Del perché una fa un figlio e automaticamente rincoglionisce

Sono una persona distratta.

Molto distratta.

Orribilmente distratta.

Sono distratta in tutto ciò che non riguardi direttamente il mio lavoro, dove essere distratti sarebbe criminale (una distratta che organizza il lavoro altrui, haha) e gli esseri umani con cui ho rapporti diretti: in breve immagazzino molto riguardo alle persone e quasi nulla riguardo alle cose.

Non ho una percezione esatta di cosa ci sia nel mio armadio, non l’ho mai avuta. Quando abitavo con la mia amica del cuore, alle volte aspettavo che ritirasse lei per prima la biancheria perché non ero sicura di distinguere esattamente le mie mutande dalle sue, sullo stendino. Se mi chiedeva “hai visto il mio mollettone per capelli?” le mostravo quello che avevo in testa con aria interrogativa. Senza guardarmi non so dire esattamente cosa ho addosso. Non so quante scarpe ho, non so quante ne abbia il Tecnologico e non ho assolutamente idea di quante lenzuola o asciugamani da bagno o da cucina ci siano nell’armadio di casa.

So vagamente cosa c’è in frigorifero. So altrettanto vagamente che dovrei avere questo, quello e quell’altro in dispensa. So come mi chiamo.

Sempre stata così, da sempre.

Poi un giorno ho partorito.

Improvvisamente nel mio cervello si è creata la categoria “figlia”, e le sottocategorie hanno letteralmente divorato lo spazio (già poco) in cui allocavo il resto. Quando si parla di Mimosa io so. Io SO. So TUTTO.

So cosa ha addosso oggi, cosa aveva addosso ieri, cosa metterà domani.

Cosa c’è nei suoi cassetti, dove è esattamente, in che misura, di che colore, in quante paia. Quanto è pulito, quanto è sporco, quanto è steso, e cosa non è in casa perché è dai nonni o al nido.

Quanti giocattoli, dove sono, come sono, dove devono essere, dove potrebbero essere quando non sono dove devono. Credo di poter dire con buona approssimazione quanti singoli pezzi di lego, quanti libri, quanti pupazzi, e conosco nome e cognome di tutti i personaggi di Peppa Pig. Se è per quello, conosco nome, cognome, compleanno di tutti i compagni di nido. Eventuali fratelli, cani, gatti, canarini.

Io, che quando mi guardo dentro è il Caos che mi chiede quanto dobbiamo aspettare ancora ‘sta cazzo di stella danzante, riordino per dimensioni i libretti, per concetto i giocattoli, in scala cromatica i pennarelli, e provo fastidio se sul tavolino c’è più di un foglio.

Io, che vabbè il letto lo rifaremo domani, che vabbè stasera mi faccio un panino, che vabbè berrò l’acqua del rubinetto, che ah dovrei fare benzina, ho 6 km di autonomia, io faccio benzina PRIMA, arieggio casa alle sette di mattina, abbino lenzuolino sopra e sotto pure bendata e mi infastidisco se il Tecnologico non piega con attenzione quella precisa coppia di asciugamani gialli che serve per il nido. Io non so cosa mangeremo stasera, ma so Mimosa cosa ha mangiato, mangia e mangerà. Ho nella testa in continuo loop decine e decine di informazioni futili quando non completamente inutili. Non lo faccio apposta, non ne ho desiderio, non me ne frega un cazzo di sapere che i personaggi di peppa pig hanno tutti un nome che inizia con la prima lettera della loro cazzo di famiglia animale, tranne George, ecco George, perché George si chiama George e non Peter?

Eppure non posso farci nulla. Questa valanga di informazioni ingombranti, indispensabili o inservibili ed assolutamente invadenti ha colonizzato il mio cervello ed io per questo ho perso moltissime doti che avevo, in primis una parte di pazienza, a seguire la memoria per gli appuntamenti, l’attenzione per tutto ciò che non è assolutamente necessario alla sopravvivenza primaria di adulti e gatti di casa, e parzialmente, temo, il senso dell’umorismo.

