Asocial network

Una volta scrivevo dappertutto: sulle agende omaggio delle banche, su carta da lettere bianca, su carta da lettere a fiori, sui block notes che si trovavano nelle camere di hotel, sul retro degli scontrini, ai margini dei libri, sulla pagina centrale strappata dai quaderni di scuola, sui tovaglioli di carta e sulle tovagliette delle pizzerie.
Una volta avevo questo moto continuo che iniziava ronzando nella testa e finiva tutto in inchiostro sulla carta, magari a volte condito da qualche chiazza, ché scrivevo solo con la stilografica, intanto, e spesso nei bar. Avevo questo moto continuo e raramente quello che scrivevo aveva altro pubblico oltre a me stessa, nonostante nella mia testa cambiassero e si affollassero spesso destinatari.

Poi è arrivato a casa un computer. Lo so che office, word, programmi di ogni genere sarebbero meglio, ma io uso ed ho sempre usato il blocco note. Txt mon amour. Kb e kb di menate, niente più stilo niente più chiazze e molti meno bar, ma nulla ancora era cambiato.
Poi sono arrivati i blog. Ed era diverso, ma non molto ancora. Intanto perché chiunque leggesse un blog, spesso ne scriveva a sua volta. Era uno scambio tra estranei, almeno inizialmente. La privacy aveva un valore reale, scrivere di fronte a decine di persone che non ti conoscono affatto aveva lo stesso peso di quegli interlocutori immaginari della mia adolescenza.

Poi sono arrivati i social network, e un ulteriore cambio di modalità. Dalla “produzione” alla condivisione. Dal post allo status. Da “io invece penso che” al “mi piace”. Ho sempre guardato con rammarico il concetto stesso di “like”: magari adesso mi sono assuefatta, ma inizialmente premere un tastino invece di esprimere un parere mi sembrava impoverimento, mi faceva tristezza. Le cerchie di persone note rendono impossibile l’essere degli sconosciuti senza faccia, con tutto il peso che comporta per quelli come me, che a ruota libera davvero riescono ad andare solo di fronte al foglio bianco oppure a completi estranei, a quelli che in fondo poi scendono dal treno e non li rivedi mai più.
Il palco offerto dal mezzo per altro permette a quelli che conoscevi di esprimere a colpi di like e di share opinioni e commenti per cui desideri ardentemente avere tu, un treno da cui scendere per non rivederli mai più.
Nel mezzo per fortuna c’è Candy Crush Saga.

Non avrei mai affrontato l’argomento se non fosse per una conversazione degenerata in combattimento all’arma bianca sotto un post di – credo!- Selvaggia Lucarelli che qualcuno ha condiviso facendolo rotolare sulla mia bacheca. Erano le settimane della menata “Sono una mamma orgogliosa, ecco le foto della mia creatura, taggo tizia caia e sempronia che facciano altrettanto” e non era eclatante il post in sè, diceva qualcosa tipo “Io posto quante foto di mio figlio voglio, tanto il web è pieno di foto di bambini nudi, non vedo perché un malintenzionato dovrebbe sbavare sulle foto del mio vestitissimo e defilato pargolo”.
Concetto chiarissimo. Eppure.
Nei commenti sotto, un’orda di Erode con le palle gonfie delle criature, delle mamme, del mammesco orgoglio e delle condivisioni a pacche sulle spalle e Mulini Bianchi per tutti, una valanga umana che altro che il referendum sulle trivelle OH DIO MIO, si scannava con le mamme suddette urlando “I vostri figli ci hanno rotto il cà”.
Tutto qui? No.
1. I vostri figli ci hanno rotto il cà, voi non pensate alle donne che soffrono perché non riescono ad essere madri quando condividete tutte ‘ste foto di bambini, e provocate dolore e invidia.
2. Voi donne che non siete madri, per scelta o meno, voi altre non pensate alle donne che sono madri quando condividete foto dei vostri viaggi e delle vostre serate e del vostro nuovo taglio di capelli, e provocate dolore e invidia.
3. Beh comunque meglio le foto dei bambini che quelle dei gattini, i gattini sono il male i gattini hanno rotto il cà.
4. Giusto, basta foto di gattini, mettiamo solo foto di cagnolini che il cane è più intelligente del gatto.
5. Le foto di cani e gatti hanno rotto il cà, evviva le foto di papere maiali cavalli e vitellini che accusano di assassinio chi se ne nutre.
6. I vegani hanno rotto il cà, evviva le foto di grigliate e panini onti e sushi e il maialino sardo signoramia che bontà.
7. Voi che condividete foto di cibo avete rotto il cà! AI BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME CHI CI PENSA?

