il matrimonio del mio migliore amico (un post coi postumi)

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Vorrei scrivere qualcosa pieno di buoni sentimenti, ma giuro che non è facile coi postumi che mi ritrovo. Tipo la password l’ho inserita tre volte, e che sono al pc!

Partiamo dalla sposa: era bellissima. Bella forza, s’è mai sentito qualcuno dire che la sposa era uno scaldabagno? No.
Però questa sposa, nello specifico, è una che è bellissima pure in pigiama, quindi ieri era qualcosa di imbarazzante, sembrava una modella di Victoria’s Secret, solo molto più vestita.
PiccolaGì per altro ha una particolarità: ha gli occhi azzurrissimi, ma pupille che si dilatano incredibilmente a seconda dello stato d’animo.
Ieri, quando è entrata in chiesa, aveva gli occhi del gatto di Shrek. Io, terrorizzata dalla tutt’altro che remota possibilità dell’iniziare a piangere all’ingresso dello SPOSO e continuare fino all'”andate in pace”, sono stata colta da attacco di ridarella funesta e ci sono voluti due calcioni dell’altro testimone – Dio lo benedica, molto più posato di me – per trattenere le risa entro un’espressione da beota al settimo cielo.

Per capire quanto fossero felici le famiglie del lieto fine per i rispettivi difficilissimi, rompiballe, pignoli scassapomi dei rispettivi eredi, dirò soltanto che GrandeGì ed io, al “puoi baciare la sposa”, ci siamo esibite nel ballo della polenta, incuranti dell’etichetta, del primo banco e del prete, la madre dello sposo, signora distintissima, ha sibilato una benedizione lunghissima che chiamava in causa metà dei santi del paradiso, per una volta in termini davvero lusinghieri, e la madre della sposa, splendida donna spesso sopra le righe, è esplosa in un applauso-pianto isterico urlando “BRAVI! BRAVI! BRAVI!”.
Ed eravamo tutti sobri.

Il resto è stato tutto roba da film romantico. La coppia bellissima, magrissima, altissima, castello, invitati, alcuni fiumi di vino con relativi affluenti, sommelier che si calavano dal soffitto, cibo che spuntava dietro ad ogni angolo e perfino qualche raggio di sole. Frasi importanti, amici ubriachi, genitori radiosi, sposi sfiniti, open bar con 10 tipi diversi di rum – ovvero la mia morte per direttissima – ballare scalzi o meglio barcollare vagamente a tempo e lanciando tacchi 12 qua e là, che non mi stupirebbe scoprire che alcune sono tornate con una scarpa propria ed una “prestata”.

Una cosa ancora vorrei dire, ma ho bisogno di un passo indietro.

Lord è stato uno dei ragazzi più rincorsi e corteggiati che abbia mai conosciuto. Da ragazzino perchè bello, da ragazzo perchè stronzo, ma con stile, da uomo per entrambi i motivi con l’aggiunta del plus “pedigree + ottima, ottimissima, facoltosa famiglia”.
Chiunque se ne sarebbe approfittato in lungo ed in largo, ma lui no, troppo convinto che avere una storia senza coinvolgimento reale fosse una perdita di tempo ed un inutile privarsi di libertà. Solo che dopo uno, due, tre, quattro anni, noialtri che gli si voleva bene abbiamo iniziato a pensare che insomma, una è troppo giovane, una vecchia, una grassa, una sgraziata, una scema, una ignorante, una perfetta, ma “non mi è scattato niente”, una splendida, ma “mi ha chiesto 3 volte in una sera quanto guadagno”, una divertentissima, ma “mi sono accorto che mi si apposta sotto casa”, and so on, non era una così buona strada.
Se già sei un perfezionista gaudente e casinaro, c’è il rischio reale che la singletudine abbia proprio la meglio sulla tua capacità di riconoscere il caso in cui vale la pena di adattarsi un poco, per vivere una storia.
A seguire sono passati altri due, tre, quattro, cinque anni, in cui un poco tutti noi gli abbiamo chiesto a fasi alterne se fosse sicuro di non star cercando “troppo”.
Troppo bella, troppo brava, troppo divertente, troppo sveglia, troppo elegante, troppo capace…cristo esiste davvero una donna così, SINGLE, A TRENTANNI?
E lui ha sempre risposto “beh allora meglio solo”.
Confesso che in certi momenti ho temuto veramente che il migliore dei miei amici, quello che è aceto e miele, quello che è furioso e buono come il pane, nervoso ed autoironico, affidabile e completamente matto, finisse per restare proprio solo, mentre tutti noi ci creavamo vite diverse ed una famiglia.
So anche di non essere l’unica. Lo so perchè ieri me l’ha confessato sua madre, e non ce n’era nemmeno bisogno.
Perchè questo pippone insensato?

