So you think you can tell?(Heaven from Hell, Blue skies from pain)

Avevi creduto davvero
Che avremmo parlato Esperanto?
L’avevi creduto davvero
O l’avevi sperato soltanto?
(Rumore di niente, F. De Gregori)

Quella prima della mia è una generazione, oggi, di genitori attoniti. Non tanto la parte che ha l’età dei miei genitori, quella in mezzo tra me e loro, quelli che hanno oggi un figlio di venti/trent’anni. Avevano detto loro di far studiare i figli, che il mondo aveva bisogno di laureati, di laureati di tutti i generi, di qualunque materia, di ogni specialità. Erano fioriti corsi di laurea praticamente per qualunque mestiere, nomi lunghissimi per lezioni fino a poco prima inesistenti e sconosciute. La maggior parte li ha fatti studiare, i figli. Ha sgobbato per dare loro un futuro supposto migliore, s’è commossa alla laurea, ha conservato le foglie della corona d’alloro, ha sperato. E adesso guarda con sgomento questi figli a cui lo studio doveva aprire ogni porta fermi lì, non solo senza poter salire questa famosa scala sociale, senza nemmeno prospettiva di un lavoro umile, ma “sicuro”, come quello dei genitori.

Io farò parte – faccio già parte? – della seconda generazione di genitori attoniti. A noi dicevano di viaggiare.
Viaggiare, imparare le lingue, scoprire il mondo. Le feste “internazionali” a scuola. L’inno alla Gioia. Topolino che puntualmente citava l’esperanto, i professori che si prestavano perfino a gite all’estero.
Io non ho viaggiato (tanto). Non ho fatto vacanze studio, non ho fatto corsi di inglese, non ho fatto Erasmus, Interrail, zingarate.
A casa mia non ci si pensava proprio. Costa, mi avrebbe risposto mia madre. Sei matta? In realtà io neanche ho mai domandato. I miei erano (sono) benestanti, ma frugali; gente che si faceva (fa) un gran culo per pagare un gran mutuo, per garantire un futuro di mattoni contro le lusinghe di quello di paglia. Le vacanze in giro per mia madre erano “paglia”, roba inutile, effimera, denaro buttato. Le vacanze si facevano nella casa di montagna, punto. Sempre lì, solo lì. Si andava a funghi, al lago, a fare un picnic.

Quello che ho visto lo devo a mio padre, che ama fortissimamente viaggiare e che fu così pazzo da ficcare tre figli in una roulotte e portarseli in giro per mezza Europa, a volte programmando con cura certosina, altre improvvisando completamente. Lo sciopero dei camionisti francesi nel 1992, anno in cui la roulotte doveva percorrere le strade francesi, gli fece cambiare rotta nella più totale anarchia, e finimmo per visitare Austria, Germania e Olanda divertendoci come pazzi, perdendoci agli svincoli, sbagliando campeggio e finendo in una specie di comunità hippie per camionisti in pensione, per poi finire con Parigi e Costa azzurra che stranamente furono, alla fine, la parte meno bella della vacanza.
A 19 lavoravo, a 20 ebbi il primo contratto regolare, 8 ore al giorno, 5 su sette, ferie solo ad agosto. Un sogno per moltissimi oggi, non mi sto lamentando, sia chiaro. Ma di viaggiare non si parlava. Qualcosa, ogni tanto. Poco, pochissimo, comunque.

Così ho coltivato il desiderio di far viaggiare Mimosa, o di viaggiare con lei. Andremo, faremo, ci diciamo col Tecnologico. Viaggi studio, viaggi e basta. Roulotte, camper, tenda, chissenefrega. EuroDisney in età da principesse, Londra e Parigi, Barcellona e Lisbona. Le coste croate a scendere fino a Spalato. E ancora sì, corsi di inglese, magari perfino un anno di superiori negli Stati Uniti. Vedere, guardare, annusare, toccare, provare. Insieme, ma andava bene anche solo lei.

