stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)

come la gramigna

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Ho sempre saputo, credo, che non sarei stata una di quelle donne che all’ultima spinta e relativo “uuueeeeeee!” viene fulminata dall’amore materno, le si suturano le ferite immediatamente e scopre che la propria vita ha un nuovo senso.
Come detto plurime volte, io sono “mussa”. Lenta. Ci devo arrivare con calma, ci devo arrivare a modo mio, per le mie strade, coi miei arzigogoli. Ci devo arrivare con la testa, soprattutto. E’ per questo che non mi è possibile provare Amore con la MegaAMaiuscola neanche per la mia stessa figlia, nell’istante in cui nasce. Perchè? Perchè non so amare qualcuno che non conosco.
Del resto, lo “sblocco” di una capacità di sentimento intuita, ma mai provata, è stato uno dei motivi principali per cui cercare un figlio, nel mio caso.
Eppure. Io non me l’aspettavo. Mi ero preparata, ma come si prepara la casa quando arriva l’ospite d’onore. Avevo pulito, riordinato, tirato e annodato gli ultimi fili sospesi di una vita vissuta solo da figlia e neanche da figlia facile, neanche da figlia di madre facile. Avevo preparato mentalmente vasi e vasi immaginando questo sentimento di volta in volta come una rosa delicata e lieve, o un gelsomino dal profumo prepotente, o un baobab massiccio ed ingombrantissimo, o le viole che si stendono a tappeto ed occupano l’intero prato, colorandolo.

Invece dal nulla, dal buio, da oddio ma che cristo ho combinato, da aiuto non ce la faccio più, da 24 ore su 24 di accudimento faticoso e spaventato, è sbucato un pezzetto di amore in ogni singolo vaso.
Con la rosa.
Con il baobab.
Con il tulipano, con le viole, le margherite e pure nell’orto vicino alle carote.
Una gramigna, un’erba matta che salta fuori dappertutto, accanto a qualunque altro sentimento, di fianco e sopra e sotto, e pure dove non c’era niente, dove non era stato preparato niente, dove credevo non potesse crescere niente. Ma non è un sentimento delicato e profumato, proprio per niente.
E’ invasivo e invadente, resistente e prevaricatore, brutto alla vista e fortissimo. E’ proprio malerba. E io che volevo scoprire che effetto fa, quel sentimento che ti rende inabile e imbecille, quel movimento d’animo a cui non si potesse resistere, quella trasformazione romantica, mi trovo la stessa cretina di sempre con la stessa testa di sempre, solo letteralmente infestata. D’amore.
E morta di sonno.

Estemporanea stupefatta: il malignettesimo.

Ho sempre pensato che la maggior parte delle persone “cattive”, le persone malignette, che hanno sempre una mala parola per tutti, che si gonfiano di invidia, che non riconoscono meriti e pregi neppure dei propri figli, sia così semplicemente perché infelice. Tanti anni fa ho letto un racconto, online, che parlava di una gelataia cattivissima che tutto il giorno pensa cose tremende di chi va a comprare il gelato, e sogna “cose belle per sè, e brutte per tutti gli altri”.

Mi devo ricredere. Ho scoperto che ci sono persone maligne, cattive senza ritegno e senza rimorso, per cui la conditio sine qua non della felicità è proprio che arrivi accompagnata dall’infelicità altrui.
VAE VICTIS! Non basta aver vinto, bisogna che il rivale muoia.
Il problema è quando il rivale non sa di esserlo: la nuova fidanzata di un ex, la moglie di quello che si farebbero loro, la collega della scrivania accanto, la vicina che ha un frullatore a quattro velocità mentre il loro ne ha tre soltanto.

Così si comprano un frullatore che ha cinque velocità e fa pure il caffè. Ma sono contente? No. Saranno contente quando si romperà il frullatore della vicina. Quando la moglie di quello lì ingrasserà o si presenterà ad una cena con 12 cm di ricrescita e le occhiaie. Quando la fidanzata numero due mollerà l’ex. Quando quando quando: quando tutti intorno a loro saranno infelici.
Perchè la tua felicità toglie qualcosa a me, anche quando sono felice pure io.
Cosa?
Boh.
Qualcosa.

Come si chiama questa patologia? Essere stupidi?