Sono diventata una di quelle persone che se la battuta è appena appena raffinata, ti guardano perplesse senza parlare, con il vuoto nello sguardo.

All’apparenza. In realtà, il vuoto nello sguardo è il tentativo disperato di sopprimere il bisogno di canticchiare five little monkeys plurime volte all’ora, plurime volte al giorno, 7/7.

Non scherzate sulle madri rincoglionite. Restare sane di mente è una lotta continua, ed io la combatto strenuamente.

/Jumping

On

The

Bed

Asocial network

Una volta scrivevo dappertutto: sulle agende omaggio delle banche, su carta da lettere bianca, su carta da lettere a fiori, sui block notes che si trovavano nelle camere di hotel, sul retro degli scontrini, ai margini dei libri, sulla pagina centrale strappata dai quaderni di scuola, sui tovaglioli di carta e sulle tovagliette delle pizzerie.
Una volta avevo questo moto continuo che iniziava ronzando nella testa e finiva tutto in inchiostro sulla carta, magari a volte condito da qualche chiazza, ché scrivevo solo con la stilografica, intanto, e spesso nei bar. Avevo questo moto continuo e raramente quello che scrivevo aveva altro pubblico oltre a me stessa, nonostante nella mia testa cambiassero e si affollassero spesso destinatari.

Poi è arrivato a casa un computer. Lo so che office, word, programmi di ogni genere sarebbero meglio, ma io uso ed ho sempre usato il blocco note. Txt mon amour. Kb e kb di menate, niente più stilo niente più chiazze e molti meno bar, ma nulla ancora era cambiato.
Poi sono arrivati i blog. Ed era diverso, ma non molto ancora. Intanto perché chiunque leggesse un blog, spesso ne scriveva a sua volta. Era uno scambio tra estranei, almeno inizialmente. La privacy aveva un valore reale, scrivere di fronte a decine di persone che non ti conoscono affatto aveva lo stesso peso di quegli interlocutori immaginari della mia adolescenza.

Poi sono arrivati i social network, e un ulteriore cambio di modalità. Dalla “produzione” alla condivisione. Dal post allo status. Da “io invece penso che” al “mi piace”. Ho sempre guardato con rammarico il concetto stesso di “like”: magari adesso mi sono assuefatta, ma inizialmente premere un tastino invece di esprimere un parere mi sembrava impoverimento, mi faceva tristezza. Le cerchie di persone note rendono impossibile l’essere degli sconosciuti senza faccia, con tutto il peso che comporta per quelli come me, che a ruota libera davvero riescono ad andare solo di fronte al foglio bianco oppure a completi estranei, a quelli che in fondo poi scendono dal treno e non li rivedi mai più.
Il palco offerto dal mezzo per altro permette a quelli che conoscevi di esprimere a colpi di like e di share opinioni e commenti per cui desideri ardentemente avere tu, un treno da cui scendere per non rivederli mai più.
Nel mezzo per fortuna c’è Candy Crush Saga.

