Qualcosa nell’acqua.

In principio fu Laura Boldrini: ministro? Assolutamente no. Chiamatemi Ministra. Combattete il patriarcato insito nei vostri neuroni volgendo al femminile ogni termine vi salti in mente.
Non più avvocatessa, avvocata. Non architetti, architette. Non più italiano, italiese.
E vabbè, se così si fan contente delle persone con così poco, che ti costa, pensavo. Pensavo anche al viceversa. Il gorillo, l’anestesisto, il pediatro. Otorino, se è maschio. Laringoiatra, se è femmina. Che culo scegliere una specialità dal vocabolo double-face, eh? Comunque non avevo né tempo, né spazio, né testa, e non ci ho fatto particolarmente caso.
Ad un certo punto devo essermi distratta quel paio d’anni, e quando son tornata sul pianeta ho trovato che veramente son diventati tutti serissimi. Molto seri. Troppo seri. Troppissimo seri. Guai a scherzare. Rauss ironia, pussa via sorriso, altolà leggerezza!
E tutti completamente ostaggi del politicamente corretto, ma proprio correttissimo, ma ocio che sia C O R R E T T O, totalmente. Talmente totalmente che ormai le cose non so più come definirle per non rischiare di offendere qualcuno.

“Mamma ti ricordi il mio amico Paul?” “No, Paul chi?”
Si apre il baratro. Quello africano? Uhm. Razzista che discrimini la gente a seconda della geografia. Quello nero? Uhm, brutto termine nero, bandito. Il migrante? Il migrato? Quello che viene da lontano? (Fa tantissimo Babbo Natale). Il diversamente italico? Quello che pare Obama?

Alla fine opto per “Quello che sorride sempre”.
Risposta: “Quale sarebbe quello che sorride sempre, sorridono tutti sempre i tuoi amici, sono una manica di deficienti.”

Utile, no?
Ho letto discussioni simili di madri virtuose che stanno insegnando ai figli a non discriminare, con il risultato che il figlio non riesce a farsi venire in mente una locuzione abbastanza efficace per indicare “Camilla, la mia compagna che tagliata a pezzi è normopeso”. Ho letto di una tizia la cui figlia ha detto “Oggi ho giocato col bambino buio”. Il bambino buio è del Senegal. Il bambino buio è una delle definizioni più belle che io abbia mai letto, ma non credo che possiamo iniziare a parlar tutti come bambini di tre anni. Grasso è una parola orrenda e va bandita (grasso è una parola orrenda davvero). Sovrappeso pure. Non si deve giudicare in base al peso. Giusto. Non giudichi, ma vedi. Non giudichi, ma quello che è sovrappeso sovrappeso rimane, e se nessuno in vita mia – e son stati tanti – m’avesse chiamata “nana”, io sarei comunque un individuo sotto il metro e sessanta. Giudicare, discriminare, sfottere, bullizzare una persona in base ad aspetto fisico, colore della pelle, status socio economico o provenienza è orribile. Ma veramente la soluzione è sotterrare le parole “per dirlo”? Eliminare, bandire, cancellare l’aggettivo, cancellerà veramente il punto di appoggio su cui si fa leva per far sentire l’altro una merda?
Perché il problema a mio modesto avviso non è la parola che usi: è il desiderio di far sentire male l’altra persona in quanto inadeguata secondo un TUO standard. E’ – e questo lo noto sempre più ed è una cosa che detesto – il ritenere che l’altra persona DOVREBBE sentirsi male (inferiore, sminuita, in difetto) perché fisicamente o economicamente o culturalmente non risponde al TUO cristo di “standard”, che poi sia perché non è magra, perché non è etero, perché non è giovane o perché non è bianca non cambia nulla.
Il problema sta nella convinzione di essere lo standard “corretto”. E questa convinzione, al netto del linguaggio politicamente corretto inculcato a forza nei dialoghi quotidiani, è sempre, ma sempre, ma sempre più diffusa.

