scrittori

Una decina di anni fa sono stata alla presentazione di un libro di Joe Lansdale. Era di sera, in una – mi sembra – biblioteca comunale milanese, c’erano zanzare a milioni e lui era, semplicemente, di una simpatia irresistibile. La gente ha passato più tempo a ridere che a fare domande, il che è tutto dire, con le cose che avresti da chiedere, potendo, a Joe Lansdale. Sulle sue storie, su quel delirio che è “le notti del drive in” (per chi non lo abbia mai letto: metti che finisce il mondo ed i superstiti sono circoscritti dentro un caro vecchio drive in americano anni ’50?), sui romanzi di formazione dove sembra anche a te di avere sempre sete, sempre caldo e sempre paura, o dove la gente spara agli scoiattoli perché sono CIBO. E potrei continuare.
Comunque tutto è piacevolissimo. Finché.
Finché si alza il solito, consueto, immancabile sottoprodotto da centro sociale malinteso, quello che può fare una questione politica anche di un rotolo di carta igienica, quello che ha preso sul serio “destra e sinistra” di gaber e da allora si fa solo la doccia e mai un bagno, insomma quel genere di tizio lì, e gli chiede una cosa che suona come: “Ma lei cosa prova ad essere del Texas, che anche Georghe Bush (era presidente in carica) è del Texas?”
Prima che riesca a togliermi una scarpa e lanciarla in testa al tizio, Lansdale gli risponde serafico:
“Veramente secondo me in realtà Bush è del Tennessee”.
Chapeau.

Tempo fa ho letto il libro di Stephen King sulla scrittura. M’è rimasta impressa una parte in cui si lamenta che a lui ed ai suoi colleghi scrittori “di intrattenimento” nessuno, alle conferenze, alle presentazioni, nelle interviste, chieda mai niente riguardo alla scrittura, alle scelte stilistiche, al linguaggio. Insomma alla fatica del mettere una parola dietro l’altra, al perché del suo mestiere.
A me personalmente non verrebbe mai in mente di chiedere a King perché ha scritto un libro in terza persona e non in prima. Mi verrebbe da chiedere cosa si sia fumato prima di scrivere Dolores Claiborne o come diamine sia possibile che la stessa persona produca un libro di una noia immonda come “la bambina che amava tom gordon” ed una gioia per il lettore come Cose Preziose, La Metà Oscura, La storia di Lisey.
No, non sto snobbando King (o Deaver, o Grisham, o Pelecanos, o Martin, o la Zimmer Bradley, o qualunque altro scrittore di best seller vi venga in mente). Prima di dire che un libro è scritto male, male inteso come MALE, coi periodini da prima elementare, con frasi senza senso, con dieci vocaboli in tutto consiglierei di leggere un libro della trilogia de “Hunger Games” (una povertà totale), e se vogliamo aggiungere anche errori grammaticali (a lei = gli, ci sei anche TE, roba così) possiamo passare direttamente a Moccia.
Io per esempio ce l’ho da morire con Moccia. Anni di studio della lingua italiana buttati nel cesso, in nome del linguaggio giovane. Un signore pelato che scimmiotta i peggiori burini tredicenni. Se hai un figlio che legge Moccia, portagli via il libro: alla fine della lettura parlerà un italiano peggiore di prima! E’ un miracolo al contrario. Ma se è per quello ce l’ho anche con jovanotti (NON C’E’ NIENTE CHE HO BISOGNO… sì ti serve uno Zingarelli!), con Ligabue (Il consueto “sei te”, perché fa rima. Anche con bidet, vorrei far notare), con mille altri.

A casa mia si legge di tutto. E quando dico di tutto, intendo TUTTO. Divina commedia e Giobbe Covatta. Alda Merini e il Dizionario dei Proverbi. Carlo E Luca Goldoni. Gialli a pioggia. Italiani, americani, inglesi, scandinavi. Romanzi rosa e saggi sulle armi. L’importanza della Svizzera nell’Europa odierna ed Harry Potter. Io amo Harry Potter.
Se potessi avere indietro i soldi che ho speso in libri, avrei pagato mezzo mutuo; siccome oramai sono andati, pagherò invece un mutuo ventennale e già oggi, dopo tre anni, non so più dove mettere le librerie, dove aggiungere mensole, cosa spostare qui e lì. Quindi sì, sono decisamente di bocca buona, se è il caso.

