dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)

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Estemporanea stupefatta: il malignettesimo.

Ho sempre pensato che la maggior parte delle persone “cattive”, le persone malignette, che hanno sempre una mala parola per tutti, che si gonfiano di invidia, che non riconoscono meriti e pregi neppure dei propri figli, sia così semplicemente perché infelice. Tanti anni fa ho letto un racconto, online, che parlava di una gelataia cattivissima che tutto il giorno pensa cose tremende di chi va a comprare il gelato, e sogna “cose belle per sè, e brutte per tutti gli altri”.

Mi devo ricredere. Ho scoperto che ci sono persone maligne, cattive senza ritegno e senza rimorso, per cui la conditio sine qua non della felicità è proprio che arrivi accompagnata dall’infelicità altrui.
VAE VICTIS! Non basta aver vinto, bisogna che il rivale muoia.
Il problema è quando il rivale non sa di esserlo: la nuova fidanzata di un ex, la moglie di quello che si farebbero loro, la collega della scrivania accanto, la vicina che ha un frullatore a quattro velocità mentre il loro ne ha tre soltanto.

Così si comprano un frullatore che ha cinque velocità e fa pure il caffè. Ma sono contente? No. Saranno contente quando si romperà il frullatore della vicina. Quando la moglie di quello lì ingrasserà o si presenterà ad una cena con 12 cm di ricrescita e le occhiaie. Quando la fidanzata numero due mollerà l’ex. Quando quando quando: quando tutti intorno a loro saranno infelici.
Perchè la tua felicità toglie qualcosa a me, anche quando sono felice pure io.
Cosa?
Boh.
Qualcosa.

Come si chiama questa patologia? Essere stupidi?

la leggenda della cacca santa ed altre favolette

Dalla prima sera da soli a casa col relativo primo attacco di panico è passato un mese giusto giusto. La sconosciuta di tre chili e rotti che ci siamo portati via dall’ospedale è già meno sconosciuta e ben più pasciuta, e posso affermare non senza dispiacere che ha ereditato lo stomaco problematico del padre, purtroppo in concomitanza con l’appetito da caimano di sua madre: dopo “Ogni cosa è illuminata” va in onda a casa nostra “Ogni cosa è vomitata”. Ma vabbè.

Un sacco di tempo fa leggevo il blog di “machedavvero” e mi ricordo di aver sorriso di un episodio in cui lei, alla prima uscita post-parto senza pargola, ha realizzato “oddio ho una figlia”, così, come se alla prima boccata d’aria la nozione si fosse cancellata da sola. Ora non sorriderei un bel cazzo di niente perché a me è capitato senza neanche uscire di casa: sotto la doccia, o cucinando, o coccolando il gatto. Ah, oddio, nella stanza accanto c’è una neonata…ed è mia. Seguiva attacco di panico di cui sopra.
C’erano delle cose che mi sono state dette, PRIMA, a cui non ho prestato attenzione. Altre che ho ascoltato, ma davvero se non ci passi non riesci a comprendere la faccenda. Tipo il parto, lo sai che fa male, ma non sai non dico “quanto”, ma “come”.
Tipo il primo mese. Tutti ti dicono (tranne quelli che hanno il figlio benedetto da Dio che dorme subito almeno sei ore e le restanti 18 non le passa a piangere) che il primo mese è un tunnel.
Buio.
Il nostro in effetti è stato un tunnel. Buio.
Sulla Salerno-Reggio.
Il primo agosto.
Senza aria condizionata.

Per mia fortuna non sono una competitiva e non mi è mai venuto in mente di partecipare alla gara “il mio è più buono del tuo”. La piccola è buona come il pane, va detto, ma ha questa piccola, secondaria fisima del voler mangiare sempre. Intendo sempre. Se ha gli occhi aperti, lei vuole mangiare. Mi guarda come se fossi un Big Mac e la sua piccola bocca rosata mima il succhiare ed i suoi occhi lanciano il messaggio:

“TETTA. ORA. TETTA! TETTA! TETTATETTATETTATETTATETTA!”. Per cinque secondi.

Poi si scatena l’inferno.

