il criceto politeista sulla ruota

Ultimamente il mio rapporto coi blog che seguo funziona così:

1. Vedi mail di notifica alle ore 06.31 della mattina quando suona la sveglia
2. Leggi post random direttamente dal cellulare mentre ti lavi i denti, bevi il caffè, nutri i gatti, cerchi le scarpe, non trovi le scarpe, bestemmi la divinità delle ScarpeSfuggenti, scopri di avere suddette scarpe ai piedi, bestemmi la divinità del RincoglionimentoMattutino.
3. Leggi post random sul tapis roulant tra le 07.00 e le 08.00 della mattina, saltabeccando tra alcune macchine di tortura ed il simpatico esercito di vecchietti chiaccheroni che occupa (la parola OCCUPA non è scelta a caso) la palestra alle prime ore della mattina. I vecchietti in parte hanno ispirato il post “Tutti Dottori”, quindi non credo di dover dire altro.
4. Puntuale incontro con uno, due, tre post a cui vuoi assolutamente rispondere. Maledizioni alla divinità del login di wordpress su android. Rinuncia. Voto alla divinità protettrice dei procrastinatori di commentare almeno un post su tre.
5. Ufficio. 10 ore filate intervallate da momenti in cui ti dici “Ora, ORA E’ IL MOMENTO, PAUSA E RISPOSTA AL BLOG DI TIZIO”. Drriiiiin. Ciao Cliente, buongiorno anche a te. Maledizioni alla divinità del Momento Perfetto, che probabilmente è ancora a letto [ Il SantoProtettore del Cliente Scassacazzo invece è come Samara di The Ring: NON-DORME-MAI].
6. Esci dall’ufficio con il buio più pesto e l’intento di entrare al supermercato per comprare esclusivamente un cespo di insalata. Il supermercato ti inghiotte mentre passeggi tra le corsie leggendo i post del pomeriggio direttamente dal cellulare e riprendendo ancora ed ancora il punto 4. Acquisti biscotti, detersivo, spugnette lavacessi, mele transgeniche ed un forno a microonde. Arrivi alla cassa, fai la fila ed alla fine, solo alla fine, ricordi il derelitto cespo di lattuga che ti serviva. Rientri, lo compri e bestemmi incessantemente la divinità del RincoglionimentoPomeridiano.
7. Approdi a casa mentre il resto del nordest sta mangiando la sua pastasciutta serale, cosa anche il Tecnologico farebbe volentieri se non fosse che tu, la pastasciutta, non la puoi mangiare. Cucini leggendo post (vedasi punto 4), sul post migliore ti incanti e tralasci il sale in favore di 20 grammi di pepe nero. Tu starnutisci, il gatto starnutisce, il Tecnologico starnutisce bestemmiando sé stesso ed il suo talento per scegliersi sempre fidanzate rincojonite, di cui l’ultima pure col personale pantheon di divinità.
8. Ceni cercando di occhieggiare un altro post. Il Tecnologico ti guarda torvo. Deponi le armi ed il cellulare.
9. Dopo cena, mentre ti appresti a mantenere il voto del punto 4, il sonno ti coglie improvviso e ti cappotti sulla tastiera. Sono le dieci di sera, perfino le galline del vicino ti chiedono “Ma come, vai già a letto???”. Tu infami il Dio della Necessità di Sonno, incassi la sconfitta e pedali verso i cuscini.

Non è che sono stronza eh. Cioè, non è solo quello. Poi mi ripiglio, promesso.

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Mamma, le MAMME! (cronaca di tre giorni da zia)

Questi ultimi giorni abbiamo avuto un piccolo ospite a casa.
Chiunque mi conosca a questo punto dirà:
“LO SAPEVO, AVETE PRESO IL TERZO GATTO”.
Invece no.
No, neanche un cane.

Il piccolo ospite è il nipote cinquenne del Tecnologico. Il piccolo ospite era qui da solo, con la sua microborsa da toilette, i suoi micropantaloni, le sue micromagliette, il suo microcappellino e la sua MACROMEGAULTRAENERGIA VITALE.

Per capirci, questo ospitino è talmente buono che i suoi genitori possono permettersi di lasciarlo quattro giorni con noi, che figli non ne abbiamo, di bambini non ne sappiamo assolutamente nulla e che siamo anche discretamente cretini di nostro, ed aspettarsi al ritorno non solo di trovare vivo ed in buona salute LUI, ma pure gli adulti ospitanti.

Mangia, è sorridente, carino, gentile, piglia i no per no, non fa capricci, è coccolone, gioca con tutto e va d’accordo coi gatti. Solo la siglia di FiorellinoGiramondo in loop per 72 ore ha un poco provato i nostri nervi, ma sono dettagli.
(Il pallone ha provato i nervi dei gatti, ma son dettagli anche questi)

Insomma è il tipo di bambino che quando lo porti fuori dopo un poco le mamme altrui iniziano a guardarti brutto, o triste, con la faccia da bassethound e il lampeggiante “ma-io-dove-sbaglio” sulla testa, ed a me questa cosa scatena un’enorme voglia di scusarmi, di dire “sì è vero c’ho le zeppe le unghie pittate e la faccia di una che di notte dorme, infatti sono LA ZIA”.
Comunque per la prima volta in vita mia ho avuto un assaggio di comunità mammesca da parchetto, e devo confessare che ne sono uscita veramente terrorizzata.
A me, le mamme, fanno paura. Sarà l’inesperienza.

