non mangiavo la frittata

Ingannatrice è la madre più di ogni altra cosa.
Quando ero piccola mia madre spacciava come “frittata” una poltiglia semiliquida, molliccia da brividi lungo la schiena, che solo con l’avvento dei 20 anni e relativi viaggi all’estero e colazione in hotel scoprii essere, in realtà, uova (poco) strapazzate.
A me la poltiglia molliccina, che la Genitrice Maxima tuttora adora mangiare raccogliendola sul pane, faceva e fa ancora uno schifo poderoso, cosa piuttosto insolita per me che sono la versione umana di una pattumiera, e negli anni tanto era il disgusto verso quello specifico piatto che mi riuscì pure di farmi esentare dal mangiarlo.

Invece mia nonna, laggiù nell’isola, faceva questo frittatone rosolato nell’olio, alto tre dita, con i piselli, girato da un lato all’altro direttamente usando il coperchio con maestria e delicatezza, una frittata da otto, nove persone eh, mica usava il pentolino delle crepes! Questo frittatone era per me cibo degli Dei, il miraggio di un pranzo squisito con la fame che il mare sa mettere ai bambini, un piatto che nella memoria si è ancorato fisso all’odore di resina dei pini marittimi, di eucalipto, mirto, ginestra, e della terra argillosa, e di quel profumo di nonna che non ho mai chiesto cosa fosse, ma sembrava borotalco.

Figlia si avvicina alla boa del primo anno e da qualche settimana chiede a gran voce tutto quello che abbiamo nel piatto e pasti reali al posto delle pappette. Unico problema: Mimosa non ha denti. Mimosa possiede UN unico e solitario dente, un incisivo inferiore che è di nessuna utilità ai fini della masticazione. Quindi serve cibo morbido, friabile, spezzettabile a monte della piccola piranha.
La frittata di nonna, per esempio. La ricetta imparata rubando con gli occhi, e mai ripetuta uguale, probabilmente perché senza pini, mare e ginestre uno deve arrangiarsi come può, e la frittata sa di uova e non di infanzia, purtroppo. Così le ho fatto quella frittata lì. Girandola col coperchio, scottandomi una mano, rimpiangendo innumerevoli momenti a ritroso degli ultimi 30 anni; non ultimo, il non aver ancora presentato Mimosa alla (bis)Nonna.
Non ultima, la smemorite che si è divorata i ricordi a breve termine di Nonna e la sua possibilità di ricordare adesso ciò che hai detto due minuti fa. Non ultima, questa memoria ballerina, che svanisce dal presente e trova approdo sicuro solo nel passato, che fa sì che la mia meravigliosa, vivace, dolcissima Nonna che cucinava per reggimenti ed a sera nuotava sola fino alle boe non mi telefoni più dopo Cagliari-Milan, non cucini più la frittata, e non abbia alcuna impazienza di conoscere la prima bisnipote che le è nata… perché non si ricorda che c’è.

Il potere evocativo delle ricette di famiglia è davvero un’arma a doppio taglio.

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dei primi 3 mesi e del fattorino della pizza che mi ha cambiato la vita

E’ un bene che non sia riuscita a scrivere niente per un mese. Emergo in questi giorni da un’incazzatura talmente epica che mi sarei espressa solo a cristi, bestemmie ed insulti; a me, che la rabbia mi sale in un secondo e dura 12 ore massimo, è montata in due mesi e tutto sommato è ancora lì.
Con chi ce l’ho?
Con mezzo mondo. Precisamente, il mezzo de “il bambino naturale” con annessi, connessi e sconnessi.