Comunque la serietà ad oltranza sta dilagando ovunque. Mi hanno iscritta ad un gruppo facebook che parla di libri per bambini. Ci sono recensioni da mani nei capelli. Quel libro è diseducativo perché il papà è imbronciato. Il papà dovrebbe essere felice e sereno. Quel libro è diseducativo perché sminuisce la figura paterna, ovvero racconta di un padre che sala troppo il purè (giuro). Quel libro è orribile, il bambino viene definito piccolo mostro! Quel libro è da mettere al rogo, ci sono i cacciatori, uccidono il leone, il bambino africano viene definito moretto e la madre è, cito testualmente, vestita come una governante all’epoca degli schiavi. Il libro in questione, Pik Badaluk, che io da bambina avevo, e amavo, è stato scritto negli anni ’20. Io ho paura che ‘sta gente cerchi di creare un comitato per la liberazione degli Umpa Lumpa dal cioccolataio schiavista.
Quindi, le parole no.
I libri censurati, come conseguenza.

Buttiamoci sulla musica, dai. Ho cercato di iscrivere Mimosa ad un corso di musica per infanti. Apriti cielo. Il metodo signora mia, IL METODO! CHE METODO CERCA?
Un corso. Di Musica. Tipo che qualcuno canti canzoncine? Qualcuno suonerà qualcosa? Sono bambini piccoli perdio, mica mi aspetto Rachmaninoff. Sì signora, ma che metodo cerca? Psicoqualcosa, Motorio dell’altro, Scuola di Chicago, Maestri Musicoterapisti Giapponesi, Suono della ciotola armonica… eh?
EH? Signora perché guardi che lo sviluppo musicale dei bambini è UNA COSA SERIA, SA.
“Allora, quale metodo cerca, Signora?”
“Ma che ne so! Io sono stonata come una campana e mi piace Taylor Swift! Volevo una vita migliore per mia figlia! Cercavo solo un posto in cui qualcuno suonasse un tamburello!”
Per la cronaca non mi hanno mai più richiamata.

Sono passati quattro anni da quel post di sfogo sul rapporto diretto tra ignoranza e convinzione, ma la sensazione è che vada davvero sempre peggio. Magari è qualcosa nell’acqua.
L’ossigeno, per esempio.

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Il Signor Piero ha venduto ai cinesi (fenomenologia spicciola di com’è che nasci rosso e invecchi nero)

Quando ho aperto questo blog, anni fa, il Tecnologico ed io stavamo cercando casa. O meglio, io stavo facendo una scorpacciata di appartamenti proposti da agenti immobiliari psicotici ed abitati da proprietari sull’urlo del collasso nervoso, per poi portare i migliori all’attenzione del Tecnologico che abitava a buoni 250 km. Mi ricordo, e finchè arteriosclerosi mi coglierà credo ricorderò sempre, che il primo appartamento in assoluto che sono andata a vedere, descritto OVVIAMENTE come “luminoso trilocale recentemente ristrutturato”, non solo era un tugurio con un bagno di un metro e venti per due
metri, in una palazzina che aveva più antenne satellitari che balconi, ma era abitato da una coppia dotata di enorme, gigantesco, liberissimo pappagallo, il quale mi ha accolta appollaiato sullo schienale di una sedia e mi ha seguita nella mia ispezione di casa ripetendo a ruota libera “CIAO COCCA! CIAO COCCA!”. Voi lo sapevate che i pappagalli sono aggressivi e molto, molto territoriali? Ecco, io l’ho scoperto allora.

Di casa in casa, di sgarruppo in sgarruppo, di prezzo improponibile in prezzo inaffrontabile, e dopo aver perso proprio per poche ore ben due appartamenti papabili, arriviamo a quella che oggi è casa nostra, all’epoca appartamento in pieno stile anni ’80 con salotto enorme e camino-dotato, cosa che già in prima visione lo ha scaraventato nelle grazie di sua Tecnologia.
Io ero più restìa, non tanto per la casa in sé quanto per le bestialità che uscivano dalla bocca di chi doveva vendercelo: questo non si fa, questo non si può, i lavoro di ammodernamento ma senza disturbare, i gatti insomma solo se restano chiusi in casa (di grazia, dove dovrebbero andare se non in balcone?), e le attrezzature condominiali sì ma solo per uso tuo e non se inviti amici, e blablabla. Guardavo il Tecnologico dicendo “io qui non ci voglio venire, questi son tutti matti, ci troviamo a comprare casa circondati da rompicoglioni, è una vita da andar fuori di testa”.

