Quelli che aspettano

Siamo in ritardo. Per una maniaca della puntualità nonchè control freak come la sottoscritta è un bello smacco.
Parenti e amici si fanno sotto ad intervalli regolari con “e quindi? e allora?”. Perfino i vicini di casa, che in queste due palazzine l’età media è sui 65, mi fermano in giardino dicendo “Eh, guardiamo sempre se compare il fiocco”. Sono carini eh, ma io mi sento come quando da ragazzina andavo a cercare il nido della gallina per vedere se c’era già l’uovo, non fosse che in questo caso la gallina sono io.

Mentre ammazzo il tempo vagando per casa come un’anima persa e sopprimendo la tentazione di ascoltare tonnellate di disprezzatissima saggezza popolare, che consigliano di camminare, salire scale, lavare vetri, mettersi in strane posizioni e bere infusi di salvia (BLEAURGH), mi godo gli effetti che l’attesa ha sulle persone intorno a me: per esempio, dall’ufficio non fanno neanche più finta di considerarmi in maternità. Ogni giorno due/tre rogne di lavoro non me le leva nessuno, oramai non c’è neanche il “disturbo?”, si passa diretti al sodo.
Ho il mio filo diretto col commercialista e un simpatico programma che mi fa entrare nel mio pc dell’ufficio e sbrogliare direttamente da lì.
Il Tecnologico, dal canto suo, ondeggia dal negazionismo più estremo “andremo, faremo, viaggeremo” “Amore, sto al nono mese se non praticamente al decimo, ‘ndo vado?” ad uno stato di allerta tale che se per sbaglio sbatto il mignolino contro un mobile e dico “AHIA!”, si precipita con le chiavi della macchina in una mano e la valigia dell’ospedale nell’altra. Arriva alla porta di casa con me in spalla prima che riesca a spiegargli che no, non ho le contrazioni. Mi va anche bene, al corso pre parto c’è una ragazza, mia coetanea, che ha già capito che in ospedale arriverà guidando lei: suo marito si emoziona talmente tanto che già per le ecografie prendeva le rotonde contromano.

Questo stato forzato di inerzia/incertezza ha anche un lato positivo, dopo anni ed anni di “a casa mai” ho riscoperto un elettrodomestico mai usato: la televisione. Mi sto facendo una cultura invidiabile: per esempio ho scoperto, grazie alle repliche di Sarabanda del 1999 (!!!), che ‘O Sole Mio è stata scritta in Ucraina, grazie a non ricordo che programma del digitale che il pesce “mangiamaroni” esiste veramente ed è un vegetariano convertito alla carne umana, che quello che ha scritto il libro da cui hanno tratto i Gremlins ha scritto pure la Fabbrica di Cioccolato e che negli stati uniti ci sono almeno 15 trasmissioni a cui puoi telefonare per farti rifare casa gratis et amore dei, rompendo pure i coglioni agli edili come una nonnina petulante.

Ma l’apporto più importante alla mia nuova cultura pop l’ha dato l’ostetrica del corso pre parto, che ha rivelato a me ed alle altre sfornatrici il seguente segreto:
“Tutta questa omossessualità dilagante è dovuta alla pigrizia dei genitori di oggi, che invece di consolare i bambini quando hanno le coliche esagerano con sondini e stimolazione anale, e i bambini troppo stimolati analmente poi non crescono normali!”.

E da fondo sala, una vocina:
“Signora?”
“Sì?”
“E le lesbiche?”
“Prego?”
“Le lesbiche. La genesi delle lesbiche?”
“….”

Prossimo obiettivo, imparare a star zitta. Tanto, mentre aspetto…

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L’incomprensione è la chiave della scoperta.

