dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)

Annunci

la leggenda della cacca santa ed altre favolette

Dalla prima sera da soli a casa col relativo primo attacco di panico è passato un mese giusto giusto. La sconosciuta di tre chili e rotti che ci siamo portati via dall’ospedale è già meno sconosciuta e ben più pasciuta, e posso affermare non senza dispiacere che ha ereditato lo stomaco problematico del padre, purtroppo in concomitanza con l’appetito da caimano di sua madre: dopo “Ogni cosa è illuminata” va in onda a casa nostra “Ogni cosa è vomitata”. Ma vabbè.

Un sacco di tempo fa leggevo il blog di “machedavvero” e mi ricordo di aver sorriso di un episodio in cui lei, alla prima uscita post-parto senza pargola, ha realizzato “oddio ho una figlia”, così, come se alla prima boccata d’aria la nozione si fosse cancellata da sola. Ora non sorriderei un bel cazzo di niente perché a me è capitato senza neanche uscire di casa: sotto la doccia, o cucinando, o coccolando il gatto. Ah, oddio, nella stanza accanto c’è una neonata…ed è mia. Seguiva attacco di panico di cui sopra.
C’erano delle cose che mi sono state dette, PRIMA, a cui non ho prestato attenzione. Altre che ho ascoltato, ma davvero se non ci passi non riesci a comprendere la faccenda. Tipo il parto, lo sai che fa male, ma non sai non dico “quanto”, ma “come”.
Tipo il primo mese. Tutti ti dicono (tranne quelli che hanno il figlio benedetto da Dio che dorme subito almeno sei ore e le restanti 18 non le passa a piangere) che il primo mese è un tunnel.
Buio.
Il nostro in effetti è stato un tunnel. Buio.
Sulla Salerno-Reggio.
Il primo agosto.
Senza aria condizionata.

Per mia fortuna non sono una competitiva e non mi è mai venuto in mente di partecipare alla gara “il mio è più buono del tuo”. La piccola è buona come il pane, va detto, ma ha questa piccola, secondaria fisima del voler mangiare sempre. Intendo sempre. Se ha gli occhi aperti, lei vuole mangiare. Mi guarda come se fossi un Big Mac e la sua piccola bocca rosata mima il succhiare ed i suoi occhi lanciano il messaggio:

“TETTA. ORA. TETTA! TETTA! TETTATETTATETTATETTATETTA!”. Per cinque secondi.

Poi si scatena l’inferno.

Con buona pace della routine propugnata dai manuali, dalla mia stessa pediatra (la lasci piangere, fa bene ai polmoni!…due ore…?), dalle altre mamme (io la mia la lascio piangere sempre, deve imparare la pazienza!…per curiosità quanto tempo la lasci piangere? “Mah, cinque minuti”. Ah, ecco), dalla MIA MAMMA (non puoi cedere al ricatto!…cominciamo bene!), Mimosa Sequentur (grazie Riru!) vorrebbe magnare ogni ora, e solo la benevolenza del Signore fa sì che al momento la notte allunghi i suoi tempi ad ore 3. Forse. Se la luna non è in Sagittario.
Ovviamente ho letto tutto il leggibile sul “come” allungarle i tempi. Può essere che ci metta del mio e mi compri dei tappi per le orecchie. Anzi delle cuffie. Grosse.