Ma andiamo con ordine. I primi tre mesi di vita di Mimosa sono stati un inferno in terra. La piccola soffriva (soffre) di reflusso, ereditato da ramo paterno visto che la sottoscritta fino ad oggi digeriva anche le pietre e senza manco salarle (adesso invece soffro di gastrite nervosa), passava la giornata a rigurgitare latte, e intendo LA GIORNATA, e noi a tenerla dritta, sulla spalla, giorno e notte, e la lavatrice a lavare asciugamani e body a getto continuo. Sciroppo anti reflusso, allattamento a richiesta sì, allattamento a richiesta no, pianti pianti pianti pianti, suoi e miei, e le notti: dritte.
Per tre mesi ho dormito al massimo tre ore consecutive a notte, e le restanti a colpi di dieci/venti minuti per ogni ora sveglia. Ho letto qualunque libro, forum, studio sul reflusso e sul sonno del neonato, solo per arrivare alla conclusione che “trulli trulli, chi li fa se li trastulli“. Metodi che con la piccola non funzionavano affatto, metodi che non sono metodi (“mettetela a letto sveglia…e mi raccomando non fatela piangere” suona molto come “mangiate quattro teglie di lasagna al giorno…e mi raccomando, dimagrite!”), metodi che non si possono applicare a neonati così piccoli, e panegirici furibondi il cui senso è “siccome il bambino è un essere puro e tu invece devi morì, bandisci dalla tua mente il termine vizio e prostrati ai piedi della creatura tenendotela addosso notte e giorno e rinunciando ad essere un essere umano senziente, fino a quando ti smalterai contro un palo dal sonno e lascerai un’orfana, orfana sì, ma cresciuta in modo NATURALE come i figli delle DONNE AFRICANE“.
[Germano Mosconi, tu sì che mi capivi]

Io però dovevo tornare al lavoro.
Un giorno ho passato due minuti interi, aka 120 secondi, a cercare di aprire la macchina con le chiavi di casa. E vabbè, fa ridere.
Un giorno ho messo sullo spazzolino da denti il sapone liquido del dispenser invece che dentifricio. E vabbè, fa ridere.
Finchè un giorno mi sono addormentata al volante. Al semaforo, per carità, ma avrebbe potuto succedere ovunque.
E ho smesso di ridere.

Così il metodo d’urto della sempre buonanima Tracy Hogg (il cui metodo soft aveva funzionato zero, nada, nisba, nulla) è entrato nella nostra vita. Insieme ad un (ignaro) fattorino della pizza da asporto.
Cioè, io ci credevo zero, forse meno di zero, ma costretta a tentare perché semplicemente non potevamo più continuare in quel modo, ho deciso di iniziare da una notte in cui il Tecnologico era via per lavoro, forte del ragionamento “se piange tutta notte, almeno non sveglio nessuno”.
Quindi mi sono preparata a tutta la menata, bagnetto, pappa, ninnananna, ti appoggio, tu piangi, io ti piglio su, ti calmi, ti rimetto giù, tu piangi, ti ripiglio, e avanti con le danze fino a che…o nanna, o clinica psichiatrica. E siccome la signorina prima delle 22 non dormiva mai, mi sono chiamata una pizza per asporto.

Uno dei punti fondamentali di ‘sto metodo da o la va o la spacca è iniziare al primo sbadiglio dell’infante.
Ore 20.00, chiamo i signori pizzaioli. Orario di atterraggio pizza previsto: 20.30.
Ore 20.05, Mimosa Sequentur sbadiglia.
PANICO.
Cazzo, non c’è tempo! Non c’è tempo! E’ tardi è tardi è tardi! (cit.)
Volo in camera da letto (la mia, a quel tempo) con la pargola in spalla. Attacco tutta la manfrina, tira giù tapparella, metti pupazzo, parto con la ninna nanna…DLIN DLON!
Ore 20.20, per la prima volta nella storia delle consegne della pizza, il fattorino è IN ANTICIPO.

Rinuncio? SIA MAI.
Poso la piccola nel lettone, le infilo il ciuccio che regolarmente viene sputato con aria di disgusto, le piazzo il pupazzo vicino, la bacio augurandole la buonanotte e vado a prendere la pizza pregando Iddio che le urla non si sentano fino all’androne.
Ore 20.25, ho una pizza in tavola ed una figlia che gorgheggia a letto. Decido di mangiare almeno un boccone finchè non piange.
Ore 20.40, ho una scatola della pizza vuota davanti…e la casa è silenziosa.
Vado a vederla.
Dorme.

DORME???
DORME?????
DOVE SONO FINITE LE DUE BARRA TRE ORE DI CULLAMENTO NINNANTE CAMMINANDO PER CASA CON CREATURA INDEMONIATA IN SPALLA? DOVE SONO FINITI I PIANTI DISPERATI CHE SI SENTONO PERFINO DAL BALCONE DELLA CUCINA? CHI SEI E COSA HAI FATTO A MIA FIGLIA?!