Però per onestà bisogna dire, sia al tizio iperpolitico che poi va a fare le pulci alle conferenze di Lansdale, sia a King che si lamenta che non gli fanno le stesse domande che fanno alla Szymborska, sia a chi si incazza se dici che i libri di Fabio Volo sono Mocciate per over trenta (MA PARLANO DELLA VITA VERA! VEDI? E’ QUELLO CHE PENSO IO, RACCONTA LA MIA VITA QUOTIDIANA!…appunto, dico io! Appunto! PENSA CHE PALLE!), che poi ogni tanto approdi ad uno scrittore gioca un altro campionato. Una cosa che sembra di vedere Baresi redivivo dopo anni di Mexes.
Uno tipo Philip Roth.

“You fight your superficiality, your shallowness, so as to try to come at people without unreal expectations, without an overload of bias or hope or arrogance, as untanklike as you can be, sans cannon and machine guns and steel plating half a foot thick; you come at them unmenacingly on your own ten toes instead of tearing up the turf with your caterpillar treads, take them on with ad open mind, as equals, man to man, as we used to say, and yet you never fail to get them wrong. You might as well have the brain of a tank. You get them wrong before you meet them, while you’re anticipating meeting them; you get them wrong while you’re with them; and then you go home to tell somebody else about the meeting and you get them all wrong again. Since the same generally goes for them with you, the whole thing is really a dazzling illusion empty of all perception, an astonishing farce of misperception.[…] The fact remains that getting people right is not what living is all about anyway. It’s getting them wrong that is living, getting them wrong and wrong and wrong and then, on careful reconsideration, getting them wrong again. That’s how we know we’re alive: we’re wrong. Maybe the best thing would be to forget being right or wrong about people and just go along for the ride.”
[American Pastoral]

Che non so come dire, a me sembra un piccione planato sulla testa di tutti i Moccia del mondo.
Senza imodium.

del preservare un sottoinsieme: esce il libro di Max

Tra le tante cose che questo blog mi ha dato, in primis la possibilità di “sbabbiare” senza infastidire troppo il Tecnologico ed i miei amici più cari, in secondo luogo alcune ore di terrore e raccapriccio, c’è stata l’insperata scoperta di alcune persone fuori dal comune.

Disfunzionale a parte, la persona più fuori dal comune tra tutte secondo me è Max.

Chi di voi ha un amico ingegnere alzi la mano.
Io ce ne ho alcuni. Uno è il mio migliore amico, sì quello del matrimonio tra altissimi.
Chi ha un amico ingegnere sa che mediamente essere ingegnere ed essere pignolo è tutt’uno. Essere ingegnere ed essere curioso, di solito anche.
Ma soprattutto, essere ingegnere è un poco anche essere “musso”, come si dice dalle mie parti. Zuccone. Abituato a ragionamento lineare, a leggi precise. Spiegare una sensazione ad un ingegnere è impresa ardua.

Chi ha una lettera d’amore scritta da un ingegnere alzi la mano di nuovo.
C’è ALMENO UNA LEGGE DELLA TERMOIDRAULICA citata dentro, vero?
Vero?
Dai. Li amiamo così. Matti, ma che i matti per loro sono gli altri (e spesso questo è pure vero).

Beh quando il Signore ha creato gli ingegneri in qualche modo deve essergli scappato il buon Max. Non so se a livello di release beta, ma credo di no.

Max è un mondo a parte.
Max è un ingegnere che cucina.
Che esprime senza formule strane sentimenti come amicizia, nostalgia, malinconia, ed amore. Per la moglie, sì, ma pure per altri preziosi componenti della famiglia.
Eppure è ingegnere.
Giuro.
ASSOLUTAMENTE INGEGNERE.

Ebbene Max, il 09 febbraio, si presenta bel bello in libreria a Roma perchè esce il suo primo libro (i riferimenti sono qui e qui.
Io sto a 600 e rotti km e non ci posso andare, ma se qualcuno è nei paraggi, per l’amor di Dio, che ci vada… non fosse che per fregargli la ricetta della carbonara.
No, sto scherzando: che ci vada, per farsi un favore e soprattutto per preservare questo misterioso sottoinsieme in “gnegnere” scrittore, poeta, santo, navigatore, marito, padre e cuoco.
Che insomma, magari si scopre come clonarlo. E magari no, ma si torna a casa con un buon libro.

Oh Max, in bocca al lupo.
firmato
verba, quella a cui nemmeno tu hai avuto il coraggio di provar a spiegare la formula dell’entropia