stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

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Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?

del colore del grano.

Quando stai insieme a qualcuno, dopo un poco di tempo in automatico inizi a memorizzare i suoi orari e le sue abitudini, e l’altro i tuoi. In linea di massima si inizia col sapere cose come a che ora si alza, in che orari lavora, quando non chiamare assolutamente perchè fa la pennica (gioca l’Inter), quando è troppo tardi per la buonanotte perchè sta sicuramente già dormendo. Poi ci si evolve nel sapere tipo che è allergico alle pesche, lui si abitua alla frase “non correre che ho i tacchi” oppure “non fumare in macchina” o a bloccarsi davanti alle vetrine di tezenis come un bracco in punta se non vuole perderti nel marasma del sabato pomeriggio. Diventa sapere che odia la zucca (addio, risottino autunnale amatissimo), che non devi farlo parlare di politica coi tuoi, che per tenersi sveglio in macchina ascolterà i Pantera, e lui per contro ti farà il risotto con le pere ed il taleggio perchè la zucca no, si guarderà bene dal nominare Bertinotti a casa dei tuoi, metterà i Pantera a tutto volume pregustando il momento in cui tu sussurrerai che è comprovato che i Pantera provochino secchezza vaginale.

Sono tutte cose piccole che pian piano arrivano in automatico, di aggiustamento in aggiustamento, di scoperta in scoperta, di parola in parola. Inizi a spuntare nomi come giovanna, elisa e francesca da quelli papabili per presunte future figlie perchè sono le sue ex, i pomodori spariscono dal tuo frigo perchè la gastrite non perdona, il mercoledì lui dice vaffanculo al cinemino perchè c’è la champions e tu non ti schiodi dal divano, il tutto senza doverlo ripetere ogni giorno.

Diventa talmente parte del quotidiano che poi, se vi lasciate, sono quelle che cose che ti fanno più male: la telefonata delle sette di mattina, che c’hai ancora
gli occhi gonfi di sonno ed a momenti la fai in automatico senza accorgerti. Adesso sarà sveglio, adesso sarà in macchina, adesso al lavoro. Sono le 19 chissà dove fa aperitivo. Passa quella canzone alla radio. Non compri i pomodori nemmeno se sei sola perchè oramai non ti viene più, e quando torni a casa col sacchetto del Super ti senti imbecille. Ti accendi una sigaretta in macchina e ti mostri il medio allo specchietto. Esci senza rossetto per far dispetto a qualcuno che manco ti
vede. A me è capitato di urlare alla tele “dannazione, non mi ruberai anche il Milan”.

Io non ne sapevo tanto di storie lunghe. Fino ai venticinque la mia frase mantra era “ma anche no”. Uscire sì, divertirsi sì, trombare sì, fidanzarsi anche no, paranoie anche no, innamorarsi anche sì ma raramente coincidevano i sentimenti. Quindi toh, sei mesi, un anno massimo, ma proprio massimo, e spesso un anno affollato. Di altri.
Poi è arrivato il Metempsicotico e lì mi si è aperto un mondo.

Mi ricordo un giorno che eravamo all’estero nel museo dedicato ad uno dei miei pittori preferiti, e lui passando da una sala all’altra ha riso ed ha detto “Toh qui inizia a non piacerti più”. Ed aveva ragione, ed ho pensato cazzo è la prima volta in vita mia che qualcuno mi conosce così bene da sapere perfino in che punto preciso smetto di amare picasso. Ti pare? Sembra impossibile. Deve essere amore.
E mi ricordo anche un giorno, quando già la storia stava tendendo al marrone, che m’ha chiamata mentre ero fuori a cena ed ha indovinato cosa stavamo mangiando sia io che la mia amica, e lei m’ha detto “ma come fai a lasciare un uomo che sa perfino i gusti delle tue amiche” ed io mi sono letteralmente sentita soffocare.
Sembrava amore, ma forse era mania di controllo.