Le prime 3 le ho lette esattamente così. Dalla quarta mi sono limitata ad un riassunto. Alla settimana mi sono rotta il cà, ma avrei potuto continuare fino a stanotte.
L’elenco delle cose che danno fastidio a chi le legge è talmente lungo e variegato che si può comprendere in un’unica parola: tutto.
Tutto ciò che viene condiviso su facebook infastidisce qualcuno. Ma veramente?
Mi sono sorpresa a far caso a cosa scrive la maggior parte dei contatti che vedo (una metà sono lì, nel limbo del “non ho voglia di litigare, ma almeno non ti leggo”) ed effettivamente l’argomento che regna sovrano è quanto gli altri abbiano rotto il cà. E’ un fiorire di meme coi vaffanculo, di frasi motivazionali su quanto gli altri non ci meritino, meglio soli, di lamentele sulla cretineria altrui, che barba che noia gli altri, i pensieri degli altri, gli amori degli altri, i figli, i cani, i gatti, i cavalli, i sorci degli altri, gli amici degli altri, il lavoro degli altri, il dolore degli altri, la vita degli altri, insomma: gli altri, a tutto tondo ed a tutto spiano.

Una specie di palcoscenico assurdo dove tutti vogliono fare i protagonisti e nessuno vuol sentirsi pubblico. La mia parte preferita sono i messaggi pubblici per gli assenti, tipo “Volevo dire a tutti i miei colleghi leccaculo che blablabla”. Quanti colleghi hai in lista amici? NESSUNO.
Geniale. E’ la bottiglia in cui urlava Fantozzi aggiornata al 2016.

Amici, Sartre sarebbe molto orgoglioso di voi, ma se gli altri vi ammorbano la vita, non ve ne frega un cazzo e state bene solo soli, il social network che lo tenete aperto a fare?

Intermezzo. A Natale si può fare (schifo) di più!

Sono persona da “i regali si pensano il 23 e si comprano il 24”. Sempre stata. Per indole, per tempo libero, per capacità di quelli che mi circondano nell’esporre il reale desiderata la mattina della vigilia (“Ti ho chiesto un libro, ma in realtà quello che davvero davvero vorrei è quel profumo introvabilmente introvabile dal 1925”, questa è mia madre per dirne una)
Quest’anno ho deciso di prendermi per tempo, visto che sono quasi 10 mesi che anche solo per andare in bagno urge sangue freddo e programmazione strettissima (the perks of being senza nonni pensionati nella medesima regione). OTTIMO.

Il risultato:

– Figlia: non ho preso niente, tanto arriverà la qualunque e tutto quello che vuole lei è cucciarsi l’alluce e distruggere l’albero di Natale.
– Tecnologico: il suo regalo, preso 3 settimane fa, è fermo in dogana da dieci giorni. E NON E’ DROGA.
– Sorella: il suo regalo sembrava bellissimo. Dalle foto. Visto dal vivo, avrei potuto comprarle un set di strofinacci da cucina dai cinesi ed avrei fatto miglior figura.
– Genitori: il loro regalo, 3 stagioni in confezione strafiga di una bellissima serie di fantascienza, è partito. “Gentile Cliente, purtroppo manca un pezzo e non ce ne siamo resi conto fino ad ora, arriverà a gennaio inoltrato, grazie ciao”. Ovviamente cosa manca? STAGIONE UNO.
– Cognato: vedi Tecnologico.
– Suoceri: sembrava fosse grande, e invece è una robina misera.
– Nipote n. 1: vedi figlia con variazione “il completino che le ho comprato arriverà ad aprile”.
– Nipote n 2: oooh, finalmente una soddisfazione. Pareva una robina, invece ‘sto Didò di Frozen promette grandi spalmate di pasta colorata sui muri.
– Nipote n. 3: grazie a Dio ci pensano i suoi genitori..

