“Ceci n’est pas une pipe”: il mare nelle orecchie

Primi anni ’90.
Lei ha 18 anni, una famiglia disfunzionale alle e sulle spalle, un cane, gli occhi chiari ed i capelli di Medusa, però tendenti al rosso. Di giorno va a scuola, la sera lavora al bar.
Lui ha 19 anni, una famiglia che farebbe rosicare quelli della pasta barilla, sulle spalle la scimmia della sbronza di ieri, una fidanzata simil damina dell’ottocento, una nutrita schiera di ammiratrici tra i 16 ed i 30 anni, e fa il primo anno di università da fuori sede.
Lui una sera sta cercando un locale, si perde per strada, si ferma a chiedere indicazioni in un bar. Lei è fuori che fuma una sigaretta. Lo vede scendere dalla macchina, cerca gli occhi della collega, si fanno il gesto di fischiare tra i denti. Lui la vede, appena sceso dall’automobile, e ci resta: attacca bottone con la faccenda della strada persa, scambiano due parole, lei deve tornare al lavoro, lui ha amici che aspettano altrove.
Lui torna il giorno dopo, ordina un caffè. Doppio, tazza grande.
Lei gli fa il caffè, ha una birra a lato del bancone, la sorseggia tra un ordine e l’altro. Gli avventori del bar, in prevalenza vecchietti del paese, che se la covano, quella ragazzina, come se fosse la nipote comune, lo guardano storto senza neanche preoccuparsi di non darlo a vedere.
Lui torna il giorno dopo ancora, e quello dopo, e quello dopo. Il fine settimana non parte per andare a casa dalla mamma e dalla fidanzatina. Si lava le mutande per la prima volta in vita sua. Mangia pasta al tonno, che ha finito le scorte alimentari. Gira per l’appartamento, vuoto e lercio, sentendosi un cretino. Si rade, si guarda allo specchio e si sorprende a mandarsi affanculo sovra pensiero, a metà di una conversazione che nella sua testa inizia più o meno con “Sai, Silvia, ho capito che forse è troppo presto per me, una storia così seria, ho tanti anni di studio davanti…”
Si ripromette di bere di meno, di studiare di più, di comprare dei fiori per Silvia – altra cosa mai fatta prima – e soprattutto di star lontano da quel bar, quello con la tizia rossiccia che dietro al bancone del bar nasconde una birra media ed un bastardino col pelo fulvo.

Neanche a dirlo, due ore dopo è in quel bar, con lei davanti. Aspetta che lei finisca, lei finisce a razzo, quasi non si parlano.
Esce, sale nella macchina di lui, fanno forse cento metri poi lui accosta, la guarda e vuota il sacco, perché non gli viene in mente niente altro se non giocare a carte scoperte: sono fidanzato, sono fidanzato in casa, vogliamo sposarci ho sempre voluto avere figli ho sempre rigato dritto non ho mai pensato di fare diversamente, voglio una famiglia come la mia, voglio essere un padre come il mio, ma soprattutto ho sempre voluto una bambina, una bambina con gli occhi scuri come quelli di Silvia, e l’ultima volta che ho immaginato questo futuro – stamattina – ho immaginato una bimba coi capelli ramati, ho avuto paura ed ora sono qui.
Lei gli dice solo “Io non sono fatta per essere l’altra”.
Lui si profonde in scuse. Certamente. volevo solo dirlo. E’ una scemenza, vero? Una pazzia. Tu avrai sicuramente qualcuno. Sarai impegnata.
“No.”
Restano lì, fermi a bordo strada tra la campagna e la città, che pare notte fonda e non sono nemmeno le nove di sera. Lui giura e spergiura di non voler far nulla di male, di essere il più fedele fidanzato della terra, e tra un giuramento ed una scusa le racconta la propria vita e quella scena allo specchio, quel discorso iniziato solo nella propria testa. Lei risponde poco e niente, solo ad un certo punto, dal niente, mentre lui – non si sa come – è lì che elenca i nomi dei cugini, gli dice “Ho come il mare nelle orecchie”. Lui la guarda senza capire. “Il cuore. Mi batte talmente forte che sento il mare nelle orecchie”.
E’ lì che lui la bacia. Le salta proprio addosso. E lei ricambia. E lui si scosta, si profonde in scuse, accende il motore, la riporta al bar, lei recupera bicicletta e cane, e va. Lui vorrebbe piangere. Si autocommisera, si accusa, si insulta, si assolve e si accusa nuovamente. Si ripromette di non cercarla più. Parte. A metà strada si sta già rimangiando ogni sillaba. Una volta arrivato ha deciso di lasciare la fidanzata ottocentesca. La mattina dopo ha le prime occhiaie della sua vita, il panico addosso, l’orrore del dover parlare alla propria ragazza, l’orrore ancor più grande del dover parlare alla propria madre, che quella ragazza l’ha adottata come fosse una figlia.
Cosa peggiore di tutte, è felice. Oppresso e felice. Euforico, terrorizzato e felice.