Con buona pace della routine propugnata dai manuali, dalla mia stessa pediatra (la lasci piangere, fa bene ai polmoni!…due ore…?), dalle altre mamme (io la mia la lascio piangere sempre, deve imparare la pazienza!…per curiosità quanto tempo la lasci piangere? “Mah, cinque minuti”. Ah, ecco), dalla MIA MAMMA (non puoi cedere al ricatto!…cominciamo bene!), Mimosa Sequentur (grazie Riru!) vorrebbe magnare ogni ora, e solo la benevolenza del Signore fa sì che al momento la notte allunghi i suoi tempi ad ore 3. Forse. Se la luna non è in Sagittario.
Ovviamente ho letto tutto il leggibile sul “come” allungarle i tempi. Può essere che ci metta del mio e mi compri dei tappi per le orecchie. Anzi delle cuffie. Grosse.

Detto questo, ne ho imparate di cose questo mese!
Per esempio, la prima è che, come dice il mio amico Funky “I figli degli altri dormono. Tutti. Da subito. Ininterrottamente. Dal terzo mese portano il caffè alla mamma, ma solo dopo le otto di mattina.”
Eppure anche le altre hanno occhiaie da panda e segnali di cedimento psicofisico. Chissà. Sarà la cancellazione di Centovetrine.
La seconda è che il limite si sposta sempre. Tieni duro il primo mese, poi è fatta, ti dicono.
Poi diventa “A 40 giorni si regolarizzano”.
Poi si estende a “A 3 mesi distinguono il giorno dalla notte”.
Poi raggiungi “A otto mesi il sistema digerente è maturato e con lo svezzamento si risolve il problema del reflusso”.
Poi alle due di mattina con l’idrovora attaccata leggi i forum di madri sfinite e… “mio figlio chiede ancora il biberon delle tre di notte. Ha 12 anni”. A quel punto unirti alla resistenza curda non ti sembra più un’idea malsana e pericolosa.
La terza è l’annosa questione della cacca dei neonati. La famosa cacca santa che non dovrebbe puzzare, quella assurta a paradigma di quanto noiosi si diventi da genitori, beh il punto focale della caccasanta non è l’odore, ma il colore. Perché i neonati c’hanno il culo di Iridella e ciò che producono cambia colore da un giorno all’altro, se non nell’arco dello stesso giorno. E ci sono fior di siti con le foto di suddetta produzione e la spiegazione sotto, bene-male, buona-cattiva, ottimo-pessimo. Suppongo usati da gente come me, che un giorno ha aperto il pannolino della figlia ed ha esclamato “ORCOGIUDA, MA QUANDO S’E’ MAGNATA UN UNIPOSCA?”.

La cacca dei neonati può essere fluo.
Come i segni che ho sotto gli occhi. Ah, ecco, qualcuno avverte un leggero languorino. Post pubblicato senza rilettura in 3, 2, 1…

“Ceci n’est pas une pipe”: il mare nelle orecchie

Primi anni ’90.
Lei ha 18 anni, una famiglia disfunzionale alle e sulle spalle, un cane, gli occhi chiari ed i capelli di Medusa, però tendenti al rosso. Di giorno va a scuola, la sera lavora al bar.
Lui ha 19 anni, una famiglia che farebbe rosicare quelli della pasta barilla, sulle spalle la scimmia della sbronza di ieri, una fidanzata simil damina dell’ottocento, una nutrita schiera di ammiratrici tra i 16 ed i 30 anni, e fa il primo anno di università da fuori sede.
Lui una sera sta cercando un locale, si perde per strada, si ferma a chiedere indicazioni in un bar. Lei è fuori che fuma una sigaretta. Lo vede scendere dalla macchina, cerca gli occhi della collega, si fanno il gesto di fischiare tra i denti. Lui la vede, appena sceso dall’automobile, e ci resta: attacca bottone con la faccenda della strada persa, scambiano due parole, lei deve tornare al lavoro, lui ha amici che aspettano altrove.
Lui torna il giorno dopo, ordina un caffè. Doppio, tazza grande.
Lei gli fa il caffè, ha una birra a lato del bancone, la sorseggia tra un ordine e l’altro. Gli avventori del bar, in prevalenza vecchietti del paese, che se la covano, quella ragazzina, come se fosse la nipote comune, lo guardano storto senza neanche preoccuparsi di non darlo a vedere.
Lui torna il giorno dopo ancora, e quello dopo, e quello dopo. Il fine settimana non parte per andare a casa dalla mamma e dalla fidanzatina. Si lava le mutande per la prima volta in vita sua. Mangia pasta al tonno, che ha finito le scorte alimentari. Gira per l’appartamento, vuoto e lercio, sentendosi un cretino. Si rade, si guarda allo specchio e si sorprende a mandarsi affanculo sovra pensiero, a metà di una conversazione che nella sua testa inizia più o meno con “Sai, Silvia, ho capito che forse è troppo presto per me, una storia così seria, ho tanti anni di studio davanti…”
Si ripromette di bere di meno, di studiare di più, di comprare dei fiori per Silvia – altra cosa mai fatta prima – e soprattutto di star lontano da quel bar, quello con la tizia rossiccia che dietro al bancone del bar nasconde una birra media ed un bastardino col pelo fulvo.

