dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)

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la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

Jean Paul, o delle seconde possibilità.

Stanotte ho fatto un sogno strano.

Eravamo Lord, la mia migliore amica ed io, per le stradine di un quartiere residenziale, di ritorno da una serata. Stavamo andando a prendere la mia macchina. Sono sicura che fosse un balzo indietro nel tempo perchè nessuno dei tre era “accompagnato”, era una serata come tante di alcuni anni fa: niente Tecnologico, niente PiccolaGì, niente Straniero.
Ad un certo punto ci si para davanti un tale, giovane, bello, gentile, che pur essendo vestito normalmente è una specie di poliziotto e che vuole non so cosa da me e dalla mia automobile (suppongo di aver parcheggiato in divieto di sosta pure nel sogno); io qualunque documento lui voglia non sono minimamente intenzionata a darglielo, quindi gli dico “Aspetta almeno un momento che saliamo in macchina e che lo cerco”, gli rifilo la prima carta che mi capita sottomano – stando attenta che ci sia solo il mio nome e non la targa della macchina (UN GENIO DEL MALE ANCHE IN SOGNO!)- e appena siamo saliti tutti lo schivo e schizzo via.
Solo che c’è nebbia, non si vede bene, le stradine sono strette e devo evitare anche un passante (donna al volante, anche in sogno), e il tizio – che si vede che c’è proprio rimasto male – si mette a correrci dietro, a piedi.
Lord mi dice “Oh, accellera che quello là è un maratoneta”, il tizio si avvicina sempre di più, alla fine la nebbia si dirada e fuggiamo festanti.
Stato d’animo: dispiaciuta per il tizio.
Nel sogno poi mi rammarico di averlo preso per il culo e buggerato, vado a fare una passeggiata in centro, lo incontro, e invece di prendermi a calci il tizio mi fa posto su di una panchina e si presenta.
Stato d’animo: grandissima felicità.
Fine del sogno.

Oggi cercando di analizzare soprattutto questa sensazione di grandissima felicità, e volendo evitare l’interpretazione “ti innamorerai di un vigile urbano venticinquenne che ti fa la multa”, mi sono resa conto che il momento “felice” coincideva con la “seconda possibilità” di fronte ad una persona dapprima evitata, anche se con dispiacere.
Mi è tornata in mente un’amica che ho, volutamente, perso per strada tantissimi anni fa (complice una notevole serie di pugnalate alle spalle da parte sua), e della sua “persona sfuggita con dispiacere”.
Avevamo circa 18, 19 anni. Era estate, eravamo in vacanza (io, lei viveva ragionevolmente vicino a dove io ero in ferie), ed una sera andammo in un locale molto in voga e molto in culo per noi, non munite di automobile e circondate da amici dal sederone pesante che 20 km per andare a ballare, anche no. In questo locale c’erano molte persone che lei conosceva, ed un di questi ragazzi ci presentò un cugino, residente all’estero non ricordo dove, e tra questo cugino che chiameremo JeanPaul e la mia amica scattò i m m e d i a t a m e n t e qualcosa, subito, istantaneo, ce ne accorgemmo un po’ tutti.
Non successe nulla di particolare, loro restarono tutta la serata a bere e scherzare e ridere, sembravano amici da una vita, tant’è che ad un certo punto lui si mise a parlare solo inglese ed a presentare lei agli altri amici come “mia moglie”, con lei che fingeva di non parlare italiano.
Al momento di andar via lo perdemmo un poco tra la calca, e complice l’era “pre cellulari” lui non ebbe modo di chiederle il numero di telefono e lei, beh lei si guardò bene dal chiederglielo.
Perchè?
Per tutta l’estate lei, in quel locale, non tornò più.
Perchè?

Perchè lei quell’estate aveva “già qualcuno in testa”, un gran figone col cervello di una pulce che le piaceva da tempo e che finalmente dava segnali di interesse.
Chiariamo, anche il buon JeanPaul era fico. Se il cervello di pulce era un nove, JP era un buon otto. Plus cervello. Plus simpatia.
Ma lei voleva avere, non so come dire, “il film”. Stava arrivando una cosa a lungo desiderata e non voleva rischiare di perderla di vista per “il primo che passa”.