Adesso. La mattina dopo la notte del Bataclan, la mattina dopo l’attentato di Nizza, dopo Berlino, tutte queste mattine hanno avuto un impatto che rasentava la schizofrenia, perché in tutti i casi mi sono trovata a leggere queste notizie, a scremare tra i messaggi di whatsapp via via sempre più numerosi, proprio mentre si svegliava mia figlia. Contemporaneamente, l’orrore e l’allegria, la morte e il primo sorriso del giorno, la paura e la totale inconsapevolezza, innocenza. Dopo Nizza, in particolare dopo quella foto del lenzuolo a coprire un corpo con accanto un orsetto, lei mi ha sorriso dal letto con tutto l’impeto che hanno i bambini di fronte ad un nuovo giorno, ed io mi sono appoggiata allo stipite della sua porta ed ho pianto guardandola.
Perché ho paura per lei, per noi. Perché Mimosa mi ha reso incredibilmente fragile sotto certi aspetti, ed ha reso incredibilmente più intollerabile il dolore anche altrui, questo dolore qui, di un figlio, di una madre, questo che non immaginavo esistesse con questa potenza. Perché l’amore per i figli, sì, te lo dicono tutti che arriva violento come un uragano, ma dietro a quello tutto viene amplificato, pure i timori, la paura, un desiderio di protezione che si scontra contro la certezza della propria impossibilità, impossibilità di prevenire, migliorare e sì, proteggere davvero. La madre come goldone bucato, questa sensazione no, non rientra nel quadretto della canonizzazione della maternità.

Adesso, sono qui seduta come una a cui ogni volta rubano un pezzo. Un sogno. Un desiderio. Un’aspirazione. Costretta a guardare senza sapere come cambiare, come aiutare. E vorrei fare la figa e dire “No sai la nostra vita non cambierà, non ci fermeranno”, ma sticazzi. STICAZZI. Ci hanno già fermati, per quanto mi riguarda: perché magari sì, andremo ovunque, ma con questa ansia sotto che si mangia la gioia. E magari sì, potrò offrire l’andare e viaggiare a Mimosa come un dono curato per anni, ma in realtà non sarà lieve. In realtà non lo vorrei più.
[E sì, lo so che l’imprevisto, la malattia, la guerra, le carestie, gli agnellini nei macelli, il medioriente, gli anni di piombo e stocazzo ci sono sempre stati. Il punto è che io ero tra quelli che sì, ci avevano creduto davvero che avremmo parlato Esperanto.]

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Qualcosa nell’acqua.

In principio fu Laura Boldrini: ministro? Assolutamente no. Chiamatemi Ministra. Combattete il patriarcato insito nei vostri neuroni volgendo al femminile ogni termine vi salti in mente.
Non più avvocatessa, avvocata. Non architetti, architette. Non più italiano, italiese.
E vabbè, se così si fan contente delle persone con così poco, che ti costa, pensavo. Pensavo anche al viceversa. Il gorillo, l’anestesisto, il pediatro. Otorino, se è maschio. Laringoiatra, se è femmina. Che culo scegliere una specialità dal vocabolo double-face, eh? Comunque non avevo né tempo, né spazio, né testa, e non ci ho fatto particolarmente caso.
Ad un certo punto devo essermi distratta quel paio d’anni, e quando son tornata sul pianeta ho trovato che veramente son diventati tutti serissimi. Molto seri. Troppo seri. Troppissimo seri. Guai a scherzare. Rauss ironia, pussa via sorriso, altolà leggerezza!
E tutti completamente ostaggi del politicamente corretto, ma proprio correttissimo, ma ocio che sia C O R R E T T O, totalmente. Talmente totalmente che ormai le cose non so più come definirle per non rischiare di offendere qualcuno.

“Mamma ti ricordi il mio amico Paul?” “No, Paul chi?”
Si apre il baratro. Quello africano? Uhm. Razzista che discrimini la gente a seconda della geografia. Quello nero? Uhm, brutto termine nero, bandito. Il migrante? Il migrato? Quello che viene da lontano? (Fa tantissimo Babbo Natale). Il diversamente italico? Quello che pare Obama?

Alla fine opto per “Quello che sorride sempre”.
Risposta: “Quale sarebbe quello che sorride sempre, sorridono tutti sempre i tuoi amici, sono una manica di deficienti.”