Alla fine invece è andata che abbiamo optato proprio per quell’appartamento lì, con l’accordo che alle assemblee condominiali avrei parlato SOLO IO e che gli incontri ravvicinati con i rompicojotes massimi li avrebbe gestiti solo lui. Morale: in realtà era tutta scena, qui nessuno rompe le scatole a nessuno e l’incubo dell’amministratore sono diventata io me medesima, che tra “mi spieghi” e “vorrei vedere l’originale” lo costringo ad estrarre documenti, pagamenti e polizze che nessuno gli ha mai chiesto in 30 anni. Beata ingenuità.

Quando, dopo qualche mese e qualche sporadica chiaccherata, ho osato chiedere ad una delle vicine come mai si presentassero così ostili e scorbutici nei confronti dei nuovi acquirenti, quando in realtà sono tutti dei paciocconi tranquilli da morire, quella mi ha risposto con aria confidenziale:
“Perchè sai, aveva già venduto casa il signor Piero, tre anni fa… ma ha venduto ai cinesi!”

Non so come sia dove vivete voi, ma qui dalle mie parti “Ha venduto ai cinesi” è una frase che viene detta con mezza ammirazione e mezzo piccato sconforto, perché è noto che i cinesi si presentano con valige di danaro e ti coprono di soldi (soprattutto se ti comprano il bar), ma anche che poi rovineranno in breve tempo ciò che da te hanno comprato (di nuovo, soprattutto se hanno comprato un bar). Quindi tu sei uno che diventa ricco, però ha tradito. Per esempio, il bar. I bar. Ti accorgi che un bar l’hanno comprato i cinesi perché – ok, a parte il cinese al di là del bancone, vestito metropunk che non c’azzecca un’ostia – nello spritz compaiono ingredienti insoliti, primo fra tutti il GIN. Metà della roba che mangiavi sparisce, l’altra metà rimane intonsa perché dopo tutte ‘ste storie delle nutrie nei freezer, chi si fida più del caro vecchio tramezzino?
Allora per ovviare al fatto che tu, lo spritz col gin, non lo vuoi bere, ordini un bicchiere di rosso e scopri che il rosso sta in frigorifero. Il prosecco invece è a temperatura ambiente. Moltiplicare per 350.
Anche se negli anni la situazione s’è avviata verso una certa normalità, lo spritz è stato purgato da liquori fantasiosi e il cinese dietro al bancone bestemmia in perfetto veneto, Aver Venduto Ai Cinesi rimane sinonimo di altissimo tradimento.

Quindi sì, questo Signor Piero che abitava nella nostra palazzina era partito come gli altri col suo reddito medio ed il suo conseguente appartamento medio in una palazzina media. Ma il Signor Piero poi ha fatto buone scelte ed il suo reddito non era più medio e così ha venduto il medio appartamento e s’è comprato la villettina, coi soldi del cinese, di fatto guadagnandosi l’astio di tutti i suoi ex vicini di casa.

Il Tecnologico ed io, saputa la verità riguardo al monte di divieti che c’era stato prospettato, facciamo spallucce e ci ridiamo su. Che problema vuoi che siano, questi signori cinesi? E’ una famiglia normalissima, di gente educata, i bambini salutano, la nonna saluta, la mamma parla pure italiano. Che pregiudizi, ‘sti vecchietti veneti. Noi veniamo entrambi da palazzine in cui eravamo praticamente gli unici italiani, sai che problema una famiglia di cinesi!

La vicina ci racconta che inizialmente non vollero pagare l’allacciamento al gas e si portarono in casa le bombole di metano. Cavolo, in effetti ci puoi rimettere la casa. Però oramai, come dire, era acqua passata.

Il vicino è innervosito perché nonna-cina ha levato da un angolo del giardino condominiale due vecchie ortensie mezze morte ed oggi, nonostante le abbiano detto che non si può, ci si è fatta un orto e ci coltiva roba sua. Ogni tanto qualcuno le dice che non ci si può fare l’orto privato nel giardino condominiale, lei dice “Sì! Sì! Capito!” e la mattina dopo è di nuovo lì che zappa. Il Tecnologico ed io ci facciamo una risata, ok dai la questione di principio, ma chissenefrega se la nonna si lavora due metri per due di terreno nascosto?

