lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

wake me up when april ends

L’effetto del “cambio di stagione” quest’anno è assolutamente terrificante, se mi fosse scesa ancora un poco la pressione Berlusconi lo avrebbero mandato ad assistere me, che ne avevo più bisogno dei vecchietti di Cesano.
(Che poi, Cesano. Cesano BOSCONE. Epperò non c’è bosco. Come Ceriano. Ceriano Laghetto. Che bel nome. Ma non c’è il lago! Ma allora anche io voglio che il posto dove vivo sia ribattezzato SanPiccoloPosto Al Mare. Il poeta è un mentitore, diceva quello.)

Comunque, è un mese e mezzo che striscio. Non deambulo, striscio. Non che normalmente io sia un iraddiddio con l’argento vivo addosso, ma questa volta s’è messa veramente grigia. Mi alzo stanca, barcollo tutto il giorno, non riesco ad andare in palestra perché non mi reggo in piedi, lavoro malissimo perché appena finisco la lista delle urgenze, solo a rileggerla mi viene da piangere, l’idea di telefonare ad un cliente mi provoca l’orticaria e tendenzialmente potrei dormire appoggiata all’archivio in un qualunque momento della giornata lavorativa. Neanche il caffè ce la fa a tenermi in piedi. La musica neppure. Mi si è pure ingrossato il culo, il maledetto! Lo sento! Si sta pandorizzando anche lui! Sono le premesse per lo sfacelo fisico totale.

Torno a casa dal lavoro che fatico a mantenere la concentrazione necessaria per guidare, vivaddio, figurarsi pensare al mantenimento di una parvenza di vita sociale.
La mia vita sociale delle ultime settimane, complice anche un lungo viaggio all’estero del Tecnologico per motivi di lavoro, è stata:

1. mentire accampando improbabili impegni ad ogni invito ricevuto – tranne UNA sera, ovvero quando una delle miei due amiche del cuore, quella rimasta in italia, mi ha proposto un’irresistibile “serata donne” con queste parole: “facciamo che vengo a cena da te, porto sushi, ci mettiamo il pigiama e non ci muoviamo dal divano?” (se penso che fino a qualche anno fa avremmo bevuto litri di mojito in giro per la città mi sento male)

2. rifiutare qualunque altra proposta anche senza mentire

3. guardare teen movies sul divano, finendo con lo schiacciare uno dei gatti addormentandomici sopra. Alle nove di sera.

4. uscire numero UNA volta, a bere numero UNA birra, desiderando di essere sul divano con un gatto sotto la pancia ed uno sopra.

C’è di buono che si risparmiano soldi.
Che di questo passo finiranno spesi in integratori, se non direttamente per la retta della pensione anni azzurri.

degli amici che puoi felicemente perdere nell’età adulta

Quando sei giovane per ogni amico che va, c’è un amico che arriva.
Il giro sociale in genere è grande, la rottura di palle di restare a casa una sera è immensa, l’ingenuità la fa da padrona, ed è facile sia litigare che conoscere qualcuno di nuovo. Per ogni amico che va comunque c’è una piccola tragedia, delusione, alti lamenti. Perdere un amico è una delle cose più dolorose che ci siano.

Quando arrivi poi nel magico mondo degli over trenta, col tuo manipolo di amici-amici, quelli che ti sei portato avanti dai tempi del lego a quelli del clerasil, e dai tempi del clerasil a quelli del fondotinta COPRENTE, capita che ti guardi intorno e pensi “Caspita, eran trecento (ah, no, quella era un’altra storia), insomma eravamo tanti e adesso guardaci qui, siamo quattro gatti”. Spelacchiati.
Eppure, roba da non credere, vuoi il tempo vuoi la pigrizia vuoi la età che smussa gli spigoli, ma affila la lingua, anche tra gli amici che ti hanno fatto compagnia per quattro lustri della tua vita c’è qualcuno che vorresti, spereresti e tutto sommato, diciamocelo, POTRESTI, perdere per strada. Se necessario, usando il metodo della mamma di Pollicino.

