Quello che non sto raccontando

Quello che non sto raccontando è una categoria che è fissa da alcune settimane nella mia testa, il problema però – perché ovviamente c’è un problema – è che solitamente quando ho due minuti per scrivere mi accorgo che MI SONO DIMENTICATA COSA VOLEVO DIRE. Sono riuscita a trasportare la mia unica ed atavica capacità di perdere il filo dal parlato allo scritto. Mitica! Che te ne fai degli altri, tutta la cretineria che ti serve è dentro di te!

Una delle cose che non sto raccontando è che di recente ho ritrovato due amicizie. Una di infanzia ed una di gioventù.
E mi sono ritrovata a dovermi ricordare plurime volte che, se nel caso dell’ultima è stato solo cattivo tempismo a farci perdere di vista, nel caso della prima posso dire che è stato solo buon fiuto, fin da bambina. La vocina che ad intervalli regolari mi ripete “stai attenta verba”. E io sto attenta, sono di nuovo brava, ligia, col mio grembiule. E riguardando mi rendo conto che anche allora avevo questa cosa, questa distanza tra parola e pensiero, per cui sto annuendo magari, ma non è detto che io ti creda. O ti ascolti. Non credo di essere mai stata illusa, neanche da bambina, quando eravamo amiche. Io lo sapevo che c’era molta rabbia dietro a quelle codine.

Una delle cose che non sto raccontando è che si sposa la mia amica Timida, che poi tanto timida non è mica più, e si sposa con il mio amico Timido, che ha superato di slancio la timidezza di alcuni anni da cotto senza molte speranze ed è passato rapidamente da eterno aspirante a fidanzato a promesso sposo. Ed è una storia bellissima, che mi commuove ogni volta che ci penso. Anche se la loro wedding planner ha un piglio così deciso che mi aspetto ci mandi tutti a casa a cambiarci, al matrimonio.

Una delle cose che non sto raccontando è che una persona che fa finta di non ricordare quasi neanche come mi chiamo – ma lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo che era tutta scena – di recente mi ha detto “io lo so che tu compi gli anni in aprile”.

Una delle cose che non stavo raccontando non era ancora successa fino ad oggi.
Ero in macchina con Mimosa e le ho chiesto se volesse ancora un biscotto.
“No mamma”.
“Vuoi acqua?”
“No mamma”.
“Vuoi il ciuccio?”
“No, mamma…voio una carezza”.

Una delle cose che non sto raccontando, una tra mille, è che a me almeno una volta al giorno da due anni si sgretola il cuore.

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perchè una volta scrivevo un blog (e avevo i capelli puliti)

Faceva davvero molto caldo, in quella prima settimana di luglio.
Lei si era già trasferita, camera sua era vuota, coi mobili mezzi accatastati per ridare la tinta ai muri. Camera sua era sempre chiusa, perché a vederla così mi prendeva lo sconforto.
In casa l’aria era bollente, sempre stata un forno, tutto il pomeriggio in battuta di sole con gli infissi di carta velina e niente tenda sul terrazzino. Aprivi le finestre e non c’era un filo di vento, tutto immobile. Ogni volta che aprivo un mobile trovavo altre cose da portare via, da imballare, da ricollocare. Non lo sapevo ancora, ma avrei avuto incubi per anni riguardo a quei mobili cornucopia da cui la roba continuava a ricrearsi e rispuntare fuori.
Poi sono arrivati in soccorso gli amici e in 24 ore (e sei macchine e 8 paia di braccia in più) abbiamo finito, chiuso, terminato, kaputt! Prendi i gatti e scappa. Ho ridato le chiavi. Ho pianto un poco. Non lo sapevo ancora, ma avrei continuato a sognarla per anni, quella casa. Sogno, ogni tanto, di guardarla da ospite, e chi ci vive l’ha resa bellissima, e provo invidia per la capacità di creare bellezza laddove io al massimo creo caos.
La sera ci siamo guardati intorno, sudati e stanchi, il Generale s’è impossessato del telecomando dell’aria condizionata e io ho pensato “Bene, e adesso?”.