Un altro vicino s’è legato al dito che questa famiglia s’è messa la sua antenna in balcone in barba ai regolamenti condominiali che impediscono di avere roba appena a vista. Un altro lamenta che non si sono mai riparati un vetro rotto e da fuori si nota. Io faccio spallucce a tutto, ok dai, gli si dirà con calma di attaccarsi all’antenna condominiale. Se non riparano il vetro forse è perché non hanno i soldi. Amen.
Finchè un giorno arriva un bel gruppetto di zingari in pieno giorno, scassina il portone del palazzo, rapina il cina-appartamento e se va fischiettando, in luce piena, con la certezza della mancata denuncia, cosa che puntualmente corrisponde al vero.

A quel punto inizio ad essere perplessa anche io.

Succede poi che per le scale si inizino a fare incontri equivoci. Molta gente. Troppa gente! Tutti diversi. Tutti cinesi.
Alcune signorine estremamente attraenti ed altrettanto nude salgono le scale a sera tarda, guardandoti con disprezzo quando le incroci. I bimbi beneducati non si vedono più. Chiunque sia lì dentro, non paga le pulizie delle scale. Poi non paga le spese condominiali.
Poi non paga nemmeno l’acqua.
Poi ti viene il dubbio che non paghi nemmeno il gas.
A quel punto lo spettro delle bombole di metano in casa riappare. Ovviamente nessuno può farci nulla. Chi va e viene non sa, non risponde, non parla e se parla non parla italiano. Nè inglese. L’amministratore non ci può far nulla. I vigili non ci possono fare nulla. I debiti si accumulano.

I pregiudizi dei vecchietti veneti si sono rivelati verità fondate. All’ennesima ondata di gente davvero equivoca che inizia a navigar per le scale, ti fai due chiacchere con un caramba. Il caramba ti dice cose molto rassicuranti, tipo: oh e per fortuna che voi avete i cinesi! Dove hanno venduto ai nigeriani hanno le invasioni di scarafaggi e nessuno ci può fare una beata sega!

Insomma tu compri una casa, con la prospettiva se la salute ti assiste di continuare a pagarla per il resto della tua vita. La scegli con prudenza, la tieni con amore. E ti trovi a considerare che forse la tua polizza non copre voci come “sventramento da esplosione causa incuria di inquilino clandestino in altro appartamento”. Non fa bene al tuo fegato.

Ogni tanto passo davanti al negozio del Signor Piero e gli lancio silenti maledizioni ed occhiate malevole.

Il signore anziano del 3/b è rimasto solo. Dicono che venderà.
Fai la faccia scura. Vuoi vedere a chi vende. E guai, stavolta, se si sogna di metterci dentro strana gente.

Che non si sogni, il signor Giovanni, di vendere ai cinesi. Mi sorprendo a pensare che dovrà pure esserci una qualche bega legale per mettere i bastoni tra le ruote ad un eventuale acquirente sgradito. Ci sono? Non ci sono?
Guardo con simpatia alla rompicoglionitura preventiva.

“e il Piave mormorava: non passa lo straniero”

le ventiquattrore cruciali della tizia col bozzolo

Primo

A distanza di anni, io mi ricordo esattamente dove ero in quel momento.
Stavo tornando in ufficio dall’azienda di un cliente, in piena città. Era un venerdì e c’era sole, non tanto da morire di caldo, abbastanza da stare in maglietta.
Ho risposto al telefono, e ad ogni parola sentivo l’allegria diventare noia, la noia fastidio, il fastidio irritazione, l’irritazione rabbia. Dopo cinque minuti, riattaccando, al posto della rabbia è subentrato un senso di inutilità, di stanchezza, di già visto insopportabile. Ho parcheggiato davanti ad un centro commerciale e sono andata a comprarmi una bottiglietta d’acqua. E già che ero lì, un paio di scarpe nuove, che il giorno dopo si andava a ballare. Il giorno dopo era zeppo di novità. Il giorno dopo era tutto mio.
Gli ho mandato un messaggio il cui senso era “Grazie mille, ma io adesso anche scenderei”.