Utile, no?
Ho letto discussioni simili di madri virtuose che stanno insegnando ai figli a non discriminare, con il risultato che il figlio non riesce a farsi venire in mente una locuzione abbastanza efficace per indicare “Camilla, la mia compagna che tagliata a pezzi è normopeso”. Ho letto di una tizia la cui figlia ha detto “Oggi ho giocato col bambino buio”. Il bambino buio è del Senegal. Il bambino buio è una delle definizioni più belle che io abbia mai letto, ma non credo che possiamo iniziare a parlar tutti come bambini di tre anni. Grasso è una parola orrenda e va bandita (grasso è una parola orrenda davvero). Sovrappeso pure. Non si deve giudicare in base al peso. Giusto. Non giudichi, ma vedi. Non giudichi, ma quello che è sovrappeso sovrappeso rimane, e se nessuno in vita mia – e son stati tanti – m’avesse chiamata “nana”, io sarei comunque un individuo sotto il metro e sessanta. Giudicare, discriminare, sfottere, bullizzare una persona in base ad aspetto fisico, colore della pelle, status socio economico o provenienza è orribile. Ma veramente la soluzione è sotterrare le parole “per dirlo”? Eliminare, bandire, cancellare l’aggettivo, cancellerà veramente il punto di appoggio su cui si fa leva per far sentire l’altro una merda?
Perché il problema a mio modesto avviso non è la parola che usi: è il desiderio di far sentire male l’altra persona in quanto inadeguata secondo un TUO standard. E’ – e questo lo noto sempre più ed è una cosa che detesto – il ritenere che l’altra persona DOVREBBE sentirsi male (inferiore, sminuita, in difetto) perché fisicamente o economicamente o culturalmente non risponde al TUO cristo di “standard”, che poi sia perché non è magra, perché non è etero, perché non è giovane o perché non è bianca non cambia nulla.
Il problema sta nella convinzione di essere lo standard “corretto”. E questa convinzione, al netto del linguaggio politicamente corretto inculcato a forza nei dialoghi quotidiani, è sempre, ma sempre, ma sempre più diffusa.

Comunque la serietà ad oltranza sta dilagando ovunque. Mi hanno iscritta ad un gruppo facebook che parla di libri per bambini. Ci sono recensioni da mani nei capelli. Quel libro è diseducativo perché il papà è imbronciato. Il papà dovrebbe essere felice e sereno. Quel libro è diseducativo perché sminuisce la figura paterna, ovvero racconta di un padre che sala troppo il purè (giuro). Quel libro è orribile, il bambino viene definito piccolo mostro! Quel libro è da mettere al rogo, ci sono i cacciatori, uccidono il leone, il bambino africano viene definito moretto e la madre è, cito testualmente, vestita come una governante all’epoca degli schiavi. Il libro in questione, Pik Badaluk, che io da bambina avevo, e amavo, è stato scritto negli anni ’20. Io ho paura che ‘sta gente cerchi di creare un comitato per la liberazione degli Umpa Lumpa dal cioccolataio schiavista.
Quindi, le parole no.
I libri censurati, come conseguenza.

Buttiamoci sulla musica, dai. Ho cercato di iscrivere Mimosa ad un corso di musica per infanti. Apriti cielo. Il metodo signora mia, IL METODO! CHE METODO CERCA?
Un corso. Di Musica. Tipo che qualcuno canti canzoncine? Qualcuno suonerà qualcosa? Sono bambini piccoli perdio, mica mi aspetto Rachmaninoff. Sì signora, ma che metodo cerca? Psicoqualcosa, Motorio dell’altro, Scuola di Chicago, Maestri Musicoterapisti Giapponesi, Suono della ciotola armonica… eh?
EH? Signora perché guardi che lo sviluppo musicale dei bambini è UNA COSA SERIA, SA.
“Allora, quale metodo cerca, Signora?”
“Ma che ne so! Io sono stonata come una campana e mi piace Taylor Swift! Volevo una vita migliore per mia figlia! Cercavo solo un posto in cui qualcuno suonasse un tamburello!”
Per la cronaca non mi hanno mai più richiamata.

Sono passati quattro anni da quel post di sfogo sul rapporto diretto tra ignoranza e convinzione, ma la sensazione è che vada davvero sempre peggio. Magari è qualcosa nell’acqua.
L’ossigeno, per esempio.

click (turpiloquio alert)

Siamo al ristorante con gli amici storici. Mimosa è sul seggiolone a capotavola. Non è scesa da lì da quando siamo entrati, e sono quasi le tre del pomeriggio. Si annoia, io ho esaurito i trucchi e scaricato il telefono, per cui decido di tentarmela e di farla scendere, magari portarla nell’atrio del ristorante, deserto, in modo che non infastidisca nessuno.
La tiro giù, la appoggio per terra e le indico una cameriera di passaggio, dicendo che deve star ben lontana da quei signori in nero perché stanno lavorando.
La cameriera di passaggio mi sente e mi risponde in malo modo “Ahh beh, tanto ormai sono tutti in giro, per noi sono ostacoli da schivare!”
Lì per lì non rispondo. Poi però ci penso, mi infastidisce una risposta del genere, a maggior ragione detta ad una che praticamente non mangia per evitare che la prole dia noia al prossimo, al ristorante.
Eppure, ribatte una delle amiche presenti, devo “capire”. Perché la cameriera “poverina”. Perché effettivamente i bambini corrono in giro, scassano le palle. Sì, ma non la mia. “Ehhh, ma poverina, sarà così stufa di bambini maleducati”.

