mimose in sala parto

Se il senso dell’umorismo attraversa le generazioni, mia figlia godrà molto dell’avermi costretta da oggi a festeggiare l’unica festività che ho sempre accuratamente schivato in vita mia.
Pur amando moltissimo le mimose. Le mimose sono l’unico fiore che ho sempre ricevuto con piacere. Il Tecnologico s’è sempre fatto un punto d’onore nel regalarmene di bellissime. Tanto, dice, un mazzo di fiori all’anno si può pur fare no?

Beh, non ci siamo smentiti neanche in queste circostanze. Siamo arrivati in ospedale bel belli e non mi sono neanche resa conto di essere in pieno travaglio. “Le contrazioni sono in alto”, mi spiegava l’ostetrica. “Ma io ho male in basso”, le rispondevo io. “Eh sono solo le preparatorie signora”.
Tanto preparatorie che eravamo a metà via. Col monitoraggio attaccato addosso e l’elettrodo dove NON avevo male, ci siamo fatti pure i selfie sul lettino. Poi il Tecnologico è uscito un attimo ed è tornato con un mazzo di mimose. Piccolo, confezionato insieme ad un fiore rosa, bellissimo: trovalo, un uomo che ti porta le mimose in sala parto.

Ho il ricordo di tanto dolore, tantissimi santi tirati giù, di lui sempre accanto a me e di buio. Soprattutto tanto buio, tanta penombra. Era un via vai continuo di persone, infermiere, ostetriche e medici, ma io ricordo solo questo scuro intorno e infatti adesso in casa accendo tutte le luci, appena si fa sera mi viene il magone.

E poi ricordo la frase “è nata”. Lui che piange e mi dice cose bellissime. Lei che piange – e con che voce! – e sapere che siamo arrivati al di là del fiume e siamo sani e salvi tutti e tre.

Mi ricordo anche un freddo inaudito, e il primo sguardo a quello scricciolo che comunque pensare di averla avuta in pancia ti fa chiedere “ma come ha fatto a starci?”.
Mi ricorderò sempre anche dell’ostetrica che mi ha detto “sei troppo razionale ancora, pensi troppo, per partorire devi smettere di pensare”. Io ho partorito, ma ho pensato per tutto il tempo e infatti ricordo ogni istante, alla faccia di “dimentichi tutto subito”.
Mi ricorderò sempre della prima trionfale esplosione di merda che mi ha travolta alle tre del mattino, alla seconda notte in ospedale, con la sciura della nursery che mi ha detto più o meno “ottimo, arrangiati che impari”. Del bambino cinese adorabile che dormiva sempre, salvo poi urlare nel preciso istante in cui si addormentava la mia, che non dormiva mai. Del purè del menù ospedaliero, giuro è veramente indimenticabile. E anche delle ostetriche che quando pensavo di non potercela fare mi ci hanno costretta a calci in culo e avevano ragione loro.

Adesso scrivo nei secondi liberi, con delle occhiaie a doppio strato ed un sentimento di inadeguatezza mai avuto prima in vita mia, neanche quando sbagliavo abbigliamento alle festine delle medie. Una cosa tipo “ma che sono matti? si fidano di darla a me? ma non dovrebbe stare con qualcuno che sa cosa fare?”.
Speriamo almeno lo sappia lei.

Ah, non me ne voglia Tracy Hogg buonanima, ma la routine del neonato, le tre ore, il mangia-gioca-dormi, le abitudini naturali…MA VAFFANCULO, VA.
Di cuore.

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il gatto sul tetto che scrocca.

(questo post è stato ispirato da Max, ed è dedicato al micio Ugo)