Il discorso dello sposo di ieri. 150 persone che urlano “discorso discorso”, lui si alza in piedi riluttante, ubriaco e stranamente serio.
Inizia a parlare. Arriva alla prima sillaba.
La sala esplode in pernacchie ed urla “BRAVO!”.
Ripete la prima sillaba.
Stessa scena.
Capisce l’antifona: brindisi.
150 persone bevono, e mentre loro bevono lui dice:
“Io brindo a tutti coloro che dicono che nella vita bisogna accontentarsi…” Pausa. Alza il bicchiere, guarda la sposa e urla:
“NON E’ VERO!!”
Boato dei 150, ubriachi anche loro, e lancio di centrotavola in ogni direzione.

E io?
Io mi sono alzata in piedi ad applaudire. Diversamente sobria e, come si capisce dalla foto, ovviamente scalza.

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il gatto sul tetto che scrocca.

(questo post è stato ispirato da Max, ed è dedicato al micio Ugo)

Io ho un gatto.
Io ho due gatti.
Io ho un gatto che si chiama Scrocco, e invece l’altro no.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e quando lo guardo penso che Scrocco sarà il gatto di cui, vivessi altri 40, 50, anta anni, parlerò alle persone. Scrocco è il gatto che quando l’hai avuto poi lo rimpiangi tutta la vita.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed in realtà l’ho ereditato. Era il gatto della mia migliore amica, cioè era il nostro gatto in realtà, ma i gatti scelgono le persone e lui aveva scelto lei. Credo che il permesso di entrare nel lettone – nel mio non poteva – abbia in qualche modo influito. E’ quello che mi racconto per non essere gelosa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica quando s’è trasferita un continente in là – no, non l’ha abbandonato, dio solo sa quanto c’ha pianto di lasciarlo, ma io restavo e amavo Scrocco con tutto il cuore e Scrocco, soprattutto, ama Rage con tutto il cuore. Chi è Rage? L’altro gatto. Quello mio. Ora sono miei tutti e due, e per favore sappiate che nel dirlo ho la faccia e la voce di Gollum.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica, ma è stato lui che ha adottato lei: s’è presentato di nascosto nel suo ambulatorio – lei è veterinario – e c’ha vissuto a sbafo e di nascosto per una settimana prima che lei lo sgamasse. E a quel punto che fa, una che a sei anni voleva fare la veterinaria e chiama i Pittbull “topino” prima di fargli le punture?
Se lo porta a casa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed è arrivato già adulto una sera di agosto. Noi vivevamo strette strette in una casa che pareva un campo nomadi però a sarajevo. Noi si voleva trovargli una casa ed una famiglia.
Per il gatto Scrocco si presentò solo una matta che “aveva dovuto liberarsi del gatto precedente”. Il comitato decise “col cazzo che ti do il gatto Scrocco” e Scrocco prese possesso delle stanze, della casa, di noi due, e per sovrappiù al primo moroso della mia amica che si fermò a dormire pisciò sul pigiama per mettere ben bene in chiaro le cose.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e Scrocco ha un diverso comando per indicare all’umana qui presente che
1. sono finite le crocche o sono sciape
2. l’acqua è finita oppure calda (al gatto Scrocco fa piacere ogni tanto un cubetto di ghiaccio nella ciotola grande)
3. la cassetta è sporca o la consistenza della sabbia non è gradita.
4. i topini di pezza migliori sono finiti sotto il divano
5. vuole giocare
6. vuole giocare
7. vuole giocare
8. HAI CAPITO CHE VOGLIO GIOCARE?