Detto questo, ne ho imparate di cose questo mese!
Per esempio, la prima è che, come dice il mio amico Funky “I figli degli altri dormono. Tutti. Da subito. Ininterrottamente. Dal terzo mese portano il caffè alla mamma, ma solo dopo le otto di mattina.”
Eppure anche le altre hanno occhiaie da panda e segnali di cedimento psicofisico. Chissà. Sarà la cancellazione di Centovetrine.
La seconda è che il limite si sposta sempre. Tieni duro il primo mese, poi è fatta, ti dicono.
Poi diventa “A 40 giorni si regolarizzano”.
Poi si estende a “A 3 mesi distinguono il giorno dalla notte”.
Poi raggiungi “A otto mesi il sistema digerente è maturato e con lo svezzamento si risolve il problema del reflusso”.
Poi alle due di mattina con l’idrovora attaccata leggi i forum di madri sfinite e… “mio figlio chiede ancora il biberon delle tre di notte. Ha 12 anni”. A quel punto unirti alla resistenza curda non ti sembra più un’idea malsana e pericolosa.
La terza è l’annosa questione della cacca dei neonati. La famosa cacca santa che non dovrebbe puzzare, quella assurta a paradigma di quanto noiosi si diventi da genitori, beh il punto focale della caccasanta non è l’odore, ma il colore. Perché i neonati c’hanno il culo di Iridella e ciò che producono cambia colore da un giorno all’altro, se non nell’arco dello stesso giorno. E ci sono fior di siti con le foto di suddetta produzione e la spiegazione sotto, bene-male, buona-cattiva, ottimo-pessimo. Suppongo usati da gente come me, che un giorno ha aperto il pannolino della figlia ed ha esclamato “ORCOGIUDA, MA QUANDO S’E’ MAGNATA UN UNIPOSCA?”.

La cacca dei neonati può essere fluo.
Come i segni che ho sotto gli occhi. Ah, ecco, qualcuno avverte un leggero languorino. Post pubblicato senza rilettura in 3, 2, 1…

Quelli che aspettano

Siamo in ritardo. Per una maniaca della puntualità nonchè control freak come la sottoscritta è un bello smacco.
Parenti e amici si fanno sotto ad intervalli regolari con “e quindi? e allora?”. Perfino i vicini di casa, che in queste due palazzine l’età media è sui 65, mi fermano in giardino dicendo “Eh, guardiamo sempre se compare il fiocco”. Sono carini eh, ma io mi sento come quando da ragazzina andavo a cercare il nido della gallina per vedere se c’era già l’uovo, non fosse che in questo caso la gallina sono io.

Mentre ammazzo il tempo vagando per casa come un’anima persa e sopprimendo la tentazione di ascoltare tonnellate di disprezzatissima saggezza popolare, che consigliano di camminare, salire scale, lavare vetri, mettersi in strane posizioni e bere infusi di salvia (BLEAURGH), mi godo gli effetti che l’attesa ha sulle persone intorno a me: per esempio, dall’ufficio non fanno neanche più finta di considerarmi in maternità. Ogni giorno due/tre rogne di lavoro non me le leva nessuno, oramai non c’è neanche il “disturbo?”, si passa diretti al sodo.
Ho il mio filo diretto col commercialista e un simpatico programma che mi fa entrare nel mio pc dell’ufficio e sbrogliare direttamente da lì.
Il Tecnologico, dal canto suo, ondeggia dal negazionismo più estremo “andremo, faremo, viaggeremo” “Amore, sto al nono mese se non praticamente al decimo, ‘ndo vado?” ad uno stato di allerta tale che se per sbaglio sbatto il mignolino contro un mobile e dico “AHIA!”, si precipita con le chiavi della macchina in una mano e la valigia dell’ospedale nell’altra. Arriva alla porta di casa con me in spalla prima che riesca a spiegargli che no, non ho le contrazioni. Mi va anche bene, al corso pre parto c’è una ragazza, mia coetanea, che ha già capito che in ospedale arriverà guidando lei: suo marito si emoziona talmente tanto che già per le ecografie prendeva le rotonde contromano.

Questo stato forzato di inerzia/incertezza ha anche un lato positivo, dopo anni ed anni di “a casa mai” ho riscoperto un elettrodomestico mai usato: la televisione. Mi sto facendo una cultura invidiabile: per esempio ho scoperto, grazie alle repliche di Sarabanda del 1999 (!!!), che ‘O Sole Mio è stata scritta in Ucraina, grazie a non ricordo che programma del digitale che il pesce “mangiamaroni” esiste veramente ed è un vegetariano convertito alla carne umana, che quello che ha scritto il libro da cui hanno tratto i Gremlins ha scritto pure la Fabbrica di Cioccolato e che negli stati uniti ci sono almeno 15 trasmissioni a cui puoi telefonare per farti rifare casa gratis et amore dei, rompendo pure i coglioni agli edili come una nonnina petulante.