4 anni dopo, nella stessa settimana di luglio, altrettanto bollente purtroppo, avevamo una neonata che non dormiva mai. Chissà se chi ha figli che dormono o chi non ne ha affatto riesce a capire la frase “non dorme mai”. Non vuol dire che dorme cinque ore. O quattro. O tre e poi altre tre. Vuol dire mai. Vuol dire che se dorme tre ore poi è sveglia altre tre. 24/24, 7/7. Vuol dire che tre ore filate le dorme una volta al giorno. Se hai culo, col buio. Altrimenti, ogni ora, ogni mezzora, “ueeeeeeè”. Vuol dire due adulti che dopo 4 mesi di costante privazione di sonno, ormai incapaci anche delle cose più semplici perché troppo sfiniti per tutto, si guardano in faccia e si chiedono “E adesso?”.
Un anno dopo, ancora lo stesso giorno di Luglio come il fedele facebook mi ricordò, ho lasciato la mia ex-neonata al padre per il tempo di una doccia. Di solito la doccia dura cinque minuti e quando esco il Tecnologico mi lancia la figlia effettuando un passaggio all’indietro da rugbysta esperto (che non è, temo inoltre si stia allenando per provare un drop, con la figlia) e fugge verso le verdi praterie del caffè, mentre quel giorno preciso preciso di quella settimana precisa precisa li ho trovati lì, seduti sul divano, con lei che ordinava indicando il foglio l’animale da disegnare e lui che eseguiva obbediente, e non si scollava di torno.

L’ho preso come un segno. Il segno che in tempi a venire forse potrò perfino lavarmi i capelli.

Mesi dopo è passata a trovarci la nostra amica Allegra. Allegra ha dieci anni meno di me, almeno 15 cm di altezza in più, capelli rossicci e sciarpe larghe e si mangia le parole quando parla, al che spesso la perdo a metà di un discorso e la ritrovo solo in fondo, senza essere sicura di aver capito come ci siamo arrivate. Mimosa la adora, io pure. E’ difficile trovare qualcuno a cui possa star sullo stomaco Allegra, è come farsi star sulle palle quel filo di vento che ti rinfresca quando hai troppo caldo anche solo per spostarti.

Abbiamo riesumato la cara vecchia brandina pieghevole (brandina pieghevole non rende l’idea, è un monolite di ferro originario degli anni ’70 che – fatalità – si può anche ripiegare su se stesso), quella di quando abitavamo nell’altra casa, le ho preparato il letto e mi ha colpita il pensiero di quante persone provenienti dalle più disparate regioni e frequentazioni abbiano dormito su quel catafalco. Allegra è arrivata dal centro italia nelle nostre vite, sul catafalco e nel nostro cuore grazie ad un blog. Quello che avevo un decennio fa. Quello attraverso il quale ho conosciuto il Tecnologico.
E mentre le guardavo giocare, con Mimosa che in genere è così diffidente che le dava la mano spontaneamente, fiduciosa, e Allegra che se la portava mille volte su e giù dalle scale mobili del supermercato, ho realizzato che le ho entrambe, ora, l’amica e la figlia, la ragazzina che ho visto diventare donna e la neonata che diventa una persona, le ho entrambe perché una volta scrivevo un blog.
Ad un certo punto, chissenefrega di lavarsi i capelli.

L’incomprensione è la chiave della scoperta.