Per ognuna di queste cose il gatto Scrocco ha un diverso miagolìo, accompagnato da un perentorio movimento in direzione del desiderata, che sia il divano oppure il mobile in cui sono celate le preziose scatolette dell’umido.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e per cui l’idea di paradiso-gatto è un posto pieno di umani che lo ricorrono sfiorandogli la coda, tenuta eretta per l’occasione, fino al grattatoio, dove lui darà mostra della propria ferocia facendosi gli artigli, e da dove detti umani fuggiranno venendo rincorsi dal gatto Scrocco ad altezza caviglie, per poi ripetere il tutto.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e che pretende di giocare così tutto il giorno, tant’è che noialtri scappiamo nella nostra stanza ed il povero Rage – che è il TRIPLO dello Scroccone – si nasconde in cima al frigorifero. Ma quando lo prendo mi si struscia sul naso ed io gli sussurro “Adesso sei il mio gatto… sei mio mio mio mio” e non sembra dispiacergli.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e un giorno è stato male ed il veteriniario non ha mai capito cosa abbia avuto. L’ho portato in ambulatorio fuori di me convinta che stesse per morire. E invece è qui il gatto Scrocco, ad occhio ha ancora otto vite, gli è solo rimasto di quella specie di ictus un modo un poco storto di tenere la zucca, tipo civetta.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco che il giorno che ha avuto quella specie di ictus non si reggeva sulle zampe e non vedeva, ma quando l’ho scovato e raccolto ha iniziato a fare le fusa e mi ha spezzato il cuore in mille pezzi.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, ed ha una passione per i fonzies, le fette biscotttate integrali e le mani delle persone, e mentre ti morde a volte fuseggia beato. Ma mica per questo morde di meno!

Noi abbiamo un gatto che si chiama Scrocco, e in una vita di convivenze gatte io non l’avevo mai visto un gatto così assurdo.

Noi viviamo con un gatto che si chiama Scrocco, e con un gatto che si chiama – all’anagrafe – Rage Against The Machine, e noi, noi quattro, siamo una famiglia, e visto che siamo in clima post elettorale posso serenamente aggiungere che chi non lo capisce, che i gatti sono famiglia, è un povero cretino.

Harry ti presento Verba, considerazioni su 25 anni di amicizie maschili.

Ho quattro anni, con gli amichetti dell’asilo mi piace giocare a rincorrerci ed intrufolarci nell’orto delle suore per vedere se riusciamo a distinguere le carote dalle erbacce.
Un giorno una suora mi prende da parte e mi dice che “non va bene giocare sempre coi maschietti, si deve giocare anche con le bambine” e mi rifila una simil-barbie. Mi chiede “Hai le bambole a casa, vero?”. “Sì”, le rispondo. Allora gioca come fai con le tue bambole!”, fa lei soddisfatta.
Poi torna e si incazza come una iena perchè trova la simil-barbie rasata e legata alla gamba di una sedia: suora, scusa, ma le mie bambole sono gli ostaggi quando gioco coi soldatini…e tu me lo potevi anche chiedere prima.

Ho otto anni, la mia amica del cuore si chiama Violetta, il mio amico del cuore si chiama Nicola. Insieme facciamo un trio inseparabile.
I bambini iniziano a prendere di mira Nicola perchè “sta con le bambine”. Non si rendono neanche conto che Nicola, con “le bambine”, passa i pomeriggi a vagare per i campi accompagnato da una decina di cani meticci di varie dimensioni, che dall’aia delle case corrono tutti con noi per un grattino e qualche biscotto del Mulino Bianco. Altro che mamma-casetta!

Ho dodici anni e finalmente sono fortunata. Il mio primo vero gruppetto di amici è misto, nessuno lo trova strano, e a me non piace il figo del momento il che mi mette al riparo da qualunque problema o litigio con le altre ragazzine. Passo i pomeriggi con Jill, che ha 4 zampe, un carattere dolcissimo, e nitrisce.

Ho sedici anni, i miei amici sono già quasi tutti quelli menzionati nel mio blog. Il mio amico del cuore si chiama Bì. Abbiamo un rapporto quasi morboso, certamente equivoco, sperimentale, da adolescenti. Ci sono Lord, il Rosso, Observer, Shine, Funky ed un paio che abbiamo perso per strada.
Un pomeriggio mi suona alla porta un tizio brutto come un film dei Vanzina, grezzo come un tronista e scemo come la palta, che conosco vagamente tramite amici di amici di amici di Bì e che nemmeno so come abbia fatto ad avere il mio indirizzo.