Neanche a dirlo, due ore dopo è in quel bar, con lei davanti. Aspetta che lei finisca, lei finisce a razzo, quasi non si parlano.
Esce, sale nella macchina di lui, fanno forse cento metri poi lui accosta, la guarda e vuota il sacco, perché non gli viene in mente niente altro se non giocare a carte scoperte: sono fidanzato, sono fidanzato in casa, vogliamo sposarci ho sempre voluto avere figli ho sempre rigato dritto non ho mai pensato di fare diversamente, voglio una famiglia come la mia, voglio essere un padre come il mio, ma soprattutto ho sempre voluto una bambina, una bambina con gli occhi scuri come quelli di Silvia, e l’ultima volta che ho immaginato questo futuro – stamattina – ho immaginato una bimba coi capelli ramati, ho avuto paura ed ora sono qui.
Lei gli dice solo “Io non sono fatta per essere l’altra”.
Lui si profonde in scuse. Certamente. volevo solo dirlo. E’ una scemenza, vero? Una pazzia. Tu avrai sicuramente qualcuno. Sarai impegnata.
“No.”
Restano lì, fermi a bordo strada tra la campagna e la città, che pare notte fonda e non sono nemmeno le nove di sera. Lui giura e spergiura di non voler far nulla di male, di essere il più fedele fidanzato della terra, e tra un giuramento ed una scusa le racconta la propria vita e quella scena allo specchio, quel discorso iniziato solo nella propria testa. Lei risponde poco e niente, solo ad un certo punto, dal niente, mentre lui – non si sa come – è lì che elenca i nomi dei cugini, gli dice “Ho come il mare nelle orecchie”. Lui la guarda senza capire. “Il cuore. Mi batte talmente forte che sento il mare nelle orecchie”.
E’ lì che lui la bacia. Le salta proprio addosso. E lei ricambia. E lui si scosta, si profonde in scuse, accende il motore, la riporta al bar, lei recupera bicicletta e cane, e va. Lui vorrebbe piangere. Si autocommisera, si accusa, si insulta, si assolve e si accusa nuovamente. Si ripromette di non cercarla più. Parte. A metà strada si sta già rimangiando ogni sillaba. Una volta arrivato ha deciso di lasciare la fidanzata ottocentesca. La mattina dopo ha le prime occhiaie della sua vita, il panico addosso, l’orrore del dover parlare alla propria ragazza, l’orrore ancor più grande del dover parlare alla propria madre, che quella ragazza l’ha adottata come fosse una figlia.
Cosa peggiore di tutte, è felice. Oppresso e felice. Euforico, terrorizzato e felice.