Quello che ha i figli-Attila, e per questo non esce di casa.
Era un ragazzino educatissimo, ma da quando s’è riprodotto ha sposato in tutto e per tutto le teorie del bambino libero, naturale, slegato e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è che suo figlio è un’arma di distruzione di massa nonostante non raggiunga ancora il metro di altezza. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal tavolo alla televisione al cellulare alla tua pazienza, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che alzano gli occhi al cielo, ti sorridono beati e ti domandano a gesti se vuoi ancora vino, perché parlare al di sopra delle urla disumane del pargolo è IMPOSSIBILE.
Questi amici non solo non escono mai, nemmeno per un caffè di pomeriggio, non solo non cucinano mai, nemmeno se ti invitano alla cena di capodanno, non solo ti chiederanno puntuali come orologi svizzeri di portare tu la pizza perché loro stanno occupandosi dell’erede, ma trovano assolutamente normale che tu non possa mangiare perché il figlio ha deciso di giocare con la TUA pizza, o con i tuoi capelli, o con il tuo cellulare, o sopra la tua panza. Ogni serata si trasforma in un incubo, a sbirciare l’orologio già alle otto, e siccome il bambino deve vivere ai suoi ritmi quando torni a casa devastato alle undici di sera, lui è ancora al centro del salotto che suona la batteria. A tre anni.
Darsi malati. Sempre. Comunque. Dovunque. “Ma mi ha detto Alfonso che vi siete visti!” “Sì ma io non voglio mica contagiarti il bambino!”

Quello che ha i figli-Attila, e li porta a casa tua (perché al ristorante chiedono i danni. Veramente.)
Esattamente come sopra, a spese tue. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal TUO tavolo alla TUA televisione al TUO gatto, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che non proferiscono verbo, se non per lamentarsi con te quando il gatto decide di salvarsi la pelle ed osa graffiare il ragazzino che lo stava battendo come fosse un tappeto.
Appena ti giri il ragazzino è scomparso e lo trovi che sta tentando di allagarti il bagno, dopo aver tappato lo scarico del bidet con dei tampax. Agli occhi dei genitori, sarà colpa tua che non usi all’uopo delle foglie di banano biodegradabili.
Dichiarare affranti che il gatto ha la rogna, la peste bubbonica ed una rara forma di diarrea contagiosissima per l’uomo, specie per quelli di altezza inferiore al metro.

Erode.
Quello che al contrario i bambini non li vuole vedere nemmeno in fotografia. E quel locale no, e non verrà mica tizio col figlio, e non verrà mica tizio con la figlia (NO, la figlia ha 16 anni, esce da 3 per i cazzi suoi!), e in quella pizzeria lì una volta c’era una famiglia con un neonato, metti che tornino! E non nominare tuo nipote, e non nominare qualunque individuo non maggiorenne, dotato di patente e contribuente fiscale. Ecchemaroni. In genere l’Erode si elimina da solo, col naturale progredire delle gravidanze altrui. Glissare, in alternativa scegliere solo locali con sala giochi e parchetto.

Quello che un giorno si fidanza e scompare.
Sì, tecnicamente lo avresti GIA’ perso per strada, Il problema con quelli che si fidanzano e scompaiono è che spesso il microcosmo tu-io-io-te-io-te-tu-io implode, rendendoti i resti da raccogliere col cucchiaino di quello che una volta era tuo amico. L’altro problema è che in genere la categoria “fidanzati e PUF!” è recidiva, quindi tendono a riproporsi come gli agenti della Folletto, per altro avendo sempre meno gente A CUI riproporsi. Finché non rimani tu, solo tu, sempre tu.
Con questi però si fa prestissimo perché basta cambiare numero di telefono tra una fidanzata e l’altra.