Da quel giorno abbiamo cambiato vita. Certo, non ci sono andate tutte così dritte, ma con pazienza abbiamo recuperato prima una stanza da letto matrimoniale in cui dormono GLI ADULTI, poi una parvenza di serate con cena insieme e non a tappe forzate io mangio-tu culli, infine il sonno. Quattro ore, poi cinque ore, poi sei e via andare. Da dieci risvegli a sette, tre, due, uno.
Io credo di essere rimasta segnata a vita da quei tre mesi. Se bimba sospira nel sonno, a me vengono i sudori freddi. Vivo col terrore di riprendere a non dormire e posso dire senza tema di smentita che quei primi mesi sono stati il periodo più buio, disperato ed angosciante di tutta la mia vita.
Perchè non è “dormire poco”. E’ NON dormire affatto.

E’ non dormire affatto e scoprire solo con il forzato rientro al lavoro, e successiva introduzione del latte artificiale, che tre quarti dei problemi di reflusso erano legati all’allattamento al seno. E capire che sì, tu non ti eri resa conto, ma la tua pediatra sì. E NON TI HA DETTO UN CAZZO. Una mezza parola, una mezza frase, ma nulla che ti facesse comprendere il problema da dove nasceva.
Perchè devi allattare. Devi. Pure se vuol dire che tua figlia si cucca gli antiacidi a due mesi. Meglio insonne, dolorante e piena di farmaci, che allattata col biberon.
E VAFFANCULO.
E’ non dormire affatto e leggere ‘sto libercolo acidissimo incentrato sulla confutazione di Estivill, che ti crescerà un figlio sociopatico destinato a detestarti, non serve a niente, meglio tenerseli nel lettone fino a, cito il Tecnologico, “quando dovrai andare al cinema perché nel tuo letto oltre che tuo figlio c’è sua morosa e vogliono trombare”. Il messaggio che arriva è: TU, madre, non conti niente come individuo, conti solo come nutrice. Quindi nutri, schiatta e non rompere i coglioni. E le madri africane blablablablabla.
Eccerto, l’Africa. Giusto giusto un continente. Tutte con la fascia e il pupo addosso? Eddai. Tutti bimbi che diventano adulti equilibratissimi e felici? E che è, l’incubo della facoltà di psicologia, un continente intero senza paturnie? E Boko Haram che sono, cinesi?
MA VAFFANCULO, VA.
E’ non dormire affatto e ritrovarsi incredule davanti al parere di un primario neonatologo italiano, il quale stila quelli che sono serenamente definibili come “i quattro fondamentali della madre di merda”.
Il secondo è “usare latte artificiale”.
Il terzo è “usare un libretto come quello di Estivill per far dormire i bimbi”.
Il quarto è “usare gli omogenizzati confezionati”.

Per capire la bellezza, la pienezza, la perfezione del mantra “Madre nullità immolati e non scassare il cazzo”, bisogna leggere il primo fondamentale:
Primo punto: PARTORIRE CON L’EPIDURALE.

E qui si fanno chiare tante cose.

Comunque hanno ragione loro. Mia madre ha usato Estivill prima che Estivill esistesse, con me, e guardatemi: sono nevrotica, non ho scritto neanche una volta amore-cuore-caccasanta in questo post e dico tantissime parolacce.

E nonostante questo ho una figlia stupenda.
(segue gesto dell’ombrello per cui nessuno ancora ha creato adeguata emoticon)

il criceto politeista sulla ruota

Ultimamente il mio rapporto coi blog che seguo funziona così:

1. Vedi mail di notifica alle ore 06.31 della mattina quando suona la sveglia
2. Leggi post random direttamente dal cellulare mentre ti lavi i denti, bevi il caffè, nutri i gatti, cerchi le scarpe, non trovi le scarpe, bestemmi la divinità delle ScarpeSfuggenti, scopri di avere suddette scarpe ai piedi, bestemmi la divinità del RincoglionimentoMattutino.
3. Leggi post random sul tapis roulant tra le 07.00 e le 08.00 della mattina, saltabeccando tra alcune macchine di tortura ed il simpatico esercito di vecchietti chiaccheroni che occupa (la parola OCCUPA non è scelta a caso) la palestra alle prime ore della mattina. I vecchietti in parte hanno ispirato il post “Tutti Dottori”, quindi non credo di dover dire altro.
4. Puntuale incontro con uno, due, tre post a cui vuoi assolutamente rispondere. Maledizioni alla divinità del login di wordpress su android. Rinuncia. Voto alla divinità protettrice dei procrastinatori di commentare almeno un post su tre.
5. Ufficio. 10 ore filate intervallate da momenti in cui ti dici “Ora, ORA E’ IL MOMENTO, PAUSA E RISPOSTA AL BLOG DI TIZIO”. Drriiiiin. Ciao Cliente, buongiorno anche a te. Maledizioni alla divinità del Momento Perfetto, che probabilmente è ancora a letto [ Il SantoProtettore del Cliente Scassacazzo invece è come Samara di The Ring: NON-DORME-MAI].
6. Esci dall’ufficio con il buio più pesto e l’intento di entrare al supermercato per comprare esclusivamente un cespo di insalata. Il supermercato ti inghiotte mentre passeggi tra le corsie leggendo i post del pomeriggio direttamente dal cellulare e riprendendo ancora ed ancora il punto 4. Acquisti biscotti, detersivo, spugnette lavacessi, mele transgeniche ed un forno a microonde. Arrivi alla cassa, fai la fila ed alla fine, solo alla fine, ricordi il derelitto cespo di lattuga che ti serviva. Rientri, lo compri e bestemmi incessantemente la divinità del RincoglionimentoPomeridiano.
7. Approdi a casa mentre il resto del nordest sta mangiando la sua pastasciutta serale, cosa anche il Tecnologico farebbe volentieri se non fosse che tu, la pastasciutta, non la puoi mangiare. Cucini leggendo post (vedasi punto 4), sul post migliore ti incanti e tralasci il sale in favore di 20 grammi di pepe nero. Tu starnutisci, il gatto starnutisce, il Tecnologico starnutisce bestemmiando sé stesso ed il suo talento per scegliersi sempre fidanzate rincojonite, di cui l’ultima pure col personale pantheon di divinità.
8. Ceni cercando di occhieggiare un altro post. Il Tecnologico ti guarda torvo. Deponi le armi ed il cellulare.
9. Dopo cena, mentre ti appresti a mantenere il voto del punto 4, il sonno ti coglie improvviso e ti cappotti sulla tastiera. Sono le dieci di sera, perfino le galline del vicino ti chiedono “Ma come, vai già a letto???”. Tu infami il Dio della Necessità di Sonno, incassi la sconfitta e pedali verso i cuscini.

Non è che sono stronza eh. Cioè, non è solo quello. Poi mi ripiglio, promesso.

involuzione mon amour

Sabato mattina. Il Tecnomoroso s’è preso un week end dai suoi.
I gatti ed io abbiamo preferito restare. Io devo aver anche bofonchiato, o forse solo pensato, “ho tante cose da fare a casa”. E invece oggi è stata una meravigliosa giornata dedicata al più totale ed assoluto fancazzismo. Al di là di un veloce riordino vestiti (noi siamo ENTRAMBI disordinati. Lui molto. Io…catastrofe. A casa nostra vige la regola “Ricordati quello che cercavi l’altroieri, lo troverai mentre cerchi ciò che ti serve oggi”), una lavatrice, una sistemata alla cucina (personalità dissociata, eccomi: invece in cucina sono ordinatissima e vedere anche solo un cucchiaino nel lavello mi fa annodare i ricci), le mansioni basilari della cura gatta, ovvero cibo-acqua-asciugare acqua rovesciata dal gatto R.-rimettere acqua che beva anche il gatto S.- spazzolamento bestie, spazzolamento divano, spazzolamento verba che nel frattempo ha guadagnato più pelo di un persiano-coccole tenere al gatto R.- inseguimento con rissa e botte da orbi più inversione dell’inseguimento con gatto S. (non sono matrigna, è la sua personalissima idea di coccole), ho passato la giornata ciondolando in tutina tra caffè, altro caffè, ma sì dai ancora uno squisito caffè, libro, blog altrui, ancora libro, film, doccia, oh dai un caffettino.
Mi sono perfino presa il lusso di dire “non esco” agli amici (ammetto che qualcosa in questa decisione c’entri anche la serata di ieri con microNazi e OrsettoRidimmi, ovvero la bellissima quanto volitiva figlia quattrenne del mio amico di più vecchia data, e l’altrettanto bello e quattrenne figlio del nostro amico Shiny, che normalmente è un bimbo buonissimo, ma messo insieme a microNazi inizia a ripetere compulsivamente parole ed azioni della cucciola carismatica diventando a sua volta una bomba nucleare), per continuare a poter fancazzare tra pc e divano.
Fuori è buio, c’è stato un desideratissimo brutto tempo per tutto il giorno, il frigo è pieno di susine, ora c’è la partita e dopo la partita il finale season delle Desperate in lingua originale.
C’è stato un tempo nella mia vita in cui serate morosofree erano mini, tacchi, amici, disco, carnet pieni. Tzè.
Adesso scusate ma ho un gatto tigrato da inseguire attorno al divano.

