tanto meglio.
E trovi:
La terza media.
Una triennale in merendine scomposte.
Laurea in Economia.
Laurea in Lingua Giapponese (!!!!!).
Accademia belle arti. Con tutto il rispetto per l’accademia delle belle arti, cosa che io personalmente non sarei stata in grado di fare manco sotto tortura per manifesta incapacità, ma che basi di biologia molecolare hai, con le belle arti?
“La mia opionione conta quanto la tua.”
UN CAZZO.
La tua opinione conta quanto la mia se parliamo alla pari. Se io sono ignorante come una bestia dei boschi e tu fai la tal cosa per mestiere, la tua opinione conta qualcosa e la mia é aria che esce dalla parte sbagliata. Se vuoi parlare di politica, informati. Se vuoi parlare di calcio, non mi venire a dire che il fuorigioco l’ha inventato Mourinho. Se vuoi parlare di fisica nucleare… beh, passa al blog di Max.

Ma oggi no, oggi non più. Oggi l’opinione di chiunque vale quanto quella di chiunque altro. Fondata o meno, mediata o meno. Io non leggo, non studio, non mi interesso, ma tu non puoi permetterti di dirmi ignorante.
Questi sono i miei coetanei. Geneazione BimbiMinkia Quarantanni.
Di giorno tutti bravaggente, a cena tutti MariaDeFilippisti, la sera tutti quindicenni, a letto con la sbronza, la mattina a lavorare con l’hangover, in pausa pranzo posano la zappa, accendono il pc et voilà: tutti Dottori.

(dei lettori di fabio volo che si incazzano se li cataloghi come lettori di fabio volo magari parliamo un’altra volta, prima che mi venga un’ulcera)

[clienti surreali] Sette tipi di clienti per sette giorni di ordinaria follia

1. L’avventista del Settimo Giorno.
IL MONDO STA FINENDO! IL TEMPO E’ SCADUTO! QUESTA COSA DEVE ESSERE FATTA TRA VENTIDUE SECONDI, ALTRIMENTI LE PORTE DEL PARADISO CI SARANNO PRECLUSE PER SEMPRE! PENTITEVI!
Non fai in tempo a rispondere “tal dei tali buongiorno” al telefono, che parte la tachicardia. Lui non parla, lui si scapicolla mangiandosi le parole. Tutto è improrogabile, urgentissimo, indispensabile. L’atteggiamento è quello di uno con un cagotto fulminante che ha scoperto di aver finito la carta igienica, lo scottex ed i tovagliolini di carta. Contemporaneamente.
Non riesci neanche a promettere che farai subito: ha già riattaccato.
Tu fai e mandi.
Ricevi immediatamente risposta. AUTOMATICA: “SONO IN FERIE FINO AL TRENTA DEL MESE”.

2. Il Grillino
Questo di solito non è “il cliente”. Questo è un dipendente del cliente. Quasi completamente analfabeta, chiama e chiede immediatamente CON CHI STA PARLANDO, anche se glielo hai appena detto, rifiuta di dire chi è, rifiuta di dire per chi lavora, rifiuta di dire per cosa chiama, e chiede con insistenza di parlare con la persona X. Alla risposta che il numero di cellulare dei collaboratori non sei autorizzata a darlo così, a caso, “ma se mi lascia un recapito la faccio contattare al più presto”, si indigna e riattacca.

3. Il Fiume in Piena
Il Grillino alla quarta telefonata, quando decide, al ventesimo insulto che incassi senza battere ciglio, che può fidarsi di te. A quel punto, invece di darti un recapito e mettersi il cuore in pace, ti racconta la storia della sua vita, della sua famiglia, del suo gatto e dei suoi vicini di casa, finché stremata gli dai quel cazzo di numero di cellulare perché scusami, collaboratore, ma mors tua, vita mea.

