click (turpiloquio alert)

Siamo al ristorante con gli amici storici. Mimosa è sul seggiolone a capotavola. Non è scesa da lì da quando siamo entrati, e sono quasi le tre del pomeriggio. Si annoia, io ho esaurito i trucchi e scaricato il telefono, per cui decido di tentarmela e di farla scendere, magari portarla nell’atrio del ristorante, deserto, in modo che non infastidisca nessuno.
La tiro giù, la appoggio per terra e le indico una cameriera di passaggio, dicendo che deve star ben lontana da quei signori in nero perché stanno lavorando.
La cameriera di passaggio mi sente e mi risponde in malo modo “Ahh beh, tanto ormai sono tutti in giro, per noi sono ostacoli da schivare!”
Lì per lì non rispondo. Poi però ci penso, mi infastidisce una risposta del genere, a maggior ragione detta ad una che praticamente non mangia per evitare che la prole dia noia al prossimo, al ristorante.
Eppure, ribatte una delle amiche presenti, devo “capire”. Perché la cameriera “poverina”. Perché effettivamente i bambini corrono in giro, scassano le palle. Sì, ma non la mia. “Ehhh, ma poverina, sarà così stufa di bambini maleducati”.

CLICK, ha fatto qualcosa nella mia testa.

Un giorno ho aperto un blog perché in fondo senza scrivere non sono capace di stare e perché mi piace anche leggere, mi piace la comunità che si crea tra chi legge e scrive, mi piacciono i racconti delle altre persone, i confronti con la vita degli altri, la testa degli altri, i problemi e le gioie degli altri, ma egoisticamente il mio primo motivo era il puro e semplice sfogo, mettere nero su bianco, chiarirmi le idee così, da sola, senza dover necessariamente ammorbare il prossimo a voce. Sono prolissa, sono confusionaria e sono una che tutto sommato vive con mezza testa sempre per aria, con un mezzo pensiero che gira gira e trova pace solo una volta messo per iscritto.
L’ho chiamato rem tene, verba sequentur, perché sono assolutamente convinta che se hai chiaro il concetto le parole vengano da sé.
Ancor meglio le parolacce.

CLICK, mi fa l’interruttore del cervello.
Perché sai cosa c’è? Che mi son davvero rotta le palle.

Quando ho aperto questo blog ho badato all’anonimato ed a nulla altro. Non mi interessava fare le “hit”, ho i tasti per la condivisione sui social DISABILITATI, da grande non so ancora cosa farò, sicuramente non la blogger, non mi sono mai posta il problema di essere più o meno interessante o accattivante o di avere la grafica figa e stigrancazzi del blogroll aggiornato. A me bastava scrivere. Alle volte ho chiuso qualche post perché eccessivamente personale, ho messo off line per un periodo qualcosa altro perché mi aveva portato contatti di ogni genere, oltre a far approdare qui alcuni amici di una vita, mio fratello, MIA MADRE ed il mio ex storico (ehilà, saluto con la manina!).

Poi un giorno ho avuto una figlia. Immediatamente non mi sono più sentita libera di scrivere quello che vivevo o quello che provavo. Immediatamente. Autocensura a tappeto. Perché non volevo avere un mummyblog. Perché non volevo mettere in piazza dei momenti intimi. Perché sarei stata comunque una che raccontava la vita di una terza persona.
Perché mi vergognavo. Alcuni dei miei affetti più cari mi hanno fatta sentire come una traditrice, e tutto sommato mi ci sono sentita anche io. E’ strano che solo ora mi salga dal fondo dello stomaco la rabbia per essere stata colpevolizzata, messa all’angolo, quasi minacciata “stai perdendo i contatti!”, perché dopo la nascita di Mimosa non ho più avuto – e non ho – il tempo per tutti che avevo una volta. E’ strano che solo ora mi renda conto di quanto chi avrebbe potuto tendere una mano (come ho fatto io in passato con altri) si sia limitato ad ancorarsi saldamente alla propria vita rifiutando qualunque compromesso, perché la “mia vita non può mica girare intorno ai tuoi comodi”.
E’ strano, ed è colpa mia, perché mi sono sentita in difetto per il semplice fatto di essere una madre. Come suona strano, eh? Essere una madre.