Una volta ho letto in un libro di aforismi la frase “Un marito è qualcuno che sai sempre dov’è.”
Adesso che convivo mi sembra così stupida ‘sta frase, io il Tecnologico non so mai dov’è, fa il commerciale! Ma ne capisco il senso, mi alzo la mattina sapendo se avrà freddo o no, capisco di che umore è da un sopracciglio, so che avrà già steso le lenzuola, ma avrà scordato le crocchette dei gatti, so quali videogiochi rovineranno la mia vita sessuale per una settimana e che non importa se lascio casino nella doccia perchè lui mi sturerà lo scarico invaso da capelli senza che
io nemmeno lo veda. Adesso che convivo non so se durerà per sempre o se finiremo un giorno a lanciarci i piatti e spezzarci il cuore, ma penso di poter dire con certezza che per me, per l’eternità, ci sono delle cose che saranno LUI e che non riuscirò mai più a scindere da lui, un poco come diceva la volpe del Piccolo Principe.

Il mio “colore del grano”:
1. Gli orrendi Pantera (gente che rutta a perdifiato facendo rotolare pentole giù dalle scale – cit.)
2. La nostra canzone, di un gruppo che ha scritto solo quella prima di cadere nell’oblio com’è giusto che sia.
3. Mass Effect 3
4. Cinque piani di scale.
5. Chiamare amichevolmente “Zola” il gorgonzola. Per me Zola era quello che ha scritto “J’accuse!”.
6. Il Pulp, che non esiste neanche più.
7. Empty cantata sotto la doccia, che manco un gatto in amore.
8. Armi. Da fuoco, da taglio, ipermoderne, antiche, pallosissime armi, storia delle armi, funzionamento delle armi, meccanica delle armi, posso farti vedere un video di armi, oh guarda, delle armi.
9. Essere aguzzi invece che acuti.
10. Le lasagne. Di sua madre.

Se qualcuno passa di qui ed ha voglia, mi piacerebbe leggere i vostri:)

italiana, italiana vera, praticamente terona ad honorem

(pregasi astenersi incapaci di comprendere l’ironia e Soloni pronti ad urlare razzista, fascita! terrona sarai tu! – in effetti è proprio così)

Sabato pomeriggio, Tecnologico ed io.

Verba: inviterei gli M&M’s a vedere la partita qui con piccolafuriaurlante, domani. Tipo fare un piccolo aperitivo insieme, magari faccio UNA torta salata…
Tecnologico: ah sì certo bene.
Verba: ah ok allora li chiamo.

Sabato pomeriggio, stessi personaggi, due ore dopo.

Verba: ah chiederei anche a MatrimonioLampo&Lampa visto che ci siamo.
Tecnologico: ah sì certo bene.

Sabato sera, stessi personaggi, esterno di un pub.

Verba: tu, tu e tu. E anche tu. E tuocuggino, che non ci resti male. E il barista che per carità non pensi che lo escludiamo. E la sorella dell’amica del venditore di rose. E AmicoMangiaBuoi! Ah vuoi portare la nonna?? Ma certo che c’è posto per la nonna! Mangia solo minestrina? Nessun problema, faremo anche minestrina!
Teconologico: ….

Domenica mattina, conversazione al risveglio:

Verba: uh, devo andare a fare la spesa.
Tecnologico: Amo’, ma alla fine quanti cazzo siamo?
Verba: boh, un numero qualunque compreso tra sei e cinquantotto.
Tecnologico: Amore, mi raccomando, non esagerare.

Verba: Ma che scherzi Amore? Vai trà!

VAI TRA'

io non so come fa a sopportarmi(ci).

fatta di questo, fatta così

Il giorno in cui mia madre mi ha detto “ci sono cose che devi sapere”, e mi ha fatta sedere e mi ha raccontato cose della nostra famiglia di cui ero completamente all’oscuro. Lei stava riordinando l’erbario che fu la sua tesi di laurea. Era settembre. Avevo 18 anni, mi ha scombinato il cervello, il cuore, il futuro come l’avevo immaginato e pure una buona fetta di passato.
Ho imparato che non tutte le bugie hanno le gambe corte. Alcune camminano spedite per decenni.

Il giorno in cui, in una stanza scalcagnata, piena di ragnetele e polvere, nel mezzo di una festa, dopo otto anni di tira, molla, corri, schiva, piangi e muori e ridi e spera e combatti e arrenditi e ama, ama, ama, ho guardato la persona dall’altra parte di questa lunghissima fune e mi sono resa conto di non provare più assolutamente nulla, nessuna emozione, nessuna attrazione, forse nemmeno affetto, da un istante all’altro. E dicendo “stasera no” ho scoperto che l’amore muore. Sì, anche lui.