CLICK, ha fatto qualcosa nella mia testa.

Un giorno ho aperto un blog perché in fondo senza scrivere non sono capace di stare e perché mi piace anche leggere, mi piace la comunità che si crea tra chi legge e scrive, mi piacciono i racconti delle altre persone, i confronti con la vita degli altri, la testa degli altri, i problemi e le gioie degli altri, ma egoisticamente il mio primo motivo era il puro e semplice sfogo, mettere nero su bianco, chiarirmi le idee così, da sola, senza dover necessariamente ammorbare il prossimo a voce. Sono prolissa, sono confusionaria e sono una che tutto sommato vive con mezza testa sempre per aria, con un mezzo pensiero che gira gira e trova pace solo una volta messo per iscritto.
L’ho chiamato rem tene, verba sequentur, perché sono assolutamente convinta che se hai chiaro il concetto le parole vengano da sé.
Ancor meglio le parolacce.

CLICK, mi fa l’interruttore del cervello.
Perché sai cosa c’è? Che mi son davvero rotta le palle.

Quando ho aperto questo blog ho badato all’anonimato ed a nulla altro. Non mi interessava fare le “hit”, ho i tasti per la condivisione sui social DISABILITATI, da grande non so ancora cosa farò, sicuramente non la blogger, non mi sono mai posta il problema di essere più o meno interessante o accattivante o di avere la grafica figa e stigrancazzi del blogroll aggiornato. A me bastava scrivere. Alle volte ho chiuso qualche post perché eccessivamente personale, ho messo off line per un periodo qualcosa altro perché mi aveva portato contatti di ogni genere, oltre a far approdare qui alcuni amici di una vita, mio fratello, MIA MADRE ed il mio ex storico (ehilà, saluto con la manina!).

Poi un giorno ho avuto una figlia. Immediatamente non mi sono più sentita libera di scrivere quello che vivevo o quello che provavo. Immediatamente. Autocensura a tappeto. Perché non volevo avere un mummyblog. Perché non volevo mettere in piazza dei momenti intimi. Perché sarei stata comunque una che raccontava la vita di una terza persona.
Perché mi vergognavo. Alcuni dei miei affetti più cari mi hanno fatta sentire come una traditrice, e tutto sommato mi ci sono sentita anche io. E’ strano che solo ora mi salga dal fondo dello stomaco la rabbia per essere stata colpevolizzata, messa all’angolo, quasi minacciata “stai perdendo i contatti!”, perché dopo la nascita di Mimosa non ho più avuto – e non ho – il tempo per tutti che avevo una volta. E’ strano che solo ora mi renda conto di quanto chi avrebbe potuto tendere una mano (come ho fatto io in passato con altri) si sia limitato ad ancorarsi saldamente alla propria vita rifiutando qualunque compromesso, perché la “mia vita non può mica girare intorno ai tuoi comodi”.
E’ strano, ed è colpa mia, perché mi sono sentita in difetto per il semplice fatto di essere una madre. Come suona strano, eh? Essere una madre.

Mi sono sentita in difetto, e noiosa, e fuori gioco, e tutto quello che ho vissuto in questi quasi due anni me lo sono tenuta per me. Dentro, senza buttar fuori una riga, quasi non avessi il cazzo di coraggio di scrivere, il diritto di scrivere, che ogni giorno mi sento una benedetta dal cielo, dalla fortuna o da quel che si preferisce. Che quel sentimento che ritenevo di non poter in nessun modo “sbloccare”, se non con un figlio, manco mi immaginavo che razza di potenza fosse. Che a casa nostra si litiga infinitamente di più, ma si ride il doppio di quanto si litiga. Che neanche mi ricordo perché mi sbattesse qualcosa di dover uscire a bere una birra a forza. E quindi grazie, cameriera stronza, per quel “CLICK”.

Perché, come detto immediatamente dopo il click alla mia amica al ristorante, ho una grandissima novità da annunciare:
NON SOLO I FIGLI ALTRUI SCASSANO I COGLIONI ALLE PERSONE.