A distanza di anni, lui chiede di me ad un’amica. Sono passate due vite, per me, per lei – a cui lui domanda – e pure per lui. E’ come cambiare pianeta, ed ogni tanto chiedersi se lì, sulla Terra, in quella strada ci sarà ancora quel bar-tabacchi. Lei, come è nella sua natura, abbozza e schiva, para per interposta persona. Lui le racconta che non ha mai capito perché sia finita. A dire il vero nemmeno come. Ad essere proprio onesti onesti, neppure quando.
Sostiene di avere ricevuto un sms con “tante grazie ma io adesso anche scendo”, e cari saluti.
E’ pure vero. Modestamente, se c’è una cosa che ho sempre saputo fare bene è andarmene.

Secondo

A distanza di anni, io mi ricordo ancora esattamente la sensazione, quello stupore inaspettato, quando sono scesa dal treno e me lo sono trovata davanti. Io col mio bozzolo, frutto di venti anni di specializzazione, una maniera di vestire e comportarsi tale da essere più neutra ed invisibile possibile. Lui, un quattordicenne con la carta di identità chiaramente balorda. Roba da chiedergli “Ma che davvero hai la patente?”. Ovviamente mi è piaciuto subito. Ovviamente era proprio quello che mi ero ripromessa di non farmi piacere. Troppa rogna. Troppo serio. Troppo ingombrante come personaggio.
Per l’appunto.
A distanza di anni, anche lui ricorda lo stupore inaspettato di quando è venuto, un paio di ore dopo, a bussare alla porta della camera per chiedermi se fossi pronta. E io avevo tolto il bozzolo – sempre venti anni per affinare la tecnica – ed ero pronta per parecchie cose. Il bozzolo lo aveva un poco depistato. Del resto mi è capitato che non mi riconoscesse mia madre, una volta: era talmente abituata alla versione bozzolata che quando m’ha vista vestita per uscire ha fatto la faccia da “chicazzoèquestaquiincasamia” e ci ha messo una decina di secondi prima di ripigliarsi e dirmi “Sei bellissima”. E’ stata l’unica volta che me l’ha detto. Mia madre, sia chiaro.
Lui, lui dice di odiare il bozzolo, ma non è mica vero.

Contorno

Il modo migliore per far andare via una persona di solito è trattarla di merda.
Anche non ascoltarla mai può ottenere buoni risultati. Così buoni che anche se sei bellissimo, se mi hai salvata da un periodo più nero del nero semplicemente con la tua leggerezza e la tua allegria, anche se per questo ti sarò eternamente debitrice, io magari scendo. Magari scendo quando mi ricordi per la ventesima volta che il giorno tale fai una festa, e cosa faremo e come lo faremo e quando, ed io sono costretta a ripetere per la ventesima volta che si sposa una delle mie amiche più care a 700 km di distanza esattamente il giorno che tu hai scelto per la festa. Magari scendo perché non ho voglia di sentirti mugugnare, mentre penso che a furia di parlarti di lei, della sua storia, della mia, di come ci siamo conosciute, avrebbe dovuto rimanere aggrappato ad un neurone non dico il calendario dell’evento, ma quantomeno il concetto “lei quel giorno sta a 700 km”. Magari scendo perché mi chiami in pieno orario di lavoro, mentre torno da un cliente, e per la ventesima volta ti offendi perché antepongo UN MATRIMONIO alla tua cazzo di festa. Di merda. Con musica di merda. Con gente che mi sta sui coglioni. Il migliore è uno che Lord ha ribatezzato “la zecca sporcapantaloni”, perché oltre ad essere un discreto scroccone, si pulisce le mani unte SUGLI ALTRI, come i bambini di due anni. Ma c’è anche quella che a tavola ama intrattenere i commensali spiegando che ogni due settimane cambia “fantasia” alla rasatura intima. Quella del momento, se non mi tradisce la memoria, è una freccia verso… vabbè. Insomma io preferisco il matrimonio della mia amica. Che orrore. Tu riattacchi.
Io accosto. Mi compro un paio di scarpe, che il giorno dopo esco a ballare. E ti mando un messaggio, perché magari scendo qui.