Come dice incorporella in questo post, e come ho imparato a mie spese la settimana scorsa, “l’incomprensione fra popoli è una piaga sociale”.
Ora, dopo aver passato alcune ore della mia vita a ripetere che no, non ce l’ho coi laureati in economia (tipo i miei fratelli), non ce l’ho con quelli laureati in giapponese (uno dei miei migliori amici), con gli educatori (due cugine), con gli intermediatori culturali (il panettier… no, sto scherzando), con agronomi, commesse, fisici nucleari, ingegneri aerospaziali e controllori dei treni, mi sono resa conto che l’incomprensione è una piaga sociale punto, mica solo quella tra popoli.
Sì, la scenetta del rispondere “Sticazzi!” (inteso come CAVOLO! – esclamazione di stupore, come si usa dalle mie parti) all’amico romano che raccontava le sue storie e l’ha interpretato come “Non me ne frega un cazzo”, come si usa dalle SUE parti, ok, celo.
Anche abbracciare un’amica astigiana, piccola, esile, deliziosa, chiamandola “picia mia” (inteso come “piccola mia”, come si usa dalle mie parti), e vederla trasformata in una statua di sale, e sentirla chiedere “MA… PERCHE’?” (scoprendo così che picio, in piemonte, NON VUOLE AFFATTO DIRE PICCOLO!), ok celo anche questo.
Arriverò a sputtanarmi del tutto confessando che, da ragazzina, un’estate ho avuto un’infatuazione per un ragazzino milanese, ma i suoi amici mi consigliarono di lasciarlo perdere perchè “era un babbo”. Ed io dopo alcune paranoie (di già? a 16 anni? cavoli, ma allora è vero che la metropoli corrompe!) chiesi con un filo di voce “Come si chiama suo figlio?”, scatenando – dopo un silenzio attonito – delle risate da tirar giù San Giuseppe dalla nuvola.
So much per il gergo regionale!

Ma l’incomprensione tra amici è una piaga sociale altrettanto grave.
Per dire, Lord ogni tanto prova a raccontarmi la sua giornata lavorativa. Lord ha a che fare con delle macchine astruse; mi ricordo che una volta mi ha chiesto “sai cosa sono le macchine utensili” e quando gli ho risposto “Tipo…Un tornio?” s’è commosso, perchè “Ogni volta che l’ho chiesto ad una donna mi sono sentito rispondere “Una vanga, un aratro”.
C’è da dire che Lord è anche quello che è rimasto sconvolto da fatto che sapessi che il caffé bollente si raffredda se cambi tazzina “per lo scambio di calore”. Devo ancora capire se nutre pregiudizi sulle donne o su i non-ingegneri (gli ingegneri lo ammettano: siete una specie a parte).
Comunque, Lord mi racconta la sua giornata lavorativa. Da venti anni a questa parte, almeno una volta a settimana.
E da venti anni a questa parte, almeno una volta alla settimana, lui dice:

PINZA.

Lui intende questo:

Io penso a questa:

PLACCHETTA.

Lui intende questo:

foto presa da directindustry.it

Io penso a queste:

Ma soprattutto…

MANDRINO. Lui dice MANDRINO.
E intende questo:

Mentre io ogni volta, quindi almeno una volta a settimana da vent’anni, quando sento la parola “Mandrino”, penso a questo:

foto da it.123rf.com


(sì, lo so che è un mandriLLo)

…però moolto più piccolo, con l’aria sorniona e il pisello al vento.

Sei imbecille, mi dice Lord.
Si chiama crasi, rispondo io.

E vissero felici e incompresi.

andare, (forse) tornare.

(ogni riferimento al post di Lucy, giuro, è completamente casuale!)