Non avrei mai affrontato l’argomento se non fosse per una conversazione degenerata in combattimento all’arma bianca sotto un post di – credo!- Selvaggia Lucarelli che qualcuno ha condiviso facendolo rotolare sulla mia bacheca. Erano le settimane della menata “Sono una mamma orgogliosa, ecco le foto della mia creatura, taggo tizia caia e sempronia che facciano altrettanto” e non era eclatante il post in sè, diceva qualcosa tipo “Io posto quante foto di mio figlio voglio, tanto il web è pieno di foto di bambini nudi, non vedo perché un malintenzionato dovrebbe sbavare sulle foto del mio vestitissimo e defilato pargolo”.
Concetto chiarissimo. Eppure.
Nei commenti sotto, un’orda di Erode con le palle gonfie delle criature, delle mamme, del mammesco orgoglio e delle condivisioni a pacche sulle spalle e Mulini Bianchi per tutti, una valanga umana che altro che il referendum sulle trivelle OH DIO MIO, si scannava con le mamme suddette urlando “I vostri figli ci hanno rotto il cà”.
Tutto qui? No.
1. I vostri figli ci hanno rotto il cà, voi non pensate alle donne che soffrono perché non riescono ad essere madri quando condividete tutte ‘ste foto di bambini, e provocate dolore e invidia.
2. Voi donne che non siete madri, per scelta o meno, voi altre non pensate alle donne che sono madri quando condividete foto dei vostri viaggi e delle vostre serate e del vostro nuovo taglio di capelli, e provocate dolore e invidia.
3. Beh comunque meglio le foto dei bambini che quelle dei gattini, i gattini sono il male i gattini hanno rotto il cà.
4. Giusto, basta foto di gattini, mettiamo solo foto di cagnolini che il cane è più intelligente del gatto.
5. Le foto di cani e gatti hanno rotto il cà, evviva le foto di papere maiali cavalli e vitellini che accusano di assassinio chi se ne nutre.
6. I vegani hanno rotto il cà, evviva le foto di grigliate e panini onti e sushi e il maialino sardo signoramia che bontà.
7. Voi che condividete foto di cibo avete rotto il cà! AI BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME CHI CI PENSA?

Le prime 3 le ho lette esattamente così. Dalla quarta mi sono limitata ad un riassunto. Alla settimana mi sono rotta il cà, ma avrei potuto continuare fino a stanotte.
L’elenco delle cose che danno fastidio a chi le legge è talmente lungo e variegato che si può comprendere in un’unica parola: tutto.
Tutto ciò che viene condiviso su facebook infastidisce qualcuno. Ma veramente?
Mi sono sorpresa a far caso a cosa scrive la maggior parte dei contatti che vedo (una metà sono lì, nel limbo del “non ho voglia di litigare, ma almeno non ti leggo”) ed effettivamente l’argomento che regna sovrano è quanto gli altri abbiano rotto il cà. E’ un fiorire di meme coi vaffanculo, di frasi motivazionali su quanto gli altri non ci meritino, meglio soli, di lamentele sulla cretineria altrui, che barba che noia gli altri, i pensieri degli altri, gli amori degli altri, i figli, i cani, i gatti, i cavalli, i sorci degli altri, gli amici degli altri, il lavoro degli altri, il dolore degli altri, la vita degli altri, insomma: gli altri, a tutto tondo ed a tutto spiano.

Una specie di palcoscenico assurdo dove tutti vogliono fare i protagonisti e nessuno vuol sentirsi pubblico. La mia parte preferita sono i messaggi pubblici per gli assenti, tipo “Volevo dire a tutti i miei colleghi leccaculo che blablabla”. Quanti colleghi hai in lista amici? NESSUNO.
Geniale. E’ la bottiglia in cui urlava Fantozzi aggiornata al 2016.

Amici, Sartre sarebbe molto orgoglioso di voi, ma se gli altri vi ammorbano la vita, non ve ne frega un cazzo e state bene solo soli, il social network che lo tenete aperto a fare?

Intermezzo. A Natale si può fare (schifo) di più!

Sono persona da “i regali si pensano il 23 e si comprano il 24”. Sempre stata. Per indole, per tempo libero, per capacità di quelli che mi circondano nell’esporre il reale desiderata la mattina della vigilia (“Ti ho chiesto un libro, ma in realtà quello che davvero davvero vorrei è quel profumo introvabilmente introvabile dal 1925”, questa è mia madre per dirne una)
Quest’anno ho deciso di prendermi per tempo, visto che sono quasi 10 mesi che anche solo per andare in bagno urge sangue freddo e programmazione strettissima (the perks of being senza nonni pensionati nella medesima regione). OTTIMO.