Ma l’apporto più importante alla mia nuova cultura pop l’ha dato l’ostetrica del corso pre parto, che ha rivelato a me ed alle altre sfornatrici il seguente segreto:
“Tutta questa omossessualità dilagante è dovuta alla pigrizia dei genitori di oggi, che invece di consolare i bambini quando hanno le coliche esagerano con sondini e stimolazione anale, e i bambini troppo stimolati analmente poi non crescono normali!”.

E da fondo sala, una vocina:
“Signora?”
“Sì?”
“E le lesbiche?”
“Prego?”
“Le lesbiche. La genesi delle lesbiche?”
“….”

Prossimo obiettivo, imparare a star zitta. Tanto, mentre aspetto…

la gravidanza è una cosa seria

“La gravidanza è una cosa seria!”
Cerco di ricordarmene mentre una delle mie amiche più care, rivelando un aspetto che non conoscevo, mi consiglia di far bruciare un sigaro di artemisia vicino al mignolo del piede, “per far girare la bambina”. Ho bisogno di ricordarmelo di nuovo che no, non puoi ridere, quando il figlio della mia vicina più anziana, un tizio che avrà 4/5 anni più di me, mi chiede “maschio o femmina” ed alla risposta mi fa “Ooohh, accidenti, beh dai magari con la prossima gravidanza arriva il maschio”. Nota bene: costui ha una figlia.
Ma il momento in cui faccio più fatica e debbo ripetermi come un mantra che qui, Signori e Signore, si tratta di Dare_La_Vita, mica pizza e fichi, e Verba mia non la puoi prendere con tutta ‘sta pirlaggine la faccenda perdio!, il momento più duro arriva al corso pre parto, dove alla voce “esercizi per i muscoli pelvici ed affini” una delle altre panzute – una seria però! – sostiene convinta di aver letto che fa molto bene “immaginare di scrivere il proprio nome in corsivo coi muscoli perineali”.
Mi chiamassi Anna, ho pensato. Stai seria, stai seria, stai seria.

Stai seria perché qui il discorso si fa duro. Perchè se ridi la gente si incattivisce. Piace loro dirti che tanto, ridi ridi, ma pure tu urlerai di dolore e ti sembrerà di morire tra poco. Fai la figa, fai. Quella che lavora fino all’ottavo contato generoso. E giù storie infernali sui drammi del non mettersi calme in gravidanza.

Io però non rido perché mi paia tutto stupido o perché pensi che a me, la figlia, si materializzerà per magia accanto, o ancora perché non sappia quanto e quando possa andare storto. Io rido perché dai cristo santo l’idea di una donna che seduta sul letto immagina di scrivere E L I S A B E T T A con la muscolatura che tanti maschi rende allegri semplicemente mi ammazza. Così come il sigaro, così come le presentazioni dei corsi di yoga per gravide, così come la maggior parte di questa narrativa della maternità romanticissima e gioconda, anche se non riesci più a chinarti sul lavabo per sciaquarti i denti, non raggiungi il fornello lontano e le dieci della mattina paiono le nove di sera, se non a te alle tue gambe.
E tralascio le notti insonni a pigliare calci da dentro, ingannando il tempo con immaginarie conversazioni con Tracy Hogg buonanima in cui finalmente riesco a chiederle come cristo si fa a “rassicurare con leggere pacche sul sedere” un neonato disteso SUPINO. In INGLESE.