Lo faccio entrare e lo guardo, perplessa. Lui si accomoda sul divano, non invitato, e sempre non invitato mi spiega, tranquillissimo, che e’ venuto a scopare. “Perchè logicamente, lo sappiamo tutti, no, che insomma se stai sempre con quelli e’ perchè ti piace il cazzo”. Gli spiego che io, con “quelli”, non ci vado a letto. Ma manco mi ci struscio. Ma proprio manco un bacetto. Lui replica, assolutamente sconvolto, che non è possibile, perchè “Che cazzo ti frequentano a fare se non per scopare?”.
Lo scopo: letteralmente, col bastone, fuori dalla porta.

Ho diciotto anni: la mia vicina di casa chiama mia madre e le confida preoccupata che sto prendendo una brutta piega. Mi ha vista fumare, dal balcone. E “Signora mia quando lei non è in casa è tutto un via vai di ragazzini in motorino”. Mia madre, che i ragazzini in motorino li conosce uno per uno, la manda a cagare consigliandole di farsi i cazzi suoi, con queste precise, esatte parole.
Il turpiloquio è una questione di famiglia.

Ho vent’anni, sono cattiva come un crotalo, i miei amici sono gli stessi e sono peggio di me, nessuno si sogna più di comunicare le proprie idee sul nostro rapporto: non direttamente. Inizia il toto-moroso, starà col Rosso starà col Lord starà con Shine starà con Funky con chi starà.

Ho 24 anni e sono fidanzata seriamente per la prima volta. Dopo UNA SETTIMANA il mio moroso se ne esce dicendo “Ma fammi capire… tu una sera sei fuori con Lord… Una con Rosso… Chiamo a casa e c’è Funky a bere il caffè… ma tu… delle cazzo di amiche, no????”

Ho 30 anni e da una settimana non sono più fidanzata seriamente. Andiamo a farci un capodanno in toscana. Un amico toscano di Lord dopo un paio di giorni mi prende da parte e mi dice “ma tu sei la ragazza del Rosso?” “No.” “Ah allora sei la ragazza di Toro?” “No.” “Ah… ti fai le storie con Lord?”. “NOOOOOO”. “Ma.. ma… non stai con nessuno di loro???” “NO cazzo no”.
Risposta, esterefatta: “Ma… ma tu sei caruccia assai!”.
(traduco: ma essendo tu scopabile, se non sei di nessuna utilità che minchia ci fai qui?)

Tutta questa premessa perchè?
Io ho sempre vissuto l’amicizia tra i due sessi ed ho sempre, più che detestato, profondamente compatito i categorici che “l’amicizia tra uomo e donna non esiste”, con le varie postille che se c’è comunque c’è attrazione, che uno dei due e’ innamorato e ci soffre, che può esserci solo se lei/lui è un cesso, che comunque non è come essere amico di un uomo, è un’amicizia di serie b.
Ho compatito i categorici (e le categoriche) perchè rinunciare al vedere la persona per concentrarsi sui suoi genitali è cosa da poverini, da miseri dentro, e perchè alla fatidica “Io ho sempre voluto un amico maschio, ma loro volevano tutti venire solo a letto con me” ho sempre risposto che la gente, in genere, da te vuole quello che hai da offrire.
Ho sempre trovato svilente l’approccio alle “amiche” tutto maschile, che può essere inteso come “giro gnocca facile” oppure “strategia del condor”, frequenta donne e vedrai che prima o poi una che agonizza nel deserto dell’astinenza sessuale riesci pure a trombarla. Ho sempre trovato svilente la parata degli “amici” femminile, quelli tenuti sulla corda per mesi o anni, a colpettini di ciglia sbattute e sospiri, ed usati come cavalieri serventi e paganti tra un fidanzato e l’altro.

Mi sa che non avevo capito un cazzo.
Poi l’illuminazione:

Ho trentasei anni. TRENTASEI, dico. Sto passeggiando ad una sagra di paese con il Tecnologico e con Lord e Piccolagì, la sua promessa sposa, quando incontriamo un vecchio conoscente dei vent’anni che furono.
Lord gli dice che si sposa. E questo si lancia verso di me e mi urla “congratulazioni”. E ride.
Allora cerchiamo di spiegargli che no, le cose non stanno così, che questo è il Tecnologico e quella è la futura sposa, e lui pacifico e sorridente ci risponde quanto segue: “Ma sì, lo so, ho già conosciuto PiccolaGì, ma a me piace sognare, mi piace pensare così, mi piace far finta che invece vi sposate voi… cosa
vuoi, a me piace il LIETO FINE”.

