Protetto: Primo, non giudicare. Ma davvero?

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la bambina con la coda di paglia (un post di calcio)

E’ il 1979 e c’è una bambina di 3 anni che cambia città, da mare a campagna, cambia asilo, e scopre che il suo simbolo non è più la forbice, ed infine cambia famiglia, da mamma+papà a mamma&nonna.
Come tutte le bambine di 3 anni non capisce un accidente di cosa ci sia dietro al cambiamento, annaspa un po’.
Fa sempre finta di capire, vive col dubbio di aver mancato un passaggio fondamentale, il passaggio che avrebbe fatto restare papà, il passaggio che avrebbe fatto rimanere il mare.
E’ una bambina che vive nel torto, con una grossa coda di paglia attaccata al cuore.

Il papà arriva un sabato sì ed un sabato no. Si gioca un sacco. All’asilo la porta la nonna.
Un giorno i bambini dell’asilo le chiedono:
“Ma tu per chi tieni?”
Tieni cosa, pensa la bambina.
“Per l’Inter, per la Juventus o per il Milan?”
Che roba sarà questa, pensa la bambina.
Però una volta è stata a Milano. Con la mamma. In una casa grande come un castello, e ha giocato tutto il giorno con le statue di gnomi in giardino. Quindi Milan ha un suono bello, evocativo.
“Milan”, risponde.
Il sabato chiede al papà “Papà il Milan che cos’è?”.
Una squadra di calcio, risponde il papà.
La bambina, che oramai di anni ne ha 4, non ha idea di cosa sia una squadra di calcio, ma si guarda bene dal dirlo.
“Io tengo al Milan”, risponde.
“Io tengo al Cagliari”, le risponde il papà.
Il Cagliari??
La bambina si tiene ben stretta la sua coda di paglia e tiene la bocca chiusa.

Le domeniche di un padre separato sono giorni brevi che strappi ad una famiglia per coccolarne il pezzo “perso” per strada. Le domeniche di una bambina separata dal padre sono giorni magici in cui si gioca tantissimo, si ricevono attenzioni speciali, ci si sbucciano le ginocchia imparando ad andare in bicicletta, e quando viene sera si diventa tristi fin dentro le ossa perchè qualcuno se ne deve andare.
Questa tristezza è sempre scandita dalla voce rauca di alcuni signori che raccontano le partite alla radio. Viene sera il sole tramonta e Sandro Ciotti racconta cose: Sandro Ciotti racconta il Milan.
Quando si va al cinema, all’entrata la radio è sintonizzata su queste voci veloci che si rincorrono da un campo all’altro: all’uscita il papà cerca sempre un bar per il rito del “controlllare la schedina”. In qualche modo questa “schedina”, in realtà un pezzetto di carta a crocette, riguarda anche il Milan.

All’inizio dell’ultimo anno di asilo i bambini dichiarano che al Milan non si può tenere più, è arrivato ultimo tra tutti, è andato in serie B.
La bambina però tifa per Silvestro e per Willy il coyote. Impossibile abbandonare lo sfigato, l’ultimo, il perdente.
“Io tengo al Milan”, risponde.
“Ma non si può” dicono i bambini.
“Io tengo al Milan lo stesso”.

Passano gli anni, d’estate si va tutti insieme in vacanza, papà compra la Gazzetta dello Sport. Il poveroMilan torna in serie A e poi torna in serie B, la bambina e la sua coda di paglia imparano a leggere, ed a rubare la gazzetta dello sport prima che ci arrivino gli zii sardi, ma soprattutto il fratello maggiore, che ha dichiarato di “tenere per la Sampdoria” di fatto destabilizzando l’intera famiglia.