Ebbe quello che voleva ed io la rividi due anni dopo. Con la Pulce era finita abbastanza presto ed ingloriosamente, senza neanche spargimenti di lacrime.
E lei due anni dopo pensava ancora a JeanPaul. Ogni tanto. Lo cercava ancora con gli occhi, ogni tanto. In estate andammo di nuovo in quel locale, c’erano i suoi amici, lui non tornò in Italia.
Prima della stagione delle pugnalate, una delle ultime cose che ricordo è lei che mi confessa che anche quando stava con la Pulce evitava quel locale. “Perchè Jean Paul… era un casino. Mi piaceva davvero troppo. Mai avuta tanta chimica con qualcuno“.

Alla lunga serie delle cose che non capisco (e che il mio inconscio cerca di spiegarmi, evidentemente) io aggiungo questa: perchè fuggire da quello che si vuole (chiaramente, quando è perfettamente lecito), per prendere quello che si “dovrebbe volere”, e poi angustiarsi per la scelta?
Io non sempre ho avuto seconde possibilità, nella vita e negli affetti, come tutti credo. La possibilità di tornare indietro, di rimettere le cose a posto, di rifare una scelta, di spiegare, di capirsi, di essere capita.
Non sempre ho dato una seconda possibilità.
Però vivaddio, giuro che se c’è una cosa che ho imparato è a non rinunciare a priori.

Cosa c’è di più bello di qualcuno che hai ferito, e che ti permette di chiedere scusa?

[la mia ex-amica è ufficialmente fidanzata, oggi, con un tizio che è il sosia di lele mora. Cara mia, secondo me tu a Jean Paul ci pensi ancora!]

Favola Semplice-Semi Cit. (uno scoglio incazzato solo perchè normale)

C’era una volta un signore molto affamato d’amore, che chiameremo Il Signor Cozza, ma il nome è di fantasia.
Il Signor Cozza aveva questa particolarità, era totalmente incapace di restare da solo, aveva costantemente bisogno di una Signora Scoglio o di qualcuno che ne facesse le veci.
Tra una Signora Scoglio di lungo corso e l’altra, il Signor Cozza si invaghì di una bella fanciulla, la Signorina Mollami. Il problema era che la Signorina Mollami non solo non voleva assolutamente trasformarsi in Signora Scoglio, ma aveva anche capito subito che il Signor Cozza era molto più innamorato della generica idea di accozzarsi piuttosto che di lei, e lo trovava anche noioso e bruttarello.
Per il povero Signor Cozza non funzionò l’amor che a nullo amato, e la Signorina Mollami continuò a fuggirlo al grido di “Scrostati!”.
Il nostro prode bivalve gioco tutte le sue carte, compresa la ricetta del sugo alla tarantina, per convincere la bella Mollami, ma alla fine dovette mollare la presa: finì per conoscere la Signorina Polipo, che forse non era graziosa come Mollami, ma aveva dei tentacoli interessanti e fu disponibile fin da subito a far da roccia, da scoglio e finanche da montagna sommersa.
La Signorina Polipo, poi, dal primo momento prese in antipatia la rivale e la subissò di insulti, che la Mollami fedele al suo nome fece sempre finta di non sentire.
Il Signor Cozza giurò eterno amore alla Signorina Polipo ed ella divenne la Nuova Signora Scoglio.
Ma la Signorina Mollami aveva visto giusto: il Signor Cozza sotto sotto continuava a volerla scogliare, così per il gusto di fare scoglio-cozza, e la Signora Scoglio si avvide del pericolo ed iniziò a dire in giro che la Mollami era una poco di buono, che avrebbe dovuto in realtà chiamarsi LaMollo, eppoi come si fa signora mia, in questo mare, a farsi chiamare Mollami e non PesceFlauto? Non si intona neanche all’arredo!