Caffè

A distanza di anni, io mai più avrei pensato di sentirmi dire, di questa storia specifica, “non ha mai capito com’è finita”. Nemmeno di vestire improvvisamente i panni di quella che scarica gli inermi con un sms. Ancora meno di essere, per una volta, quella con le idee chiare, che io lo so benissimo com’è finita: che il giorno dopo ho preso un treno per andare a ballare, ed al binario c’era il Tecnologico.

E quando quella sera mi ha chiesto se c’era un altro a casa, perché é uno di quelli che se c’è fila non si mischia, ho potuto in completa, totale e leggerissima onestà rispondere di no.
I dieci centesimi meglio spesi in vita mia.

L’incomprensione è la chiave della scoperta.

Come dice incorporella in questo post, e come ho imparato a mie spese la settimana scorsa, “l’incomprensione fra popoli è una piaga sociale”.
Ora, dopo aver passato alcune ore della mia vita a ripetere che no, non ce l’ho coi laureati in economia (tipo i miei fratelli), non ce l’ho con quelli laureati in giapponese (uno dei miei migliori amici), con gli educatori (due cugine), con gli intermediatori culturali (il panettier… no, sto scherzando), con agronomi, commesse, fisici nucleari, ingegneri aerospaziali e controllori dei treni, mi sono resa conto che l’incomprensione è una piaga sociale punto, mica solo quella tra popoli.
Sì, la scenetta del rispondere “Sticazzi!” (inteso come CAVOLO! – esclamazione di stupore, come si usa dalle mie parti) all’amico romano che raccontava le sue storie e l’ha interpretato come “Non me ne frega un cazzo”, come si usa dalle SUE parti, ok, celo.
Anche abbracciare un’amica astigiana, piccola, esile, deliziosa, chiamandola “picia mia” (inteso come “piccola mia”, come si usa dalle mie parti), e vederla trasformata in una statua di sale, e sentirla chiedere “MA… PERCHE’?” (scoprendo così che picio, in piemonte, NON VUOLE AFFATTO DIRE PICCOLO!), ok celo anche questo.
Arriverò a sputtanarmi del tutto confessando che, da ragazzina, un’estate ho avuto un’infatuazione per un ragazzino milanese, ma i suoi amici mi consigliarono di lasciarlo perdere perchè “era un babbo”. Ed io dopo alcune paranoie (di già? a 16 anni? cavoli, ma allora è vero che la metropoli corrompe!) chiesi con un filo di voce “Come si chiama suo figlio?”, scatenando – dopo un silenzio attonito – delle risate da tirar giù San Giuseppe dalla nuvola.
So much per il gergo regionale!

Ma l’incomprensione tra amici è una piaga sociale altrettanto grave.
Per dire, Lord ogni tanto prova a raccontarmi la sua giornata lavorativa. Lord ha a che fare con delle macchine astruse; mi ricordo che una volta mi ha chiesto “sai cosa sono le macchine utensili” e quando gli ho risposto “Tipo…Un tornio?” s’è commosso, perchè “Ogni volta che l’ho chiesto ad una donna mi sono sentito rispondere “Una vanga, un aratro”.
C’è da dire che Lord è anche quello che è rimasto sconvolto da fatto che sapessi che il caffé bollente si raffredda se cambi tazzina “per lo scambio di calore”. Devo ancora capire se nutre pregiudizi sulle donne o su i non-ingegneri (gli ingegneri lo ammettano: siete una specie a parte).
Comunque, Lord mi racconta la sua giornata lavorativa. Da venti anni a questa parte, almeno una volta a settimana.
E da venti anni a questa parte, almeno una volta alla settimana, lui dice:

PINZA.

Lui intende questo:

Io penso a questa:

PLACCHETTA.

Lui intende questo:

foto presa da directindustry.it

Io penso a queste:

Ma soprattutto…

MANDRINO. Lui dice MANDRINO.
E intende questo:

Mentre io ogni volta, quindi almeno una volta a settimana da vent’anni, quando sento la parola “Mandrino”, penso a questo:

foto da it.123rf.com


(sì, lo so che è un mandriLLo)

…però moolto più piccolo, con l’aria sorniona e il pisello al vento.

Sei imbecille, mi dice Lord.
Si chiama crasi, rispondo io.

E vissero felici e incompresi.

back to December, all the time.