Mi è anche facile ridere perché se già prima col Tecnologico eravamo cretini, adesso siamo i Sovrani dei Deficienti. Il Tecnologico ha un’imitazione ispirata al mondo animale per ogni mio gesto quotidiano: quando mi alzo dal letto e lui imita “la tartaruga rovesciata sul carapace che tenta di girarsi”, quando cucino “immagina un Tirannosauro che impasta la pizza”, quando faccio la doccia “l’ippopotamo femmina emerge dalla pozza fangosa”, quando mi allaccio le scarpe… no dai scherzo, chi riesce più ad allacciarsi le scarpe?
In più Sua Tecnologia ha anche avuto i suoi primi assaggi di “Mondo Bimbo”, ovvero quei negozi in cui delle deliziose commesse espertissime riconoscono ad occhio, appena entra, la figura del “Quasi-Neopadre-alle-prime-armi” e lo turboinculano a perdifiato vendendogli qualunque cosa, ma QUALUNQUE cosa, nel nostro caso in un tripudio di rosa confetto che Barbie Sogno di Principessa in confronto era un tomboy, e sottintendendo che se non compri quei dodici paia di microcalzini per neonati, probabile tempo di utilizzo dieci giorni nella vita, costo 3 euri a paio, sarai un padre di merda e tua figlia crescerà con le turbe mentali.
C’è da dire che com’è nel suo carattere s’è ripreso in fretta e con gli interessi: la volta dopo, mentre due commessi si affannavano nel tentativo di farci vedere come si apre e chiude un passeggino (che per altro di media pesa come un tavolo da pranzo in legno massiccio), senza riuscirci, lui imperturbabile aveva già premuto due bottoni, tirato una leva e trasformato un’inglesina in una Fulvia Coupè dotata di macchina da caffè e carica batterie per cellulare. In nomen, omen. Non mi metto a parlare di quanti soldi voglia ‘sta gente per farti vestire e portare in giro delle creature di 50 cm perché potrei piangere calde lacrime sulla tastiera.

Ma c’è anche chi non ride! Tipo in ufficio da me non ridono un cazzo. Sono in maternità da tre giorni, oggi è il primo che non passo in ufficio e la batteria del telefono è al 40%. Ho lasciato mega e mega di procedure, per fare qualunque cosa, istruzioni passo passo a livello “clicca lì, guarda il quadratino, clicca là, mouse destro…”. Sono convinta che se domani dovessi prendere uno scimpanzè alfabetizzato che nulla sa del nostro lavoro, potrebbe diventare operativo in 12 ore, ma evidentemente non basta. No, non basta.
Oltre all’ufficio-famiglia ed al conto in banca, tra coloro che non ridono ci sono i gatti. Eh sì, i gatti.
Ora, non avrò una deriva new age e non arriverò a sostenere che il gatto SA che arriva una sorella, ma devo avere un odore diverso, oppure i preparativi domestici, pur non interessando le zone gatte, si sono fatti evidenti, fatto sta che i gatti stanno mutando in cozze. Piagnine.
Uno ha preso a fare il micio impastatore non più in grembo, ma ad altezza seno (un male della madonna). L’altro se ti allontani dal suo campo visivo per più di dieci secondi piange e si lamenta in maniera straziante. Dal momento che la velocità a cui spariscono le crocche ed il contenuto della cassetta raccontano di gatti che stanno benone, devo dedurre che annusano cambiamenti all’orizzonte e non approvano, come da psicologia felina. E io li capisco: sono del Toro.

No dai, non ditemi “ma te la sei voluta”. Il fatto che assolutamente sì, me la sia voluta, mica mi fa avere meno paura.
E adesso scusate, ma devo fare degli esercizi di “scrittura creativa”. LOL.

Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

Uomini e soldi

Vado al supermercato una sera, appena uscita dall’ufficio. Di fronte al supermercato c’è uno di quei negozi di scarpe a poco prezzo, enorme, con migliaia di scatole di marche mai viste, tutte rigorosamente “made in italy”. A me servono delle scarpe da “essere umano di sesso femminile non più in età da snickers all day”. Non sono disposta a pagare euri sonanti per una roba che il mio cuore mi dice essere adatta a persone molto più vecchie di quanto io – ed il cuore suddetto – sia. Comunque già che sono là mi imbatto nel reparto “Ciabatte da uomo” e mi viene in mente che il Tecnologico lamentava di essere sguarnito. Fotografo l’intera fila a gruppi di tre ciabatte a foto, spedendole al moroso con didascalia “scegline un paio”. Mi sembrano tutte uguali. Anche di prezzo.
Il moroso sceglie, io piglio le ciabatte e mi accorgo che, tra tipo 50 pantofole variamente nonnesche, ha scelto quelle – LE UNICHE – che costano come un paio di scarpe.