Così passarono giorni, mesi ed anni, la signorina Mollami fuggì sulle montagne con il SignorAccetta, un tipino tagliente anzichenò, il Signor Cozza si dimenticò di averla mai conosciuta, ma chi non si dimenticò di lei fu la Signora Scoglio che per giorni, mesi ed anni continuò imperterrità ad incolpare la povera ed ignara Mollami di ogni nefandezza, arrivando ad insinuare di averla vista cibarsi di vongole.
Tanto presa dalla sua guerra alla storica rivale, non si avvide dell’arrivo di un branco di PescineSilure: il Signor Cozza se ne avvide eccome e ci si sollazzò in lungo ed in largo, rimanendo anche piuttosto seccato quando le Pescine silurarono via com’era nella loro natura.
Ma il Mare si sa, ha onde che viaggiano lunghe, ed i pettegolezzi ed i racconti impudenti delle PescineSilure giunsero infine all’orecchio della Signora Scoglio, che prese ad inveire contro la Mollami, ormai SignoraAccetta, così più per abitudine che per altro, e non le fece buon pro perchè mentre inveiva contro la nemica di una volta l’ultima PescinaSilura che passava da lì si inghiotti il Signor Cozza, rimasto due minuti da solo, e nessuno lo vide più.

Morale della favola: guarda più il tuo “amico” che il tuo nemico, il tuo nemico non sa neanche che esisti e intanto il tuo amico te lo picchia nel culo.

Estemporanea, 7 di enne: sfogo libero.

Quelli che:
So’. Ho’. Do’. Fa’. Sa’.
Maremmmà maialà, l’accento non ci va.
E’ italiano, puttana galera. Non greco, non ostrogoto, non russo: i t a l i a n o. Da terza elementare.

Quelli che “le perifrasi divertenti o fiche”, l’ho visto da qualche parte. I brillanti con le idee degli altri: che poi leggi “essere trandy”. Oppure “Torna a casa lessy”. Mi cadono i capelli. Lasciate perdere.
Come dicevano in “altrimenti ci arrabbiamo”: NEIN!

Quelle che alla mia età sono ancora a fare la duckface su FB: ancora NEIN!

Quelle che ogni giorno sfrangiano la minchia con recriminazioni su quanto fiche sono loro e quanto senza palle, senza coglioni, mezzo uomo, inutile respiratore di ossigeno sia il bastardo-che-non-le-vuole: no, dai, non farmelo copincollare ancora.

NON E’ CHE NON HA PALLE, NON E’ FROCIO, NON E’ STRONZO: GLI FAI C A G A R E.

E’ suo diritto, per la miseria. Quanti hanno fatto schifo a te? Te li sei fatti per forza? No? Allora non rompere i coglioni.
Altrimenti?
Altrimenti cosa?
Altrimenti mi arrabbio?

Io sono GIA’ ARRABBIATA! [cit.]

[oldies] Dell’Uomo Gomma

Sono pressochè certa che chiunque qui dentro (almeno tra gli over 16) abbia avuto a che fare con quel genere di donna cui tutto provoca stress, cui anche l’aria scatena eritemi, ogni gesto può essere fonte di crisi isterica e perfino la lattuga scondita è causa di pantomime sul controllo del peso corporeo. Ne sono sicura perchè questo genere di donna, che andrebbe sedata la mattina appena sveglia e mantenuta in stato catatonico (in alternativa, imbavagliata) per tutto l’arco della giornata, è in continuo aumento e tende ad allungare i suoi ansiogeni
artigli in ogni ambito della nostra vita internettara.

Chiunque pensi che l’aumento di questa specie, la Femmina-Xanax, sia dovuto ad un’epidemia di rompicoglionite, ad una cronica carenza di augello oppure sia mero contagio da contatto tra donne, si sbaglia. La
Femmina Xanax è infatti una conseguenza. La Femmina Xanax è puro sottoprodotto dell’Uomo Gomma.

L’Uomo Gomma è la più indigesta forma maschile nota sull’intero pianeta. L’Uomo Gomma è il Male. L’Uomo Gomma, soprattutto, è praticamente impossibile da espellere dall’esistenza una volta che dovesse entrare a farne parte.
Perchè? Perchè lui rimbalza. Rimbalza e gli rimbalza, gli rimbalza del tutto. Boing, boing, boing. Torna sempre indietro intatto.

Lui è quello che, mettiamo, ti porta le rose. E tu ringrazi, ma fai presente che non ami i fiori, non hai un vaso, sei allergica, sei animista. Lui si scusa.
La volta dopo ti porta un mazzo di margherite. E tu continui a non avere vasi, a detestare i fiori, a starnutire, a piangere per le povere anime senza pace dei boccioli strappati ad un’esistenza di campo. E lui si scusa. Tanto. E’ affranto.
Il giorno dopo ti scrive un’appassionata lettera in cui rinnova le scuse. La manda in ufficio.
Insieme ad un mazzo di gigli.