C’è questa cosa che vivi accanto ad una persona per trent’anni. Da bambine vi siete confrontate i miominipony e la sventura di essere le sorelle maggiori, quelle i cui giochi vengono rubati, depredati, distrutti. Quella che “porta pazienza i tuoi fratelli sono piccoli”.
Da adolescenti l’andare allo stesso liceo ha stretto il rapporto, che è diventato prima importante, poi fondamentale, poi semplicemente familiare.
Quando pensi alla famiglia che scegli quella è la prima faccia che ti viene in mente. Quando pensi alla tua adolescenza sono davvero pochi i ricordi di cui lei non fa parte. Poi siete diventate due ragazze. Entrambe carine, entrambe curiose, diverse in tutto il resto come il giorno e la notte. Occhi scuri occhi chiari, aggraziata una e goffa l’altra, timida l’una e l’altra sarcastica, amante del ballo e studiosa la prima, amante dei libri e delle nottate brave la seconda.
Lei, brava in tutto quel che fa. Il tocco di Re Mida. Riservatissima, generosa di sorriso, avara di parole.
Io, brava in nulla di particolare, buona solo con le parole. Il tocco di Enola Gay, estroversa all’apparenza, le cose importanti incastrate dentro senza saper uscire.
Poi siete diventate due donne. Il lavoro, i primi stipendi, la prima casa dell’indipendenza vera: insieme.
Affitto, mobili, spesa, pulizie, un gatto.

Poi un giorno lei parte e va a vivere dall’altra parte del mondo.
Un amore, una vita nuova, tutto diverso e ad volte difficile. Il paese scelto, per amore ovviamente, non è nè dei più avanzati nè dei più sicuri né dei più confortevoli.
Da questa parte del mondo, la vita scorre uguale e diversa: convivenza, casa, mutui, lavoro.

Poi passa un anno e mezzo e quella persona torna. Per un po’.

La cosa micidiale del ritorno è che conti i giorni, ti struggi nell’attesa, fai programmi e pensi alla grande emozione del ritrovarsi.
Poi quando ti ritrovi davvero, non è emozionante, è normale. Una sensazione di normalità, di giusto, di “ah ciao ma non sei partita ieri?” strabiliante, come se questo fosse il quotidiano, e lo strano non essere accanto.

Ed è così. Anche a distanza di anni, la stranezza è non essersi accanto. La normalità è riprendere a dire le stesse cose in contemporanea.
Mi dispiace, vita vera che ci metti ai due lati del globo, l’amore vero non ne è sconfitto: non è nemmeno intaccato. Non c’è un momento di disagio, non c’è non saper che dire. Non c’è nemmeno il bisogno di fingersi emozionati per paura di offendere l’altra.
C’è molto da ridere. Ci saranno momenti per raccontare.

Poi c’è il lato B.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo giocoforza si perde il quotidiano. Non direttamente il mio, il nostro. Quello del mondo intorno. Non i grandi amori finiti, non le gravidanze ed i matrimoni: il caldo e il freddo. La bolletta del gas. L’incontro casuale per strada, mesi di piccoli gesti, di aperitivi, di mezze parole più che di grandi discorsi.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo la gente gli chiede “RACCONTA!”, ma uno che cazzo ti deve raccontare?
Anche lei si alza, si fa la doccia e fa cose. Anche lei litiga col fidanzato, fa la coda in posta, dorme di più nel week end, fa la ceretta, si mette a dieta, cammina per strada, sceglie le tende.

Sono successe due cose.
La mia vita è andata avanti. Sono cambiati rapporti, sono evolute situazioni, ho conosciuto persone nuove, ho più paura, sono più stanca.
La sua vita è andata avanti. Il rapporto col fidanzato è diventato il centro, quel centro di cui una volta facevo parte anche io. Ha conosciuto persone nuove, ha scoperto un lavoro nuovo. Aspetta un bambino.
Soprattutto però è andata avanti la vita che abbiamo intorno.
Se pensate che le cose non cambino mai, provate a guardare le sfumature nella vita della gente da un anno all’altro.
E’ così difficile tornare indietro e capire che le dinamiche tra le persone non sono le stesse. Che sì, tre anni fa Bao ti ha pestato un piede. Sì, non lo vedi da allora. Ma sì, sono passati tre anni. Sai cose che ci sono dentro tre anni? Sì, Lord s’è comportato male. Ma ogni volta che ci siamo visti, per due anni, che sono più di settecento giorni vivaddio, lui mi ha chiesto se ti ho sentita e come stavi.
E no, non so perché non ti abbia scritto per chiedertelo. Ma se torni aspettandoti un fastidioso sconosciuto, rischi di trovare un incuriosito vecchio amico, che si è dimenticato che avete litigato, ed ha solo voglia di sorriderti e congratularsi.
E sì, io ho provato a medicare la ferita che si è aperta nel nostro gruppo di amici e che anche io ho sentito come dolorosa e feroce.
Ma poi ho smesso, che non era compito mio. Che anche a me può stare sul cazzo qualcuno. Ed anche a me può stare simpatico invece, e può non importarmi se non è ben accetto da tutti.
Ed alla fine, da questo lato del mondo, la ferita s’è rimarginata.
Dall’altro lato del mondo invece s’è fatta più larga, e tornare è buttarci sale sopra.