Mi sono sentita in difetto, e noiosa, e fuori gioco, e tutto quello che ho vissuto in questi quasi due anni me lo sono tenuta per me. Dentro, senza buttar fuori una riga, quasi non avessi il cazzo di coraggio di scrivere, il diritto di scrivere, che ogni giorno mi sento una benedetta dal cielo, dalla fortuna o da quel che si preferisce. Che quel sentimento che ritenevo di non poter in nessun modo “sbloccare”, se non con un figlio, manco mi immaginavo che razza di potenza fosse. Che a casa nostra si litiga infinitamente di più, ma si ride il doppio di quanto si litiga. Che neanche mi ricordo perché mi sbattesse qualcosa di dover uscire a bere una birra a forza. E quindi grazie, cameriera stronza, per quel “CLICK”.

Perché, come detto immediatamente dopo il click alla mia amica al ristorante, ho una grandissima novità da annunciare:
NON SOLO I FIGLI ALTRUI SCASSANO I COGLIONI ALLE PERSONE.

Anche gli adulti scassano i coglioni alla gente. Non sono le mamme che sono noiose, è la gente che è noiosa se non ti frega una mazza di stare a sentire. Tutti i monotematici sono noiosi. Tu che ogni mattina scrivi “Buongiorno un cazzo”, sei palloso come video sull’eyeliner! Tu, che ogni settimana ne cambi una e non sai non sa non capisci non capisce chissà come andrà ah no beh ne vedo un’altra, anche tu sei palloso, mi sanguinano le orecchie, vorrei infinitamente MENO DETTAGLI ANATOMICI PORCO MONDO!

Che poi vorrei anche capire perché se hai un figlio sei responsabile di tutte le rotture di maroni causate da tutti GLI ALTRI infanti. No, io davvero vorrei capire. Perché la cameriera di sente in diritto di rispondere male a me, perché la mia amica mi invita a comprenderla e perché è ritenuto normale questo lamentarsi generico, questo dire ad utero perché ovaia intenda?
Con gli altri rompicazzo non succede. Eppure. Anche gli adulti sono rumorosi, maleducati, puzzolenti, esasperanti, fastidiosi e lagnosi. La differenza è che non passiamo la giornata a rintuzzare nel prossimo ogni singolo atteggiamento irritante, altrimenti finiremmo alla neuro.

Le madri invece sono gara a parte. Questa specie di tiro al piccione per cui ad una che è madre puoi dire di tutto, che palle tuo figlio, ma perché non fai così, ma perché non fai cosà, ma non puoi portarlo (eh certo, a fare rafting), ma non puoi lasciarlo a casa (a chi?), eh ma così sbagli, eh ma così va bene, “cooomeee, hai nominato di nuovo tua figlia?? E’ BEN LA SECONDA VOLTA QUESTA SETTIMANA E SIAMO SOLO VENERDI! CHE PALLE!”, poi però mi devi sfrantegare i maroni con la lista esaustiva dei tuoi regali di Natale in fieri, insomma questa specie di tiro al piccione per cui una che ha figli deve sempre scusarsi per qualcosa, per il minor tempo, il minor spazio, le minori possibilità, oh scusi disturba, oh scusi infastidisce, oh scusi la irrita fortemente vedere persone al di sotto del metro che deambulano in sua presenza, a me avrebbe tediato per cui scusatemi, ma adesso il piccione si compra una fionda.
Anzi, no. La rispolvera.

Annunci

Hello. Torna Adele, e quindi torno anch’io.

Dunque.
Nelle rarissime (issime!issime!issime!) occasioni in cui capita ancora di fare vita sociale, e nelle rarissime (vedi sopra) occasioni in cui la radio della mia macchina torna ad essere la MIA RADIO della MIA macchina, e non la ripezione costante&perenne de “La Zanzara con l’abito da sera” nella carrozza porta erede, ecco, in quelle occasioni lì io ho sentito la nuova canzone di Adele ed il relativi “oh com’è struggente”.
Struggente?
La menata della ex che ti chiama a tutte le ore da quando è passata da “attenuante in caso di omicidio” a “struggimento amoroso”? Che vi è preso a tutti mentre vivevo rintanata nella mia ruota casa-figlia-lavoro?