Intanto, i bambini urlano. Quasi tutti. Le loro mamme di più. Io per lavoro ogni tanto me la cammino in aziende dove per lavorare hai l’obbligo di protezione auricolare, e sono pronta a giurare che i parchetti, le piscine, le vasche con la sabbia ed i famigerati “gonfiabili” hanno intorno un volume di decibel che in confronto il reparto molatura degli acciai speciali è il monte Athos.
Poi, la conversazione che nasce spontanea mentre i bimbi giocano: UN FOTTUTO CAMPO MINATO! Le mamme, quasi tutte, si stanno lamentando. Il bambino non mangia, non beve, non dorme, picchia i fratellini, non ascolta, è stitico, è capriccioso, insomma il generico, quello che ognuno di noi ha sentito mille volte per direttissima dalla mamma propria. Solo che poi le mamme non vogliono una risposta, no! le mamme vogliono essere assecondate, ed è tipo un gioco a scacchi che tu, non mamma, non sei proprio in grado di giocare.
Sono carinissime, partono veramente innocue, dolci: “Scusi sa se Armandino sta cercando di cavare un occhio al suo bambino, è nella fase della violenza abbestia e dei capricci ululanti”.
Tu, come nei libro-games, hai due scelte:
1) “ah sì vedo vabbè al giorno d’oggi occhio più, occhio meno, si figuri”.
2) “beh se prova a richiamare un attimo L’Armandino Furioso io mi sincero che MIO NIPOTE sia ancora tutto intero”.

Se rispondi la 1, oltre a venir fulminata sul posto ti cucchi il riassunto di tutti i libri di Tata Lucia in cui si spiega che il bambino che mena è IL MALE IN TERRA.
Io capisco che nessuno voglia essere il genitore del “bambino che mena”, ma sono anche sicura sia ancora peggio essere il genitore di quello che le piglia sempre.
Parola di ex bambina che le pigliava sempre.

Se rispondi la 2, SCIAGURA A TE! Intanto mio figlio è buonissimo, ipergeneroso pacioccone amoooore di mamma, la sua è solo una fase, poi suo nipote ha provocato mio figlio scegliendo un secchiello più bello del suo, eppoi SE LEI NON E’ UNA MADRE NON PUO’ PERMETTERSI DI PARLARE.
(eccheccazzo, ma che è in fase istericoaggressivaferoce mica l’ho detto io!)

Io, per l’appunto, non sono una madre. Però sono mezza sarda: sono piccola, sono riccia, sono scura, e se mi girano le balle ti meno.
Io, in questo preciso momento, non c’ho obblighi educativi di sorta. Non devo dare nessun buon esempio per la vita. Quindi io, adesso, prendo il secchiello incriminato e te lo calco in testa, poi scosto Armandino dalla schiena di mio nipote, tappo le orecchie al nipote suddetto e me ne vado imprecando ad alta voce volgarità che Armandino imparerà al volo e riproporrà ad ora di cena. Ecco.

No, la risposta giusta è quella che io, da “nonmamma”, non posso dare: perchè non la so!

In compenso di “risposte giuste” posso ascoltarne un sacco ed una sporta.
Prova a dire che ieri il pargolo ha voluto pasta al sugo (e che ti risulta che il 70% della sua dieta sia pasta al sugo in questo momento) e non sai cosa dargli a cena.
Provate. Io vi sfido ad andare ad un parchetto alle cinque di pomeriggio e dire:
“Ieri ho fatto la pastasciutta ed oggi non so cosa preparare per cena a MIO NIPOTE”.
Il 10% partirà in quarta con “IO MIO FIGLIO NON LO LASCEREI CERTO A DEGLI ZII INESPERTI”.
Sì, sono dei genitori impavidi, sono d’accordo…ma la cena?
Un 20% scoppierà a piangere e ti confesserà che il loro, di figlio, MAMMAGARI la pasta al sugo. Preghiere suppliche disperazione, e alla fine accetterà di ingurgitare mezzo kinder pinguì guardando cartoonito.
Sì, ok, a me dispiace, ma…la cena?
Il restante si accapiglierà sulle ricette serali migliori per dormire bene, fare la cacca, rispettare l’ecosistema.
Ecco la cena.

Mentre loro litigano, tu dileguati.