Come dice incorporella in questo post, e come ho imparato a mie spese la settimana scorsa, “l’incomprensione fra popoli è una piaga sociale”.
Ora, dopo aver passato alcune ore della mia vita a ripetere che no, non ce l’ho coi laureati in economia (tipo i miei fratelli), non ce l’ho con quelli laureati in giapponese (uno dei miei migliori amici), con gli educatori (due cugine), con gli intermediatori culturali (il panettier… no, sto scherzando), con agronomi, commesse, fisici nucleari, ingegneri aerospaziali e controllori dei treni, mi sono resa conto che l’incomprensione è una piaga sociale punto, mica solo quella tra popoli.
Sì, la scenetta del rispondere “Sticazzi!” (inteso come CAVOLO! – esclamazione di stupore, come si usa dalle mie parti) all’amico romano che raccontava le sue storie e l’ha interpretato come “Non me ne frega un cazzo”, come si usa dalle SUE parti, ok, celo.
Anche abbracciare un’amica astigiana, piccola, esile, deliziosa, chiamandola “picia mia” (inteso come “piccola mia”, come si usa dalle mie parti), e vederla trasformata in una statua di sale, e sentirla chiedere “MA… PERCHE’?” (scoprendo così che picio, in piemonte, NON VUOLE AFFATTO DIRE PICCOLO!), ok celo anche questo.
Arriverò a sputtanarmi del tutto confessando che, da ragazzina, un’estate ho avuto un’infatuazione per un ragazzino milanese, ma i suoi amici mi consigliarono di lasciarlo perdere perchè “era un babbo”. Ed io dopo alcune paranoie (di già? a 16 anni? cavoli, ma allora è vero che la metropoli corrompe!) chiesi con un filo di voce “Come si chiama suo figlio?”, scatenando – dopo un silenzio attonito – delle risate da tirar giù San Giuseppe dalla nuvola.
So much per il gergo regionale!

Ma l’incomprensione tra amici è una piaga sociale altrettanto grave.
Per dire, Lord ogni tanto prova a raccontarmi la sua giornata lavorativa. Lord ha a che fare con delle macchine astruse; mi ricordo che una volta mi ha chiesto “sai cosa sono le macchine utensili” e quando gli ho risposto “Tipo…Un tornio?” s’è commosso, perchè “Ogni volta che l’ho chiesto ad una donna mi sono sentito rispondere “Una vanga, un aratro”.
C’è da dire che Lord è anche quello che è rimasto sconvolto da fatto che sapessi che il caffé bollente si raffredda se cambi tazzina “per lo scambio di calore”. Devo ancora capire se nutre pregiudizi sulle donne o su i non-ingegneri (gli ingegneri lo ammettano: siete una specie a parte).
Comunque, Lord mi racconta la sua giornata lavorativa. Da venti anni a questa parte, almeno una volta a settimana.
E da venti anni a questa parte, almeno una volta alla settimana, lui dice:

PINZA.

Lui intende questo:

Io penso a questa:

PLACCHETTA.

Lui intende questo:

foto presa da directindustry.it

Io penso a queste:

Ma soprattutto…

MANDRINO. Lui dice MANDRINO.
E intende questo:

Mentre io ogni volta, quindi almeno una volta a settimana da vent’anni, quando sento la parola “Mandrino”, penso a questo:

foto da it.123rf.com


(sì, lo so che è un mandriLLo)

…però moolto più piccolo, con l’aria sorniona e il pisello al vento.

Sei imbecille, mi dice Lord.
Si chiama crasi, rispondo io.

E vissero felici e incompresi.

del colore del grano.

Quando stai insieme a qualcuno, dopo un poco di tempo in automatico inizi a memorizzare i suoi orari e le sue abitudini, e l’altro i tuoi. In linea di massima si inizia col sapere cose come a che ora si alza, in che orari lavora, quando non chiamare assolutamente perchè fa la pennica (gioca l’Inter), quando è troppo tardi per la buonanotte perchè sta sicuramente già dormendo. Poi ci si evolve nel sapere tipo che è allergico alle pesche, lui si abitua alla frase “non correre che ho i tacchi” oppure “non fumare in macchina” o a bloccarsi davanti alle vetrine di tezenis come un bracco in punta se non vuole perderti nel marasma del sabato pomeriggio. Diventa sapere che odia la zucca (addio, risottino autunnale amatissimo), che non devi farlo parlare di politica coi tuoi, che per tenersi sveglio in macchina ascolterà i Pantera, e lui per contro ti farà il risotto con le pere ed il taleggio perchè la zucca no, si guarderà bene dal nominare Bertinotti a casa dei tuoi, metterà i Pantera a tutto volume pregustando il momento in cui tu sussurrerai che è comprovato che i Pantera provochino secchezza vaginale.

Sono tutte cose piccole che pian piano arrivano in automatico, di aggiustamento in aggiustamento, di scoperta in scoperta, di parola in parola. Inizi a spuntare nomi come giovanna, elisa e francesca da quelli papabili per presunte future figlie perchè sono le sue ex, i pomodori spariscono dal tuo frigo perchè la gastrite non perdona, il mercoledì lui dice vaffanculo al cinemino perchè c’è la champions e tu non ti schiodi dal divano, il tutto senza doverlo ripetere ogni giorno.