Ma no, dai.
Adele, adele, già prima avevi quel certo non so che di gatto appeso ai maroni, ma adesso inizio a pensare che tu sia la versione femmina di Antonello Venditti. No, no, no, non si fa.
Struggente? Ma struggente un cazzo! Non è neanche più stalking, è la ex che non ti vuole finchè tu non sei lì lì per rifarti una vita: allora ti ha sempre amato.

Un milione di anni fa avevo un fidanzato che possedeva, oh fortunato, una ex di questo tipo. Modello Adele, fatta e finita.
Non se lo fila di pezza per mesi. Appena però le arriva voce che sia riammorosato – e ancor peggio, felice – tah dah! Squillino al cellulare!

“Hello, it’s me
I was wondering if after all these years you’d like to meet
To go over everything”

“Scusa ma tu non stai con uno da due anni?”
“Eh no sai ci siamo lasciati… e poi non era come con te!”

“They say that time’s supposed to heal ya
But I ain’t done much healing
Hello, can you hear me”

Sì, in effetti non ti sente bene. Perchè è in taverna, con la sua fidanzata nuova di pacca, e starebbe cercando di avere un rocambolesco rapporto sessuale sul divano buono dei genitori. Non ti sente. C’ha una vita. Capisci?
No.

“Hello from the other side
I must have called a thousand times
To tell you I’m sorry for everything that I’ve done
But when I call you never seem to be home”

Lasciamo stare il reato di stalking, questa è la dichiarazione perfetta delle “ex Adele passivo-aggressive”:
“Ti ho chiamato taaaaantissimeee volte. Per scusarmi di averti fatto becco e di essermi fatta sgamare e di averti lasciato come un sacco di spazzatura davanti ad un cassonetto pieno”.
Finito? No!
“MA TU NON SEI MAI A CASA QUANDO TI CHIAMO virgola e sottinteso: STRONZO”

Fatemi capire chi al giorno d’oggi, esclusa la mia vicina di casa settantenne che riceve chiamate nel cuore della notte e risponde garrula dei “prooontooooooooooooo?” a 90 dB che mi risvegliano figlia e nazismo, chi ca* telefona A CASA, se non quelli dei call center, la nonna a Natale e…Adele, al suo ex.
Per poi potersi lamentare che lui non c’era.
‘sticazzi, Adele, quel numero non sarà manco più il suo. Starai chiamando un’ufficio postale, dopo le 16 non c’è più nessuno, figurati se fanno straordinario per pigliare le tue drunk-dials delle due di notte.

E poi, eccolo qui: il Manifesto del Partito Adelista. La rosicata lasciata cadere così, con la grazia di un Gasparri in moschea:

“At least I can say that I’ve tried
To tell you I’m sorry for breaking your heart
But it don’t matter it clearly doesn’t tear you apart anymore

Io ci ho provato, con lieve ritardo di lustri, a scusarmi per quella scopata col tuo amico di dieci anni fa.
LO STRONZO CARO MIO SEI TU, CHE DOPO DIECI ANNI NON CI PIANGI ANCORA SOPRA. E ALLORA MICA MI AMAVI! SE ERA AMORE VERO, CARO MIO, STAVI ANCORA SEDUTO ACCANTO AL TELEFONO FISSO, A TREMARE OGNI VOLTA CHE IL COMPUTER DELLA VODAFONE SELEZIONA IL TUO NUMERO PER L’OFFERTA ADSL CASA, CON ‘NA PEZZETTA SULLA FRONTE E I KLEENEX ACCANTO! E INVECE NO! COME OSI RIFARTI UNA VITA?!”

Sarà che ci sono passata.
Sarà che il dialogo:

“Ma ti sei fidanzato?”
“Sì”
“Ci vediamo?”
“No!”
“Ma io voglio vederti!!”
“Non è il caso, mi dispiace!”
“STRONZO, ALMENO PER GLI AUGURI!”
“Gli auguri di che?”
“GLI AUGURI DI PASQUA!”
è avvenuto davvero, protagonista il mio fidanzato dell’epoca, davanti ai miei attoniti occhi e le mie ancor più attonite orecchie.