Il risultato:

– Figlia: non ho preso niente, tanto arriverà la qualunque e tutto quello che vuole lei è cucciarsi l’alluce e distruggere l’albero di Natale.
– Tecnologico: il suo regalo, preso 3 settimane fa, è fermo in dogana da dieci giorni. E NON E’ DROGA.
– Sorella: il suo regalo sembrava bellissimo. Dalle foto. Visto dal vivo, avrei potuto comprarle un set di strofinacci da cucina dai cinesi ed avrei fatto miglior figura.
– Genitori: il loro regalo, 3 stagioni in confezione strafiga di una bellissima serie di fantascienza, è partito. “Gentile Cliente, purtroppo manca un pezzo e non ce ne siamo resi conto fino ad ora, arriverà a gennaio inoltrato, grazie ciao”. Ovviamente cosa manca? STAGIONE UNO.
– Cognato: vedi Tecnologico.
– Suoceri: sembrava fosse grande, e invece è una robina misera.
– Nipote n. 1: vedi figlia con variazione “il completino che le ho comprato arriverà ad aprile”.
– Nipote n 2: oooh, finalmente una soddisfazione. Pareva una robina, invece ‘sto Didò di Frozen promette grandi spalmate di pasta colorata sui muri.
– Nipote n. 3: grazie a Dio ci pensano i suoi genitori..

Insomma, tra me ed un epic fail di proporzioni bibliche ci sono dei salsicciotti colorati di pongo e le formine di Elsa.
Se non è un’esistenza sprecata la mia, non saprei quale.

il gender che ti offender

C’era una volta Dio che non avendo niente altro da fare decise di creare il campionato di calcio di serie A Tim. Siccome a Dio piaceva prendersi bene bene per tempo, iniziò creando l’uomo e la donna. E creò un uomo e lo chiamò adamo e creò una donna e la chiamò eva e disse loro “andate e procreate”, ma evidentemente fuori dal vincolo del matrimonio perché un prete no, non l’aveva ancora creato, e anche un poco fuori dal vincolo del buon gusto perché non aveva creato manco gli stilisti e ‘sti due se ne andavano in giro nudi che manco al gay pride si va nudi nudi del tutto.
Adamo ed Eva come tutti si sa, fecero due figli maschi, uno accoppò l’altro e fu costretto ad andarsene.
E quindi noi deriviamo da…dai figli dopo di Adamo ed Eva, che per fare a loro volta altri figli o si accoppiarono tra fratelli o con la madre o col padre. No, in realtà Caino se ne andò e incontrò altra gente (nati da cosa non si sa bene), ma è lecito pensare che se tutti deriviamo da due…EVVIVA L’INBREEDING, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE.

C’era un’altra volta ancora sempre Dio che s’era un pelo stufato di come andavano le cose sulla Terra (il campionato di calcio di serie A Tim non era ancora arrivato) e decise di mandare giù Suo Figlio. Quindi prese una bella coppia di timorati del Signore e…no. Quindi prese una ragazzina di una dozzina d’anni, la fece sposare ad un signore molto più anziano, lei restò incinta grazie ad UNO SPIRITO restando vergine ed il signore anziano fece da padre al figlio dello Spirito Santo e la donna restò vergine nei secoli dei secoli, al che ad occhio il matrimonio non fu nemmeno consumato. EVVIVA I PATRIGNI, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’era un’altra volta ancora un signore che no, non è Dio, ma ci si crede moltissimo, che era sposato ed aveva due figli, ma un giorno andò a teatro e BUM! Amore a prima vista. Quindi ebbe una seconda moglie e ben tre secondi figli, a 60 anni faceva ancora l’amore ogni giorno e la comunione in chiesa anche se mia mamma per esempio che e’ divorziata anche lei la comunione non la può fare. Comunque non bastando due mogli il signore si prese anche una palazzina di concubine e visse felice contento circondato di gnocca e col mito di Priapo. Ed ovviamente anche lui grida forte: EVVIVA LA FIGA, EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE!