Ebbene questo è il mio uomo. Dal nulla, nel buio, senza sapere, senza vedere, senza volere, lui punterà il dito od allungherà la mano esattamente verso l’oggetto più caro del mazzo. Non è né noncuranza né cattiveria né egoismo, è proprio un istinto naturale, e vale per ogni cosa, dal pacco di pasta alla borsetta, dai pomodori pelati alle buste di prosciutto all’automobile al divano passando, e posso garantirlo perchè la casa ce la siamo costruita centimetro per centrimetro, per i COPRICESSO, i rubinetti, i battiscopa e finanche gli spazzettoni.

Credo che l’unica cosa della sua vita che si sia scelto non ad altissimo mantenimento sia la sottoscritta.

Quando abbiamo scelto i materiali per i bagni, la gentile signora del negozio di arredo ha assistito più e più volte alla scena di lui che zompava come un folletto sotto anfetamina gridando “lo voglio lo voglio” di fronte a rubinetti da 800 euro e water (WATER, Sant’Iddio) da 2 milardi di paperdollari, con me che lo inseguivo flagellandomi con gli estratti conto cercando di convincerlo a scegliere qualcosa – QuALUNQUE COSA, CAZZO, DAI, STIAMO PARLANDO DI UN WATER! – che costasse meno di un decimo.
La gentile signora alla fine dei sei – SEI – appuntamenti in zona arredo bagno ci ha confessato che ha visto coppie divorziare per molto meno.

Ma noi siamo così, non prendiamo macchia, come direbbe mia madre. Lui corre per le verdi praterie dello sperpero puntando oggetti che può permettersi giusto Marina Berlusconi, ed io lo consolo quando scopre che il lavandino tondo, grande, che sembra pietrone da giardino, è il modello stocazzo del design Papampimpolo in pietra originale di cimitero tibetano e costa come una bifamiliare con due bagni.
Perchè il Tecnologico non è mica scemo, eh. Lo sa che non teniamo una lira. Solo che… c’ha il talento. Quello di scegliere dal nulla la ciabatta da venti euro nel mucchio di ciabatte da cinque.

Del resto, l’Uomo-Expensive è fatto così. E’ autonomo, provvede assolutamente di persona ai propri acquisti, ha buon occhio pure per i tuoi, ha gusto nel farti un regalo, puoi mandarlo a fare la spesa (anzi ci va sua sponte) da solo sapendo che tornerà con tutto quello che serve:
TOP TOP TOP GAMMA.

Per contro ogni giorno parlo con la mia segretaria che c’ha il marito della categoria spilorcio-mammone. Lo spilorcio mammone è quello che non ha idea di cosa costi nulla, perchè gli ha sempre comprato tutto mammà. E quindi è cresciuto con la ferma convinzione che alimenti, mutande e calzini, bevande e liquori, si comprassero e si incassettassero da soli, che detersivi e shampoo facessero lo stesso, e che le bollette si autosaldassero. Lo spilorcio mammone spende solo per gli hobby e solo per se stesso. Se non che quando ne sposi uno è un dramma. 50 euro di spesa sono cinquanta euro che tu, moglie, rubi dalle sue tasche per acquistare cose che nelle altre famiglie si materializzano senza bisogno di euro e fatica. Sono 50 euro rubati allo spritz. TUTTO è troppo caro, e la moglie è una dannata manibucate.
Costui al supermercato insegue la moglie SVUOTANDO il carrello mentre lei lo riempie (no, non sto scherzando): e perchè due dentifrici, e la fanta no non ci serve mica – guarda quanto costa – e il prosciutto no madonna quanto è caro – e davvero ti servono DUE tipi di detersivo? cosa vuole dire detersivo per la lana? ma davvero si lavano i maglioni? e sei matta, cos’è questo cioccolato?! Sei già ingrassata! – e via anche l’ovetto Kinder per Ciccio, che poi il dentista costa carissimo.
Il fatto è che poi (no, non sto scherzando neanche qui) a casa gli viene appetito, e si lamenta che non c’è prosciutto. O grissini. E perchè non c’è una bibita gassata in tutta casa?
Va da sè che questo tipo di uomo un regalo così, di getto, non te lo farà mai nella vita. Neanche dai cinesi di tutto-a-un-euro: lì ti compra quello di Natale.