Insomma, tra me ed un epic fail di proporzioni bibliche ci sono dei salsicciotti colorati di pongo e le formine di Elsa.
Se non è un’esistenza sprecata la mia, non saprei quale.

estemporanea, ho perso il conto: dovevo fa’ il muraro.

Dunque per quanto procrastinatori si sia a casa nostra, a tutto c’è un limite. In previsione dell’arrivo, tocca far lavori per preparare la stanza. Essendo alcuni lavori cosa da edile serio e non da “beh che ci vuole a dare una mano di bianco”, abbiamo richiamato gli edili che ci hanno ristrutturato casa.
Arriva l’edile, ci piange il morto per un’ora – la crisi, i debiti, la malaburocrazia, i clienti insolventi – guarda il da farsi, ripiange il morto un’ora, ci da appuntamento al mese dopo e se ne torna a casa col culo sopra un’automobile che vale da sola un terzo di casa mia.
Il mese dopo, e le settimane a venire, semplicemente non risponde al telefono.

Chiamiamo un secondo edile. Arriva guarda fa il preventivo fissa un giorno disdice fissa un altro giorno disdice fissa un terzo giorno disdice lo minacciamo di fare altrove arriva. Arriva, fa, va via, una settimana dopo il problema per cui è venuto ricompare. Ciao Edile, ti ho pagato, ma non sei servito a un cazzo.

Chiamiamo un terzo edile per fare un’altra cosa ancora. Arriva, guarda, fa il preventivo. Fissa un giorno, il Tecnologico prende ferie, l’Edile tira paccco. Fissa un altro giorno, il Tecnologico non c’è, prendo ferie io tipo per la prima volta infrasettimanale da un millennio. L’Edile insiste per venire molto presto. Io mi alzo presto, sistemo casa presto, mi vesto presto, bevo il caffè presto dando da mangiare ai gatti presto.
Poi li vedo arrivare, gli edili. E con mio stupore, come arrivano se ne vanno. Senza suonare. Dopo MEZZORA, li chiamo.
Sono andati a bere il caffè.

No, io dico solo, c’è crisi e disoccupazione e aria di morte. Io, se arrivo da un cliente in orario, mi giro, vado al bar a bere il caffè e mi ripresento in ritardo di mezzora, dal cliente prendo un calcio in culo.
E’ che adesso ad alzare la gamba faccio fatica sennò gli facevo vedere io!

le ventiquattrore cruciali della tizia col bozzolo

Primo

A distanza di anni, io mi ricordo esattamente dove ero in quel momento.
Stavo tornando in ufficio dall’azienda di un cliente, in piena città. Era un venerdì e c’era sole, non tanto da morire di caldo, abbastanza da stare in maglietta.
Ho risposto al telefono, e ad ogni parola sentivo l’allegria diventare noia, la noia fastidio, il fastidio irritazione, l’irritazione rabbia. Dopo cinque minuti, riattaccando, al posto della rabbia è subentrato un senso di inutilità, di stanchezza, di già visto insopportabile. Ho parcheggiato davanti ad un centro commerciale e sono andata a comprarmi una bottiglietta d’acqua. E già che ero lì, un paio di scarpe nuove, che il giorno dopo si andava a ballare. Il giorno dopo era zeppo di novità. Il giorno dopo era tutto mio.
Gli ho mandato un messaggio il cui senso era “Grazie mille, ma io adesso anche scenderei”.

A distanza di anni, lui chiede di me ad un’amica. Sono passate due vite, per me, per lei – a cui lui domanda – e pure per lui. E’ come cambiare pianeta, ed ogni tanto chiedersi se lì, sulla Terra, in quella strada ci sarà ancora quel bar-tabacchi. Lei, come è nella sua natura, abbozza e schiva, para per interposta persona. Lui le racconta che non ha mai capito perché sia finita. A dire il vero nemmeno come. Ad essere proprio onesti onesti, neppure quando.
Sostiene di avere ricevuto un sms con “tante grazie ma io adesso anche scendo”, e cari saluti.
E’ pure vero. Modestamente, se c’è una cosa che ho sempre saputo fare bene è andarmene.