Si sente molto adulto mentre viaggia verso casa dei suoi. Viaggia senza valigia, senza i vestiti sporchi da riportare, senza i tupperware da riempire, senza i fiori che voleva comprare solo tre giorni prima.
Al ritorno, è adulto davvero e si sente solo vuoto. E pirla. Nessuno ha capito la maturità del gesto. Sua madre ha addirittura pianto. La sua fidanzata lo ha guardato come se gli fossero spuntate due teste, lo ha insultato, poi ha pianto, poi lo ha insultato di nuovo ed ha concluso con “Ci perdi tu”.
Ovviamente gli ha chiesto “C’è un’altra?”. Ovviamente lui ha negato, e negato ancora, e negato di nuovo.
Lei lo ha sbattuto fuori di casa, non prima di aver avuto un mancamento e di essersi accasciata sulla sedia, rifiutando aiuto e sostegno.

Fila diretto verso il baretto di paese, entra quasi di corsa e c’è lei, dietro al bancone, minuta e rossa e sgargiante, e si guardano e perfino i vecchietti sorridono sotto i baffi.
Si amano come due matti. Quasi scottano. Entrano in sintonia subito, diventano simbiotici. Lui, grande e grosso, cavalleresco e bellissimo. Lei, svelta e sorridente, sempre sveglia, sempre attenta, sempre pronta a ridere di cuore. Si costruiscono una vita insieme che sembra sempre più una bolla. Della bolla fa parte la famiglia di lei – quel che ne resta – i vecchietti del bar, qualche amico che non si è schierato a favore della “parte lesa”, il cane.
La bolla si libra in alto, tutto è tornato bello, lui immagina una bambina con gli occhi chiari ed i capelli rossi ramati e si sorride allo specchio.

Fuori dalla bolla, la vita s’è fatta pesante. Sua madre quasi non gli rivolge la parola. Ha fatto lo sciopero del tupperware. Gli pure detto, stizzita, che visto che ora si sente adulto può iniziare a pensar da solo alla propria biancheria. La madre della ex fidanzata non lo saluta, se lo incontra per strada, ma per vie traverse ci tiene a fargli sapere che la figlia è deperita, sofferente, non esce, non dorme, quasi non mangia, è distrutta, devastata. Alla fine arriva il padre, con un discorso da uomo a uomo sui piaceri della libertà contro il dovere di farsi carico delle promesse fatte.
Pesante come un macigno. L’onore il decoro le responsabilità. Lui ha pur sempre 19 anni. E’ un ragazzo di paese. Ci resta un poco sotto. Va a trovare l’ex fidanzata. Ci resta molto sotto, si sente in colpa, si sente responsabile, e sente anche qualcosa d’altro, come la sensazione che se tornasse sui suoi passi ogni cosa avrebbe di nuovo il suo posto. Torna alla casa da studente, si butta a letto e non risponde al telefono, non chiama la sua ragazza, al bar non si presenta per due giorni.
Al terzo si presenta lei, che ha già capito tutto, e stavolta non ride. Non piange, nemmeno. Dice solo “io non sono fatta per essere l’altra”, e lui capisce cosa voglia dire avere il mare nelle orecchie, che non è sempre bello e sembra di poterne svenire, e non vuole perderla, e le dice che vorrebbe due vite, perché lui quello che prova è davvero amore, e le vorrebbe entrambe quelle bambine del futuro, la mora e la rossa, entrambe quelle ragazze, entrambe quelle esistenze. Non farlo, le chiede. Dammi tempo.
Lei ha un buffo paio di occhiali da sole in mano, e con quelli va via mentre lui è ancora a metà di una frase. “Non tornare. Fammi il favore di non tornare”, gli dice.
Li indossa solo una volta uscita, per poterci piangere sotto, o almeno questo pensa lui guardandola dalla finestra. Gli sembra talmente piccola da non poter attraversare sola, lascia stare l’arrivare a casa, e lavorare, e tutto il resto. Vorrebbe correre di sotto per prenderla al volo e tenerla così per sempre. Prova un dolore talmente affilato che gli sembra strano non sanguinare.
Ma prova anche sollievo, perché ora tutta la pesantezza della sua vita sparirà, tutto tornerà a posto.

E così è.
Torna all’ovile, e si laurea, e si sposa, ed ha una bambina mora che porta il nome della nonna materna. Seguono altre due bimbe, castane e con nomi meno austeri, sacrifici, lavoro, amore e responsabilità.