Io ho un gatto.
Io ho due gatti.
Io ho un gatto che si chiama Scrocco, e invece l’altro no.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e quando lo guardo penso che Scrocco sarà il gatto di cui, vivessi altri 40, 50, anta anni, parlerò alle persone. Scrocco è il gatto che quando l’hai avuto poi lo rimpiangi tutta la vita.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed in realtà l’ho ereditato. Era il gatto della mia migliore amica, cioè era il nostro gatto in realtà, ma i gatti scelgono le persone e lui aveva scelto lei. Credo che il permesso di entrare nel lettone – nel mio non poteva – abbia in qualche modo influito. E’ quello che mi racconto per non essere gelosa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica quando s’è trasferita un continente in là – no, non l’ha abbandonato, dio solo sa quanto c’ha pianto di lasciarlo, ma io restavo e amavo Scrocco con tutto il cuore e Scrocco, soprattutto, ama Rage con tutto il cuore. Chi è Rage? L’altro gatto. Quello mio. Ora sono miei tutti e due, e per favore sappiate che nel dirlo ho la faccia e la voce di Gollum.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, l’ho ereditato dalla mia migliore amica, ma è stato lui che ha adottato lei: s’è presentato di nascosto nel suo ambulatorio – lei è veterinario – e c’ha vissuto a sbafo e di nascosto per una settimana prima che lei lo sgamasse. E a quel punto che fa, una che a sei anni voleva fare la veterinaria e chiama i Pittbull “topino” prima di fargli le punture?
Se lo porta a casa.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco ed è arrivato già adulto una sera di agosto. Noi vivevamo strette strette in una casa che pareva un campo nomadi però a sarajevo. Noi si voleva trovargli una casa ed una famiglia.
Per il gatto Scrocco si presentò solo una matta che “aveva dovuto liberarsi del gatto precedente”. Il comitato decise “col cazzo che ti do il gatto Scrocco” e Scrocco prese possesso delle stanze, della casa, di noi due, e per sovrappiù al primo moroso della mia amica che si fermò a dormire pisciò sul pigiama per mettere ben bene in chiaro le cose.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e Scrocco ha un diverso comando per indicare all’umana qui presente che
1. sono finite le crocche o sono sciape
2. l’acqua è finita oppure calda (al gatto Scrocco fa piacere ogni tanto un cubetto di ghiaccio nella ciotola grande)
3. la cassetta è sporca o la consistenza della sabbia non è gradita.
4. i topini di pezza migliori sono finiti sotto il divano
5. vuole giocare
6. vuole giocare
7. vuole giocare
8. HAI CAPITO CHE VOGLIO GIOCARE?

Per ognuna di queste cose il gatto Scrocco ha un diverso miagolìo, accompagnato da un perentorio movimento in direzione del desiderata, che sia il divano oppure il mobile in cui sono celate le preziose scatolette dell’umido.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e per cui l’idea di paradiso-gatto è un posto pieno di umani che lo ricorrono sfiorandogli la coda, tenuta eretta per l’occasione, fino al grattatoio, dove lui darà mostra della propria ferocia facendosi gli artigli, e da dove detti umani fuggiranno venendo rincorsi dal gatto Scrocco ad altezza caviglie, per poi ripetere il tutto.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e che pretende di giocare così tutto il giorno, tant’è che noialtri scappiamo nella nostra stanza ed il povero Rage – che è il TRIPLO dello Scroccone – si nasconde in cima al frigorifero. Ma quando lo prendo mi si struscia sul naso ed io gli sussurro “Adesso sei il mio gatto… sei mio mio mio mio” e non sembra dispiacergli.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco e un giorno è stato male ed il veteriniario non ha mai capito cosa abbia avuto. L’ho portato in ambulatorio fuori di me convinta che stesse per morire. E invece è qui il gatto Scrocco, ad occhio ha ancora otto vite, gli è solo rimasto di quella specie di ictus un modo un poco storto di tenere la zucca, tipo civetta.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco che il giorno che ha avuto quella specie di ictus non si reggeva sulle zampe e non vedeva, ma quando l’ho scovato e raccolto ha iniziato a fare le fusa e mi ha spezzato il cuore in mille pezzi.

Io ho un gatto che si chiama Scrocco, ed ha una passione per i fonzies, le fette biscotttate integrali e le mani delle persone, e mentre ti morde a volte fuseggia beato. Ma mica per questo morde di meno!

Noi abbiamo un gatto che si chiama Scrocco, e in una vita di convivenze gatte io non l’avevo mai visto un gatto così assurdo.

Noi viviamo con un gatto che si chiama Scrocco, e con un gatto che si chiama – all’anagrafe – Rage Against The Machine, e noi, noi quattro, siamo una famiglia, e visto che siamo in clima post elettorale posso serenamente aggiungere che chi non lo capisce, che i gatti sono famiglia, è un povero cretino.