Si sente molto adulto mentre viaggia verso casa dei suoi. Viaggia senza valigia, senza i vestiti sporchi da riportare, senza i tupperware da riempire, senza i fiori che voleva comprare solo tre giorni prima.
Al ritorno, è adulto davvero e si sente solo vuoto. E pirla. Nessuno ha capito la maturità del gesto. Sua madre ha addirittura pianto. La sua fidanzata lo ha guardato come se gli fossero spuntate due teste, lo ha insultato, poi ha pianto, poi lo ha insultato di nuovo ed ha concluso con “Ci perdi tu”.
Ovviamente gli ha chiesto “C’è un’altra?”. Ovviamente lui ha negato, e negato ancora, e negato di nuovo.
Lei lo ha sbattuto fuori di casa, non prima di aver avuto un mancamento e di essersi accasciata sulla sedia, rifiutando aiuto e sostegno.

Fila diretto verso il baretto di paese, entra quasi di corsa e c’è lei, dietro al bancone, minuta e rossa e sgargiante, e si guardano e perfino i vecchietti sorridono sotto i baffi.
Si amano come due matti. Quasi scottano. Entrano in sintonia subito, diventano simbiotici. Lui, grande e grosso, cavalleresco e bellissimo. Lei, svelta e sorridente, sempre sveglia, sempre attenta, sempre pronta a ridere di cuore. Si costruiscono una vita insieme che sembra sempre più una bolla. Della bolla fa parte la famiglia di lei – quel che ne resta – i vecchietti del bar, qualche amico che non si è schierato a favore della “parte lesa”, il cane.
La bolla si libra in alto, tutto è tornato bello, lui immagina una bambina con gli occhi chiari ed i capelli rossi ramati e si sorride allo specchio.

Fuori dalla bolla, la vita s’è fatta pesante. Sua madre quasi non gli rivolge la parola. Ha fatto lo sciopero del tupperware. Gli pure detto, stizzita, che visto che ora si sente adulto può iniziare a pensar da solo alla propria biancheria. La madre della ex fidanzata non lo saluta, se lo incontra per strada, ma per vie traverse ci tiene a fargli sapere che la figlia è deperita, sofferente, non esce, non dorme, quasi non mangia, è distrutta, devastata. Alla fine arriva il padre, con un discorso da uomo a uomo sui piaceri della libertà contro il dovere di farsi carico delle promesse fatte.
Pesante come un macigno. L’onore il decoro le responsabilità. Lui ha pur sempre 19 anni. E’ un ragazzo di paese. Ci resta un poco sotto. Va a trovare l’ex fidanzata. Ci resta molto sotto, si sente in colpa, si sente responsabile, e sente anche qualcosa d’altro, come la sensazione che se tornasse sui suoi passi ogni cosa avrebbe di nuovo il suo posto. Torna alla casa da studente, si butta a letto e non risponde al telefono, non chiama la sua ragazza, al bar non si presenta per due giorni.
Al terzo si presenta lei, che ha già capito tutto, e stavolta non ride. Non piange, nemmeno. Dice solo “io non sono fatta per essere l’altra”, e lui capisce cosa voglia dire avere il mare nelle orecchie, che non è sempre bello e sembra di poterne svenire, e non vuole perderla, e le dice che vorrebbe due vite, perché lui quello che prova è davvero amore, e le vorrebbe entrambe quelle bambine del futuro, la mora e la rossa, entrambe quelle ragazze, entrambe quelle esistenze. Non farlo, le chiede. Dammi tempo.
Lei ha un buffo paio di occhiali da sole in mano, e con quelli va via mentre lui è ancora a metà di una frase. “Non tornare. Fammi il favore di non tornare”, gli dice.
Li indossa solo una volta uscita, per poterci piangere sotto, o almeno questo pensa lui guardandola dalla finestra. Gli sembra talmente piccola da non poter attraversare sola, lascia stare l’arrivare a casa, e lavorare, e tutto il resto. Vorrebbe correre di sotto per prenderla al volo e tenerla così per sempre. Prova un dolore talmente affilato che gli sembra strano non sanguinare.
Ma prova anche sollievo, perché ora tutta la pesantezza della sua vita sparirà, tutto tornerà a posto.

