perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

Faceva davvero molto caldo, in quella prima settimana di luglio.
Lei si era già trasferita, camera sua era vuota, coi mobili mezzi accatastati per ridare la tinta ai muri. Camera sua era sempre chiusa, perché a vederla così mi prendeva lo sconforto.
In casa l’aria era bollente, sempre stata un forno, tutto il pomeriggio in battuta di sole con gli infissi di carta velina e niente tenda sul terrazzino. Aprivi le finestre e non c’era un filo di vento, tutto immobile. Ogni volta che aprivo un mobile trovavo altre cose da portare via, da imballare, da ricollocare. Non lo sapevo ancora, ma avrei avuto incubi per anni riguardo a quei mobili cornucopia da cui la roba continuava a ricrearsi e rispuntare fuori.
Poi sono arrivati in soccorso gli amici e in 24 ore (e sei macchine e 8 paia di braccia in più) abbiamo finito, chiuso, terminato, kaputt! Prendi i gatti e scappa. Ho ridato le chiavi. Ho pianto un poco. Non lo sapevo ancora, ma avrei continuato a sognarla per anni, quella casa. Sogno, ogni tanto, di guardarla da ospite, e chi ci vive l’ha resa bellissima, e provo invidia per la capacità di creare bellezza laddove io al massimo creo caos.
La sera ci siamo guardati intorno, sudati e stanchi, il Generale s’è impossessato del telecomando dell’aria condizionata e io ho pensato “Bene, e adesso?”.

4 anni dopo, nella stessa settimana di luglio, altrettanto bollente purtroppo, avevamo una neonata che non dormiva mai. Chissà se chi ha figli che dormono o chi non ne ha affatto riesce a capire la frase “non dorme mai”. Non vuol dire che dorme cinque ore. O quattro. O tre e poi altre tre. Vuol dire mai. Vuol dire che se dorme tre ore poi è sveglia altre tre. 24/24, 7/7. Vuol dire che tre ore filate le dorme una volta al giorno. Se hai culo, col buio. Altrimenti, ogni ora, ogni mezzora, “ueeeeeeè”. Vuol dire due adulti che dopo 4 mesi di costante privazione di sonno, ormai incapaci anche delle cose più semplici perché troppo sfiniti per tutto, si guardano in faccia e si chiedono “E adesso?”.
Un anno dopo, ancora lo stesso giorno di Luglio come il fedele facebook mi ricordò, ho lasciato la mia ex-neonata al padre per il tempo di una doccia. Di solito la doccia dura cinque minuti e quando esco il Tecnologico mi lancia la figlia effettuando un passaggio all’indietro da rugbysta esperto (che non è, temo inoltre si stia allenando per provare un drop, con la figlia) e fugge verso le verdi praterie del caffè, mentre quel giorno preciso preciso di quella settimana precisa precisa li ho trovati lì, seduti sul divano, con lei che ordinava indicando il foglio l’animale da disegnare e lui che eseguiva obbediente, e non si scollava di torno.

L’ho preso come un segno. Il segno che in tempi a venire forse potrò perfino lavarmi i capelli.

Mesi dopo è passata a trovarci la nostra amica Allegra. Allegra ha dieci anni meno di me, almeno 15 cm di altezza in più, capelli rossicci e sciarpe larghe e si mangia le parole quando parla, al che spesso la perdo a metà di un discorso e la ritrovo solo in fondo, senza essere sicura di aver capito come ci siamo arrivate. Mimosa la adora, io pure. E’ difficile trovare qualcuno a cui possa star sullo stomaco Allegra, è come farsi star sulle palle quel filo di vento che ti rinfresca quando hai troppo caldo anche solo per spostarti.

Abbiamo riesumato la cara vecchia brandina pieghevole (brandina pieghevole non rende l’idea, è un monolite di ferro originario degli anni ’70 che – fatalità – si può anche ripiegare su se stesso), quella di quando abitavamo nell’altra casa, le ho preparato il letto e mi ha colpita il pensiero di quante persone provenienti dalle più disparate regioni e frequentazioni abbiano dormito su quel catafalco. Allegra è arrivata dal centro italia nelle nostre vite, sul catafalco e nel nostro cuore grazie ad un blog. Quello che avevo un decennio fa. Quello attraverso il quale ho conosciuto il Tecnologico.
E mentre le guardavo giocare, con Mimosa che in genere è così diffidente che le dava la mano spontaneamente, fiduciosa, e Allegra che se la portava mille volte su e giù dalle scale mobili del supermercato, ho realizzato che le ho entrambe, ora, l’amica e la figlia, la ragazzina che ho visto diventare donna e la neonata che diventa una persona, le ho entrambe perché una volta scrivevo un blog.
Ad un certo punto, chissenefrega di lavarsi i capelli.

click (turpiloquio alert)

