(ritratti, 5) quello sbagliato

Ci presentò un’amica comune. O meglio, una conoscente mi invitò fuori per una birra, una cena, un giro, e solo dopo, quando avevo già accettato, mi disse “Ottimo, ci vediamo a casa di H., toh tieni questo è l’indirizzo io forse sono in ritardo”.
Io non amo le serate in casa, ancora meno se in casa di estranei, ancora meno le amavo a vent’anni.

Così mi ritrovo, dopo una giornata di lavoro, molte maledizioni e due autobus, ché la macchina ancora non ce l’avevo, davanti ad un campanello sconosciuto, a dover aspettare la “quasi amica” con una perfetta estranea, per altro di dieci anni più grande di me. Era l’unica cosa che sapevo di ‘sta tizia: che veniva dall’estero e che era “più vecchia”.

Suono. Apre. Dice “Terzo piano”. Inizio a salire le scale. A metà scalinata incrocio una ragazzina che scende. Capelli neri sciolti sulle spalle, salopette di jeans, carina. Mi sorride, le sorrido, faccio per passare oltre e quella mi dice “Scusa, ma tu sei mica verba?”.

Sono quei momenti banali che misteriosamente ti si inculcano nel cervello e diventano ricordi indelebili, imprescindibili. Io non ricordo come ero vestita ieri. Non saprei indicare più di tre capi di abbigliamento nel guardaroba del Tecnologico.
Ricordo perfettamente lei, in quel momento. Com’era vestita, come portava i capelli, di che colore era la maglia sotto la pettorina della salopette.
La ragazzina forse diciottenne era la trentenne da cui stavo andando: mi fece entrare in casa, quella minuscola casa che diventò il mio posto preferito negli anni a venire, si mise a fare un sugo per gli gnocchi che era il suo piatto forte e portava tracce di cucina italiana, sudamericana ed nord europea, e diventò una delle amiche più care che abbia mai avuto.
Al punto che, poche settimane dopo, la conoscente che ci aveva presentate ci mandò più o meno affanculo in tandem perché ci eravamo “scippate” a vicenda.

Lei era un faro. Arguta, spiritosissima, bella, dolce senza essere mielosa, amante della compagnia, dello scherzo, capace di far la voce grossa se necessario. Nerd da prima che esistesse il termine, animalista convinta, parlava correntemente 4 lingue (è stata lei ad illuminarmi riguardo alla perifrasi “flip the bird”, presente in alcune canzoni americane e che prima del caro amico google e del caro amico angolotesti era impossibile da tradurre a meno che non incontrassi qualcuno che…era solito usare quella frase con gli altri automobilisti), ma soprattutto emanava calore umano, lei che era così lontana dalla famiglia, con un passato pieno zeppo di dolore e fatica, così sola. Non era mai sola in realtà, perché le persone facevano a gara per passare del tempo in quella casa minuscola.

Finché un giorno arrivò lui. Quello sbagliato.

Quello sbagliato si presenta sempre come quello giusto. Quello sbagliato abita vicino, è carino, è sempre gentile. E’ solo anche lui perché arriva “da giù”. Gli manca la famiglia che è rimasta “giù”. Piano piano la conquista, conquista fiducia, terreno, amicizia. Altro. C’è una sera a settimana. Poi due. Poi cinque. Poi sempre. Poi tu ci sei meno per lasciar spazio, ma quando ci sei lui ti guarda male. Lei dice io, tu: lui dice noi noi noi noi. Alla fine inizia a dire “noi” anche lei.
Noi respira così tanta aria che nella piccola casa non c’è posto per altro. Per altri.
La mia pancia inizia a dirmi che quello giusto è rotto. Non funziona. Ci sono molti inviti che seguono lo schema del “Ehi ci vediamo? Vieni da me stasera? Mi manchi!” che si trasforma in “Possiamo rimandare? Non sto bene, ho mal di testa, sono stanca” con puntualità disarmante.
La mia pancia mi racconta che “quello giusto” ha molto a che vedere con tutti questi mal di testa, ma “quello giusto” è cauto. Gioca la carta de “amore, quanto vorrei stare solo con te a farci le coccole stasera”.
Di coccole in coccole, di “quello mi sta antipatico” in “quello lì no si vede che è innamorato di te” a “quello lì è leghista, vorrai mica farmi cenare con un leghista?” il giro sociale di lei viene falcidiato.
Resistiamo in due.
Quello giusto ha le redini in mano.
Inizia a far la guerra ai colleghi di lei. La invitano alla pizza di Natale. La invita, per la precisione, una sua collega cinquantenne che è stata la prima a farla sentire un poco a casa anche in questa Italia così lontana dalla sua casa vera. Quello giusto butta la maschera, di fronte a me: SIETE DUE DONNE E OTTO MASCHI, NO TU NON CI VAI, TU NON VAI DA NESSUNA PARTE. Lo dice pacato, sorridendo, come puoi dire “no, l’ovetto kinder prima di cena no” ad un bambino di cinque anni.
Lei abbassa la testa, gli dice “dai ne parliamo dopo”, lui risponde che non c’è niente di cui parlare. Io bevo un sorso di birra e taccio.
Lui si rivolge a me, mi dice che il mio ragazzo è troppo buono, che non esiste stare con una come me, che va in giro come vuole.
Vedo la sfida, la vedo bene: litiga con me, così posso tagliarti fuori.
Gli sorrido serafica, non apro bocca, vorrei ucciderlo.