La coda di paglia è sempre più in forma, perchè adesso che non si gioca più col lego il papà pone sempre più spesso domande cruciali: hai fatto la brava, come vai a scuola. La bambina non è brava e abbozza. La bambina ha la coda di paglia ed una tattica difensiva sola ed unica: parla di calcio. Parla di Milan.
Poi un giorno il papà le dice “lo sai che al Milan gioca uno che è poco più grande di te. Suo papà è triestino.”
Un Triestino trapiantato? Al Milan?
Il ragazzino diventa subito il suo idolo. Il primo poster in camera.
La bambina inizia a dire che vuole vedere il Milan. Dal vivo.
Il papà prima risponde che è troppo piccola, poi negli anni devia sul “se hai tutti ‘bravissima’ a scuola”.
Vaffanculo alla coda di paglia, alle elementari non è difficile. E nemmeno alle medie.
Il papà contatta un Milan club della zona, uno di quelli pieni di gente normale, che canta canzoni, che si ferma in autogrill per grigliare salsicce a metà mattina, che parla dialetto.
La bambina sale dalle rampe che si avvitano in questo enorme castello che la gente chiama Stadio. C’è odore di cibo nell’aria, e colore, un mare di rosso e di nero, e rumore, migliaia di persone che cantano, poi finalmente arrivano in cima.
E guarda sotto.
E sotto c’è il Milan.
Neanche il tempo di mettersi seduti che qualcuno, laggiù tra gli omini minuscoli in maglia colorata, arriva da solo davanti alla porta e segna un goal: parte un urlo, un urlo infernale, un urlo che trema il seggiolino, tremano i muri, tremano le vene. San Siro urla, la coda di paglia cade, per la bambina è amore, amore vero, senza redenzione e senza ritorno.

Impara l’adorazione per il Capitano, c’è solo un Capitano. Segue con gli occhi l’amato ragazzino con la maglia numero 3 per tutta la partita, anche quando la palla è dall’altra parte del campo.
Arriva il matto con l’elicottero, si compra il Milan e dichiara che vincerà tutto. Arriva un altro matto con gli occhi spiritatissimi per allenarlo, arrivano tre olandesi per giocarci, arrivano ottime pagelle che permettono di vedere, oltre a Milan Cagliari, anche Milan Lazio, ma soprattutto Milan-Napoli.
Milan-Napoli.
Van Basten e Maradona.

La coda di paglia è accantonata. Il Milan è assurto al ruolo di Grande Amore, Primo Fidanzato, Pensiero Fisso. Altro che “parlar d’altro”.
Il Milan è romantico, nonostante il suo padrone. Il Capitano, c’è solo un Capitano, se ne va.
Quando esce dal campo lo speaker annuncia “Il Milan NON SOSTITUISCE, con la maglia numero 6, Franco Baresi”. San Siro urla di nuovo, come per un goal, ma non è un goal, è un addio, la gente si strozza di pianto. La maglia numero 6 al Milan non esiste più.
Il ragazzino adorato prende il suo posto, con la sua maglia numero 3.
Il ragazzino non è più ragazzino neanche un po’, del resto nemmeno la bambina è più una bambina. Va allo stadio anche senza il papà.
Il ragazzo con la maglia numero 3 è un capitano figlio di capitano. Un milanese figlio di un triestino.
Identificazione al 100%.

Passano veloci gli anni, le formazioni, le vittore sconfitte pareggi statistiche barcellona atene marsiglia grandi addii ed incredibili scoperte. Ci sono campioni da far sanguinare le mani, e scarponi da far sanguinare il naso. Ci sono amici con cui condividere la passione, partite da vedere in giro per l’italia e l’europa. Con treno con l’autobus con l’aereo.
La bambina è una ragazza poi una donna. Ha sempre la coda di paglia, perchè è piena di mancanze e di segreti. Parla di calcio col papà. Parla di calcio con gli amici, coi vecchietti al bar, con gli sconosciuti in treno. Vince una scommessa sulle lenti a contatto del povero Laursen, brocco colossale eppure rimpianto. Si fa venire un infarto al pallonetto di Inzaghi con l’Ajax. Prende il Tranquirit prima dei derby di coppa. Prega completamente ubriaca quando l’ucraino con gli occhioni da cerbiatto sta per tirare l’ultimo rigore. Cade in depressione dopo Istanbul.
Il Capitano con la maglia numero 3 ad Istanbul segna perfino un goal.
Inutile, doloroso.
Poi c’è il ritorno la risalita la vendetta CarloAncelottilalalalalala che già ad ottobre controlla che rimanga in gara anche il Liverpool.
C’è un ragazzino nuovo con la faccina da catechista (ed un nome equivoco) che col pallone fa delle magie assurde.
C’è Sky per vedere le partite a casa, non c’è più Sandro Ciotti buon’anima, ma la ex-bambina quando stira alla domenica si mette le cuffiette e si lascia travolgere dalle voci di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, che se chiude gli occhi è ancora in macchina di papà e va tutto bene anche se sta arrivando sera, va tutto bene anche se le cose buone finiscono presto, prima delle cattive.