E così è.
Torna all’ovile, e si laurea, e si sposa, ed ha una bambina mora che porta il nome della nonna materna. Seguono altre due bimbe, castane e con nomi meno austeri, sacrifici, lavoro, amore e responsabilità.

La moglie, che sarà anche stata damina, ma per niente cretina, lascia sapientemente cadere nell’oblio quei sei mesi di mattana che lentamente diventano due anni fa, tre anni fa, dieci anni fa e poi più nulla, inghiottiti dalla frase “Stiamo insieme dalla terza liceo”. Ha sempre saputo dell’altra, in realtà. Non nell’immediato, no, ma poco dopo, da uno degli innumerevoli cugini a cui l’aveva detto la cognata che l’aveva saputo dalla zia, con cui s’era confidata la di lui madre, oggi anziana nonché suocera.
Ha sempre saputo dell’altra ed ha sempre saputo di averla sconfitta. “Ha scelto me”, s’è detta. “Ha sempre scelto me, amava solo me”.

“E’ lei che ha scelto”, mi dice oggi dopo il terzo bicchiere. Ha una rabbia addosso che sconfigge il tempo. Vorrebbe ucciderla, quella ragazzina che fino a ieri era “sei mesi di mattana a 20 anni, quasi fisiologici in una storia lunga come la nostra”. Vorrebbe ucciderla, come se da qualche parte nel mondo ci fosse ancora, identica, una diciottenne rossa di capelli col sorriso pronto ed un bastardino fulvo sempre attaccato alle caviglie.
E’ successo che il suocero ha avuto un momento di commozione durante un compleanno. Gli è scappata una mezza parola di troppo riguardo alle responsabilità di padre e quel famoso discorso da uomo a uomo di venti – più di venti! – anni prima. Parlava al figlio, non s’è moderato, e eccoci qui: una moglie abbastanza furba da fingersi noncurante, un quarantenne abbastanza cretino da credersi al sicuro – sono passati più di venti anni, per l’amor di Dio! – reo confesso: mi ha lasciato lei.
“Ma perché io amavo te, eh!”.

“E’ lei che ha scelto”, ringhia stasera guardandosi intorno l’ex damina che ha sposato il più pavido, e dolce, dei miei amici.
Ed io sono felice, perché sono castana e ho due gatti, intanto, ma soprattutto perché all’improvviso ricordo com’è, l’avere il mare nelle orecchie, tanto che la vedo parlare e quasi quasi non la sento più.