Ma come diamine si fa a considerare struggente la versione americana di “EH LUCA?!”

La fretta dello sciacallo

Alcuni anni fa, qualcuno lo ricorderà suppongo, una ragazza padovana andò in vacanza in spagna con un’amica, sparì dopo una serata, e fu ritrovata il giorno dopo, morta, nascosta dietro un cespuglio.
Venne arrestato un tizio, reo confesso. La uccise perché lei resistette ad un tentativo di violenza sessuale.

All’epoca, nelle pochissime ore passate tra “è sparita” e “è morta”, un noto giornalista italiano che ha una rubrica di, boh, come si chiamano adesso? Attualità? Costume e società? sulla Gazzetta, scrisse un trafiletto in cui diceva, papale papale, “vabbè ecco i nostri giovani di paese, vanno in vacanza dove c’è movida, poi si drogano e tutti fatti muoiono annegati. La troveranno in mare.”
Invece no. Niente droga, niente fattanza, niente “eh se l’è cercata”.
Un uomo violento, uno stupro, un omicidio.

Ma, nota bene, mai quel giornalista scrisse due righe dicendo “mi sono sbagliato, chiedo scusa alla famiglia”.

In questi giorni è in prima pagina la tragedia del liceale padovano caduto dal quinto piano di un hotel a Milano. I giornali banchettano sulla sua vicenda, sul malore, sullo “slavo in hotel”, sul chi come cosa dove quando.
Chi è stato? Chi è stato? Di chi è la colpa per quel volo, per quel malore, per quel bagno trovato chiuso?

Un noto giornalista scrive un editoriale, sul giornale locale, in cui immagina di scrutare le facce dei compagni di classe al funerale e convincerli a dire “la verità”, la quale verità sarebbe ammettere che hanno somministrato del lassativo al ragazzo per scherzo. Sarebbe, perché la polizia nega la faccenda, i ragazzi negano, e di lassativo per ora non s’è trovata traccia. Insomma questo editoriale, uscito che già tutti affermavano che la storia del lassativo fosse falsa, finisce con una frase tipo “se non ammettete la vostra colpa la vostra vita non avrà più senso”.

Al momento pare che non ci sia colpa. Non lassativo, ma tristemente cagotto da alcool. Alzi la mano chi non ha un amico che c’è passato.
Non c’è la colpa (erano maggiorenni), non c’è colpevole, non c’è assassino.

Solo tanto dolore e tante, tante parole a sproposito.
A questo giro qualcuno scriverà due righe per chiedere scusa a questi ragazzi?
Io, onestamente, ne dubito. Tanta la fretta di dare colpa, tanta la calma di dire ho sbagliato.

“è così breve l’amore, e così lungo l’oblio”.

Estemporanea stupefatta: il malignettesimo.

Ho sempre pensato che la maggior parte delle persone “cattive”, le persone malignette, che hanno sempre una mala parola per tutti, che si gonfiano di invidia, che non riconoscono meriti e pregi neppure dei propri figli, sia così semplicemente perché infelice. Tanti anni fa ho letto un racconto, online, che parlava di una gelataia cattivissima che tutto il giorno pensa cose tremende di chi va a comprare il gelato, e sogna “cose belle per sè, e brutte per tutti gli altri”.

Mi devo ricredere. Ho scoperto che ci sono persone maligne, cattive senza ritegno e senza rimorso, per cui la conditio sine qua non della felicità è proprio che arrivi accompagnata dall’infelicità altrui.
VAE VICTIS! Non basta aver vinto, bisogna che il rivale muoia.
Il problema è quando il rivale non sa di esserlo: la nuova fidanzata di un ex, la moglie di quello che si farebbero loro, la collega della scrivania accanto, la vicina che ha un frullatore a quattro velocità mentre il loro ne ha tre soltanto.