C’è pure a ben vedere un ulteriore signore, un giovanotto dai, che pure lui insomma di tenerselo nelle mutande…no dai, insomma questo giovanotto vola su un fiore, figlia, vola su un altro fiore, figlia, vola su un altro fiore ancora e dichiara: EVVIVA CHI CE L’HA DURO! EVVIVA LA FAMIGLIA NATURALE! Ed in effetti più naturale che riprodursi che manco i conigli in allevamento non saprei indicare cosa ci sia.

Questi due signori in carne ed ossa insieme ad una pletora di gente che si suppone creda assolutamente alle due storie sopra, difendono la famiglia naturale (che abbreviato farebbe FN, dice niente?) dalle grinfie della temibile “ideologia gender” che tutti quanti ci frocizzerà, e dopo averci frocizzati ci trasformerà in pederasti, e quando avremo l’età giusta anche noi desidereremo andare con le ragazzine…oh, ma dove l’ho già sentita questa? Fa niente.
Ora, io son tre mesi che se leggo un giornale è già grasso che cola però ora che son tornata a lavorare ci ho la babysitter e questo vuol dire poter leggere un giornale e perfino bere un caffè IN PACE. E PERFINO USARE GOOGLE! E GOOGLARE “TEORIA GENDER”! E scoprire che è una roba assolutamente innocua, a meno che non si consideri terribilmente pericoloso dire ai bimbi fin da piccoli che non sono obbligati a giocare con qualcosa invece che con qualcosaltro per definirsi come individui. INCREDIBILE.
Lo avesse saputo anche la suora che avevo quando facevo l’asilo, mia madre non avrebbe mai dovuto ripagar loro una barbie calva ed una monca (amore, devi giocare con le bambole come fai a casa tua!). Eppure, lo giuro, sono cresciuta etero ed ho una famiglia.

Ah cazzo, come non detto. Non sono sposata. Ah, ma è sdoganato. Sono figlia di divorziati. Ah, ma son sdoganati anche quelli. Eh, ma io vado anche a putt…no, chi c’ha tempo per gli gigolò, dai. Comunque mi risulta anche quelli siano sdoganati.

Poi ho letto quella serie di punti sull’educazione sessuale che una serie di messaggi e catene di sant’antonio sta cercando di spacciare per punti della legge Scalfarotto, quando invece il documento è lo standard per l’educazione sessuale in europa ed è dell’OMS. Infiltrata suppongo di drag queen che manco la muccassassina.
Ecco, a me piacerebbe sapere perché qualcuno dovrebbe sentirsi minacciato da un bambino molto piccolo che ha la consapevolezza di quali parti del suo corpo sono intime e quali gesti sono leciti e quali no.
Perché mai un buon cristiano dovrebbe sentirsi minacciato?
Perché mai un prete dovrebbe sentirsi minacciato?
Impossibile.

Sicuramente sto sbagliando. Nessuno sevizia, stupra o abusa bambini, nella FAMIGLIA NATURALE. No?

(Ma che son naturali solo quelli con un padre ed una madre non ditelo alle meduse, che a noialtri innaturali di base oramai non ci frega una cippa, ma loro poi ci restano male.)

save the last post (ciao, 2012)

LA sparizione di questi ultimi tempi è principalmente dovuta ad una sanissima, fortunata carenza di novità. Nessuna nuova, buona nuova è il mio motto di fine anno, ed infatti più che Natale questo è stato tipo il giorno del Ringraziamento, che ti guardi intorno e dici “ok, ci siamo tutti, stiamo bene (per ora), anche questa è andata”.