Chiunque mi conosca abbastanza bene, di persona dico, sa che io di musica non capisco veramente nulla. Niente. Zero. Nada. Per me la musica è come la pittura, questo mi piace, questo no, questo ancora sì, questo mi fa schifo, e magari sto discriminando de chirico a favore di qualche crosta di paesaggio marino. Ascolto un poco di tutto, tranne il jazz. Il jazz non lo sopporto, non lo reggo, l’unica cosa che reggo ancor meno è la musica latina, tanto per capirci.
Ultimamente, da tamarra dentro verace, sto in fissa col country. E mica il country DOC, mica Don McLean, no.
Taylor Swift, tipo.

In particolare questa settimana è la volta di questa canzone qui:

Perchè il bisogno di confessare questi gusti di emme in fatto di musica?
Perchè una delle strofe di quella canzone, che parla di decisioni sbagliate prese in passato dice “I’d go back to December turn around and change my own mind”, così io che vivo in una perenne fase meditativo compulsiva ho passato qualche ora del mio tempo a chiedermi ma io, io, se veramente potessi tornare indietro di una ed una sola decisione in campo amoroso, UNA UNICA, io che farei?

E mi sono resa conto con sommo orrore che no, non cancellerei la più obbrobriosa delle one night stand quella col matto mitomane che il giorno dopo mi ha nascosto il regalo di compleanno in camera da letto perchè “magari da qui ad aprile non ci vediamo più” (era novembre…) e mi ha perseguitata a colpi di “ma io ti amo” nei mesi a venire, no, non riprenderei il fidanzato che mi ha spezzato il cuore per altro facendosi mollare come nella migliore delle tradizioni, no, non mi depilerei quella sera particolare che poi insomma la depilazione mancata è il vero grande anticoncezionale accettato anche dalla chiesa cattolica, no, non chiamerei per prima quell’altro che poi ho perso di vista e neppure romperei le corna con un’abat-jour all’Epica Testa di Cazzo di cui tanto ho parlato.

Io, se potessi tornare indietro UNA ed UNA SOLA volta in tutta la mia vita amorosa, tornerei al giorno in cui ho conosciuto il mio ex storico.
Al MINUTO PRIMA.
Ed inizierei a correre nella direzione opposta. Veloce. Molto veloce.

Perchè caro il mio ex, io in sei anni sono andata a ballare una volta.
UNA VOLTA, dai 24 anni ai 30.
UNA VOLTA, in sei anni. Ed io amavo, adoravo ballare. E tu no. E vincevi sempre tu.

Perchè caro il mio ex, in sei anni non si capisce come, avendo un lavoro e vivendo per almeno 5 di quegli anni coi miei, non c’avevo mai una lira perchè “eravamo in due”.

Perchè caro il mio ex, quando ce l’avevo una lira comunque tu volevi andare in vacanza in qualche posto buco di culo senza nemmeno un bar, vicinissimo a mammà, sporco lurido e con cucinino, dove IO cucinavo pranzi e cene mentre tu fissavi il vuoto e ringhiavi. E poi mi dicevi “non ho fame”.

Perchè caro il mio ex, ho aperto le cartelle documenti del vecchio pc defunto da un decennio e c’è la descrizione di una vera vita di merda, giorno dopo giorno, fedeli alla linea come dicevano quelli lì, dove la sottoscritta lavorava dalle 8 alle 20 quasi no-stop, litigando via sms nel pochissimo tempo libro e nel frattempo rifiutava ogni sorta di inviti, che fossero di amici, parenti, lontani conoscenti: la sagra no che c’è casino, la disco no che è tamarra, il pub no che è proletario, il week end fuori no che costa, conoscere gente no che poi la gente s’attacca c’ha i microbi cosa vuole la gente da te cosa vuole la gente da me cosa vuole la gente, aaaaargh?!?!?!??!?!