Anche il Capitano con la maglia numero 3, figlio di Capitano, figlio di Triestino, un giorno lascia il Milan. Lo lascia in buone mani, nelle mani di un Capitano romagnolo che è al Milan da quando era ragazzino, che ama il Milan quanto gli altri Capitani, forse qualcosa di più perchè dove non arriva la classe è sempre arrivato il cuore.

E invece.
Sono andati via gli adorabili scarponi ed i campioni che allargavano il cuore. Sono stati mandati via il Bambino d’Oro e Capitan’Fan’Cazzo, AltaTensione ha lasciato per età raggiunta, Ringhio per nuove avventure, Trilly per rivelarsi un lecchino ingrato, Thiago per questioni di bilancio ed il Papero perchè va bene rompersi ogni due secondi, ma ciularsi la figlia del capo anche no.
Ed oggi il Milan, non più romantico, spedisce a casa senza alcuna grazia l’ultimo vero Capitano, l’ultimo che s’è fatto undicesimo posto e coppa dei campioni, calciopoli e scudetto, altare e polvere.
Così, come se 30 anni di capitani italiani innamorati fedeli e coraggiosi si potessero cancellare con una conferenza stampa di 20 secondi.
Così.
Il Principe Azzurro picchiava i gattini.
La scarpa di Cenerentola era di plexiglass.
Babbo Natale non è mai esistito.
Novantesimo Minuto e la sua sigla sono morti.
Mio padre gira l’europa in motocicletta.
Solo la coda di paglia resta al suo posto.

E io, da oggi, di cosa parlo?

sgancia la bomba e scappa.

Sai cos’è che fa male?
Quando vuoi bene a due persone che non riescono a volersi bene tra di loro. A me per esempio è capitato tanti anni fa col mio migliore amico ed il mio fidanzato del tempo. Odio puro. Ho smesso di farli incontrare perchè nel loro piccolo animo di adolescenti trentenni ciò che non si può risolvere con pisciate territoriali deve essere sistemato a pizze in faccia. E magari anche no, dai.

Sai cos’è che fa male?
Quando vuoi bene a due persone e le presenti e si piacciono e diventano amiche e poi però un giorno litigano e tu ti trovi là in mezzo tipo riedizione del divorzio dei tuoi genitori, con la differenza che non hai due anni, capisci tutto, nessuno cerca di preservarti, anzi, magari uno ti tira anche un poco per la giacchetta, e l’altro ti chiede che fai stasera e se rispondi che vedi il primo… beeeeeeeeeeeeeeeep!! Risposta sbagliata!

Ma sai cosa fa ancora più male?
Quando vuoi bene a due persone, e le presenti, e si piacciono, e diventano pure amiche, e si condivide lo stesso gruppo le stesse vacanze esperienze di ogni genere per un ventennio e poi un giorno dal nulla la persona A ti dice in maniera anche piuttosto violenta e sgradevole che la persona B le sta sui coglioni da sempre, lascia stare considerarla amica, proprio fastidio e pure un pizzico d’astio. Dopo di chè liquida la tua richiesta di spiegazioni con un – per carità, legittimo – desiderio di tener per sè il grosso di questo elenco di atteggiamenti e discorsi forieri di codesto disappunto.