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oggi pensavo a una cosa ma poi me ne è venuta in mente un’altra

…e allora scrivo della terza.
Niente.
Oggi m’è venuto in mente quando al laboratorio di scrittura creativa Tizio ha iniziato a sottoporre il suo romanzo – più che un racconto era proprio un romanzo – e a me non piaceva per niente lo trovavo pesantissimo, ed uno del gruppo, che era uno ScrittoreVero, mica come noialtri che uno era panettiere uno web designer un altro bibliotecario and so on, se l’è presa a morte (cosa rarissima perchè ScrittoreVero era più del genere “se non mi piace mi eclisso” che del genere “ti faccio le pulci con aria malmosta”), specie col titolo, perchè il titolo era L’Uomo Vuoto, ed a ScrittoreVero non so perchè ‘sto titolo gli rugava il cazzo e quindi giù di rimbrotti e sarcasmo e “che cazzo come fa un uomo ad essere vuoto? eh? VUOTO? Ma c’avrà sempre i reni e il fegato e i polmoni, no? Vuoto de che? Che cazzo vuol dire vuoto?” e io pensavo boh mah moh tanto ‘sto racconto è ‘na palla infame, che ti fissi sul titolo, ma poi Tizio invece di replicare innervosito ha scritto un raccontino breve dove c’era tipo un marziano che voleva atterrare sulla Terra con una nave spaziale, ma la torre di controllo non lo faceva atterrare perchè si dichiarava “vuoto”, ed alla fine la torre si arrendeva dicendo “niente… continua a dichiararsi vuoto”. Lo so che detto così è una scemenza, ma faceva ridere, abbiamo riso tutti compreso ScrittoreVero che non gli ha più detto nulla sul titolo da dementi.
Ed un altro che chiameremo Ulisse perchè secondo me aveva anche lui “il molteplice ingegno” aveva scritto una poesia in una lingua completamente inventata, una poesia che ne capivi il senso ESCLUSIVAMENTE per assonanza, un lavoro immane, per me era bellissima, ed il SignorColtissimoIracondo – che credo nella vita reale fosse un agente della CIA che per copertura si fingeva commercialista – la trovò così orrenda che si lanciò in un quarto d’ora di critica punto per punto e riga per riga con insulti LATRATI, una roba che un alano con la rabbia in confronto sembra un morbido coniglietto nano. E Ulisse zitto.
Alla fine SignorColtissimoIracondo si placa e rimane lì ad aspettare la replica di Ulisse, e quello gli fa, serenissimo:
– Oh, bastava un semplice “fa cagare”.

L’ho ammirato tantissimo.
E continuo.

[oldies] Dal secondo appuntamento la strada è in discesa.

[Questo post ha cinque anni. Auguri, post.]

La definizione di “donna ping pong” di tommy (dicasi donna ping-pong colei che risponde malamente un PONG isterico-seccato ad ogni timido PING proposto dal maschio) ha causato un breve summit tra donne ieri in fase aperitivo. Eravamo in tre.
Tema: tu quando sei stata pingponggirl?
Risposta: chi, ioooo? MAI!
Dopo un’infinita serie di “ma io – ma lui- ma noi – ma quella volta non fa testo – ma quello era un cretino – ma ti ricordi quel boaro pazzesco [tamarro, ndr]”, siamo arrivate ad una conclusione.

Solo che, trattandosi di summit tra donne, ovviamente la conclusione c’entra pochissimo col tema proposto.
In compenso, ecco stilate le dieci cose più fastidiose, più brutte, più cretine che un uomo può fare al primo appuntamento, quelle che ti fanno passare dalla categoria “forse ci sto” alla “ma che ci faccio io qui con questo qui”. In pratica, come rendere PingPongGirl anche una donna ben disposta. Almeno, una di noi tre.

1) Non stiamo giocando a Cluedo. Noto anche come “Ti porto fuori a cena in un posto a sorpresa”. Ok, l’idea è carina. Davvero. Ma dammi un indizio di massima, non sul posto, no, sul GENERE. Perchè non farlo è crudele e cretino, una donna quando esce per un primo_appuntamento deve sapere come vestirsi. Non farmi uscire tirata come Cher, su tacco 12 e vestita in qualcosa di scomodo-chic, per poi farmi fare la figura dell’escort di pregio all’osteria da bepi! Non farmi uscire in jeans e scarpe da tennis perchè poi mi trovi circondata da stangone strafighe in un posto in cui un cagacazzi snob vestito da pinguino chiama lo champagne “bollicine”. E’ da idioti. Ricorda che se io passo una brutta serata [e vivaddio, questo mi farebbe passare un’orrenda serata], anche la TUA serata sarà pessima.