Quelli che aspettano

Siamo in ritardo. Per una maniaca della puntualità nonchè control freak come la sottoscritta è un bello smacco.
Parenti e amici si fanno sotto ad intervalli regolari con “e quindi? e allora?”. Perfino i vicini di casa, che in queste due palazzine l’età media è sui 65, mi fermano in giardino dicendo “Eh, guardiamo sempre se compare il fiocco”. Sono carini eh, ma io mi sento come quando da ragazzina andavo a cercare il nido della gallina per vedere se c’era già l’uovo, non fosse che in questo caso la gallina sono io.

Mentre ammazzo il tempo vagando per casa come un’anima persa e sopprimendo la tentazione di ascoltare tonnellate di disprezzatissima saggezza popolare, che consigliano di camminare, salire scale, lavare vetri, mettersi in strane posizioni e bere infusi di salvia (BLEAURGH), mi godo gli effetti che l’attesa ha sulle persone intorno a me: per esempio, dall’ufficio non fanno neanche più finta di considerarmi in maternità. Ogni giorno due/tre rogne di lavoro non me le leva nessuno, oramai non c’è neanche il “disturbo?”, si passa diretti al sodo.
Ho il mio filo diretto col commercialista e un simpatico programma che mi fa entrare nel mio pc dell’ufficio e sbrogliare direttamente da lì.
Il Tecnologico, dal canto suo, ondeggia dal negazionismo più estremo “andremo, faremo, viaggeremo” “Amore, sto al nono mese se non praticamente al decimo, ‘ndo vado?” ad uno stato di allerta tale che se per sbaglio sbatto il mignolino contro un mobile e dico “AHIA!”, si precipita con le chiavi della macchina in una mano e la valigia dell’ospedale nell’altra. Arriva alla porta di casa con me in spalla prima che riesca a spiegargli che no, non ho le contrazioni. Mi va anche bene, al corso pre parto c’è una ragazza, mia coetanea, che ha già capito che in ospedale arriverà guidando lei: suo marito si emoziona talmente tanto che già per le ecografie prendeva le rotonde contromano.

Questo stato forzato di inerzia/incertezza ha anche un lato positivo, dopo anni ed anni di “a casa mai” ho riscoperto un elettrodomestico mai usato: la televisione. Mi sto facendo una cultura invidiabile: per esempio ho scoperto, grazie alle repliche di Sarabanda del 1999 (!!!), che ‘O Sole Mio è stata scritta in Ucraina, grazie a non ricordo che programma del digitale che il pesce “mangiamaroni” esiste veramente ed è un vegetariano convertito alla carne umana, che quello che ha scritto il libro da cui hanno tratto i Gremlins ha scritto pure la Fabbrica di Cioccolato e che negli stati uniti ci sono almeno 15 trasmissioni a cui puoi telefonare per farti rifare casa gratis et amore dei, rompendo pure i coglioni agli edili come una nonnina petulante.

Ma l’apporto più importante alla mia nuova cultura pop l’ha dato l’ostetrica del corso pre parto, che ha rivelato a me ed alle altre sfornatrici il seguente segreto:
“Tutta questa omossessualità dilagante è dovuta alla pigrizia dei genitori di oggi, che invece di consolare i bambini quando hanno le coliche esagerano con sondini e stimolazione anale, e i bambini troppo stimolati analmente poi non crescono normali!”.

E da fondo sala, una vocina:
“Signora?”
“Sì?”
“E le lesbiche?”
“Prego?”
“Le lesbiche. La genesi delle lesbiche?”
“….”

Prossimo obiettivo, imparare a star zitta. Tanto, mentre aspetto…

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

T’amo, pio gatto.

T’amo, o gatto scroccone; e mite un sentimento
di rottura di maroni al cor m’infondi
che solenne come un monumento
tu guardi le crocchette e me le spandi,

o che in cassetta infilandoti contento
il fine naso de l’uom soave offendi:
ei ti bestemmia i parenti, e tu col lento
movimento d’intestino rispondi.

Da la piccola bocca umida e nera
fuma il tuo spirto, e col odor di marcio
e tonno il miagolio sulla faccia mia si stende;

E del grave occhio verde entro la fiera
insistenza si rispecchia ampio e rattoppato
il divano che manco il netturbino ce lo prende.