Lo stesso identico schema si ripresenta per musica, libri, locali, cibo, animali, abbigliamento. Qualsiasi cosa tu giudichi brutta, inutile, pesante, inascoltabile, noiosa o semplicemente inadatta a te, verrà infilata proposta aggiunta depositata nella tua vita in tutte le versioni
esistenti. Ad ogni rifiuto, una scusa. Con ogni scusa, un regalo: brutto, inutile, pesante, inascoltabile, noioso ed inadatto a te.
Con cinguettio finale: questo ti piace tesoro?
Boing, boing, boing…

A questo punto a quella che era una donna normale, magari solo lievemente ipertesa al cambio stagione, iniziano a tremare la mani quando vede gli ovetti Kinder al supermercato. Si sveglia di notte, sudata, da incubi in cui enormi viole del pensiero la inseguono sussurrando suadenti “sono fondente all’ 80%”.
Decide di interrompere la relazione. Ha-Ha.

Tenta la versione diretta:
“Ci vediamo questo fine settimana?”
“Stavo giusto pensando…credo che dovremmo smettere di vederci, io non mi sento pronta per/non mi trovo bene/mi sono innamorata di un altro/mi sono scoperta lesbica”
“Ah, va bene, purchè tu sia felice, lo sai”
“Allora sei d’accordo?”
“Sì certo. Sai, dovremmo vederci più spesso, ultimamente passiamo poco tempo insieme” [1]
Boing.

Decide di diversificare. Prova lo smollamento per sfinimento.
“Ci vediamo stasera?”
“Ho un’impegno”
“Domani?”
“Ho un’impegno”
“Lunedì?”
“Ho altri due impegni”
“E quando sei libera?”
“Eh, mai”
“Ok. A che ora stasera?”
Boing boing.

Lei inizia a dubitare della propria capacità di comunicare. Teme di avere le allucinazioni. Di essere un’afona inconsapevole: magari crede di parlare, ma la voce non esce? Inizia a far prove sui colleghi, e sorpresa
sorpresa: loro quando li manda affanculo la sentono.
Rischia il posto di lavoro, inizia a deperire fisicamente.

Ha l’illuminazione: si spaccerà per tisica, inferma, affetta da male sconosciuto che obblighi alla drastica riduzione dei rapporti interpersonali.
Ottiene questo dialogo.
“Sto male, il medico mi consiglia di prendere un periodo di riposo assoluto e non vedere nessuno, potrebbe essere contagioso”
“Mi dispiace tanto piccola, vengo subito a trovarti”
“Ma non posso! Potrebbe essere contagioso!”
“Ah, ok. Per quanto tempo devi restare a casa?”
“Due mesi!”
“Allora vengo domani, andiamo a fare una passeggiata”
“Noon possoooo, devo stare a riposo assoluto”
“Ah, giusto. Allora vengo domani e ci guardiamo un film”
“….”
Boing!

Lei, da quell’amabile bruco di femmina normale che fu, è quasi pronta a liberare la Farfalla Xanax dal bozzolo.
Ha visioni in cui ipoteca casa per pagare un Killer ed eliminare il problema. Prova un’attrazione sessuale quasi frenetica per il Nicholson di Shining. Sogna di scappare con lui, in tre: Jack, lei e l’ascia. Tiene gli stessi vestiti addosso così a lungo da usare il FeBreeze al posto del deodorante, ha occhiaie che sfiorano gli angoli delle labbra.
Decide di sparire di colpo. Oltre al numero di telefono a volte cambia pure la macchina, per mimetizzarsi.
E’ una donna distrutta.

Lui, con l’ultimo rimbalzo, le porta via anche la reputazione: scrive a Natalia Aspesi, alla Palombelli, a Cristina del Grande Fratello, a Chi L’ha visto e pure a Stranamore, insomma fa di lei una star: La Stronza.

nota [1]: questa conversazione è realmente avvenuta.
sono una persona piena di fortuna :\