2) Buonasera, sono Arlecchino, Colombina è in casa?
Ok, i colori accesi mettono allegria. Ma…Siamo sicuri che sette/otto colori differenti provochino Allegria e non ILARITA’? Dai, è orribile. Il maglioncino arcobaleno a righe. I jeans viola, se hai più di quindici anni (secondo me è orrendo anche a 15, ma le mie amiche sostengono che siamo troppo anziane per capirne di moda giovane). Quelle felpone multitoppamulticolore con le scritte enormi, tipo “Fuck the babysitter” o “De puta madre”. Sono scacciafiga. Veramente. Tienile per il pokerino con gli amici.

3) Ops, non c’era l’etichetta. Questo punto vale per tutto, a partire dal momento in cui suoni il campanello. Qualsiasi cosa tu porti [se porti qualcosa], qualsiasi macchina tu guidi, qualsiasi orologio tu abbia al polso, qualsiasi ristorante, pizzeria, sushi bar tu abbia scelto: NON CONTINUARE A RINFACCIARMI QUANTO COSTA!
Pago volentierissimo la mia parte e pure la tua, purchè mi risparmi questo strazio.
Le rose che “non ricordavo che queste a gambo lungo fossero così pregiate, hai idea? I fioristi sono ladri”.
La macchina che “Eh fa tot chilometri con un litro e la ripresa in tot secondi oh l’ho pagata una cifra hehehe”.
L’orologio “bommerciè oroginale, eh! Milleeccetera euri” (Baume&Mercier, questa è una citazione pura).
Il ristorantino “che sono vampiri, ehy, hai visto, 12 euro un antipasto”.
Mi fai andare tutto di traverso. Andiamo da Mc Donalds, ma smettila di lamentarti.
E se pensi che bullarti dei tuoi soldi faccia figo, sappi che la mia risposta standard [ok, forse sono una stronza] è: “Mio papà ogni tanto ci porta i colleghi… dice che questo è un posto molto alla mano”.
Toh.

4) Mastica con la bocca chiusa. E per favore, se tra i denti t’è rimasto un pezzo della nostra cena a un tot. all’euro, portati il filo interdentale e vai in bagno, CRISTODIDDIO. Grida anche tu “NO ALLO STUZZICADENTI”. Tu non sei Bud Spencer ed io sicuramente non sono Terence Hill!

5) Conversazione. Cioè: quando riuscirai ad infilare due sillabe nel mare di puttanate che starò dicendo io (che essendo un primo appuntamento sarò nervosa). Fai che quelle due sillabe non riguardino la tua ex. O la tua attuale. Ma se per sbaglio ci caschi e ne stai parlando, parlane poco e bene. Partire con “quella stronza, quella troia” non mi fa sentire tua complice. Mi fa pensare a quando dirai di me “Quella stronza, quella troia“. Idem per la vostra vita sessuale: tientela per te. Se tu mi dici che era frigida, io capisco “ce l’ho piccolissimo“.
E idem per l’aspetto fisico. Se mi dici che è un cesso ed invece è una strafiga (prima o poi la vedrò…) penserò che sei un rosicone. Se mi dici che è una modella supergnocca ed io mi trovo di fronte ad uno scaldabagno (la vedrò, prima o poi…), penserò che sei un cazzaro.
Qui entra in gioco la vera anima Ping Pong di ogni donna. Se dovesse essere invece davvero bella, mi sentirò inadeguata (vedi punto uno sulla serata orribile]. Se dovesse essere davvero un cesso, mi chiederò cosa ci faccio fuori con uno sfigato come te. Vedi? Non parlare della tua Ex.