La guerra di “quello giusto” prosegue al punto tale che il posto di lavoro di Lei è messo in discussione. Ma “Quello giusto” ha la soluzione: licenziati, vieni via con me, torniamo giù che si sta meglio, ci sposiamo, facciamo dei bambini.

Io la prego di non andare. Provo una cauta onestà, ottengo solo di ferirla e farla sentire incompresa.

Quello giusto vince.
Vanno via. Non la vedo per due anni. Riesco a sentirla ogni qualche mese.
Lei vive da segregata. Lavora, torna a casa, lui è opprimente, la madre di lui è opprimente, i fratelli di lui sono opprimenti. L’unica alleata è una cognata. Diventano amiche. La cognata si ammala. La cognata muore.

Lei impazzisce. Si spezza. Quello giusto, ormai appieno nelle vesti di Sbagliato, di una donna spezzata non sa che farsene. La lascia.
Sola come un cane, spaventata, nel lutto, disperata.

Seguono dei mesi di confusione, di discorsi sconnessi, di tante persone preoccupate che non sanno come raggiungerla. Finché ci da, a me ed un paio di amici di qui, appuntamento per rivederci.
Noi organizziamo una festa. E lei non si presenta.

Scopriamo una settimana dopo, per delle vie traverse, ma davvero traverse, grazie alla costanza di un amico che impiega tempo e risorse vere per rintracciarla, che è partita. E’ tornata a casa.

Mi scrive, un anno dopo, una lunga mail in cui spiega le ragioni di una partenza repentina e senza saluti. Sempre via mail, mi racconta la sua vita. Negli anni, una mail ogni tanto.
Conosce alcune persone. Non le lascia avvicinare. Poi anche sì, ma al primo starnuto è una fuga a rotta di collo.
Poi un giorno mi arriva una mail con allegato. L’allegato – simbolico, ovviamente – è l’invito al suo matrimonio.

Le stesse vie traverse di una volta permettono a quello sbagliato di rintracciarmi su Fb.
“H. si sposa?” mi chiede. “Tu la senti ancora?”

Finalmente. “Lei.si.sposa.Tu.Devi.Morire.Solo”. Invio. Lui legge. Blocca utente.

C’è speranza, là fuori, cara H.
C’è speranza, c’è amore, e… ci sono anche io.