La moglie, che sarà anche stata damina, ma per niente cretina, lascia sapientemente cadere nell’oblio quei sei mesi di mattana che lentamente diventano due anni fa, tre anni fa, dieci anni fa e poi più nulla, inghiottiti dalla frase “Stiamo insieme dalla terza liceo”. Ha sempre saputo dell’altra, in realtà. Non nell’immediato, no, ma poco dopo, da uno degli innumerevoli cugini a cui l’aveva detto la cognata che l’aveva saputo dalla zia, con cui s’era confidata la di lui madre, oggi anziana nonché suocera.
Ha sempre saputo dell’altra ed ha sempre saputo di averla sconfitta. “Ha scelto me”, s’è detta. “Ha sempre scelto me, amava solo me”.

“E’ lei che ha scelto”, mi dice oggi dopo il terzo bicchiere. Ha una rabbia addosso che sconfigge il tempo. Vorrebbe ucciderla, quella ragazzina che fino a ieri era “sei mesi di mattana a 20 anni, quasi fisiologici in una storia lunga come la nostra”. Vorrebbe ucciderla, come se da qualche parte nel mondo ci fosse ancora, identica, una diciottenne rossa di capelli col sorriso pronto ed un bastardino fulvo sempre attaccato alle caviglie.
E’ successo che il suocero ha avuto un momento di commozione durante un compleanno. Gli è scappata una mezza parola di troppo riguardo alle responsabilità di padre e quel famoso discorso da uomo a uomo di venti – più di venti! – anni prima. Parlava al figlio, non s’è moderato, e eccoci qui: una moglie abbastanza furba da fingersi noncurante, un quarantenne abbastanza cretino da credersi al sicuro – sono passati più di venti anni, per l’amor di Dio! – reo confesso: mi ha lasciato lei.
“Ma perché io amavo te, eh!”.

“E’ lei che ha scelto”, ringhia stasera guardandosi intorno l’ex damina che ha sposato il più pavido, e dolce, dei miei amici.
Ed io sono felice, perché sono castana e ho due gatti, intanto, ma soprattutto perché all’improvviso ricordo com’è, l’avere il mare nelle orecchie, tanto che la vedo parlare e quasi quasi non la sento più.

io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.

Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.

guarda mamma, senza droga!

Sto ancora pensando alla faccenda delle esperienze passate che ti rendono la persona che sei adesso.
Ci sto ancora pensando perché secondo me non è né sempre vero, né vero solo questo.
Ci sto ancora pensando perché sono paranoica, perché di fronte a me le cartelle cliniche si accumulano come durante una partita a tetris per negati, livello 20, forse anche perché ho sonno.
Ne sto scrivendo invece per due disgraziate fatalità accadute in contemporanea:
1. La mia migliore amica sta dall’altra parte del mondo, con un neonato in braccio, e non puoi affrontare diciotto pensieri discordanti sulla supercazzola prematura con un oceano di mezzo ed un’interlocutrice che non dorme dal 1920. Non se vuoi che l’interlocutrice ti voglia ancora bene il mese prossimo.
2. Il Tecnologico gioca a Ruzzle. Ovvero io parto in quarta con “sai amore stavo pensando che la rava e la fava del passato prossimo che interseca il presente blablablabla” e lui risponde “ah sì perchè la rava blablabla e la fav…fa… fa….” […..] “Amore?” […..] “AMORE?!” [fava, afav, fa, va]. Eh.

Ne consegue che posso solo che scriverne. ‘azzi miei. Un po’ anche di chi legge. Ma non siete obbligati. Sarò contorta, pallosissima e probabilmente non arriverò nemmeno a spiegare un decimo di quello che mi gira in testa.
Insomma, tutto questo nasce da un tuffo in un vecchio scambio epistolare fittissimo e durato alcuni anni con un amico, ritrovato due anni fa dopo 4 di silenzio stampa.