Così si comprano un frullatore che ha cinque velocità e fa pure il caffè. Ma sono contente? No. Saranno contente quando si romperà il frullatore della vicina. Quando la moglie di quello lì ingrasserà o si presenterà ad una cena con 12 cm di ricrescita e le occhiaie. Quando la fidanzata numero due mollerà l’ex. Quando quando quando: quando tutti intorno a loro saranno infelici.
Perchè la tua felicità toglie qualcosa a me, anche quando sono felice pure io.
Cosa?
Boh.
Qualcosa.

Come si chiama questa patologia? Essere stupidi?

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

scrittori

Una decina di anni fa sono stata alla presentazione di un libro di Joe Lansdale. Era di sera, in una – mi sembra – biblioteca comunale milanese, c’erano zanzare a milioni e lui era, semplicemente, di una simpatia irresistibile. La gente ha passato più tempo a ridere che a fare domande, il che è tutto dire, con le cose che avresti da chiedere, potendo, a Joe Lansdale. Sulle sue storie, su quel delirio che è “le notti del drive in” (per chi non lo abbia mai letto: metti che finisce il mondo ed i superstiti sono circoscritti dentro un caro vecchio drive in americano anni ’50?), sui romanzi di formazione dove sembra anche a te di avere sempre sete, sempre caldo e sempre paura, o dove la gente spara agli scoiattoli perché sono CIBO. E potrei continuare.
Comunque tutto è piacevolissimo. Finché.
Finché si alza il solito, consueto, immancabile sottoprodotto da centro sociale malinteso, quello che può fare una questione politica anche di un rotolo di carta igienica, quello che ha preso sul serio “destra e sinistra” di gaber e da allora si fa solo la doccia e mai un bagno, insomma quel genere di tizio lì, e gli chiede una cosa che suona come: “Ma lei cosa prova ad essere del Texas, che anche Georghe Bush (era presidente in carica) è del Texas?”
Prima che riesca a togliermi una scarpa e lanciarla in testa al tizio, Lansdale gli risponde serafico:
“Veramente secondo me in realtà Bush è del Tennessee”.
Chapeau.

Tempo fa ho letto il libro di Stephen King sulla scrittura. M’è rimasta impressa una parte in cui si lamenta che a lui ed ai suoi colleghi scrittori “di intrattenimento” nessuno, alle conferenze, alle presentazioni, nelle interviste, chieda mai niente riguardo alla scrittura, alle scelte stilistiche, al linguaggio. Insomma alla fatica del mettere una parola dietro l’altra, al perché del suo mestiere.
A me personalmente non verrebbe mai in mente di chiedere a King perché ha scritto un libro in terza persona e non in prima. Mi verrebbe da chiedere cosa si sia fumato prima di scrivere Dolores Claiborne o come diamine sia possibile che la stessa persona produca un libro di una noia immonda come “la bambina che amava tom gordon” ed una gioia per il lettore come Cose Preziose, La Metà Oscura, La storia di Lisey.
No, non sto snobbando King (o Deaver, o Grisham, o Pelecanos, o Martin, o la Zimmer Bradley, o qualunque altro scrittore di best seller vi venga in mente). Prima di dire che un libro è scritto male, male inteso come MALE, coi periodini da prima elementare, con frasi senza senso, con dieci vocaboli in tutto consiglierei di leggere un libro della trilogia de “Hunger Games” (una povertà totale), e se vogliamo aggiungere anche errori grammaticali (a lei = gli, ci sei anche TE, roba così) possiamo passare direttamente a Moccia.
Io per esempio ce l’ho da morire con Moccia. Anni di studio della lingua italiana buttati nel cesso, in nome del linguaggio giovane. Un signore pelato che scimmiotta i peggiori burini tredicenni. Se hai un figlio che legge Moccia, portagli via il libro: alla fine della lettura parlerà un italiano peggiore di prima! E’ un miracolo al contrario. Ma se è per quello ce l’ho anche con jovanotti (NON C’E’ NIENTE CHE HO BISOGNO… sì ti serve uno Zingarelli!), con Ligabue (Il consueto “sei te”, perché fa rima. Anche con bidet, vorrei far notare), con mille altri.