Non è facile vivere sereni di questi tempi, è raro e prezioso, ed a maggior ragione gli sprazzi di tranquillità vanno difesi con amore e con ferocia. Penso alle mie ansie, ai miei problemi, poi mi guardo intorno e capisco che al momento, passate tante buriane, tanti brutti mali in casa, tanti giorni di angoscia lavorativa, quello che ho è tanto, è stupendo, e me lo tengo stretto.

E vi auguro semplicemente altrettanto: una piccola pozza di serenità in cui stare a mollo, anche sapendo perfettamente che è labile e temporanea e che basta poco a prosciugarla.
Buona fine, e buon inizio a tutti.

Torno alle mie torte salate :-)

dici a me? (verba vince un premio Colors ma era raccomandata)

La mia amica e collega di disfunzionalità varie mi ha tirata in causa con questo Premio Colors, da elargirsi a blog che ti fanno pensare a tanti colori. Che per me è una disgrazia, perchè io penso in endecasillabi e tirarne fuori colori è una faticaccia…ma neanche tanto, via.
E così:

1) Elencare tre lavori che vi sarebbe piaciuto fare:

Uh. Mi sarebbe piaciuto fare la personal coach. Ma il corso costa seimilaeuri circa, seimilaeuri dico, che per una persona come me, investirli in precarietà, anche no. Per il momento. Mai dire mai.
Mi sarebbe piaciuto insegnare, ma purtroppo per me al momento di scegliere l’università ho ceduto alle pressioni di quelli che “lettere?? per fare la morta di fame tutta la vita???”. Che poi legge mi faceva orrore e ho mollato tutto al secondo anno.
Mi piacerebbe gestire un bed&breakfast. Non escludo se con il Tecnologico dovesse – Dio non voglia – NON VOLERE EH DIO, CHE PRIMA O POI TE NE CHIEDEREI CONTO!- non funzionare “e vissero felici e contenti” potrei ritirarmi in qualche buco di montagna e tentarmelo.

2) Nominare una canzone che per noi è un tormentone in questo periodo:

Ho bisogno di dirlo?
“Oh Hey” dei The Lumineers. La ascolto in continuazione. Grazie, Hart of Dixie, orribile telefilm americano che mi hai regalato questa perla!

3) Assegnare questo premio a 12 blog scelti tra quelli che fanno pensare a tanti colori diversi:

Il rosso ovviamente va a Melly
Il rosa (non odiarmi! :D) va alla trepidante attesa di Picci nel blog di Lucy
Il colore giallo pallido e quel bruno rossastro da foglia autunnale va di diritto Groupiedoll, con la sua playlist stagionale.
Il colore del caffè, che poi è “la mia cosa preferita”, va al ferocissimo Signor Moka
Tu sai che sono gelosa ed il MIO colore non lo divido volentieri, ma il bellissimo viola va allo splendido, e delicato, blog di Ally
L’azzurro è quello che mi viene in mente quanto leggo i momenti di vita a volte drammatici, a volte semplici, sempre raccontati con grandissima umanità, di colei che dallacollinaguardasotto
Ho un bell’arancione fiammante per la risurrezione della Fenice di emiliana, che non è poi così paranoica.
Ed infine ho bel verde brillante, che coi capelli rossi sta da dio, alla mia Speziata preferita.

Lo so, non sono 12, ma l’avevo detto in partenza che io ed io colori eccetera e non vorrei attribuire a qualcuno fesserie come il blucobalto o l’indaco :D

Kenya, diario minimo (01)