Io non ho la forza di medicare un arto sano. A me, veramente, stavolta non importa. Non mi importa “tutti insieme”, non mi importa “viene anche tizio”, non mi importa che vi vogliate tutti bene.

Ve ne voglio io.
A me basta così.

Vai a scoprire che alla fine la persona che è più cambiata, in questi due anni, sono proprio io; e magari non è nemmeno un male.

(e adesso corro a sfruttare al meglio questa normalità ritrovata)

Favola Semplice, 2 (BiancaNeve e i Setter Nani)

C’era una volta, non tantissimi anni fa, una Biancaneve cresciuta, con un lavoro diurno e che pagava pure le tasse.
Ovviamente visto il buon carattere ed il cuore grande, aveva un lavoro che la metteva continuamente a contatto con poracci, vecchietti soli e tante, tante bestioline ferite, da curare gratis et amore Dei.
Non bastandole il lavoro, Biancaneve radunava attorno a sè anche una discreta fila di casi umani, ambosessi, cui prestava attenzioni e cure con esiti che osiamo definire nefasti: i setter, noti cani da caccia ed amabili cuccioli invadentissimi, si chiamavano infatti Dammela, MagariMeLaDa, AspettandoLa, SessualitàConfusa, Scroccone e AyurveDica.

Biancaneve, qualche anno addietro, aveva mandato a quel paese il PrincipePallido; una mattina tuttavia si svegliò e, capendo di aver fatto proprio una cazzatona da urlo, preparò armi e bagagli, saltò in groppa ad un grosso cavallo bianco volante e filò a riprendersi il PrincipePallido, che per la gioia chiamò al castello tutti i mariachi del paese e la sposò seduta stante.
Prima di partire però la coscienziosa Biancaneve aveva chiesto alla sua fedele amica CeneSvampola, una tizia piena di senso pratico, ma svampita come Paperino, di prendersi cura degli amatissimi SetterNani. CeneSvampola sorrise a mille denti, ma appena Biancaneve svanì all’orizzonte, si liberò in un colpo solo di Dammela, MagariMeLaDa e ASpettandoLa abbandonandoli in tangenziale in un orario compatibile con la presenza di dolcissime fatine colorate che dietro modesto compenso cantavano graziose ninnenanne “a cappella”, e rendendoli così felici come mai prima.

SessualitàConfusa incontrò poco dopo il Signor’NdoCojoCojo, e la sua
confusione non rappresentò più un problema nè per lei nè per i maroni del prossimo.

CeneSvampola prese con sè il SetterScroccone e lo portò a vivere nel suo castello, chiedendosi cosa diamine fare con Ayurvedica, ultima rimasta del lotto e tormenta budella di straordinaria intensità: una festosa, rumorosissima rincojonita entusiasta di qualunque cosa fosse
contemporaneamente alternativa, misteriosa ed in contatto con MadreNatura.
CeneSvampola, che già aveva problemi a gestirsi il reale e la Madre, non la Natura bensì la Naturale, provò per un certo periodo a tenere sotto controllo Ayurvedica da lontano, limitando i contatti, finendo comunque per desiderare di poterla investire con la propria zuccarrozza giapponese o quantomeno silenziare infilandole le ciabattedicristallo giù per il gargarozzo.