Diventa talmente parte del quotidiano che poi, se vi lasciate, sono quelle che cose che ti fanno più male: la telefonata delle sette di mattina, che c’hai ancora
gli occhi gonfi di sonno ed a momenti la fai in automatico senza accorgerti. Adesso sarà sveglio, adesso sarà in macchina, adesso al lavoro. Sono le 19 chissà dove fa aperitivo. Passa quella canzone alla radio. Non compri i pomodori nemmeno se sei sola perchè oramai non ti viene più, e quando torni a casa col sacchetto del Super ti senti imbecille. Ti accendi una sigaretta in macchina e ti mostri il medio allo specchietto. Esci senza rossetto per far dispetto a qualcuno che manco ti
vede. A me è capitato di urlare alla tele “dannazione, non mi ruberai anche il Milan”.

Io non ne sapevo tanto di storie lunghe. Fino ai venticinque la mia frase mantra era “ma anche no”. Uscire sì, divertirsi sì, trombare sì, fidanzarsi anche no, paranoie anche no, innamorarsi anche sì ma raramente coincidevano i sentimenti. Quindi toh, sei mesi, un anno massimo, ma proprio massimo, e spesso un anno affollato. Di altri.
Poi è arrivato il Metempsicotico e lì mi si è aperto un mondo.

Mi ricordo un giorno che eravamo all’estero nel museo dedicato ad uno dei miei pittori preferiti, e lui passando da una sala all’altra ha riso ed ha detto “Toh qui inizia a non piacerti più”. Ed aveva ragione, ed ho pensato cazzo è la prima volta in vita mia che qualcuno mi conosce così bene da sapere perfino in che punto preciso smetto di amare picasso. Ti pare? Sembra impossibile. Deve essere amore.
E mi ricordo anche un giorno, quando già la storia stava tendendo al marrone, che m’ha chiamata mentre ero fuori a cena ed ha indovinato cosa stavamo mangiando sia io che la mia amica, e lei m’ha detto “ma come fai a lasciare un uomo che sa perfino i gusti delle tue amiche” ed io mi sono letteralmente sentita soffocare.
Sembrava amore, ma forse era mania di controllo.

Una volta ho letto in un libro di aforismi la frase “Un marito è qualcuno che sai sempre dov’è.”
Adesso che convivo mi sembra così stupida ‘sta frase, io il Tecnologico non so mai dov’è, fa il commerciale! Ma ne capisco il senso, mi alzo la mattina sapendo se avrà freddo o no, capisco di che umore è da un sopracciglio, so che avrà già steso le lenzuola, ma avrà scordato le crocchette dei gatti, so quali videogiochi rovineranno la mia vita sessuale per una settimana e che non importa se lascio casino nella doccia perchè lui mi sturerà lo scarico invaso da capelli senza che
io nemmeno lo veda. Adesso che convivo non so se durerà per sempre o se finiremo un giorno a lanciarci i piatti e spezzarci il cuore, ma penso di poter dire con certezza che per me, per l’eternità, ci sono delle cose che saranno LUI e che non riuscirò mai più a scindere da lui, un poco come diceva la volpe del Piccolo Principe.

Il mio “colore del grano”:
1. Gli orrendi Pantera (gente che rutta a perdifiato facendo rotolare pentole giù dalle scale – cit.)
2. La nostra canzone, di un gruppo che ha scritto solo quella prima di cadere nell’oblio com’è giusto che sia.
3. Mass Effect 3
4. Cinque piani di scale.
5. Chiamare amichevolmente “Zola” il gorgonzola. Per me Zola era quello che ha scritto “J’accuse!”.
6. Il Pulp, che non esiste neanche più.
7. Empty cantata sotto la doccia, che manco un gatto in amore.
8. Armi. Da fuoco, da taglio, ipermoderne, antiche, pallosissime armi, storia delle armi, funzionamento delle armi, meccanica delle armi, posso farti vedere un video di armi, oh guarda, delle armi.
9. Essere aguzzi invece che acuti.
10. Le lasagne. Di sua madre.

Se qualcuno passa di qui ed ha voglia, mi piacerebbe leggere i vostri:)