Anche gli adulti scassano i coglioni alla gente. Non sono le mamme che sono noiose, è la gente che è noiosa se non ti frega una mazza di stare a sentire. Tutti i monotematici sono noiosi. Tu che ogni mattina scrivi “Buongiorno un cazzo”, sei palloso come video sull’eyeliner! Tu, che ogni settimana ne cambi una e non sai non sa non capisci non capisce chissà come andrà ah no beh ne vedo un’altra, anche tu sei palloso, mi sanguinano le orecchie, vorrei infinitamente MENO DETTAGLI ANATOMICI PORCO MONDO!

Che poi vorrei anche capire perché se hai un figlio sei responsabile di tutte le rotture di maroni causate da tutti GLI ALTRI infanti. No, io davvero vorrei capire. Perché la cameriera di sente in diritto di rispondere male a me, perché la mia amica mi invita a comprenderla e perché è ritenuto normale questo lamentarsi generico, questo dire ad utero perché ovaia intenda?
Con gli altri rompicazzo non succede. Eppure. Anche gli adulti sono rumorosi, maleducati, puzzolenti, esasperanti, fastidiosi e lagnosi. La differenza è che non passiamo la giornata a rintuzzare nel prossimo ogni singolo atteggiamento irritante, altrimenti finiremmo alla neuro.

Le madri invece sono gara a parte. Questa specie di tiro al piccione per cui ad una che è madre puoi dire di tutto, che palle tuo figlio, ma perché non fai così, ma perché non fai cosà, ma non puoi portarlo (eh certo, a fare rafting), ma non puoi lasciarlo a casa (a chi?), eh ma così sbagli, eh ma così va bene, “cooomeee, hai nominato di nuovo tua figlia?? E’ BEN LA SECONDA VOLTA QUESTA SETTIMANA E SIAMO SOLO VENERDI! CHE PALLE!”, poi però mi devi sfrantegare i maroni con la lista esaustiva dei tuoi regali di Natale in fieri, insomma questa specie di tiro al piccione per cui una che ha figli deve sempre scusarsi per qualcosa, per il minor tempo, il minor spazio, le minori possibilità, oh scusi disturba, oh scusi infastidisce, oh scusi la irrita fortemente vedere persone al di sotto del metro che deambulano in sua presenza, a me avrebbe tediato per cui scusatemi, ma adesso il piccione si compra una fionda.
Anzi, no. La rispolvera.

Asocial network

Una volta scrivevo dappertutto: sulle agende omaggio delle banche, su carta da lettere bianca, su carta da lettere a fiori, sui block notes che si trovavano nelle camere di hotel, sul retro degli scontrini, ai margini dei libri, sulla pagina centrale strappata dai quaderni di scuola, sui tovaglioli di carta e sulle tovagliette delle pizzerie.
Una volta avevo questo moto continuo che iniziava ronzando nella testa e finiva tutto in inchiostro sulla carta, magari a volte condito da qualche chiazza, ché scrivevo solo con la stilografica, intanto, e spesso nei bar. Avevo questo moto continuo e raramente quello che scrivevo aveva altro pubblico oltre a me stessa, nonostante nella mia testa cambiassero e si affollassero spesso destinatari.

Poi è arrivato a casa un computer. Lo so che office, word, programmi di ogni genere sarebbero meglio, ma io uso ed ho sempre usato il blocco note. Txt mon amour. Kb e kb di menate, niente più stilo niente più chiazze e molti meno bar, ma nulla ancora era cambiato.
Poi sono arrivati i blog. Ed era diverso, ma non molto ancora. Intanto perché chiunque leggesse un blog, spesso ne scriveva a sua volta. Era uno scambio tra estranei, almeno inizialmente. La privacy aveva un valore reale, scrivere di fronte a decine di persone che non ti conoscono affatto aveva lo stesso peso di quegli interlocutori immaginari della mia adolescenza.

Poi sono arrivati i social network, e un ulteriore cambio di modalità. Dalla “produzione” alla condivisione. Dal post allo status. Da “io invece penso che” al “mi piace”. Ho sempre guardato con rammarico il concetto stesso di “like”: magari adesso mi sono assuefatta, ma inizialmente premere un tastino invece di esprimere un parere mi sembrava impoverimento, mi faceva tristezza. Le cerchie di persone note rendono impossibile l’essere degli sconosciuti senza faccia, con tutto il peso che comporta per quelli come me, che a ruota libera davvero riescono ad andare solo di fronte al foglio bianco oppure a completi estranei, a quelli che in fondo poi scendono dal treno e non li rivedi mai più.
Il palco offerto dal mezzo per altro permette a quelli che conoscevi di esprimere a colpi di like e di share opinioni e commenti per cui desideri ardentemente avere tu, un treno da cui scendere per non rivederli mai più.
Nel mezzo per fortuna c’è Candy Crush Saga.

