Lui.

Lei è arrivata che era quasi al settimo mese.
Una roba che non riesci a renderti conto che è incinta e PUF! è nato Lui.
Lei era bellissima come sempre, e ci tengo a ribadire che non la guardo con gli occhi dell’amore, quando s’è trasferita per andare a convivere ci sono state fior di crisi isteriche, gufate, pianti e malcelato rosicamento da parte di ‘sta decina di maschi affranti. OH, io per colpa di questa ragazza ho subito un INSEGUIMENTO in automobile, sempre a causa di un maschio affranto. Capiamoci.
Insomma Lei arriva bellissima e col cocomerino nella pancia. Io devo fissare il Cocomerino per ricordarmi che sì, è incinta.
Lei pure deve fissarlo per ricordarsene.
Del resto, due non è che sono amiche da una vita per niente.

Lei è tornata insieme alla naturalezza dello stare insieme. I mesi sono volati. Il Cocomerino ha messo il naso fuori dalla pancia mentre io ero lontana, piccolo rompino sballa-piani.
Io ho pianto, la prima volta che l’ho visto.
E la seconda.
E la terza.
E la quarta, ma mi sono nascosta in bagno.
E quando li ho salutati, che lui dormiva e gli ho colato rimmel sulla tutina.

Lo so che suona male, ma improvvisamente tutti gli altri bambini del mondo mi sono sembrati, non so, sullo sfondo.
Le altre mamme lo erano già.

Lui non crescerà vicino. Probabilmente sarò la vecchia quasi-zia pallosa che vive lontano; pensarci potrebbe farmi piangere la sesta, settima ed ottava volta tutte in fila.

Non ho altro da dire, Vostro Onore. Veramente non ho nulla altro da dire al riguardo.

Favola Semplice, 2 (BiancaNeve e i Setter Nani)

C’era una volta, non tantissimi anni fa, una Biancaneve cresciuta, con un lavoro diurno e che pagava pure le tasse.
Ovviamente visto il buon carattere ed il cuore grande, aveva un lavoro che la metteva continuamente a contatto con poracci, vecchietti soli e tante, tante bestioline ferite, da curare gratis et amore Dei.
Non bastandole il lavoro, Biancaneve radunava attorno a sè anche una discreta fila di casi umani, ambosessi, cui prestava attenzioni e cure con esiti che osiamo definire nefasti: i setter, noti cani da caccia ed amabili cuccioli invadentissimi, si chiamavano infatti Dammela, MagariMeLaDa, AspettandoLa, SessualitàConfusa, Scroccone e AyurveDica.

Biancaneve, qualche anno addietro, aveva mandato a quel paese il PrincipePallido; una mattina tuttavia si svegliò e, capendo di aver fatto proprio una cazzatona da urlo, preparò armi e bagagli, saltò in groppa ad un grosso cavallo bianco volante e filò a riprendersi il PrincipePallido, che per la gioia chiamò al castello tutti i mariachi del paese e la sposò seduta stante.
Prima di partire però la coscienziosa Biancaneve aveva chiesto alla sua fedele amica CeneSvampola, una tizia piena di senso pratico, ma svampita come Paperino, di prendersi cura degli amatissimi SetterNani. CeneSvampola sorrise a mille denti, ma appena Biancaneve svanì all’orizzonte, si liberò in un colpo solo di Dammela, MagariMeLaDa e ASpettandoLa abbandonandoli in tangenziale in un orario compatibile con la presenza di dolcissime fatine colorate che dietro modesto compenso cantavano graziose ninnenanne “a cappella”, e rendendoli così felici come mai prima.

SessualitàConfusa incontrò poco dopo il Signor’NdoCojoCojo, e la sua
confusione non rappresentò più un problema nè per lei nè per i maroni del prossimo.

CeneSvampola prese con sè il SetterScroccone e lo portò a vivere nel suo castello, chiedendosi cosa diamine fare con Ayurvedica, ultima rimasta del lotto e tormenta budella di straordinaria intensità: una festosa, rumorosissima rincojonita entusiasta di qualunque cosa fosse
contemporaneamente alternativa, misteriosa ed in contatto con MadreNatura.
CeneSvampola, che già aveva problemi a gestirsi il reale e la Madre, non la Natura bensì la Naturale, provò per un certo periodo a tenere sotto controllo Ayurvedica da lontano, limitando i contatti, finendo comunque per desiderare di poterla investire con la propria zuccarrozza giapponese o quantomeno silenziare infilandole le ciabattedicristallo giù per il gargarozzo.

Ayurvedica, perennemente in contatto col suo sè, il suo ying, il suo yang, lo spirito guida l’aura la luce interiore e la Madre del Bosco, viveva felice, portando caos e rumore e gridolini festosi ovunque andasse, e sparando delle puttanate epocali che rovesciavano le budella della povera CeneSvampola e le facevano sanguinare le orecchie.