Quello, o quella, che c’ha la crisi di mezza età quindici anni in anticipo.
Questo amico, che spesso è un’amica, era una persona normalissima, gradevole, divertente. Poi un giorno ha visto avvicinarsi gli anta a grandi falcate e per reazione ha deciso di tornare velocemente ai 16 anni. In primis ci torna con l’abbigliamento. Poi con la scelta del locale in cui vi vedete (ovviamente bandite le cene in casa, perché fanno vecchio e stanco). Da ultimo cambia l’atteggiamento nei confronti dell’altro sesso. Flirta con il cameriere, con il barista, con l’omino che vende le rose, con il collega incontrato per caso, con chiunque abbia nella nutritissima lista amici di facebook, col condomino, coi padri dei bambini del nido del figlio (sostituire pure madri/figlia), flirta perfino – di fronte a te – col vicino di posto a tavola.
Che è il Tecnologico.
La soluzione, in questo caso, è un buon avvocato penalista.

M’è scappata la pazienza. Qualcuno l’ha vista?

la differenza tra me e lei

Ho diciotto anni, è estate, e come ogni anno vado in vacanza al mare, nello stesso paesino da sempre. Questa specifica estate torna da un anno all’estero un ragazzo del posto. Bellissimo. Una bellezza totale, quasi abbacinante. E’ talmente bello che mai potrei aspirare non dico ad uscirci, ma neanche a parlarci, se non fosse che quello è proprio un paesino, turismo ce n’è poco, nel nostro range d’età ancora meno, e lui, grazie Signore grazie, lavora nell’unico locale notturno della zona.
Ha ovviamente un nutrito seguito di ragazzine, ragazze e donne dei paraggi, più alcune forestiere abituali, ma per volere divino, per la legge dei piccoli numeri, perché un giorno una botta di culo pure a me, quell’estate tutto sommato il meglio della piazza sono io.
La cosa potrebbe passare come consueta storiella estiva, durata 10-14 giorni, se non fosse che:
1. la storia ci piglia particolarmente bene. Entrambi.
2. mio padre decide che quello è l’anno giusto per rifare l’impianto elettrico.

Insomma io inizio ad essere lì tutti i week end, passa settembre, poi uno sì uno no, passa ottobre, poi c’è il ponte, passa novembre, poi c’è Natale, e arriva gennaio.
A quel punto stiamo insieme da alcuni mesi, ed i suoi amici iniziano a comportarsi stranamente. Sono sempre più scontrosi, mi trattano sempre con più freddezza quando non apertamente con antipatia. Le sue amiche sono spesso maleducate, criticano ad alta voce qualunque cosa io faccia, indossi, mangi, dica. La sua amica più stretta, molto grassottella, non perde occasione per rinfacciarmi una supposta “eccessiva magrezza”. Il suo amico mi sfotte ogni volta che indosso qualcosa che non siano jeans, perchè “sono fighetta” “non sono vestiti adatti” “stono”. Per il resto, nessuno più mi rivolge la parola.
Arrivano a dirgli cose tipo “per lei non c’è posto in macchina”, scatenando scenate aberranti quando lui risponde “va bene, allora non veniamo”, oppure “ok, lei viene in macchina ed io farò l’autostop”: no l’autostop lo fa lei, noi non la vogliamo.
In tutto questo io sapevo di non aver fatto niente. Quello che non sapevo era che tecnicamente si pensava avessi “una scadenza”, e durare così tanto oltre il limite preferibile era un’imperdonabile mancanza di cortesia da parte mia.
Le ragazze stavano aspettando “il loro turno”. Ai ragazzi rodeva il culo perchè da quando io ero tra i maroni, intorno al gruppo girava molta meno gnocca. Il mio ragazzo, anche questo non lo sapevo, godeva come un riccio di questa situazione e gettava continuamente benzina sul fuoco. Alle mie spalle.
Gli piaceva vedere la gente scannarsi per lui.
Lo dico col senno di poi, sia chiaro. All’epoca io, semplicemente, ci stavo come un cane, le pigliavo un po’ da tutti perchè avevo paura di perderlo se avessi litigato coi suoi amici, e non capivo una mazza.

Ero anche abbastanza abituata al codazzo di ammiratrici, alle occhiate e mica solo occhiate in discoteca, a quelle che si mettevano a piangere quando ci baciavamo.