La sera in cui, nonostante una persona che sapevo psicolabile, ma credevo amica, mi avesse minacciata meno di dodici ore prima di ammazzarmi di botte se avessi rimesso piede in un determinato locale, mi sono fatta forza – e non sapevo di averne così tanta – e ci sono entrata lo stesso, sola come un cane rognoso, pensando che le botte erano meno spaventose dell’arrendersi, del perdere la dignità e soprattutto dell’ammettere torti che non avevo. E la faccia che ha fatto, oh Signore, in certi momenti mi ripaga ancora della paura che ho avuto, per imparare la libertà.

La notte in cui, dopo settimane di nervosismo e malessere, il problema di salute di mia mamma s’è palesato in tutto il suo fulgore, e la lettiga dell’ambulanza per far prima e’ entrata dalle porte finestre del salotto, e lei seduta sul divano m’è sembrata piccola come mai prima, e lo sapevo che quelle persone erano lì per aiutarla, ma avrei voluto ucciderli tutti per difenderla. E lì ho scoperto che le preghiere non te le dimentichi mai, e quello che invece avevo dimenticato, o forse mai saputo, era che potevo perderla.

Questa sera, dopo che ti ho chiamata per quattro anni senza che mi rispondessi mai. Dopo che ti ho mandato dieci, venti, cinquanta sms che sembravano non raggiungerti neanche per sbaglio. Dopo che mi hai scritto due righe di mail per esternare la tua tristezza, il tuo dolore che ti impediva di alzare il telefono e parlarmi, e m’hai detto “ti racconterò di persona”, e invece non ti ho vista più. Quattro anni. Natale, compleanni, giorni comuni. A farti squillare il cellulare a vuoto sapendo che sarebbe andato a vuoto. A mandarti sms spiritosi a mandarti sms disperati a non mandarti sms morendo dalla voglia di averti ancora nella vita e rifiutando con costanza e con ferocia l’idea che tu nella mia vita non ci volessi più stare.
Così, senza un perchè. Come se fosse più leggero anche star male senza gli amici a fare da zavorra.
Questa sera che dopo mesi ci ho riprovato e mi hai risposto ed a momenti tampono quello davanti dallo spavento. Questa sera che mi hai risposto e abbiamo riso dieci minuti prima di dirci “ciao”. Io lo sapevo che eri lì anche quando non c’eri; tu non so come hai saputo sempre che sarei rimasta. E questa sera hai canticchiato un verso di Futura e poi mi hai detto: “è femmina”.

“In realtà, se ci pensi morte non è il contrario di vita.”
“Ah, no?”
“Nascita è il contrario di morte.”
“E vita?”
“La vita non ha un contrario”.

all I want for Christmas is… sleep

Non che mi manchi spirito natalizio.
E’ solo sepolto sotto l’invalicabile cumulo di roba da fare. Mi sento come il mostro del Signore degli Anelli, solo che io vorrei il Natale, quel Natale che ti metti un maglione rosso e fai una torta canticchiando, e tra me ed il Natale c’è un grosso orologio che ticchetta e proclama “Tu.Non.Ce.La.Puoi.Faaareee!!!”
Mi mancano regali.
Una cosa da nulla: mamma&papà.
Alcuni di quelli che ho devo impacchettarli.
Tutti quelli che ho vanno consegnati.
No, non sono una malata di shopping. E’ solo che una valanga di amici ha figli, e nonostante quello che tutti vi possono dire, far passare le feste senza un pensiero per i bimbi è qualcosa che viene ricordato, e non nella lista cosa buone.
Avrei da lavorare almeno altre sei ore. Devo scappare dall’ufficio per fare una consegna, ma in ufficio ci sono solo io. Ho impegni fin sopra la testa, anzi mi sa che al momento non ce l’ho nemmeno, una testa.
Mia madre mi ha allegramente informata che la cena della vigilia sarà a mio carico, visto che pare io sia l’unica che riesce a mettere d’accordo i gusti degli altri membri.
Il problema è che alla cena della vigilia, tradizione dell’uno, segue il pranzo di Natale, tradizione dell’altra. Sarò dispensata?

Ho sonno. Voglio fare una doccia. Voglio il mio lettone.
Quando manca al 26 dicembre??????