La situazione peggiorò drasticamente quando Biancaneve & Il Principe Pallido decisero di tornare a far un saluto al vecchio reame, magari approfittando dell’occasione per qualche abbuffata qua e là: Ayurvedica, fuor di sè dalla contentezza, iniziò a progettare eventi, festine e festone, tutte rigorosamente a sorpresa, con sobri menù a base di corteccia di betulla ammorbidita in marmellata di tofu e spirito santo, più giochi di gruppo in stile asilo di azione cattolica, più alcune decine di adepti del sacro culto del farsi i cazzi altrui, gente che CeneSvampola avrebbe ucciso a mestolate e che la dolcissima BiancaNeve aveva impiegato decenni a cavarsi di torno: un disastro.
Fu allora, mentre BiancaNeve, avvisata da un tucano viaggiatore, piangeva a calde lacrime l’immane rottura di coglioni prevista, e CeneSvampola si rammaricava di non aver investito Ayurvedica quando ne aveva l’occasione, che si presentò contemporaneamente alle loro menti una piccola idea.

Quella notte, con la scusa di un consiglio per la scelta del nuovo
menestrello e senza darle modo di raccogliere stronzi sassolini, CeneSVampola portò Ayurvedica in una selva oscura, che la diritta via era smarrita ed aveva pure i vetri oscurati, e lì le fece scegliere un vasto assortimento di tuberi in materiale sintetico, uno per lo ying, uno per lo yang, uno per l’aura scura, uno per la NaturaMatrigna ed uno per il folletto di stocazzo.
Ayurvedica grazie al magico potere dei tuberi si dimenticò quasi subito delle feste, dell’evento e del rientro, e BiancaNeve e CeneSvampola poterono festeggiare la reunion zitte zitte alla SPA.

Morale della favola: se pensi sempre e solo ai cazzi degli altri, vuol
dire che ti manca qualcosa, e quasi sempre quel che ti manca, in questa frase, è pleonastico.

Favola Semplice-Semi Cit. (uno scoglio incazzato solo perchè normale)

C’era una volta un signore molto affamato d’amore, che chiameremo Il Signor Cozza, ma il nome è di fantasia.
Il Signor Cozza aveva questa particolarità, era totalmente incapace di restare da solo, aveva costantemente bisogno di una Signora Scoglio o di qualcuno che ne facesse le veci.
Tra una Signora Scoglio di lungo corso e l’altra, il Signor Cozza si invaghì di una bella fanciulla, la Signorina Mollami. Il problema era che la Signorina Mollami non solo non voleva assolutamente trasformarsi in Signora Scoglio, ma aveva anche capito subito che il Signor Cozza era molto più innamorato della generica idea di accozzarsi piuttosto che di lei, e lo trovava anche noioso e bruttarello.
Per il povero Signor Cozza non funzionò l’amor che a nullo amato, e la Signorina Mollami continuò a fuggirlo al grido di “Scrostati!”.
Il nostro prode bivalve gioco tutte le sue carte, compresa la ricetta del sugo alla tarantina, per convincere la bella Mollami, ma alla fine dovette mollare la presa: finì per conoscere la Signorina Polipo, che forse non era graziosa come Mollami, ma aveva dei tentacoli interessanti e fu disponibile fin da subito a far da roccia, da scoglio e finanche da montagna sommersa.
La Signorina Polipo, poi, dal primo momento prese in antipatia la rivale e la subissò di insulti, che la Mollami fedele al suo nome fece sempre finta di non sentire.
Il Signor Cozza giurò eterno amore alla Signorina Polipo ed ella divenne la Nuova Signora Scoglio.
Ma la Signorina Mollami aveva visto giusto: il Signor Cozza sotto sotto continuava a volerla scogliare, così per il gusto di fare scoglio-cozza, e la Signora Scoglio si avvide del pericolo ed iniziò a dire in giro che la Mollami era una poco di buono, che avrebbe dovuto in realtà chiamarsi LaMollo, eppoi come si fa signora mia, in questo mare, a farsi chiamare Mollami e non PesceFlauto? Non si intona neanche all’arredo!

Così passarono giorni, mesi ed anni, la signorina Mollami fuggì sulle montagne con il SignorAccetta, un tipino tagliente anzichenò, il Signor Cozza si dimenticò di averla mai conosciuta, ma chi non si dimenticò di lei fu la Signora Scoglio che per giorni, mesi ed anni continuò imperterrità ad incolpare la povera ed ignara Mollami di ogni nefandezza, arrivando ad insinuare di averla vista cibarsi di vongole.
Tanto presa dalla sua guerra alla storica rivale, non si avvide dell’arrivo di un branco di PescineSilure: il Signor Cozza se ne avvide eccome e ci si sollazzò in lungo ed in largo, rimanendo anche piuttosto seccato quando le Pescine silurarono via com’era nella loro natura.
Ma il Mare si sa, ha onde che viaggiano lunghe, ed i pettegolezzi ed i racconti impudenti delle PescineSilure giunsero infine all’orecchio della Signora Scoglio, che prese ad inveire contro la Mollami, ormai SignoraAccetta, così più per abitudine che per altro, e non le fece buon pro perchè mentre inveiva contro la nemica di una volta l’ultima PescinaSilura che passava da lì si inghiotti il Signor Cozza, rimasto due minuti da solo, e nessuno lo vide più.

Morale della favola: guarda più il tuo “amico” che il tuo nemico, il tuo nemico non sa neanche che esisti e intanto il tuo amico te lo picchia nel culo.