Non avrei mai affrontato l’argomento se non fosse per una conversazione degenerata in combattimento all’arma bianca sotto un post di – credo!- Selvaggia Lucarelli che qualcuno ha condiviso facendolo rotolare sulla mia bacheca. Erano le settimane della menata “Sono una mamma orgogliosa, ecco le foto della mia creatura, taggo tizia caia e sempronia che facciano altrettanto” e non era eclatante il post in sè, diceva qualcosa tipo “Io posto quante foto di mio figlio voglio, tanto il web è pieno di foto di bambini nudi, non vedo perché un malintenzionato dovrebbe sbavare sulle foto del mio vestitissimo e defilato pargolo”.
Concetto chiarissimo. Eppure.
Nei commenti sotto, un’orda di Erode con le palle gonfie delle criature, delle mamme, del mammesco orgoglio e delle condivisioni a pacche sulle spalle e Mulini Bianchi per tutti, una valanga umana che altro che il referendum sulle trivelle OH DIO MIO, si scannava con le mamme suddette urlando “I vostri figli ci hanno rotto il cà”.
Tutto qui? No.
1. I vostri figli ci hanno rotto il cà, voi non pensate alle donne che soffrono perché non riescono ad essere madri quando condividete tutte ‘ste foto di bambini, e provocate dolore e invidia.
2. Voi donne che non siete madri, per scelta o meno, voi altre non pensate alle donne che sono madri quando condividete foto dei vostri viaggi e delle vostre serate e del vostro nuovo taglio di capelli, e provocate dolore e invidia.
3. Beh comunque meglio le foto dei bambini che quelle dei gattini, i gattini sono il male i gattini hanno rotto il cà.
4. Giusto, basta foto di gattini, mettiamo solo foto di cagnolini che il cane è più intelligente del gatto.
5. Le foto di cani e gatti hanno rotto il cà, evviva le foto di papere maiali cavalli e vitellini che accusano di assassinio chi se ne nutre.
6. I vegani hanno rotto il cà, evviva le foto di grigliate e panini onti e sushi e il maialino sardo signoramia che bontà.
7. Voi che condividete foto di cibo avete rotto il cà! AI BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME CHI CI PENSA?

Le prime 3 le ho lette esattamente così. Dalla quarta mi sono limitata ad un riassunto. Alla settimana mi sono rotta il cà, ma avrei potuto continuare fino a stanotte.
L’elenco delle cose che danno fastidio a chi le legge è talmente lungo e variegato che si può comprendere in un’unica parola: tutto.
Tutto ciò che viene condiviso su facebook infastidisce qualcuno. Ma veramente?
Mi sono sorpresa a far caso a cosa scrive la maggior parte dei contatti che vedo (una metà sono lì, nel limbo del “non ho voglia di litigare, ma almeno non ti leggo”) ed effettivamente l’argomento che regna sovrano è quanto gli altri abbiano rotto il cà. E’ un fiorire di meme coi vaffanculo, di frasi motivazionali su quanto gli altri non ci meritino, meglio soli, di lamentele sulla cretineria altrui, che barba che noia gli altri, i pensieri degli altri, gli amori degli altri, i figli, i cani, i gatti, i cavalli, i sorci degli altri, gli amici degli altri, il lavoro degli altri, il dolore degli altri, la vita degli altri, insomma: gli altri, a tutto tondo ed a tutto spiano.

Una specie di palcoscenico assurdo dove tutti vogliono fare i protagonisti e nessuno vuol sentirsi pubblico. La mia parte preferita sono i messaggi pubblici per gli assenti, tipo “Volevo dire a tutti i miei colleghi leccaculo che blablabla”. Quanti colleghi hai in lista amici? NESSUNO.
Geniale. E’ la bottiglia in cui urlava Fantozzi aggiornata al 2016.