Ah. Quindi è questo.

L’amicizia tra i sessi non è incomprensibile. E’ proprio che non ha appeal, è una storia bella che non piace a nessuno.
Da Harry meet Sally a Dawson’s Creek, passando dalla caterva di film sui trombamici che si innamorano, l’amicizia tra uomo e donna è solo una fase. Una stramaledetta FASE nell’epica del grande amore. Se dietro non c’è grande amore, se l’amicizia è una grande amicizia, ma è SOLO una grande amicizia, che barba che noia che noia che barba.
L’amicizia tra uomo e donna, se non rientra nelle tristi categorie di finte-amicizie, di sbilanciamenti ormonali, di depistaggio pre-sesso, comunque, per quanto onesta, è uno SPRECO.

E siccome sì, la testimone dello sposo sta già iniziando a gustare le prime difficoltà (come, tu? ma sei una donna! come, organizzi tu? MA PENSI PURE DI VENIRE? Ah, sarà contento il Tecnologico di averti tra i piedi!), questo sfogo de panza si concluderà con le parole di Lord quando al “Voi tu essere la mia testimone” la sottoscritta ha balbettato “io… ma… e il Rosso? e qualcuno che c’era prima… e… e…” ha risposto: “No. Ci ho pensato, e voglio te. Tu sei la mia Amica. Io non voglio solo una persona che c’era…io voglio una persona che ci sarà.”.

L’amicizia esiste, punto. Tra uomo e uomo, donna e donna, uomo e donna, uomo e cane e perfino tra donna ed estetista.
E secondo me, se non puoi essere amico di una persona dell’altro sesso, forse non puoi essere amico e basta.

domenica non è sempre (stata) domenica

Quelli che hanno avuto una storia a distanza mi capiranno.
Io non ho, salvo la brevissima parentesi del Capo di Tutte le Teste di Cazzo, mai avuto un fidanzato “locale”.
I miei morosi stavano tutti a distanze variabili tra i 130 ed i 250 km, metro più, metro meno. E se a vent’anni questo voleva dire, tendenzialmente, la splendida libertà del farsi i cazzi propri tutta la settimana, nei 15 anni successivi ha significato diventare un azionista di rilievo di trenitalia ed una di quelle persone per cui il giorno peggiore della settimana è la domenica.
La domenica era il giorno dei saluti. Il giorno corto, del partire appena dopo pranzo (250 km) o alla fine delle partite (130 km), posto che il calendario avesse la buona grazia di mettermi il Milan alle 15 (cosa rarissima). La domenica era il giorno del freddo al binario, piglia il treno, cambia il treno, aspetta il treno, crepa di freddo IN TRENO (un rientro milano-profondo veneto con carrozza SENZA RISCALDAMENTO il 3 gennaio), o del caldo cocente (uno splendido tragitto “profondo veneto-quasi tarvisio” con una Uno bianca, senza aria condizionata ovviamente, al 30 luglio).
Il giorno in cui non puoi poltrire a letto perchè devi rifare la valigia, borsa, trolley, sacca, e lasciare il bed&breakfast alle dieci o scendere a salutare i suoceri o pranzare con i parenti.
Il giorno che iniziava, di fatto, col conto alla rovescia per il venerdì.

Andare a vivere da sola ha vagamente migliorato la situazione, ma solo di mattina: il pomeriggio comunque era il momento del commiato, dei “parto alle quattro” che diventavano le quattro e mezza, le cinque, a volte anche le sei, ma senza mai diventare nè lunedì nè “a domani”.

Domenica era corta, triste, malinconica e di passaggio.
Una quantità di volte incalcolabile, nei primi anni col Tecnologico, guardando fuori dal finestrino della macchina mentre mi accompagnava in stazione fantasticavo di fare come quelle coppie sul marciapiede, due passi ancora, chiedersi “cosa vuoi per cena?”, “beviamo qualcosa?”, “sentiamo se tizio e caio vengono a mangiare una pizza?”, soprattutto in inverno – col freddo fino allo sterno – col buio fuori ed i negozi illuminati e la gente che passeggiava per mano, mentre quello che
aspettava me era la solita trafila del vagone puzzolente, i compagni di viaggio invadenti o molesti, i magrebini ubriachi che cercavano di farsi sotto mentre andavo a prendermi la Yaris dal parcheggio.
E poi mancanza, una telefonata, tirarsi il trolley difettoso su per le scale.