Altra categoria è il risparmioso a tutto tondo, quello la cui parola d’ordine è NO. NO alla pizza, NO allo spritz, per scegliere un supermercato studia più di un fisico nucleare, NO ai regali di Natale, NO ai regali di compleanno, NO ai viaggi se non a scrocco, si cambiano utenze telefoniche e di luce e gas ogni due mesi a seconda dell’offerta di turno, si riclano vestiti, si rammendano i calzini. Cerca sgami per avere gli assegni familiari, per taroccare l’isee e pagare meno la scuola dei figli, si arrabbia coi bambini per quanto cazzo costano libri e vestitini. Lui comprebbe solo usato, tanto i piccoli “crescono troppo in fretta” e “i giocattoli manco li usano, io stavo al parchetto con gli amici e non avevo neanche il pallone”.
Ti porta a cena fuori. Da Mc Donalds. Tu fai per ordinare un Big Mac, lui ti ferma: PRENDI LE CROCCHETTE CHE SONO PIU’ BUONE.
Tu prendi le crocchette e lui paga col buono-crocchette di BlockBuster.
Poi però si compra la BMW coupè e ti cazzia aspramente se apri il portabagagli toccandolo al centro e non ai lati, ché “lasci le ditate” (true story).

L’ultimo è lo spilorcio-furbo. Lo spilorcio furbo lo conosciamo tutti. Se sei la sua compagna, è quello che ti ha chiesto di mettere soldi anche tu per comprare la sua moto “a metà”. E ti ha promesso di ridarteli, o di metterli in casa, o di comprarti quella cosa che tanto desideri a Natale, quando avrà messo via un poco di denaro.
Natale di dieci anni fa, ovviamente. Intanto ha cambiato la moto e ti ha chiesto di nuovo di fare a metà perchè “è un bene di famiglia e risparmio benzina”.
Lo spilorcio furbo è quello che quando ci esci, soprattutto se siete tra amici, o non ordina nulla e poi “mi da un pezzo?” “mi fai fare un sorso?” e si magna e beve tutto quello che hai ordinato (e pagato) tu, oppure ordina alla grande e quando arrivi in cassa…oh cristo ho dimenticato il portafoglio!
A me è capitato pure che un raro caso di spilorcio-furbo conoscente abbia lasciato il conto aperto al bar!
“Ti pago un caffè”
“Io avrei anche una coca ed un toast a tuo nome”
“EH?!”
“Eh mi ha detto M. di segnarli a te che eri d’accordo”
“?!?!?!?!”

Lo spilorcio furbo è quello che non compra le sigarette, e ti dice apertamente “Quelle degli altri sono più buone”, ridacchiando e sentendosi figo. E’ quello che ti chiede prestiti a botte di cinquanta euro quando conosce una donna nuova, perchè sa benissimo che per fare bella figura almeno la prima volta deve offrire lui, e poi – passata la festa – munge anche lei a colpi di scroccate e di portafogli dimenticati e di acquisti improbabili “ma l’ho preso per te!” (COSA hai preso per ME, mentecatto, le casse per il computer?? Un casco integrale DA UOMO? Due casse di cocacola che io le bibite gassate non le bevo??).

Visto il parco spilorci, passare il resto della vita a rincorrere con una roncola il mio Tecnologico Spendaccione-Poraccio non mi sembra affatto una brutta prospettiva.

E voi, come siete messi?

Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?