Siamo al ristorante con gli amici storici. Mimosa è sul seggiolone a capotavola. Non è scesa da lì da quando siamo entrati, e sono quasi le tre del pomeriggio. Si annoia, io ho esaurito i trucchi e scaricato il telefono, per cui decido di tentarmela e di farla scendere, magari portarla nell’atrio del ristorante, deserto, in modo che non infastidisca nessuno.
La tiro giù, la appoggio per terra e le indico una cameriera di passaggio, dicendo che deve star ben lontana da quei signori in nero perché stanno lavorando.
La cameriera di passaggio mi sente e mi risponde in malo modo “Ahh beh, tanto ormai sono tutti in giro, per noi sono ostacoli da schivare!”
Lì per lì non rispondo. Poi però ci penso, mi infastidisce una risposta del genere, a maggior ragione detta ad una che praticamente non mangia per evitare che la prole dia noia al prossimo, al ristorante.
Eppure, ribatte una delle amiche presenti, devo “capire”. Perché la cameriera “poverina”. Perché effettivamente i bambini corrono in giro, scassano le palle. Sì, ma non la mia. “Ehhh, ma poverina, sarà così stufa di bambini maleducati”.

CLICK, ha fatto qualcosa nella mia testa.

Un giorno ho aperto un blog perché in fondo senza scrivere non sono capace di stare e perché mi piace anche leggere, mi piace la comunità che si crea tra chi legge e scrive, mi piacciono i racconti delle altre persone, i confronti con la vita degli altri, la testa degli altri, i problemi e le gioie degli altri, ma egoisticamente il mio primo motivo era il puro e semplice sfogo, mettere nero su bianco, chiarirmi le idee così, da sola, senza dover necessariamente ammorbare il prossimo a voce. Sono prolissa, sono confusionaria e sono una che tutto sommato vive con mezza testa sempre per aria, con un mezzo pensiero che gira gira e trova pace solo una volta messo per iscritto.
L’ho chiamato rem tene, verba sequentur, perché sono assolutamente convinta che se hai chiaro il concetto le parole vengano da sé.
Ancor meglio le parolacce.

CLICK, mi fa l’interruttore del cervello.
Perché sai cosa c’è? Che mi son davvero rotta le palle.

Quando ho aperto questo blog ho badato all’anonimato ed a nulla altro. Non mi interessava fare le “hit”, ho i tasti per la condivisione sui social DISABILITATI, da grande non so ancora cosa farò, sicuramente non la blogger, non mi sono mai posta il problema di essere più o meno interessante o accattivante o di avere la grafica figa e stigrancazzi del blogroll aggiornato. A me bastava scrivere. Alle volte ho chiuso qualche post perché eccessivamente personale, ho messo off line per un periodo qualcosa altro perché mi aveva portato contatti di ogni genere, oltre a far approdare qui alcuni amici di una vita, mio fratello, MIA MADRE ed il mio ex storico (ehilà, saluto con la manina!).

Poi un giorno ho avuto una figlia. Immediatamente non mi sono più sentita libera di scrivere quello che vivevo o quello che provavo. Immediatamente. Autocensura a tappeto. Perché non volevo avere un mummyblog. Perché non volevo mettere in piazza dei momenti intimi. Perché sarei stata comunque una che raccontava la vita di una terza persona.
Perché mi vergognavo. Alcuni dei miei affetti più cari mi hanno fatta sentire come una traditrice, e tutto sommato mi ci sono sentita anche io. E’ strano che solo ora mi salga dal fondo dello stomaco la rabbia per essere stata colpevolizzata, messa all’angolo, quasi minacciata “stai perdendo i contatti!”, perché dopo la nascita di Mimosa non ho più avuto – e non ho – il tempo per tutti che avevo una volta. E’ strano che solo ora mi renda conto di quanto chi avrebbe potuto tendere una mano (come ho fatto io in passato con altri) si sia limitato ad ancorarsi saldamente alla propria vita rifiutando qualunque compromesso, perché la “mia vita non può mica girare intorno ai tuoi comodi”.
E’ strano, ed è colpa mia, perché mi sono sentita in difetto per il semplice fatto di essere una madre. Come suona strano, eh? Essere una madre.

Mi sono sentita in difetto, e noiosa, e fuori gioco, e tutto quello che ho vissuto in questi quasi due anni me lo sono tenuta per me. Dentro, senza buttar fuori una riga, quasi non avessi il cazzo di coraggio di scrivere, il diritto di scrivere, che ogni giorno mi sento una benedetta dal cielo, dalla fortuna o da quel che si preferisce. Che quel sentimento che ritenevo di non poter in nessun modo “sbloccare”, se non con un figlio, manco mi immaginavo che razza di potenza fosse. Che a casa nostra si litiga infinitamente di più, ma si ride il doppio di quanto si litiga. Che neanche mi ricordo perché mi sbattesse qualcosa di dover uscire a bere una birra a forza. E quindi grazie, cameriera stronza, per quel “CLICK”.

Perché, come detto immediatamente dopo il click alla mia amica al ristorante, ho una grandissima novità da annunciare:
NON SOLO I FIGLI ALTRUI SCASSANO I COGLIONI ALLE PERSONE.