Adesso la domenica è una giornata di grazia.
Il calduccio di casa nostra, i gatti che intonano la sveglia (Sono Finite Le Crocche, Tragedia Gatta di 3 Atti in Miao Bemolle) e che si strusciano felici dell’averci intorno, il Tecnologico avvitato al Pc oppure dedito a lavori di bricolage pesante, tipo la ristrutturazione del garage con cui è in ballo da due giorni. Domenica è effettivamente poter fare due passi per mano, nella notte delle cinque di pomeriggio. E’ chiedere a Lord e PiccolaGì se pranzano con noi, e farlo alle 12.00 per l’una. E’ la possibilità beata di farsi un caffè, scegliere un film, e non avere nessun altro posto in cui essere, correre, andare, poter aspettare le sette, poter cenare alle nove, accoccolarsi contro una spalla accogliente, dire buonanotte.

Qualcuno diceva “Amare significa non dover dire mai ‘mi dispiace'” (io per altro non sono neanche d’accordo): la mia versione sarà che Amore è quando Domenica significa non dover dire più “A venerdì”.

Buona domenica a tutti.

Rosso di sera, buon…anno si spera.

1996, in sette in due miniappartamenti in montagna. Due miniappartamenti senza bagno: il bagno era sul pianerottolo. Finimmo in 18 a dormire in due miniappartamenti senza bagno. Al piano sotto c’era un gruppetto di rasta con dei cilum lunghi come sgorgatombini. Il Rosso scese con due bottiglie di prosecco e contrattò un baratto che mi costrinse a respirare con la testa fuori dalla finestra, a meno 12 gradi, per circa 4 ore.
Suppongo sia stato un vero affare.

1997, Il Rosso a naja io in una discoteca di strafatti vicino a Pisa. L’unica telefonata fatta dall’unica cabina davanti al locale, a mezzanotte, l’ho fatta a lui. Che era di guardia e probabilmente più fatto di me, ma soprattutto, che aveva già un cellulare.

1998, Lassù sui monti del trentino. Il Rosso si prese benissimo, da ubriaco, coi pali segnala neve. La notte dei lunghi giavellotti. Si infilò anche in una giostrina per bambini, mentre Lord faceva girare suddetta giostrina: finì a faccia in giù nella neve, col culo incastrato sul seggiolino, e Lord per non sbagliarsi fece fare alla giostrina ancora un giro. Io raggiunsi il bagno appena appena in tempo per non farmela addosso dal ridere.

1999, ancora più in alto, che la montagna c’era piaciuta. 1900 metri, neve dappertutto, l’anno che Rosso e Lord mi spogliarono senza che nemmeno mi svegliassi (da sobria, ci tengo a dirlo. Dormivo due ore a notte da una settimana, però), e per pudore mi infilarono a letto con maglietta e collant, e con maglietta e collant dormii 48 ore filate tranne una – una sola – puntata al bagno. Il Rosso quell’anno aveva una fidanzata bellissima. Lord invece una psicotica senza senso con cui litigammo tutti.

2000, compagnia decimata dalle liti causa psicotica senza senso. Di nuovo montagna, bombardini a pioggia, la morosa bellissima del Rosso una mattina sfida a poker il mio moroso dell’epoca mentre io sto andando a fare una passeggiata. Torno dalla passeggiata che c’è lei perfettamente vestita, e mio moroso in boxer, perchè qualcuno ha lanciato la geniale idea “strip poker”, ma la signora ha vinto a mani basse. Il Rosso è lì che ride rimirando le 200 milalire di petardi appena acquistati.

2001-2002-2003: segregazione Metempsicotica con capodanni di coppia in luoghi pressoche’ deserti.

2004, esasperata da tre anni di cincin amore, senti fuori come festeggiano i lupi e gli orsi bianchi, si riparte con le vacanzine in compagnia: il Rosso solleva di peso una macchina rimasta bloccata con le ruote nella neve fresca di fronte alla mia amica Tenerella, che normalmente timidissima gli sussurra terrorizzata
“Rosso… noi saremo amici per sempre, vero?”