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Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.
Io vorrei capire perché l’unica vera parola innominabile in quest’Italia ostaggio del politically correct più estremo, del genitore uno e due, del diversamente caucasico, del diversamente cittadino regolare, dei quaranta punti esclamativi alla fine di ogni singola stronza frase, sia diventata il termine IGNORANTE.
Il termine ignorante è impronunciabile. Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico, portami sulla Luna e dimostrami che la Terra vista da lì non è una pizza margherita. Tu, pronipote di pronipoti di uomo sapiens-sapiens, tu dimostrami che i graffiti rappresentano scene di caccia e non, che ne so, una partita a polo con l’amico cervo che nun ce voleva stà. Tu, biologo, tu medico, tu fisico, tu chimico, tu filologo, tu storico, tu antropologo, tu con i tuoi cinque anni/sei/sette università, con la tua specialità, i tuoi master, i tuoi decenni di studio. Tu che stavi a progettare la dorsale grazie alla quale io “c’ho l’internette e bloggo”, quando io ero alle elementari. Tu che hai scoperto che monitorando il valore delle PSA si può sgamare il cancro alla prostata. Tu che hai fatto lo zerbino del Barone Universitario che poi ha usato la tua ricerca sul mesotelioma per pubblicarla a nome proprio negli USA, mentre io lavavo automobili e la sera mi facevo una cannetta ed uno spritz coi bocia dell’officina. Tu. Mi DEVI DIMOSTRARE. Perchè io che sono una capra analfabeta, che di mestiere raccolgo pompelmi, che l’italiano non lo parlo perché mi fa fatica ed un poco anche snob, io ti contesto, perchè HO LETTO SU INTERNET CHE.
Non mi metto neanche ad elencarle, le valanghe di troiate immonde che io e voi tutti leggiamo ogni giorno sull’internette di questa cippa. Nessuno ha più un interesse semplice, sono tutti fanatici di qualcosa. E il vegano e l’animalista e il complottista e il fronte di liberazione dei pidocchi e le mamme unite contro estivil e quelle contro il cosleeping e i fruttariani (ma porca la miseria ladra, ma pure i fruttariani devono rompere il cazzo? Ma vi rendete conto? Mi viene da piangere, mi viene. Chi sapeva che esistessero i fruttariani fino all’anno scorso?) e i protocattolici fanatici che l’inquisizione è un falso storico e Darwin un massone al soldo di non ricordo chi per scardinare la verità insita nel creazionismo. E il Grillino dei chip. E quella delle Sirene. E tutti, tutti, tutti alla fine che dicono “SVEGLIAAAAAA!!111!!!! NESSUNO LO DICE!!! PRESTO PRIMA CHE CENSURINO IL VIDEO – LA FOTO – IL POST – STOCAZZO”.

E poi gli chiedi “Ma tu… che titolo hai per dire che la terra non è rotonda?”.
E non ottieni risposta. Oppure la ottieni, è la ripetizione della frase sopra. Ho letto su internet. Ho visto tutti i video su youtube. C’è un blog. Una pagina facebook. E lo richiedi: “Ma tu, tu che vuoi sapere di ricerca/biologia/medicina/architettura più dell’architetto biologo medico ricercatore con cui stai parlando… ma tu che basi hai?”
Risposta: mi ha detto mio cuggino. Ci avevo un link che. La mia preferita “hahaha lo sanno tutti, tutti, anche SE NESSUNO LO DICE”.
Al che tante volte cerchi di capirlo da solo, da cosa parte ‘sto cristo per dirti che tu dovresti vivere di banane e mele, ti sentiresti tanto meglio.
E trovi:
La terza media.
Una triennale in merendine scomposte.
Laurea in Economia.
Laurea in Lingua Giapponese (!!!!!).
Accademia belle arti. Con tutto il rispetto per l’accademia delle belle arti, cosa che io personalmente non sarei stata in grado di fare manco sotto tortura per manifesta incapacità, ma che basi di biologia molecolare hai, con le belle arti?
“La mia opionione conta quanto la tua.”
UN CAZZO.
La tua opinione conta quanto la mia se parliamo alla pari. Se io sono ignorante come una bestia dei boschi e tu fai la tal cosa per mestiere, la tua opinione conta qualcosa e la mia é aria che esce dalla parte sbagliata. Se vuoi parlare di politica, informati. Se vuoi parlare di calcio, non mi venire a dire che il fuorigioco l’ha inventato Mourinho. Se vuoi parlare di fisica nucleare… beh, passa al blog di Max.

Ma oggi no, oggi non più. Oggi l’opinione di chiunque vale quanto quella di chiunque altro. Fondata o meno, mediata o meno. Io non leggo, non studio, non mi interesso, ma tu non puoi permetterti di dirmi ignorante.
Questi sono i miei coetanei. Geneazione BimbiMinkia Quarantanni.
Di giorno tutti bravaggente, a cena tutti MariaDeFilippisti, la sera tutti quindicenni, a letto con la sbronza, la mattina a lavorare con l’hangover, in pausa pranzo posano la zappa, accendono il pc et voilà: tutti Dottori.

(dei lettori di fabio volo che si incazzano se li cataloghi come lettori di fabio volo magari parliamo un’altra volta, prima che mi venga un’ulcera)