Anche gli adulti scassano i coglioni alla gente. Non sono le mamme che sono noiose, è la gente che è noiosa se non ti frega una mazza di stare a sentire. Tutti i monotematici sono noiosi. Tu che ogni mattina scrivi “Buongiorno un cazzo”, sei palloso come video sull’eyeliner! Tu, che ogni settimana ne cambi una e non sai non sa non capisci non capisce chissà come andrà ah no beh ne vedo un’altra, anche tu sei palloso, mi sanguinano le orecchie, vorrei infinitamente MENO DETTAGLI ANATOMICI PORCO MONDO!

Che poi vorrei anche capire perché se hai un figlio sei responsabile di tutte le rotture di maroni causate da tutti GLI ALTRI infanti. No, io davvero vorrei capire. Perché la cameriera di sente in diritto di rispondere male a me, perché la mia amica mi invita a comprenderla e perché è ritenuto normale questo lamentarsi generico, questo dire ad utero perché ovaia intenda?
Con gli altri rompicazzo non succede. Eppure. Anche gli adulti sono rumorosi, maleducati, puzzolenti, esasperanti, fastidiosi e lagnosi. La differenza è che non passiamo la giornata a rintuzzare nel prossimo ogni singolo atteggiamento irritante, altrimenti finiremmo alla neuro.

Le madri invece sono gara a parte. Questa specie di tiro al piccione per cui ad una che è madre puoi dire di tutto, che palle tuo figlio, ma perché non fai così, ma perché non fai cosà, ma non puoi portarlo (eh certo, a fare rafting), ma non puoi lasciarlo a casa (a chi?), eh ma così sbagli, eh ma così va bene, “cooomeee, hai nominato di nuovo tua figlia?? E’ BEN LA SECONDA VOLTA QUESTA SETTIMANA E SIAMO SOLO VENERDI! CHE PALLE!”, poi però mi devi sfrantegare i maroni con la lista esaustiva dei tuoi regali di Natale in fieri, insomma questa specie di tiro al piccione per cui una che ha figli deve sempre scusarsi per qualcosa, per il minor tempo, il minor spazio, le minori possibilità, oh scusi disturba, oh scusi infastidisce, oh scusi la irrita fortemente vedere persone al di sotto del metro che deambulano in sua presenza, a me avrebbe tediato per cui scusatemi, ma adesso il piccione si compra una fionda.
Anzi, no. La rispolvera.

stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

non mangiavo la frittata

Ingannatrice è la madre più di ogni altra cosa.
Quando ero piccola mia madre spacciava come “frittata” una poltiglia semiliquida, molliccia da brividi lungo la schiena, che solo con l’avvento dei 20 anni e relativi viaggi all’estero e colazione in hotel scoprii essere, in realtà, uova (poco) strapazzate.
A me la poltiglia molliccina, che la Genitrice Maxima tuttora adora mangiare raccogliendola sul pane, faceva e fa ancora uno schifo poderoso, cosa piuttosto insolita per me che sono la versione umana di una pattumiera, e negli anni tanto era il disgusto verso quello specifico piatto che mi riuscì pure di farmi esentare dal mangiarlo.

Invece mia nonna, laggiù nell’isola, faceva questo frittatone rosolato nell’olio, alto tre dita, con i piselli, girato da un lato all’altro direttamente usando il coperchio con maestria e delicatezza, una frittata da otto, nove persone eh, mica usava il pentolino delle crepes! Questo frittatone era per me cibo degli Dei, il miraggio di un pranzo squisito con la fame che il mare sa mettere ai bambini, un piatto che nella memoria si è ancorato fisso all’odore di resina dei pini marittimi, di eucalipto, mirto, ginestra, e della terra argillosa, e di quel profumo di nonna che non ho mai chiesto cosa fosse, ma sembrava borotalco.

Figlia si avvicina alla boa del primo anno e da qualche settimana chiede a gran voce tutto quello che abbiamo nel piatto e pasti reali al posto delle pappette. Unico problema: Mimosa non ha denti. Mimosa possiede UN unico e solitario dente, un incisivo inferiore che è di nessuna utilità ai fini della masticazione. Quindi serve cibo morbido, friabile, spezzettabile a monte della piccola piranha.
La frittata di nonna, per esempio. La ricetta imparata rubando con gli occhi, e mai ripetuta uguale, probabilmente perché senza pini, mare e ginestre uno deve arrangiarsi come può, e la frittata sa di uova e non di infanzia, purtroppo. Così le ho fatto quella frittata lì. Girandola col coperchio, scottandomi una mano, rimpiangendo innumerevoli momenti a ritroso degli ultimi 30 anni; non ultimo, il non aver ancora presentato Mimosa alla (bis)Nonna.
Non ultima, la smemorite che si è divorata i ricordi a breve termine di Nonna e la sua possibilità di ricordare adesso ciò che hai detto due minuti fa. Non ultima, questa memoria ballerina, che svanisce dal presente e trova approdo sicuro solo nel passato, che fa sì che la mia meravigliosa, vivace, dolcissima Nonna che cucinava per reggimenti ed a sera nuotava sola fino alle boe non mi telefoni più dopo Cagliari-Milan, non cucini più la frittata, e non abbia alcuna impazienza di conoscere la prima bisnipote che le è nata… perché non si ricorda che c’è.

Il potere evocativo delle ricette di famiglia è davvero un’arma a doppio taglio.

dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)