A casa mia si legge di tutto. E quando dico di tutto, intendo TUTTO. Divina commedia e Giobbe Covatta. Alda Merini e il Dizionario dei Proverbi. Carlo E Luca Goldoni. Gialli a pioggia. Italiani, americani, inglesi, scandinavi. Romanzi rosa e saggi sulle armi. L’importanza della Svizzera nell’Europa odierna ed Harry Potter. Io amo Harry Potter.
Se potessi avere indietro i soldi che ho speso in libri, avrei pagato mezzo mutuo; siccome oramai sono andati, pagherò invece un mutuo ventennale e già oggi, dopo tre anni, non so più dove mettere le librerie, dove aggiungere mensole, cosa spostare qui e lì. Quindi sì, sono decisamente di bocca buona, se è il caso.

Però per onestà bisogna dire, sia al tizio iperpolitico che poi va a fare le pulci alle conferenze di Lansdale, sia a King che si lamenta che non gli fanno le stesse domande che fanno alla Szymborska, sia a chi si incazza se dici che i libri di Fabio Volo sono Mocciate per over trenta (MA PARLANO DELLA VITA VERA! VEDI? E’ QUELLO CHE PENSO IO, RACCONTA LA MIA VITA QUOTIDIANA!…appunto, dico io! Appunto! PENSA CHE PALLE!), che poi ogni tanto approdi ad uno scrittore gioca un altro campionato. Una cosa che sembra di vedere Baresi redivivo dopo anni di Mexes.
Uno tipo Philip Roth.

“You fight your superficiality, your shallowness, so as to try to come at people without unreal expectations, without an overload of bias or hope or arrogance, as untanklike as you can be, sans cannon and machine guns and steel plating half a foot thick; you come at them unmenacingly on your own ten toes instead of tearing up the turf with your caterpillar treads, take them on with ad open mind, as equals, man to man, as we used to say, and yet you never fail to get them wrong. You might as well have the brain of a tank. You get them wrong before you meet them, while you’re anticipating meeting them; you get them wrong while you’re with them; and then you go home to tell somebody else about the meeting and you get them all wrong again. Since the same generally goes for them with you, the whole thing is really a dazzling illusion empty of all perception, an astonishing farce of misperception.[…] The fact remains that getting people right is not what living is all about anyway. It’s getting them wrong that is living, getting them wrong and wrong and wrong and then, on careful reconsideration, getting them wrong again. That’s how we know we’re alive: we’re wrong. Maybe the best thing would be to forget being right or wrong about people and just go along for the ride.”
[American Pastoral]

Che non so come dire, a me sembra un piccione planato sulla testa di tutti i Moccia del mondo.
Senza imodium.

di pistola, di spada o veleno: questione di scelte.

Io mi ero ripromessa di non pensare più, non scrivere più, non incazzarmi più, magari anche non votare più. Poi stamattina apro il giornale e c’è Renzi in prima pagina che dice: “Non avevo scelta”.
Tu figurati noi.

Dai risultati delle ultime elezioni abbiamo un paese diviso in 3:

1.Quelli che votano un partito che tecnicamente appartiene ad un pregiudicato. Dico “appartiene” non a caso. Il partito è suo, lo ha creato lui, coi suoi club Forza Italia il suo logo i suoi slogan il suo marketing le sue idee i suoi obiettivi ed il suo fottuto culto della personalità, roba che Mao era un principiante. Che poi siano venti anni che il partito SUO lo manteniamo NOI con contributi pubblici. e che ora non ci sia una regola per dire che se deve stare fuori dal parlamento perché così è legge, dovrebbe non poter essere a capo del partito che rappresenta un terzo d’Italia, perché l’avrà anche inventato lui, ma puttana galera gli stipendi li paghiamo noi, no quello è irrilevante.
Poi noi siamo gli esperti de “I debiti sono pubblici, i guadagni sono privati”. E’ la nostra personalissima, italianissima idea di libero mercato, mica vero cara Fiat? Ah no, non si chiama più Fiat.
Quando Marchionne (lui si chiama ancora Marchionne o adesso si pronuncia Van Der March?) se n’è uscito dicendo che la Fiat allo stato non deve un euro perchè non ha mai preso un euro, ecco, quello è stato l’unico vero momento in cui, in vita mia, ho sentito fortissimo, ancestrale, insopprimibile, il bisogno di prendere in mano un sanpietrino.