Finchè un giorno.
Finchè un giorno, anzi una sera, andiamo a ballare ed arriva una tizia, la conosco di vista, ci bazzica spesso intorno, bassa, bruttina, tondetta, completamente ubriaca: gli si butta contro – di fronte a me – prova a baciarlo, viene respinta, riprova, lui si sposta, lei scivola, cade, si mette a piangere, corre via.

Io guardo lui assolutamente basita. Lui è divertitissimo (sì, da giovane ero idiota, lo so), ci gode proprio. Mi dice “Ogni volta che vado a ballare me la trovo addosso”. Mi dice “Ogni volta mi chiede se sto ancora ‘con quella là’, ti odia”. Io faccio spallucce. Tutti i tuoi amici mi odiano, vorrei dirgli. Una più, una meno. Ma non è vero. Io ci sto male, ci sto male perchè un sacco di gente mi tratta come una merda senza avere un motivo al mondo e soprattutto senza che io faccia nulla nè per essere trattata male nè per difendermi.

Passa un’ora. Usciamo per andare a casa. Appena fuori dalla porta del locale c’è questa ragazza con alcuni amici comuni, in pratica il club “Insulta Verba anche tu”. Lei mi viene incontro sorridendo, fatta come un caco, ed inzia a dirmi “oh ma che bel sorriso che begli occhi come sembri simpatica è proprio bella la tua ragazza sai TIZIO!”.
La superiamo camminando, io mi giro verso Tizio e gli faccio “guarda che la tua amica è completamente fuori di testa”.
E lui “Ma vaaaa, scema, ti stava prendendo per il culo per far ridere gli altri”.

Black out.
Me l’hanno tolta dalle mani mentre, credo, la stavo prendendo contemporaneamente a calci, pugni e ginocchiate.
Dico “credo” non a caso. Non mi ricordo niente se non di aver provato un desiderio infinito, furibondo, di farle del male, e di essermi girata a quelle parole e di essermi messa a correre verso di lei.
Il buio.
Il tutto può essere durato tra i 15 ed i 30 secondi, il tempo impiegato dal mio esterrefatto morosetto a raggiungermi e staccarmi di peso dall’oggetto del mio odio. Io non ricordo nulla. Tutto quello che so dell’episodio mi è stato raccontato.
Al punto tale che un decennio più tardi mi è capitato di sentirmi dire “ah cazzo ma allora eri tu?! Non l’avrei mai detto”.
No guarda, non l’avrei mai detto neanche io.

L’altro giorno ho visto il famoso video della “bulla” bionda che picchia la coetanea. L’ho trovato angosciante, insopportabile. Odioso nella lentezza con cui l’una si fa sotto, piano, interlocutoria inizialmente, e poi a botta sicura vedendo che l’altra è inerme. Insopportabile per le grida d’aiuto totalmente inascoltate. Doloroso. Vergognoso.
(Ancora peggiori ho trovato i commenti. Quelli degli adulti. Terribili. Puttana, stronza, ti ammazzo, ti uccido, ti vengo a cercare.
A cercarla andranno i carabinieri.)

Non ho intenzione di difendere nessuno: io sono contenta che ci sia stata una denuncia. E’ un respiro di sollievo pensare che qualcuno proverà a dare una giustizia a quella ragazzina a terra.

Ma c’è differenza tra me e quella bionda picchiatrice?

La differenza tra me e lei è che io sono stata trascinata via subito. Che quando ero ragazzina io, non c’erano i cellulari e questa mania di vivere attraverso uno schermo, di filtrare tutto come se non ci fosse niente di reale.
La differenza tra me e lei è che io ho sbroccato, non sono partita lenta come uno squalo che sente il sangue da lontano.
La differenza tra me e lei, dice una mia amica, è che “tu avevi le tue ragioni, tu sei impazzita per un motivo”.
No. E’ che io te le ho raccontate. Tu di me hai visto i cinque minuti, i dieci minuti, i quattro mesi prima.
Ma voi siete tutti così sicuri di riuscire a vederli, i motivi dietro agli sbrocchi degli altri?
Perché io, quasi sempre, no.

io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.

Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.