Amici, Sartre sarebbe molto orgoglioso di voi, ma se gli altri vi ammorbano la vita, non ve ne frega un cazzo e state bene solo soli, il social network che lo tenete aperto a fare?

non mangiavo la frittata

Ingannatrice è la madre più di ogni altra cosa.
Quando ero piccola mia madre spacciava come “frittata” una poltiglia semiliquida, molliccia da brividi lungo la schiena, che solo con l’avvento dei 20 anni e relativi viaggi all’estero e colazione in hotel scoprii essere, in realtà, uova (poco) strapazzate.
A me la poltiglia molliccina, che la Genitrice Maxima tuttora adora mangiare raccogliendola sul pane, faceva e fa ancora uno schifo poderoso, cosa piuttosto insolita per me che sono la versione umana di una pattumiera, e negli anni tanto era il disgusto verso quello specifico piatto che mi riuscì pure di farmi esentare dal mangiarlo.

Invece mia nonna, laggiù nell’isola, faceva questo frittatone rosolato nell’olio, alto tre dita, con i piselli, girato da un lato all’altro direttamente usando il coperchio con maestria e delicatezza, una frittata da otto, nove persone eh, mica usava il pentolino delle crepes! Questo frittatone era per me cibo degli Dei, il miraggio di un pranzo squisito con la fame che il mare sa mettere ai bambini, un piatto che nella memoria si è ancorato fisso all’odore di resina dei pini marittimi, di eucalipto, mirto, ginestra, e della terra argillosa, e di quel profumo di nonna che non ho mai chiesto cosa fosse, ma sembrava borotalco.

Figlia si avvicina alla boa del primo anno e da qualche settimana chiede a gran voce tutto quello che abbiamo nel piatto e pasti reali al posto delle pappette. Unico problema: Mimosa non ha denti. Mimosa possiede UN unico e solitario dente, un incisivo inferiore che è di nessuna utilità ai fini della masticazione. Quindi serve cibo morbido, friabile, spezzettabile a monte della piccola piranha.
La frittata di nonna, per esempio. La ricetta imparata rubando con gli occhi, e mai ripetuta uguale, probabilmente perché senza pini, mare e ginestre uno deve arrangiarsi come può, e la frittata sa di uova e non di infanzia, purtroppo. Così le ho fatto quella frittata lì. Girandola col coperchio, scottandomi una mano, rimpiangendo innumerevoli momenti a ritroso degli ultimi 30 anni; non ultimo, il non aver ancora presentato Mimosa alla (bis)Nonna.
Non ultima, la smemorite che si è divorata i ricordi a breve termine di Nonna e la sua possibilità di ricordare adesso ciò che hai detto due minuti fa. Non ultima, questa memoria ballerina, che svanisce dal presente e trova approdo sicuro solo nel passato, che fa sì che la mia meravigliosa, vivace, dolcissima Nonna che cucinava per reggimenti ed a sera nuotava sola fino alle boe non mi telefoni più dopo Cagliari-Milan, non cucini più la frittata, e non abbia alcuna impazienza di conoscere la prima bisnipote che le è nata… perché non si ricorda che c’è.

Il potere evocativo delle ricette di famiglia è davvero un’arma a doppio taglio.

la filastrocca del Natale (i poppanti per fortuna non sanno leggere)

Filastrocca del natale,
Le parole fanno male:
C’hai sei nonni figlia mia
E una madre in psichiatria,
Che rimbalza in tre regioni
Trascinandosi i maroni.
Filastrocca della festa,
La scoperta vera è questa:
Chi sui figli ha più opinioni
È chi indossa tre goldoni.
“Ai miei tempi il battipanni!”
Io non dormo da cent’anni,
Sotto gli occhi c’ho un arazzo
E i consigli tuoi del cazzo,
Lungi dal farmi felice
tipo l’araba fenice,
mi trasformano in Medusa:
dai, la bocca tieni chiusa.
Filastrocca dello sbrocco,
Gratto come il gatto Scrocco
Alla porta del buon senso;
Questo sonno quanto è denso!
Filastrocca, bimba mia,
di quelli alla scrivania
mentre gli altri fanno ferie
e tu sbrogli rogne serie.
Filastrocca di Natale,
ci andrà meglio a Carnevale,
lavorando come un mulo
sto spargendo vaffanculo.

Hello. Torna Adele, e quindi torno anch’io.

Dunque.
Nelle rarissime (issime!issime!issime!) occasioni in cui capita ancora di fare vita sociale, e nelle rarissime (vedi sopra) occasioni in cui la radio della mia macchina torna ad essere la MIA RADIO della MIA macchina, e non la ripezione costante&perenne de “La Zanzara con l’abito da sera” nella carrozza porta erede, ecco, in quelle occasioni lì io ho sentito la nuova canzone di Adele ed il relativi “oh com’è struggente”.
Struggente?
La menata della ex che ti chiama a tutte le ore da quando è passata da “attenuante in caso di omicidio” a “struggimento amoroso”? Che vi è preso a tutti mentre vivevo rintanata nella mia ruota casa-figlia-lavoro?