Secondo

A distanza di anni, io mi ricordo ancora esattamente la sensazione, quello stupore inaspettato, quando sono scesa dal treno e me lo sono trovata davanti. Io col mio bozzolo, frutto di venti anni di specializzazione, una maniera di vestire e comportarsi tale da essere più neutra ed invisibile possibile. Lui, un quattordicenne con la carta di identità chiaramente balorda. Roba da chiedergli “Ma che davvero hai la patente?”. Ovviamente mi è piaciuto subito. Ovviamente era proprio quello che mi ero ripromessa di non farmi piacere. Troppa rogna. Troppo serio. Troppo ingombrante come personaggio.
Per l’appunto.
A distanza di anni, anche lui ricorda lo stupore inaspettato di quando è venuto, un paio di ore dopo, a bussare alla porta della camera per chiedermi se fossi pronta. E io avevo tolto il bozzolo – sempre venti anni per affinare la tecnica – ed ero pronta per parecchie cose. Il bozzolo lo aveva un poco depistato. Del resto mi è capitato che non mi riconoscesse mia madre, una volta: era talmente abituata alla versione bozzolata che quando m’ha vista vestita per uscire ha fatto la faccia da “chicazzoèquestaquiincasamia” e ci ha messo una decina di secondi prima di ripigliarsi e dirmi “Sei bellissima”. E’ stata l’unica volta che me l’ha detto. Mia madre, sia chiaro.
Lui, lui dice di odiare il bozzolo, ma non è mica vero.

Contorno

Il modo migliore per far andare via una persona di solito è trattarla di merda.
Anche non ascoltarla mai può ottenere buoni risultati. Così buoni che anche se sei bellissimo, se mi hai salvata da un periodo più nero del nero semplicemente con la tua leggerezza e la tua allegria, anche se per questo ti sarò eternamente debitrice, io magari scendo. Magari scendo quando mi ricordi per la ventesima volta che il giorno tale fai una festa, e cosa faremo e come lo faremo e quando, ed io sono costretta a ripetere per la ventesima volta che si sposa una delle mie amiche più care a 700 km di distanza esattamente il giorno che tu hai scelto per la festa. Magari scendo perché non ho voglia di sentirti mugugnare, mentre penso che a furia di parlarti di lei, della sua storia, della mia, di come ci siamo conosciute, avrebbe dovuto rimanere aggrappato ad un neurone non dico il calendario dell’evento, ma quantomeno il concetto “lei quel giorno sta a 700 km”. Magari scendo perché mi chiami in pieno orario di lavoro, mentre torno da un cliente, e per la ventesima volta ti offendi perché antepongo UN MATRIMONIO alla tua cazzo di festa. Di merda. Con musica di merda. Con gente che mi sta sui coglioni. Il migliore è uno che Lord ha ribatezzato “la zecca sporcapantaloni”, perché oltre ad essere un discreto scroccone, si pulisce le mani unte SUGLI ALTRI, come i bambini di due anni. Ma c’è anche quella che a tavola ama intrattenere i commensali spiegando che ogni due settimane cambia “fantasia” alla rasatura intima. Quella del momento, se non mi tradisce la memoria, è una freccia verso… vabbè. Insomma io preferisco il matrimonio della mia amica. Che orrore. Tu riattacchi.
Io accosto. Mi compro un paio di scarpe, che il giorno dopo esco a ballare. E ti mando un messaggio, perché magari scendo qui.

Caffè

A distanza di anni, io mai più avrei pensato di sentirmi dire, di questa storia specifica, “non ha mai capito com’è finita”. Nemmeno di vestire improvvisamente i panni di quella che scarica gli inermi con un sms. Ancora meno di essere, per una volta, quella con le idee chiare, che io lo so benissimo com’è finita: che il giorno dopo ho preso un treno per andare a ballare, ed al binario c’era il Tecnologico.

E quando quella sera mi ha chiesto se c’era un altro a casa, perché é uno di quelli che se c’è fila non si mischia, ho potuto in completa, totale e leggerissima onestà rispondere di no.
I dieci centesimi meglio spesi in vita mia.

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

basta bugie

Potrei, anzi vorrei, anzi DOVREI, aprire la rubrica “Gente di Facebook”.

Ho questa amica di vecchia data. Saranno tipo dieci anni che non la vedo. E’ una buona persona, il problema è che è una bugiarda patologica, una bugiarda IMPRESSIONANTE, una persona che se a pranzo mangia un panino con la porchetta, a precisa domanda giurerà di aver divorato una bistecca con insalata. Non è capace di dire la verità su nulla, in nessun caso, nemmeno in risposta alla più innocente delle domande.

