oggi pensavo a una cosa ma poi me ne è venuta in mente un’altra

…e allora scrivo della terza.
Niente.
Oggi m’è venuto in mente quando al laboratorio di scrittura creativa Tizio ha iniziato a sottoporre il suo romanzo – più che un racconto era proprio un romanzo – e a me non piaceva per niente lo trovavo pesantissimo, ed uno del gruppo, che era uno ScrittoreVero, mica come noialtri che uno era panettiere uno web designer un altro bibliotecario and so on, se l’è presa a morte (cosa rarissima perchè ScrittoreVero era più del genere “se non mi piace mi eclisso” che del genere “ti faccio le pulci con aria malmosta”), specie col titolo, perchè il titolo era L’Uomo Vuoto, ed a ScrittoreVero non so perchè ‘sto titolo gli rugava il cazzo e quindi giù di rimbrotti e sarcasmo e “che cazzo come fa un uomo ad essere vuoto? eh? VUOTO? Ma c’avrà sempre i reni e il fegato e i polmoni, no? Vuoto de che? Che cazzo vuol dire vuoto?” e io pensavo boh mah moh tanto ‘sto racconto è ‘na palla infame, che ti fissi sul titolo, ma poi Tizio invece di replicare innervosito ha scritto un raccontino breve dove c’era tipo un marziano che voleva atterrare sulla Terra con una nave spaziale, ma la torre di controllo non lo faceva atterrare perchè si dichiarava “vuoto”, ed alla fine la torre si arrendeva dicendo “niente… continua a dichiararsi vuoto”. Lo so che detto così è una scemenza, ma faceva ridere, abbiamo riso tutti compreso ScrittoreVero che non gli ha più detto nulla sul titolo da dementi.
Ed un altro che chiameremo Ulisse perchè secondo me aveva anche lui “il molteplice ingegno” aveva scritto una poesia in una lingua completamente inventata, una poesia che ne capivi il senso ESCLUSIVAMENTE per assonanza, un lavoro immane, per me era bellissima, ed il SignorColtissimoIracondo – che credo nella vita reale fosse un agente della CIA che per copertura si fingeva commercialista – la trovò così orrenda che si lanciò in un quarto d’ora di critica punto per punto e riga per riga con insulti LATRATI, una roba che un alano con la rabbia in confronto sembra un morbido coniglietto nano. E Ulisse zitto.
Alla fine SignorColtissimoIracondo si placa e rimane lì ad aspettare la replica di Ulisse, e quello gli fa, serenissimo:
– Oh, bastava un semplice “fa cagare”.

L’ho ammirato tantissimo.
E continuo.

[oldies-eds] Frammenti di non amore.

..bought a ticket for a runaway train
like a mad man laughing at the rain
little out of touch little insane
just easier than dealing with the pain..
(“Runaway Train”, Soul Asylum)

Ricordo che se ne andò con rabbia, per rabbia.
Dopo una lite come tante, prima di dormire.
O forse lo pensai io sola.
Un rumore, un sobbalzo, e nella stanza d’albergo
il letto vuoto era una dichiarazione
tanto netta da far rabbrividire. Le parole
guariscono, ho pensato. Si può parlare.
Il silenzio accusava, invece. Senza tregua.
La notte trascorse ad occhi spalancati, immaginando
la vergogna dell’andarsene al mattino, sola,
donna usa e getta. Rumori di gente
e di altre vite dietro le porte, e silenzio,
da affogarci. Alle cinque un taxi per
sfuggire agli occhi del portiere.
Alle sei un treno per tornare a casa.
La comprensione, quella mai.

Le notti sono orribili, lo sai?
Le notti sono lugubri paludi, e tu dormi.
Al mattino so di non avere quel coraggio,
ti giuro sempre di aver dormito bene.
E la mano corre a stringere la tua, che quasi
sempre ritiri, nel sonno.

Uno sgattaiolava via nel mezzo della notte,
sgusciando giù dal letto, bel sorriso e squame
di serpente fuori dal lenzuolo.
A metà dei sogni una parola bofonchiata, molto
spesso “moglie” a volte “amore” altre nemmeno un
sussurro. Un’impronta sul cuscino e una sul cuore,
istanti da raccogliere insieme ai vestiti rimasti
sul pavimento. Briciole delle briciole, a cesare
quel che è di altre, e prima di altre ancora.
Una volta sola rimase fino alla mattina.
Per dire che non sarebbe più venuto.

Ogni risveglio è uno schiudersi del guscio.
Ogni volta che mi guardi è nell’imprinting che
io spero. Mi stupisce che tu mi riconosca, ogni
volta, che tu non abbia mai sbagliato il nome
con cui mi chiami. Fino ad ora.

E ancora lettere, come cappi, astuti lazi al mio
collo di bestiola fremente, cieca. Lettere
a smentire la realtà, ti amo mentre me ne vado,
ti penso mentre rido altrove, ti prego non
andare detto spalancando porte, così scriveva
quello, così fingevo io che fosse vero.
Così ho creduto vero un divertente equivoco,
le stesse strade illuminate che percorse a ritroso
danno vertigine, tanto alta è la vergogna che
ho di me. Tutta qui, racchiusa nella mano
che porto alla fronte, sta la mia credulità.
Ti amo come un mantra scaccia ramanzine. Che
spreco di carta, di inchiostro, di vita.

Quando finisce la domenica guardo al treno
come un nemico da combattere. Andarsene, staccarsi,
caricarsi come un pacco sui sedili puzzolenti e sorriderti
dietro un vetro opaco, rispecchiandomi a mezzo,
non è abitudine, è guerra. Di ogni treno mi dico
“è l’ultimo che prendo”. Non ho deciso, ancora,
in quale direzione.