2005, è andata così bene che viene ripetuto in toto, stesse persone stesso paese stesso bed&breakfast. Il Rosso alle tre di mattina, a meno 20 gradi (capodanno in rifugio) si accanisce col babbo natale di marca cinese appeso al muro esterno del rifugio suddetto, lo stacca – senza ammazzarsi- lo abbraccia e ci balla un walzer sotto gli occhi attoniti di proprietari ed orchestrina. Successivamente perderemo le sue tracce a favore di una compagnia di bergamaschi che, sorpresa sorpresa, aveva dei cilum lunghi come sgorgatombini.

2006, la sottoscritta fresca di separazione traumatica&natalizia dal MetempEx viene rapita controvoglia dal Rosso e da Lord, i quali si presentano a casa sua minacciandola di farle la valigia. Visto lo strapotere fisico dei rapitori (3 metri e settanta di cristiani in due VERSUS 1 metro e cinquantanove scarso) e valutata l’ipotesi di una valigia senza calzini, senza mutande, senza spazzolino e lenti a contatto, ma con l’intero parco vestiti da zoccola e PRIVA di scarpe da
abbinarci, la tapina scrivente si fa la valigia e si lancia in un capodanno toscano in cui salva un demente ubriaco dalle giustissime ire del Rosso, ed in momento di follia da improvvisa libertà gli lascia pure il numero di telefono. Finisce con foto vergognose il pomeriggio del due, accompagnate da una splendida zuppa di ceci.

2007: capodanno in capitale europea. mai più a capodanno, grazie.

2008, dopo otto anni dicasi otto la compagnia, tornata completa, affitta per una pera, due banane e delle noccioline una casa enorme in un dispersissimo paese austriaco, finendo per offrire da bere all’intero paese, caserma dei pompieri compresa, e consumare l’equivalente del pil del congo in legna da ardere, essendo la casa di tre piani scaldata interamente a legna. Il Tecnologico, arrivato l’anno prima, vista la totale assenza di stimoli esterni estrae dal cilindro l’idea di una LAN casalinga, che ben presto coinvolge tutti noi ed i nostri portatili. Le risate del Rosso quando ammazza tutti e vince credo le abbiano sentite fino a Vienna.

2009: impegni parentali.

2010, un anno coi tuoi amici, un anno coi miei, un anno tutti insieme: il Rosso ed Duckie, migliore amico del Tecnologico e pazzo furioso, si scoprono affini ed amici. Felicemente svuotano una cassa di prosecco solo per aperitivo, e felicemente alla mezzanotte fanno esplodere la santabarbara procurata dal Tecnologico entrando in sfida con l’intero vicinato per chi ce l’ha più grosso. Il petardo.

2011, mentre tutti optano per il viaggio fico, NewYork NewYork, o il capodanno iper silente, cin cin, zitto che svegli i bambini, a mezzanotte e mezza a nanna, Duckie e signora ci invitano in grande casolare nel niente (tipo per arrivarci c’è un ponte di barche a pedaggio!) a festeggiare capodanno come ci viene meglio: ubriachi, casinisti, insieme. Il Rosso accetta l’invito con entusiasmo, parzialmente legato alla solita promessa di SantaBarbara del Tecnologico, parzialmente anche al fatto che ci offrono ospitalità anche per dormire e la patente ringrazia festosa. Ci ritroviamo, alle tre di mattina, Rosso ed io sotto il portico a dividerci una bottiglia di montenegro con la chiaccherite da ubriachi felici.

2012, l’ospitalità del casolare di Duckie&Compagna ci viene in soccorso mentre tutti vogliono fare cose come sciare a cortina o dormire alle 23.
La mattina del primo gennaio, tipo a mezzogiorno, guardo il Rosso che prepara la griglia per il pranzo col suo solito mezzo sorriso, e mi accorgo che è più di un decennio che tutte le volte in cui ho potuto passare questo giorno con lui, lui è stato con me. In posti noti, meno noti, dimenticati da Dio e dagli uomini, con amici storici, con perfetti sconosciuti, con l’abito elegante, con jeans e maglione in pile, con relazioni felicissime, con amori disastrosi, quasi tutti gli anni iniziano con accanto questo grande, grosso, silenzioso ed irresistibile amico accanto.
E così gli ho fatto una foto.
E lui in risposta ha sorriso… e mi ha tirato dietro un petardo.
Acceso.