6) In nessun modo srotolare 12 metri di lingua nella gola della partner e sbausciarle la faccia fino all’attaccatura dei capelli può essere considerato “baciare bene”.

7) Se hai un alito orrendo, non mangiare una mentina, l’effetto dura mezzo secondo e dopo sembra di respirare vicino ad un flacone di ammoniaca. E per carità del Signore Misericordioso&Paziente, non fare la mano a conchetta, TI VEDO, lo so cosa stai facendo, non ho 13 anni! Beviti un rhum liscio, funziona meglio. E fanne bere due a me, funziona meglio ancora.

8) Il punto otto era ‘la continuazione dal bacio in avanti”, ma non siamo riuscite a metterci d’accordo. E’ una guerra aperta tra “ma scordatelo” “maffigurati e “uhm, forse, perchè no?”. La “perchè no” NON sono io, quindi se stiamo uscendo perchè necessiti di una figa a serramanico risparmia serenamente il tempo ed i soldi della cena: “Non sei tu, sono io”.

9) Se hai beccato una tra “ma scordatelo” e “maffigurati”, una volta arrivati a casa non cercare di entrare con la pietosa scusa che ti scappa la pipì. E se ti scappa davvero, sii uomo: la farai per strada, come piace tanto a voi. E se invece proprio proprio proprio non puoi aspettare neanche un secondo in più (oh, ma che alito avevi che hai bevuto così tanto?)… beh, abbassa quella tavoletta, dopo.

10) La vodafone è tua amica, e forse anche la Tim. Un sms di buonanotte è gradito. Due sono tanti. Dieci fanno di te un rompicoglioni. Più di dieci e distribuiti tra notte e giorno seguente fanno di te un Uomo Gomma. Pensaci.

Tanti auguri.

Callisto Tanzi, poverino, sta M A L I S S I M O in carcere e vorrebbe taaaanto andare a casa perchè le sue condizioni di salute sono taaaanto peggiorate.
Callisto caro, nessuno pensa che il carcere sia una figata, ma far dire dagli avvocati che stai rifiutando il cibo perchè “sei depresso” in prigione, tu che il cibo e le speranze le hai rubate a migliaia di persone e te ne sei pentito talmente niente da continuare a tentare di nascondere il bottino, ancora e ancora a distanza di anni, beh oh callisto del mio cuor, è fastidioso.
Non suscita simpatia. Non suscita empatia. Anzi io potessi esprimere un desiderio vorrei che tu fossi più giovane, perchè resteresti in galera più a lungo.
Ti auguro reciprocità.
Coi derubati.

Cesare Battisti va al carnevale di Rio.
Non sapevo ci fosse il carro degli assassini impuniti.
Poi leggo che vuole candidarsi in Brasile.
VOLESSE IDDIO, finalmente qualcuno che si ritrova in parlamento delinquenti peggio dei nostri.
Cesare, io ti auguro di vivere più vite, perchè tu possa pagare più volte. Una per Antonio, una per Pierluigi, una per Lino, una per Andrea.
Più una, bonus, per quell’uomo in sedia a rotelle che quei mentecatti di terzomondisti del cazzo costringono a guardare te che libero e sulle tue gambe impari la samba da una zoccola vestita di piume.

Adriano Celentano dovrebbe aprire un blog, dopo la serata di ieri risulta evidente. Ho letto il commento di giorgio dell’arti, stamane, ma credo che il migliore lo abbia espresso la mia segretaria:
“Ieri sera go vardà Sanremo, ghe iera questo che parlava, parlava, no se capiva niente di queo che diseva. Me so indormentà che parlava. Me so svejà…EL IERA ANCORA LA’ CHE PARLAVA!!! Go dito a me marito ‘andemo in leto che questo no ne molla più’.”
Che dire alla Rai? SOLDI BEN SPESI, BRAVISSIMI!
Che auguro a te, Adrianone nostro?
Di essere sordo alla tua stessa voce. Di sentire benissimo tutti, tranne te stesso.
Sii la nostra nemesi.

E tante belle cose a tutti e tre.