giorno 1

Partiamo in tarda serata da milano. In coda al check in ci siamo noi, una serie di cinquantenni danarose che già parlottano dei ragazzetti che vanno a trovare, qualche ventenne annoiata con tatuaggi improbabili (sembrano i titoloni di novella duemila), giovanni coppie col comune denominatore “lui tamarro-lei fichissima”. Sono tutti abbronzati, tranne noi. Mi vien da chiedere per cosa ci stiamo imbarcando, se per sbaglio abbiamo scelto una vacanza da vip annoiati, noi che sembriamo due cuccioli entusiasti allo sbaraglio. Tipo che la gente è in vestitino e tacchi sull’aereo. Io sarei partita in pigiama, visto il volo notturno.
Ovviamente non dormiamo neanche un minuto, nonostante l’ora e le mie goccine anti ansia da viaggio. Seduta dietro di noi c’è una famiglia, il figlio 13enne canzona la madre, apprensiva come me, a colpi di “quando è la tua ora è la tua ora, che ci puoi fare”. Scopro di non essere vecchissima: mi fa sorridere, i miei fratelli ed io avremmo fatto le stesse battutine fastidiose per scocciare gli adulti più tesi intorno.
Mentalmente lo ribattezzo Draco, come il biondino di Harry Potter.

giorno 2

Atterriamo a Mombasa e la prima impressione in assoluto è che si sente odore di mare. L’aereoporto sembra una vecchia casa cantoniera, ce la sbrighiamo abbastanza in fretta, siamo appena arrivati e già sfiniti, svegli da 24 ore filate.
Il cielo è giallo, gli addetti bagaglio, smistamento, qualunque cosa mandati dal tour operator iniziano immediatamente a chiedere “money, money! mancia!” anche solo per aver spostato un trolley di un metro. I primi 4 giorni viaggeremo soli, nessuno nel nostro periodo ha chiesto un safari lungo come il nostro. Arriviamo al pulmino 4×4 tappezzeria militare che diventerà praticamente la nostra casa, ci si presentano guida ed autista. La guida, un ragazzo giovane, distintissimo, faccina pulita, ha il nome di un presidente americano. L’autista, un signore tranquillo e sorridente, un nome arabo che più arabo non si può.
Se non fossi così stanca riderei, in più non so come comportarmi con loro perchè nel frattempo sono arrivati altri 5 addetti-operatori-lavoratori del non so cosa a chiedere euro, scellini, mancia, varie ed eventuali. Saliamo.

Appena usciamo dal viale dell’aereoporto il Kenya ci saluta con una raffica di calci in bocca: la città che attraversiamo, di fatto, è un insieme di baracche di lamiera e legno, e gli edicifi in muratura, precari, sgarruppati, mezzi a pezzi, per capirci delle dimensioni di un capanno attrezzi, sono tutti adibiti ad edifici commerciali o produttivi: per dire, una casupola grande come una casa prefabbricata, dal cui cortile interno si alza una nuvola di fumo nero, acre, ha sopra dipinto a lettere azzurre “fonderia di acciaio”. Un’altra, quasi identica, ha lettere verdi che recitano “hardware e tecnologia”. Di fronte a queste case, casette, baracche, umanità di ogni genere ed età, bambini scalzi, imponenti Mamas africane in vestiti colorati, biciclette, muli, moto e motorini, camion, taxi, carretti, anarchia di mezzi, colori, suoni e fango, che è appena finita la stagione delle piogge.

Sì, non è che non sapessimo che in Kenya c’è una miseria nera. Ma saperlo non è VEDERE, non è annusare, non è il crampo allo stomaco che ti viene quando se lì e passi e guardi e sfiori e sei impotente.
Dopo un viaggio di 4 ore in autostrada, ovvero una strada statale stretta per le nostre abitudini, su cui viaggiano camion moto tuctuc (ape car adibite a trasporto persone-merci) carretti autobus e furgoncini, con la stessa sovrana anarchia, ma senza che mai qualcuno si scomponga o si arrabbi (io ricorro alle mie goccine nuovamente, in preda al terrore più nero), dopo una sosta in “autogrill” ovvero una baracchina grossa come una cabina del telefono che vende acqua, caffè lungo e patatine in sacchetto, in lamiera ovviamente, attaccata ad una baraccona piena di prodotti di artigianato locale, arriviamo al primo dei 3 parchi che vedremo, il parco di TZAVO OVEST.
E già lì, addio. La meraviglia è totale. La stanchezza svanisce.
Colori mai visti. Odori mai sentiti. Formicai grossi come una Yaris.
Terra rossa, un’antilope, alberi altissimi spogli di foglie, ma carichi di nidi d’uccello, sterpaglie a perdita d’occhio, cielo a perdita d’occhi, toh un fruscio…OH, CAZZO. UN ELEFANTE. A 4 METRI. Un elefante, elefante, elefantescamente elefantoso, senza una zanna, che ci fissa tutto attento ed io penso che a me sembravano grossi i tori, in campagna, fino ad ora, fino a questo TIR con la proboscide che un po’ ci guarda un po’ mangia.