Ma no, dai.
Adele, adele, già prima avevi quel certo non so che di gatto appeso ai maroni, ma adesso inizio a pensare che tu sia la versione femmina di Antonello Venditti. No, no, no, non si fa.
Struggente? Ma struggente un cazzo! Non è neanche più stalking, è la ex che non ti vuole finchè tu non sei lì lì per rifarti una vita: allora ti ha sempre amato.

Un milione di anni fa avevo un fidanzato che possedeva, oh fortunato, una ex di questo tipo. Modello Adele, fatta e finita.
Non se lo fila di pezza per mesi. Appena però le arriva voce che sia riammorosato – e ancor peggio, felice – tah dah! Squillino al cellulare!

“Hello, it’s me
I was wondering if after all these years you’d like to meet
To go over everything”

“Scusa ma tu non stai con uno da due anni?”
“Eh no sai ci siamo lasciati… e poi non era come con te!”

“They say that time’s supposed to heal ya
But I ain’t done much healing
Hello, can you hear me”

Sì, in effetti non ti sente bene. Perchè è in taverna, con la sua fidanzata nuova di pacca, e starebbe cercando di avere un rocambolesco rapporto sessuale sul divano buono dei genitori. Non ti sente. C’ha una vita. Capisci?
No.

“Hello from the other side
I must have called a thousand times
To tell you I’m sorry for everything that I’ve done
But when I call you never seem to be home”

Lasciamo stare il reato di stalking, questa è la dichiarazione perfetta delle “ex Adele passivo-aggressive”:
“Ti ho chiamato taaaaantissimeee volte. Per scusarmi di averti fatto becco e di essermi fatta sgamare e di averti lasciato come un sacco di spazzatura davanti ad un cassonetto pieno”.
Finito? No!
“MA TU NON SEI MAI A CASA QUANDO TI CHIAMO virgola e sottinteso: STRONZO”

Fatemi capire chi al giorno d’oggi, esclusa la mia vicina di casa settantenne che riceve chiamate nel cuore della notte e risponde garrula dei “prooontooooooooooooo?” a 90 dB che mi risvegliano figlia e nazismo, chi ca* telefona A CASA, se non quelli dei call center, la nonna a Natale e…Adele, al suo ex.
Per poi potersi lamentare che lui non c’era.
‘sticazzi, Adele, quel numero non sarà manco più il suo. Starai chiamando un’ufficio postale, dopo le 16 non c’è più nessuno, figurati se fanno straordinario per pigliare le tue drunk-dials delle due di notte.

E poi, eccolo qui: il Manifesto del Partito Adelista. La rosicata lasciata cadere così, con la grazia di un Gasparri in moschea:

“At least I can say that I’ve tried
To tell you I’m sorry for breaking your heart
But it don’t matter it clearly doesn’t tear you apart anymore

Io ci ho provato, con lieve ritardo di lustri, a scusarmi per quella scopata col tuo amico di dieci anni fa.
LO STRONZO CARO MIO SEI TU, CHE DOPO DIECI ANNI NON CI PIANGI ANCORA SOPRA. E ALLORA MICA MI AMAVI! SE ERA AMORE VERO, CARO MIO, STAVI ANCORA SEDUTO ACCANTO AL TELEFONO FISSO, A TREMARE OGNI VOLTA CHE IL COMPUTER DELLA VODAFONE SELEZIONA IL TUO NUMERO PER L’OFFERTA ADSL CASA, CON ‘NA PEZZETTA SULLA FRONTE E I KLEENEX ACCANTO! E INVECE NO! COME OSI RIFARTI UNA VITA?!”

Sarà che ci sono passata.
Sarà che il dialogo:

“Ma ti sei fidanzato?”
“Sì”
“Ci vediamo?”
“No!”
“Ma io voglio vederti!!”
“Non è il caso, mi dispiace!”
“STRONZO, ALMENO PER GLI AUGURI!”
“Gli auguri di che?”
“GLI AUGURI DI PASQUA!”
è avvenuto davvero, protagonista il mio fidanzato dell’epoca, davanti ai miei attoniti occhi e le mie ancor più attonite orecchie.

Ma come diamine si fa a considerare struggente la versione americana di “EH LUCA?!”