4. Ipercoop, Buongiorno.
Cliente facente parte solitamente di Grossa Azienda Prestigiosa, che si sente splendere di luce riflessa, un poco come l’amica cessa che in un gruppetto di strafighe se la tira pure lei perché sì.
Questo cliente chiama, presentandosi per filo e per segno, chiedendo di parlare (ovviamente: con urgenza) col collaboratore tale per un problema di cui “preferirebbe parlare solo all’interessato”. Nella tua testa passano feriti, morti, denunce a vario titolo, ispezioni di qualunque ente preposto, concorrenti agguerriti che portano listini a metà prezzo.
No. In genere vuole qualcosa di assolutamente extra, che non riguarda né la sua azienda né il suo lavoro, lo vuole subito, lo vuole gratis. Mi è capitato uno che voleva una prescrizione per un medicinale per il figlio, perché “il pediatra è in ferie”, ed abbia cercato di averlo tramite uno dei miei medici, che ERA IN FERIE ANCHE LUI. Noblesse Oblige.

5. Il macigno di Sisifo
Questo ti frega sempre perché pare normale. PARE.
A lui serve la cosa x.
Tu gliela mandi.
Fine.
No.
Una settimana dopo, lui ti richiama. Gli serve la cosa X. Tu controlli, ti sembrava proprio di avergliela mandata…. Confermi. Lui “non la trova”. Rimandi. Ti richiama. C’è un errore. Correggi. Rimandi. Due giorni dopo lui richiama. Gli serve la cosa X. Tu gli dici che l’hai mandata l’altro ieri. A lui “non è arrivata”. Tu vedi l’avviso di lettura. Taci. Rimandi. Richiama. La terza riga di pagina otto non gli sta bene. Sarebbe meglio corretta. Correggi. Rimandi. RICHIAMA DOPO TRE GIORNI, GLI SERVE LA COSA X, a te sanguina il naso, non ribatti neanche più, rispedisci, bestemmi il Signore, ti penti di aver bestemmiato, compare l’avviso di lettura, sospiri.
Il giorno dopo il tuo collaboratore va in azienda, qualcosa non funziona, chiede perché non fate riferimento alla famosa cosa X, il cliente lo guarda e gli dice “L’HO CHIESTA GIA’ DUE SETTIMANE FA, MA VERBA NON ME L’HA MAI MANDATA”

6. Il macigno di Sisifo, sopra il pero.
Esattamente come sopra, solo che Questo Cliente, in particolare, chiama anche incazzato, dopo che il tuo collaboratore è andato via, e ti dice “Ma perché non mi hai mandato quel documento?”. Tu rispondi: l’ho mandato la prima volta in data tale, la seconda volta in data tal’altra e la terza volta in data altra-ancora. E lui insiste: “Ma io non ho ricevuto l’ultima copia!”. A quel punto a te tocca dire “Io veramente ho un avviso di lettura in quella data”.
Il Cliente afferra baldanzoso un ramo del pero e si cala a terra esclamando “MAGARI L’HO APERTA MA MICA VUOL DIRE CHE L’HO LETTA”.

7. Dexter
Lui è tutto in uno. La cosa che mi fa ammattire di questo cliente in particolare, oltre al fatto che sia COMPLETAMENTE PAZZO, alienato, incapace della minima interazione educata da esseri umani, è che lui ha sempre ragione. Se qualcosa non va, è colpa tua. Non ha nessuna importanza che tu abbia fatto tutto quello che lui ha chiesto ed anche di più, e che già quello che lui ha chiesto esulasse completamente dal contratto. Protesterà riguardo ai tempi (immediati). Alla forma (normata passo per passo). Ai costi (invariati da dieci anni). Al tempo (io non sono mica il governo!). L’ultima, solo in ordine di tempo: io non ho tempo di leggere la relazione che mi avete mandato (obbligatoria per legge… per me produrla, per lui leggerla…), fammi un estratto e SPIEGAMI L’ESTRATTO VIA MAIL. In pratica: fammi un riassunto e poi il bignami del riassunto.
Ok. Gli mando una mail con allegato il riassunto, e spiegato in due righe il bignami.
Mi chiama due giorni dopo.
– Il riassunto è troppo lungo, voglio il riassunto del riassunto.
– era nel corpo della mail
– ah era nella mail?
– Eh sì
– Ah ma io le tue mail non le leggo mica sai….ho preso il file e poi l’ho cancellata.

A me, personalmente, Buddha mi fa una pippa.