Al che il neurone poverino va in cortocircuito e si sovrappongono:
1. cazzo ma i motivi? ci sono motivi? che diamine e’ successo? perchè non mi sono accorta di un tubo?
[spazio senso di colpa]
2. povera persona B! che è totalmente inconsapevole di questi sentimenti e non ne ricambia un grammo!
[spazio senso di colpa, parte seconda]
3. povera persona A, che ha passato un sacco di momenti sgradevoli tenendosi dentro tutto.
[spazio senso di colpa, parte terza: che amica di merda che sono]
4. cazzo, non posso ripararli. se apro bocca ferisco a e tradisco b.
[il senso di colpa sovrasta ogni altra considerazione]

Ecco, non posso ripararli. E non potendo ripararli, non posso riparare neanche me stessa.
E quando qualcuno verrà a chiedermene conto, perchè verranno, alla fine sempre qui si viene a parare, temo che la risposta che ho dato al Tecnologico “Sono bambini grandi ed io sono un’amica, non la mamma”, sarà inutile e non soddisfacente: in realtà, poi, non soddisfa neanche me.

Jean Paul, o delle seconde possibilità.

Stanotte ho fatto un sogno strano.

Eravamo Lord, la mia migliore amica ed io, per le stradine di un quartiere residenziale, di ritorno da una serata. Stavamo andando a prendere la mia macchina. Sono sicura che fosse un balzo indietro nel tempo perchè nessuno dei tre era “accompagnato”, era una serata come tante di alcuni anni fa: niente Tecnologico, niente PiccolaGì, niente Straniero.
Ad un certo punto ci si para davanti un tale, giovane, bello, gentile, che pur essendo vestito normalmente è una specie di poliziotto e che vuole non so cosa da me e dalla mia automobile (suppongo di aver parcheggiato in divieto di sosta pure nel sogno); io qualunque documento lui voglia non sono minimamente intenzionata a darglielo, quindi gli dico “Aspetta almeno un momento che saliamo in macchina e che lo cerco”, gli rifilo la prima carta che mi capita sottomano – stando attenta che ci sia solo il mio nome e non la targa della macchina (UN GENIO DEL MALE ANCHE IN SOGNO!)- e appena siamo saliti tutti lo schivo e schizzo via.
Solo che c’è nebbia, non si vede bene, le stradine sono strette e devo evitare anche un passante (donna al volante, anche in sogno), e il tizio – che si vede che c’è proprio rimasto male – si mette a correrci dietro, a piedi.
Lord mi dice “Oh, accellera che quello là è un maratoneta”, il tizio si avvicina sempre di più, alla fine la nebbia si dirada e fuggiamo festanti.
Stato d’animo: dispiaciuta per il tizio.
Nel sogno poi mi rammarico di averlo preso per il culo e buggerato, vado a fare una passeggiata in centro, lo incontro, e invece di prendermi a calci il tizio mi fa posto su di una panchina e si presenta.
Stato d’animo: grandissima felicità.
Fine del sogno.

Oggi cercando di analizzare soprattutto questa sensazione di grandissima felicità, e volendo evitare l’interpretazione “ti innamorerai di un vigile urbano venticinquenne che ti fa la multa”, mi sono resa conto che il momento “felice” coincideva con la “seconda possibilità” di fronte ad una persona dapprima evitata, anche se con dispiacere.
Mi è tornata in mente un’amica che ho, volutamente, perso per strada tantissimi anni fa (complice una notevole serie di pugnalate alle spalle da parte sua), e della sua “persona sfuggita con dispiacere”.
Avevamo circa 18, 19 anni. Era estate, eravamo in vacanza (io, lei viveva ragionevolmente vicino a dove io ero in ferie), ed una sera andammo in un locale molto in voga e molto in culo per noi, non munite di automobile e circondate da amici dal sederone pesante che 20 km per andare a ballare, anche no. In questo locale c’erano molte persone che lei conosceva, ed un di questi ragazzi ci presentò un cugino, residente all’estero non ricordo dove, e tra questo cugino che chiameremo JeanPaul e la mia amica scattò i m m e d i a t a m e n t e qualcosa, subito, istantaneo, ce ne accorgemmo un po’ tutti.
Non successe nulla di particolare, loro restarono tutta la serata a bere e scherzare e ridere, sembravano amici da una vita, tant’è che ad un certo punto lui si mise a parlare solo inglese ed a presentare lei agli altri amici come “mia moglie”, con lei che fingeva di non parlare italiano.
Al momento di andar via lo perdemmo un poco tra la calca, e complice l’era “pre cellulari” lui non ebbe modo di chiederle il numero di telefono e lei, beh lei si guardò bene dal chiederglielo.
Perchè?
Per tutta l’estate lei, in quel locale, non tornò più.
Perchè?