2. Quelli che votano un partito di Bruti e Cassii. Che quando fanno le primarie oramai quello che le vince dovrebbe toccarsi i coglioni invece di stappare lo spumante, che le primarie del PD sono diventate come il Trofeo Berlusconi degli anni d’oro, chi vince può dire addio ai sogni di gloria. Dopo svariati proclami di desiderio di riforme, cambiamento e tutto l’apparato di banalità che solo il segretario del pd e la vincitrice di miss italia riescono ad inanellare, eccoci qui al giro di boa: quelli che votano un partito il cui leader fila dal leader del partito sopra per sentire che ne pensa lui di un accordo, intanto per subito. Senza mettere in mezzo il parlamento, perché in parlamento non ci sta nè l’altro, nè l’uno.
“Ch ch ch ch chaaaangeeeees, turn and face the stranger!”

3. Quelli che votano il partito che ha permesso agli elettori degli altri due di improvvisarsi sinistrorsi radical chic per una notte. Avete presente l’amico colto di sinistra, quell’amico fastidioso, magari in pensione, magari impiegato comunale, che va a lavorare in bicicletta (a 20 metri da casa) e ti incita ad andarci anche tu (che lavori a 47 km e non ci passa manco il bus), che dopo guccini è morta la musica, che casca in qualunque bufala di fb perchè viene dall’allenamento di anni ed anni di lettura del giornale di partito, che ti fa quell’occhiata stretta, dall’alto in basso, ogni volta che siete in disaccordo su qualcosa, quell’occhiata che dice “Tu paramecio involuto cosa vuoi sapere, tu che non voti SEL!”?
Sì che ce l’avete presente. E se non ce l’avete presente, siete VOI l’amico fastidioso.
Benissimo, il movimento 5S ha stanato il SinistroSupponente che vive in ognuno di noi, anche nel più incallito destrorso protoleghista di noi: “Cosa vuoi capire tu che voti quei cretini del M5S”
Ti piace vincere facile?
Posto che a me 99 su 100 vengono i brividi quando parla qualcuno dei loro (il Tecnologico può confermare: quando ascolta i discorsi alle camere, se io dall’altro pc alzo la testa e dico “ma chi cazzo è ‘sto deficiente?” piglio sempre il povero grillino di turno), mi spiace dover sfatare due miti in uno: NO, non sono l’unica vera congrega di capre che abbiamo in italia. Quello è l’UDC. E no, non sono “compagni che sbagliano”, come pare di intuire dalla lettura del pur bell’articolo di Scanzi, “Cari Grillini non potete fare errori”.
Perchè?
Perchè Gesù Cristo, fino a prova contraria, non è morto di freddo.
Se hai una persona come Luigi di Maio tra le tue file, ed in tv ci mandi il tizio dei chip sottocutanei, quello sì è un errore.
Se tu rilasci un’intervista in cui rispondi a 10 domande del giornalista, e quello manda in onda l’unica a cui non hai risposto, quella sì è ingenuità tua, e malafede sua.
Ma se il tizio che POSSIEDE (di nuovo?) il tuo partito (ah no non è un partito), che ne ha inventato il logo gli slogan il marketing (scusate il copia incolla, non è colpa mia se non son tanto fantasiosi là, dove le sorti dell’italia si decidono, ovvero FUORI DAL PARLAMENTO), insomma se quel tizio lì dal suo blog che è la sua principale cassa di risonanza decide di attaccare la presidentessa della camera, quello non è un errore, quella è una precisa strategia comunicativa.
Non ha “sbagliato”. Voleva quello.
Perché?
Il Signore mi fulmini se lo so.

Che poi, “Il Signore mi fulmini se lo so” è la mia definitiva, precisa ed oltremodo deprimente intenzione di voto.

Matteo, e non avresti scelta tu? Ma va, va, va.