(e non ho ancora quarantanni!!!)

oggi pensavo a una cosa ma poi me ne è venuta in mente un’altra

…e allora scrivo della terza.
Niente.
Oggi m’è venuto in mente quando al laboratorio di scrittura creativa Tizio ha iniziato a sottoporre il suo romanzo – più che un racconto era proprio un romanzo – e a me non piaceva per niente lo trovavo pesantissimo, ed uno del gruppo, che era uno ScrittoreVero, mica come noialtri che uno era panettiere uno web designer un altro bibliotecario and so on, se l’è presa a morte (cosa rarissima perchè ScrittoreVero era più del genere “se non mi piace mi eclisso” che del genere “ti faccio le pulci con aria malmosta”), specie col titolo, perchè il titolo era L’Uomo Vuoto, ed a ScrittoreVero non so perchè ‘sto titolo gli rugava il cazzo e quindi giù di rimbrotti e sarcasmo e “che cazzo come fa un uomo ad essere vuoto? eh? VUOTO? Ma c’avrà sempre i reni e il fegato e i polmoni, no? Vuoto de che? Che cazzo vuol dire vuoto?” e io pensavo boh mah moh tanto ‘sto racconto è ‘na palla infame, che ti fissi sul titolo, ma poi Tizio invece di replicare innervosito ha scritto un raccontino breve dove c’era tipo un marziano che voleva atterrare sulla Terra con una nave spaziale, ma la torre di controllo non lo faceva atterrare perchè si dichiarava “vuoto”, ed alla fine la torre si arrendeva dicendo “niente… continua a dichiararsi vuoto”. Lo so che detto così è una scemenza, ma faceva ridere, abbiamo riso tutti compreso ScrittoreVero che non gli ha più detto nulla sul titolo da dementi.
Ed un altro che chiameremo Ulisse perchè secondo me aveva anche lui “il molteplice ingegno” aveva scritto una poesia in una lingua completamente inventata, una poesia che ne capivi il senso ESCLUSIVAMENTE per assonanza, un lavoro immane, per me era bellissima, ed il SignorColtissimoIracondo – che credo nella vita reale fosse un agente della CIA che per copertura si fingeva commercialista – la trovò così orrenda che si lanciò in un quarto d’ora di critica punto per punto e riga per riga con insulti LATRATI, una roba che un alano con la rabbia in confronto sembra un morbido coniglietto nano. E Ulisse zitto.
Alla fine SignorColtissimoIracondo si placa e rimane lì ad aspettare la replica di Ulisse, e quello gli fa, serenissimo:
– Oh, bastava un semplice “fa cagare”.

L’ho ammirato tantissimo.
E continuo.

Estemporanea, 7 di enne: sfogo libero.

Quelli che:
So’. Ho’. Do’. Fa’. Sa’.
Maremmmà maialà, l’accento non ci va.
E’ italiano, puttana galera. Non greco, non ostrogoto, non russo: i t a l i a n o. Da terza elementare.

Quelli che “le perifrasi divertenti o fiche”, l’ho visto da qualche parte. I brillanti con le idee degli altri: che poi leggi “essere trandy”. Oppure “Torna a casa lessy”. Mi cadono i capelli. Lasciate perdere.
Come dicevano in “altrimenti ci arrabbiamo”: NEIN!

Quelle che alla mia età sono ancora a fare la duckface su FB: ancora NEIN!

Quelle che ogni giorno sfrangiano la minchia con recriminazioni su quanto fiche sono loro e quanto senza palle, senza coglioni, mezzo uomo, inutile respiratore di ossigeno sia il bastardo-che-non-le-vuole: no, dai, non farmelo copincollare ancora.

NON E’ CHE NON HA PALLE, NON E’ FROCIO, NON E’ STRONZO: GLI FAI C A G A R E.

E’ suo diritto, per la miseria. Quanti hanno fatto schifo a te? Te li sei fatti per forza? No? Allora non rompere i coglioni.
Altrimenti?
Altrimenti cosa?
Altrimenti mi arrabbio?

Io sono GIA’ ARRABBIATA! [cit.]