Perchè lei quell’estate aveva “già qualcuno in testa”, un gran figone col cervello di una pulce che le piaceva da tempo e che finalmente dava segnali di interesse.
Chiariamo, anche il buon JeanPaul era fico. Se il cervello di pulce era un nove, JP era un buon otto. Plus cervello. Plus simpatia.
Ma lei voleva avere, non so come dire, “il film”. Stava arrivando una cosa a lungo desiderata e non voleva rischiare di perderla di vista per “il primo che passa”.

Ebbe quello che voleva ed io la rividi due anni dopo. Con la Pulce era finita abbastanza presto ed ingloriosamente, senza neanche spargimenti di lacrime.
E lei due anni dopo pensava ancora a JeanPaul. Ogni tanto. Lo cercava ancora con gli occhi, ogni tanto. In estate andammo di nuovo in quel locale, c’erano i suoi amici, lui non tornò in Italia.
Prima della stagione delle pugnalate, una delle ultime cose che ricordo è lei che mi confessa che anche quando stava con la Pulce evitava quel locale. “Perchè Jean Paul… era un casino. Mi piaceva davvero troppo. Mai avuta tanta chimica con qualcuno“.

Alla lunga serie delle cose che non capisco (e che il mio inconscio cerca di spiegarmi, evidentemente) io aggiungo questa: perchè fuggire da quello che si vuole (chiaramente, quando è perfettamente lecito), per prendere quello che si “dovrebbe volere”, e poi angustiarsi per la scelta?
Io non sempre ho avuto seconde possibilità, nella vita e negli affetti, come tutti credo. La possibilità di tornare indietro, di rimettere le cose a posto, di rifare una scelta, di spiegare, di capirsi, di essere capita.
Non sempre ho dato una seconda possibilità.
Però vivaddio, giuro che se c’è una cosa che ho imparato è a non rinunciare a priori.

Cosa c’è di più bello di qualcuno che hai ferito, e che ti permette di chiedere scusa?

[la mia ex-amica è ufficialmente fidanzata, oggi, con un tizio che è il sosia di lele mora. Cara mia, secondo me tu a Jean Paul ci pensi ancora!]

disintossicazione

A me non piace molto ammetterlo, ma parzialmente il lavoro boia che ho fatto su me stessa per smettere di essere quella a cui le persone avano paura di rivolgere la parola, per quanto sicuramente mi abbia resa meno aggressiva, meno caustica (no dai… solo più silenziosa) e complessivamente meno stronza della me-ventenne-cane sciolto (giuro, c’è ancora gente che mi evita per strada e il buon Tecnologico dopo aver visto un vecchio video di una festina mi ha dichiarato “ma… amore… eri da prendere a pugni in testa!!”), beh dicevo quel lavoro lì ed i suoi risultati ogni tanto mi dispiacciono. Una volta che ti sei allenato ad essere buono, calmo, paziente, fai fatica ad rinunciare alla comodità dell’assertività più o meno passiva ed uscirtene con un festoso ed allegro “crepa”.

Però stasera il Crepa, seppure zuccherino, se n’è uscito per i fatti suoi, e sono qui tutta festante che mi godo la libertà ritrovata.
Adesso vado a farmi una camomilla prima che la bestia che vive nel mio cuore decida di prenderci gusto di nuovo, ed il Tecnologico ci lanci entrambe dalla finestra.

La senti questa voce?
VAFFANCULOOO!! (yeah)