La versione della “storia” che il mio cervello mi raccontava fino ad oggi era più o meno così: ragazzino genio, con storia d’amore complicata e nessun amico o quasi e ragazza più grande, con storia d’amore terrificantemente castrante e passione per i più deboli si incontrano e vanno veramente molto d’accordo, diventano amici, poi amici molto stretti, finchè lui lancia il rapporto fuori dalla finestra perché si mette con una tizia della categoria “ammesse solo madri e sorelle come portatrici di patata nella vita del mio uomo”. Ragazza con fidanzato castrante ci resta malissimo. Lui due anni dopo torna. Ragazza con fidanzato castrante lo svaffancula. Lui ri-ritorna altri due anni dopo, più propenso a scuse e spiegazioni. Ragazza senza più fidanzato castrante si rivela più propensa all’ascolto. Il rapporto non sarà mai più così stretto, ma rimane una bella ritrovata amicizia. Entrambi riconoscono che la ragazza è stata molto buona prima, durante e dopo. Prima come amica e confidente, poi nel perdonare e dimenticare.

La versione della “storia” che emerge in maniera palese dalle mail: ragazzino, affettuoso di natura, geniale e tendente al melodramma amoroso, e ragazza triste come un film polacco, con una vita di merda e decisa a negare pure l’evidenza, si incontrano e vanno veramente molto d’accordo. Il ragazzino si apre raccontando di sè in maniera commovente, e la ragazza triste sfoga la propria vita di merda mostrando orecchie capaci di ascolto, ma cuore totalmente sordo. Replica quasi ad ogni sfogo del ragazzino con supponenza e puntiglio. E’ sarcastica, in-accogliente, ai limiti dell’arido.

Io non sono una tafazzista, pur avendo un senso di colpa ipertrofico riguardo praticamente qualunque cosa. Non ci godo a dire “ah mamma mia com’ero severa”. Me ne vergogno. Vedo una persona che tende la mano, e l’altra che la bacchetta, e mi stupisco
di come ricordi quel rapporto come affettuoso, ricco ed importante, e di quanto poco fossi capace di far trasparire il mio affetto e la mia voglia di condividere. Adesso che quella persona fa nuovamente parte della mia vita posso riparare a certe cose dette oppure a certi atteggiamenti tenuti, posso essere migliore di quanto fossi allora.
Il punto?

Il punto è che io, le cose che ho imparato in vita mia, le ho imparate così. Non quando le ho vissute, non mentre c’ero dentro, non quando ho pianto e nemmeno quando ho riso ed oserei dire tanto meno quando ho amato, e perso, oppure odiato e quindi perduto doppio.
Le cose che ho imparato in vita mia le ho imparate tutte seduta da qualche parte a ricantarmi nella testa gesti e parole, dialoghi e sfumature, ancora e ancora e ancora fino a trovare cosa stonava. Le imparate così come stavolta, smontando pezzetto per pezzetto l’idea di una storia per trovarci sotto la storia vera. Guardandomi a posteriori. Dicendomi “cristo, che errore madornale” oppure invece “Ben fatto”.

Una volta scrivevo “poesie”. Le virgolette sono d’obbligo, perché non erano poesie in realtà. Mi ricordo il mio ex, molto stupito perché aveva letto tre o quattro di questi frammenti in un momento che per noi due era molto felice, mentre in quel che scrivevo c’erano dolore ed addii. Ma io non stavo parlando di noi. Io stavo finendo di capire la relazione prima. A distanza di due anni.
C’è sempre stata questa discrepanza enorme, per me, tra il momento del vivere qualcosa ed il momento del capire. Senza il momento del capire, per me è tutto ancora mezzo aperto. Ho faccende in sospeso da vent’anni, perché non ho capito.

Quindi io credo che per me non siano le esperienze vissute che mi hanno resa quello che sono. Credo sia questo ritardo cronico cuore-cervello, che mi rende ciò che sono: non il momento vissuto, ma quello in cui a distanza di dieci anni cammini calpestando foglie verso casa ed improvvisamente capisci, dal nulla, la formula dell’entropia.

No, sto scherzando. Io non ho alcuna speranza di arrivare mai a capirla, la (LE!) formula dell’entropia.
E sul mio ex, quell’ex, io confesso che ancora in realtà non ho scritto mezza riga; e probabilmente, stavolta, mai lo farò.