Ayurvedica, perennemente in contatto col suo sè, il suo ying, il suo yang, lo spirito guida l’aura la luce interiore e la Madre del Bosco, viveva felice, portando caos e rumore e gridolini festosi ovunque andasse, e sparando delle puttanate epocali che rovesciavano le budella della povera CeneSvampola e le facevano sanguinare le orecchie.

La situazione peggiorò drasticamente quando Biancaneve & Il Principe Pallido decisero di tornare a far un saluto al vecchio reame, magari approfittando dell’occasione per qualche abbuffata qua e là: Ayurvedica, fuor di sè dalla contentezza, iniziò a progettare eventi, festine e festone, tutte rigorosamente a sorpresa, con sobri menù a base di corteccia di betulla ammorbidita in marmellata di tofu e spirito santo, più giochi di gruppo in stile asilo di azione cattolica, più alcune decine di adepti del sacro culto del farsi i cazzi altrui, gente che CeneSvampola avrebbe ucciso a mestolate e che la dolcissima BiancaNeve aveva impiegato decenni a cavarsi di torno: un disastro.
Fu allora, mentre BiancaNeve, avvisata da un tucano viaggiatore, piangeva a calde lacrime l’immane rottura di coglioni prevista, e CeneSvampola si rammaricava di non aver investito Ayurvedica quando ne aveva l’occasione, che si presentò contemporaneamente alle loro menti una piccola idea.

Quella notte, con la scusa di un consiglio per la scelta del nuovo
menestrello e senza darle modo di raccogliere stronzi sassolini, CeneSVampola portò Ayurvedica in una selva oscura, che la diritta via era smarrita ed aveva pure i vetri oscurati, e lì le fece scegliere un vasto assortimento di tuberi in materiale sintetico, uno per lo ying, uno per lo yang, uno per l’aura scura, uno per la NaturaMatrigna ed uno per il folletto di stocazzo.
Ayurvedica grazie al magico potere dei tuberi si dimenticò quasi subito delle feste, dell’evento e del rientro, e BiancaNeve e CeneSvampola poterono festeggiare la reunion zitte zitte alla SPA.

Morale della favola: se pensi sempre e solo ai cazzi degli altri, vuol
dire che ti manca qualcosa, e quasi sempre quel che ti manca, in questa frase, è pleonastico.

la neve di marzo

.. forse è colpa mia.
Due anni fa più o meno in questo periodo ero affranta e spaventata. La mia migliore amica era partita per l’altra parte del mondo, una nuova avventura, una nuova vita, nessuna certezza e tanti punti di domanda. Ero rimasta a casa nostra, a svuotare i nostri armadi, a buttare le nostre cianfrusaglie, a salvare in scatoloni cose “pesanti” che magari un giorno avrebbe voluto con sè al di là dell’oceano.

Neanche il tempo di tirare il fiato, ed era la volta di Lord. Offerta di lavoro irrinunciabile, anche quella al di là dell’oceano. A lui brillavano gli occhi di gioia, a me venivano gli incubi. Poi ci si è mezza di mezzo un po’ la vita, un po’ la crisi, e lui è rimasto. PiccolaGì, che all’epoca stava con lui da meno di un anno, il prossimo 6 diventa sua moglie.

E tra pochi altri mesi ancora, sempre il 6, torna la mia amica. Dopo più di un anno. Torna per un poco, per un paio di mesi.
Torna… col pancione. A far nascere un bambino che avevo il terrore di non riuscire a vedere in tempo. Che ho il terrore di non riuscire a conoscere abbastanza.

Sono talmente felice che pure il terzo mese di pioggia filato non mi tange.
Sono talmente felice che potrei addirittura mangiare carboidrati.

No, via, sto scherzando. Quello no.