Ma soprattutto caro il mio ex, ho aperto le cartelle documenti del vecchio pc defunto da un decennio e oltre al diario dell’epoca ed alle mail ed ai log delle chat ci sono le foto.
Le nostre, dove sembro una persona morta prima del tempo e rimessa in posa per la foto della lapide.
Le foto dei miei amici, che si divertono, mamma che giovani! e noi non c’eravamo mai.
E poi le foto di persone perse di vista, tra cui alcuni di coloro che in quegli anni hanno fatto parte del capitolo “inviti NON LECITI rispediti al mittente”. E c’è uno che sembra la pubblicità di intimissimi uomo. E mi scriveva delle mail bellissime. Ed io pensavo “Maddai che fai la brava che stavolta ce la fai” e premevo canc, canc, canc.
Per te.
Mica per convinzione morale. Per te.
Un fottuto modello di mutande da maschio.
Per te.
Mi aveva prenotato un biglietto aereo, del tutto estemporaneo e senza dargli corda.
E gliel’ho fatto annullare. Sdegnata.
Per te.
Ad uno con quegli addominali lì.
Per te.

[Che adesso che sto col Tecnologico ho il mio vaso di pandora al contrario, invece di uscire fuori tutto, entra tutto dentro alla nostra storia, finchè non ci sono più mancanze, nè assenze. Ma tu. Ma tu, sant’iddio. Ma che m’è preso per sei anni?]

Ma che mi passava per la testa a ventanni&rotti a me?

I’d go back to December turn around and make it alright.
I’d go back to December turn around and change my own mind.
I go back to December all the time.
All the time

Uno, nessuno, cinquantasei milioni.

Qualche tempo fa eravamo a cena fuori, col Tecnologico ed altri amici, tra cui una ragazza che pur essendo, scava scava, una persona dolcissima, ha uno stile da sexy-mangiatrice di uomini che ogni tanto è veramente sopra le righe. In particolare, ha una fissazione insana per gli uomini fidanzati, meglio se fidanzati con donne belle.
Lei è carina, un genere di carino molto molto faticoso e voluto, fatto di palestra, shopping costante, attenzione alla moda, al dettaglio, dieta perenne e qualche piccolo aiuto del chirurgo. Un “essere carina” portato avanti con una determinazione di ferro da una ragazza che ha un passato da adolescente in forte sovrappeso, e che ci tiene, eccome se ci tiene! ad essere appariscente.
Insomma, siamo a tavola e la conversazione verte su una coppia di amici che stanno andando a convivere.
Lei recentemente, approfittando dell’assenza della morosa, s’è fatta avanti con lui, che l’ha respinta senza alcuna gentilezza.
Al che il mio amico Lord dichiara: “Beh, dai, sono contento, è proprio una bella coppia”
E lei “Mah, lui è un gran figo ma lei è proprio insipida.”
La guardiamo tutti.
Lei insiste “Ma sì dai, con quella faccia lì… non è niente di che, tipo per me io sono meglio di lei se voglio.”
Noi continuiamo a guardarla.
Lei va avanti “Oh sì, insomma, cos’avrà mai lei più di me????”.
Questa considerazione fa piombare l’intera compagnia nel silenzio più completo.
La Lei in questione, oltre ad avere dieci anni meno di noi, è una modella. Di intimo. Una di quelle tizie talmente fighe che renderti conto che è simpatica ti manda in cortocirtuito le sinapsi.
Il Lord ha fatto per ribattere, ma un calcione sugli stinchi (colpevole, vostro Onore) lo ha convinto ad un repentino cambio di argomento.

Dal profondo del mio imbarazzo sono tornata a casa ricordando che fino a qualche anno fa io pensavo di me stessa di essere una che pondera bene pro, contro e qualunque intermedio prima di prendere una decisione seria.
Finchè nella stessa settimana due persone a me vicine, sfogandosi per vicende loro, mi hanno detto la frase “eh ma io non sono come te, io non ce l’ho quel coraggio, io non riesco a buttarmi nelle cose come fai tu!” lasciandomi completamente esterrefatta.

Siamo veramente così diversi da come ci vediamo, dentro e fuori?
Quella marea di stronzi convinti di avere ragione sempre, sono prepotenti o pensano veramente, in buona fede, di avere ragione?
Quelle donne sovrappeso che d’estate escono desnude con la ciccia che pende ovunque, allo specchio si sono viste belle?
Gli uomini imbolsiti che ci provano con le sedicenni trattenendo il fiato per quarti d’ora abbondanti, credono di avere 16 anni come novelli Peter Pan, o sono dei tristi maniaci senza speranza?

Mario Monti salverà l’Italia, a colpi di tasse sulla benzina?!