Insomma ieri alla fine di una giornata di piscina, scivoli d’acqua, altra piscina, ancora scivoli, mangiare panino, schifare melone, no-il-bagno-ora-no, gonfiabili, sabbia, altri gonfiabili, zia giochiamo che tu eri questo e io ero quello, zia posso avere un ghiacciolo (per altro qualcuno mi spiega perchè immediatamente, alla comparsa di un bambino, gli uomini fanno quadrato e tu ti trovi istantaneamente relegata nel gruppo femmine, MENTRE PURE IL TUO AMICO STORICO INIZIA A FAR COPPIA CON TUO MOROSO?), zia vado sullo scivolo dei grandi con lo zio, zia guarda, zia vieni, zia sali, zia fatti i cazzi tuoi che sono grande e so nuotare (altezza acqua: 50 cm), ho pronunciato per la prima volta in vita mia la frase mantra di tutte le estati:
“Esci dieci minuti dall’acqua che hai le manine a grinze”.
E stupefatta come di fronte al derby dello 0-6, ho visto questo bambino santo, santo, santo, pigliare, uscire dalla piscina e venire a farsi asciugare senza dire nè no nè bò, col sorriso e gli occhioni felici.
Questo bambino bellissimo, che mi chiama “Sia” con la esse al posto della zeta, che la sera mi si arrampica tra le braccia e mi chiede di raccontargli la storia di come ho conosciuto “lo Sio”.
E mentre questo bambino piccolo e nero com’ero io alla sua età si strofinava contro l’asciugamano, ho sentito distintamente la sciura davanti a me, sfinita dal tentativo di recuperarsi la pargolanza dall’acqua, mandarmi telepaticamente la parola:
“Stronza”.

Ed ho saputo, veramente saputo, di meritarmela.
A me col cazzo che verrebbe così buono, un figlio.

domenica non è sempre (stata) domenica

Quelli che hanno avuto una storia a distanza mi capiranno.
Io non ho, salvo la brevissima parentesi del Capo di Tutte le Teste di Cazzo, mai avuto un fidanzato “locale”.
I miei morosi stavano tutti a distanze variabili tra i 130 ed i 250 km, metro più, metro meno. E se a vent’anni questo voleva dire, tendenzialmente, la splendida libertà del farsi i cazzi propri tutta la settimana, nei 15 anni successivi ha significato diventare un azionista di rilievo di trenitalia ed una di quelle persone per cui il giorno peggiore della settimana è la domenica.
La domenica era il giorno dei saluti. Il giorno corto, del partire appena dopo pranzo (250 km) o alla fine delle partite (130 km), posto che il calendario avesse la buona grazia di mettermi il Milan alle 15 (cosa rarissima). La domenica era il giorno del freddo al binario, piglia il treno, cambia il treno, aspetta il treno, crepa di freddo IN TRENO (un rientro milano-profondo veneto con carrozza SENZA RISCALDAMENTO il 3 gennaio), o del caldo cocente (uno splendido tragitto “profondo veneto-quasi tarvisio” con una Uno bianca, senza aria condizionata ovviamente, al 30 luglio).
Il giorno in cui non puoi poltrire a letto perchè devi rifare la valigia, borsa, trolley, sacca, e lasciare il bed&breakfast alle dieci o scendere a salutare i suoceri o pranzare con i parenti.
Il giorno che iniziava, di fatto, col conto alla rovescia per il venerdì.

Andare a vivere da sola ha vagamente migliorato la situazione, ma solo di mattina: il pomeriggio comunque era il momento del commiato, dei “parto alle quattro” che diventavano le quattro e mezza, le cinque, a volte anche le sei, ma senza mai diventare nè lunedì nè “a domani”.

Domenica era corta, triste, malinconica e di passaggio.
Una quantità di volte incalcolabile, nei primi anni col Tecnologico, guardando fuori dal finestrino della macchina mentre mi accompagnava in stazione fantasticavo di fare come quelle coppie sul marciapiede, due passi ancora, chiedersi “cosa vuoi per cena?”, “beviamo qualcosa?”, “sentiamo se tizio e caio vengono a mangiare una pizza?”, soprattutto in inverno – col freddo fino allo sterno – col buio fuori ed i negozi illuminati e la gente che passeggiava per mano, mentre quello che
aspettava me era la solita trafila del vagone puzzolente, i compagni di viaggio invadenti o molesti, i magrebini ubriachi che cercavano di farsi sotto mentre andavo a prendermi la Yaris dal parcheggio.
E poi mancanza, una telefonata, tirarsi il trolley difettoso su per le scale.

Adesso la domenica è una giornata di grazia.
Il calduccio di casa nostra, i gatti che intonano la sveglia (Sono Finite Le Crocche, Tragedia Gatta di 3 Atti in Miao Bemolle) e che si strusciano felici dell’averci intorno, il Tecnologico avvitato al Pc oppure dedito a lavori di bricolage pesante, tipo la ristrutturazione del garage con cui è in ballo da due giorni. Domenica è effettivamente poter fare due passi per mano, nella notte delle cinque di pomeriggio. E’ chiedere a Lord e PiccolaGì se pranzano con noi, e farlo alle 12.00 per l’una. E’ la possibilità beata di farsi un caffè, scegliere un film, e non avere nessun altro posto in cui essere, correre, andare, poter aspettare le sette, poter cenare alle nove, accoccolarsi contro una spalla accogliente, dire buonanotte.

Qualcuno diceva “Amare significa non dover dire mai ‘mi dispiace'” (io per altro non sono neanche d’accordo): la mia versione sarà che Amore è quando Domenica significa non dover dire più “A venerdì”.

Buona domenica a tutti.