Attraverso il parco arriviamo al Lodge, una struttura decisamente datata, ma fascinosissima, di fronte ad una pozza d’acqua a cui vengono ad abbeverarsi gli animali. Andiamo a scaricare le valigie ed a lavarci la faccia, apro la finestra e… mi trovo faccia a faccia con una mandria di elefanti. E’ uno spettacolo talmente grande che non so come faccia la gente ad abituarsi. Sarebbe come abituarsi, che ne so, a Venezia. Io non sono brava ad abituarmi. Sono senza fiato.
Mangiamo qualcosa e poi ritorniamo sul furgoncino per un’esplorazione del parco (parzialissima, sono parchi infiniti). Elefanti, zebre, giraffe.
Vegetazione, terra brulla, uccelli di ogni genere, piccole pozze fangose, una sensazione di irrealtà totale, passo il pomeriggio ad aspettare che esca Prezzemolo da un cespuglio cantando la sigla di Gardaland, il Tecnologico accanto a me è allibito, lo conosco come un curioso entusiasta di tutto, ma non l’ho mai visto in questo stato, sembra sull’orlo di esplodere dalla meraviglia in piccoli coriandoli gioiosi.


Verso le sei di sera torniamo al Lodge, ci facciamo una doccia, ma non osiamo buttarci a riposare per paura di non alzarci più. Sul letto c’è una zanzariera a baldacchino, la vasca-doccia è originale del 1969 ed anche la sua ruggine lo è (e direi anche alcune macchie), non ce ne frega niente, siamo sfiniti, è vero, ma soprattutto talmente stupefatti e felici che non badiamo a niente.

Torniamo verso il ristorante, che ha una piccola terrazza rialzata (due metri dal terreno) panoramica sulla savana. Due ragazzi dell’hotel escono di fronte a noi ed appendono un pezzo di carne ad un palo di legno: tempo cinque minuti, esce un LEOPARDO dagli alberi e tranquillo e beato si mette a mangiare a 5 metri da noi.
A 5 metri da noi e nessuna protezione nel mezzo, per altro. Eppure non fa paura (devo essere veramente stanca, fifona come sono), non fa paura nemmeno quando dai cespugli sbuca pure una iena ENORME e si apposta sotto al leopardo aspettando che gli cada qualcosa. Mi accorgo che accanto a noi c’è il piccolo Draco e la sua famiglia. Scambiamo qualche parola, sorrisi, diventeranno la nostra compagnia prediletta per il resto del viaggio.

Ceniamo con K., la nostra guida, che ci spiega che qui, senza macchina, non si fanno neanche dieci metri: è troppo pericoloso. Alcuni anni prima uno dei leopardi che vengono “a cena” qui di fronte, non trovando la bistecca, ha aggredito ed ucciso uno degli inservienti dell’hotel che era arrivato particolarmente presto per le pulizie mattutine.
Prima di andare a letto la natura decide di regalarci ulteriore magia: due elefanti si innervosiscono per un qualche diritto di priorità nel bere dalla pozza sotto la terrazza ed iniziano a darsi giù di proboscide e zanne davanti a noi, si spingono fino a sparire nel buio.
Sono le nove, otto ora italiana: dopo 38 ore in piedi crolliamo a letto senza quasi riuscire a dirci buonanotte.