E in più, fossero cazzatine.

Diciamo che Casperina è una ragazza carina, avrebbe potuto serenamente fare la fotomodella: e invece no, lei ti racconta che ha fatto un film con Brad Pitt.
Era la protagonista.
Però nelle scene in cui la si doveva vedere di faccia, hanno preso Angelina Jolie come controfigura, perchè GUARDA PAZZESCO MA MENTRE GIRAVAMO IL FILM HO ASSISTITO AD UN DELITTO DI MAFIA ED OVVIAMENTE CAPISCI, HANNO DOVUTO PROTEGGERMI.
Poi Angelina, gelosa della passione che stava nascendo tra Casperina e Brad, ha preteso che il nome di lei venisse tolto dal cast.
Chissenefrega, no? Intanto in tutte le scene in cui non vedi un primo piano di Angelina, è lei.
Non te ne sei accorta?

Questa storia dell’assurdo va avanti da anni, esattamente in questi termini, con queste panzane stratosferiche difese a spada tratta nonostante sia evidente la possibilità di smascherarla pubblicamente in 4 secondi netti.
La candidatura all’Oscar, però lei ha declinato allora hanno candidato non ricordo chi.
Gli anni a Hollywood, che bello vivere negli States, però non ha il passaporto, non parla inglese e cazzarola mi viene sempre taggata in giro a Ceriano Laghetto (Che poi non potete capire il trauma di quando mi hanno detto che a Ceriano Laghetto non c’è il laghetto. Ma vabbè.)
L’amicizia con Madonna, Elton John, il caro zio De Niro. La sceneggiatura originale di The Artist è sua. Ha fatto i soldi vendendo l’idea. Però non figura nei credits perchè aveva una clausola di non concorrenza con non ricordo chi e quindi ciccia, non ha potuto firmare niente.

E uno dice “scusa, ma perchè le date corda?”
Perchè noi si pensava che crescesse. Perchè una persona che vive mentendo in questo modo è una persona che sta male. Perchè fin da ragazzini avevamo ben chiaro che se chiami il bluff brutalmente, mettendola alle strette, semplicemente lei ti odierà a vita, si sposterà di due metri e continuerà esattamente come prima, con altre persone.
Solo che adesso gli anni sono 35, ed io mi scanso. Sono secoli che ogni volta che mi manda un messaggio, una mail, un piccione viaggiatore, io clicco su “ignora” o rispondo qualcosa di veloce e frettoloso.

Non fosse che stasera avevo tempo. Idiota, idiota, idiota.

Mi piglia su Skype.
Solita pappardella su sono appena tornata da Hollywood, solito film con Tom Cruise (o era Matt Damon? Mah) che però in italia non uscirà perchè Scientology (o gli Hare Krishna?) s’è messa di traverso, soliti premi come miglior attrice del globo terracqueo ritirati in bunker che manco i maxi processi di mafia, a causa del global warming del KGB e di Carletto Principe dei Mostri, mille milioni al giorno, soldi a palate, mi compro un palazzo a Parigi verrai a trovarmi?

Eccome no.

E poi… tieniti forte ho una grande novità.

Oddio.

Ho preso un cucciolo!

Oddio, adesso mi dice che era in Siberia per entrare nel personaggio di Nikita Reloaded ed ha trovato un piccolo Mammut appena scongelato.

Ho preso un cagnolino! – ridacchia.

Un cagnolino? (quanta normalità!) Che bello! Quando?

“L’altro giorno”, mi trilla lei di risposta. “E’ UN LEVRIERO, COME HO SEMPRE VOLUTO. GUARDA TI MANDO LA FOTO!”

Mi manda la foto.

La foto di un dolcissimo, adorabile, delizioso botolo di provenienza assolutamente indecifrabile, a macchie bianco rosse, più largo che alto.
Sullo sfondo, una mamma cane botola anch’essa e i fratelli botolini di diciotto colori diversi.

E mentre ringrazio il Signore e tutti i Santi di non aver accettato una VIDEOCHIAMATA, che almeno non mi si vede la faccia mentre cola dal teschio, lei chiosa soddisfatta:
“Sai, costa un sacco di soldi… ha un gran pedigree!”.

Non c’è una cura, vero?
Mi toccherà spararle.