la differenza tra me e lei

Ho diciotto anni, è estate, e come ogni anno vado in vacanza al mare, nello stesso paesino da sempre. Questa specifica estate torna da un anno all’estero un ragazzo del posto. Bellissimo. Una bellezza totale, quasi abbacinante. E’ talmente bello che mai potrei aspirare non dico ad uscirci, ma neanche a parlarci, se non fosse che quello è proprio un paesino, turismo ce n’è poco, nel nostro range d’età ancora meno, e lui, grazie Signore grazie, lavora nell’unico locale notturno della zona.
Ha ovviamente un nutrito seguito di ragazzine, ragazze e donne dei paraggi, più alcune forestiere abituali, ma per volere divino, per la legge dei piccoli numeri, perché un giorno una botta di culo pure a me, quell’estate tutto sommato il meglio della piazza sono io.
La cosa potrebbe passare come consueta storiella estiva, durata 10-14 giorni, se non fosse che:
1. la storia ci piglia particolarmente bene. Entrambi.
2. mio padre decide che quello è l’anno giusto per rifare l’impianto elettrico.

Insomma io inizio ad essere lì tutti i week end, passa settembre, poi uno sì uno no, passa ottobre, poi c’è il ponte, passa novembre, poi c’è Natale, e arriva gennaio.
A quel punto stiamo insieme da alcuni mesi, ed i suoi amici iniziano a comportarsi stranamente. Sono sempre più scontrosi, mi trattano sempre con più freddezza quando non apertamente con antipatia. Le sue amiche sono spesso maleducate, criticano ad alta voce qualunque cosa io faccia, indossi, mangi, dica. La sua amica più stretta, molto grassottella, non perde occasione per rinfacciarmi una supposta “eccessiva magrezza”. Il suo amico mi sfotte ogni volta che indosso qualcosa che non siano jeans, perchè “sono fighetta” “non sono vestiti adatti” “stono”. Per il resto, nessuno più mi rivolge la parola.
Arrivano a dirgli cose tipo “per lei non c’è posto in macchina”, scatenando scenate aberranti quando lui risponde “va bene, allora non veniamo”, oppure “ok, lei viene in macchina ed io farò l’autostop”: no l’autostop lo fa lei, noi non la vogliamo.
In tutto questo io sapevo di non aver fatto niente. Quello che non sapevo era che tecnicamente si pensava avessi “una scadenza”, e durare così tanto oltre il limite preferibile era un’imperdonabile mancanza di cortesia da parte mia.
Le ragazze stavano aspettando “il loro turno”. Ai ragazzi rodeva il culo perchè da quando io ero tra i maroni, intorno al gruppo girava molta meno gnocca. Il mio ragazzo, anche questo non lo sapevo, godeva come un riccio di questa situazione e gettava continuamente benzina sul fuoco. Alle mie spalle.
Gli piaceva vedere la gente scannarsi per lui.
Lo dico col senno di poi, sia chiaro. All’epoca io, semplicemente, ci stavo come un cane, le pigliavo un po’ da tutti perchè avevo paura di perderlo se avessi litigato coi suoi amici, e non capivo una mazza.

Ero anche abbastanza abituata al codazzo di ammiratrici, alle occhiate e mica solo occhiate in discoteca, a quelle che si mettevano a piangere quando ci baciavamo.

Finchè un giorno.
Finchè un giorno, anzi una sera, andiamo a ballare ed arriva una tizia, la conosco di vista, ci bazzica spesso intorno, bassa, bruttina, tondetta, completamente ubriaca: gli si butta contro – di fronte a me – prova a baciarlo, viene respinta, riprova, lui si sposta, lei scivola, cade, si mette a piangere, corre via.

Io guardo lui assolutamente basita. Lui è divertitissimo (sì, da giovane ero idiota, lo so), ci gode proprio. Mi dice “Ogni volta che vado a ballare me la trovo addosso”. Mi dice “Ogni volta mi chiede se sto ancora ‘con quella là’, ti odia”. Io faccio spallucce. Tutti i tuoi amici mi odiano, vorrei dirgli. Una più, una meno. Ma non è vero. Io ci sto male, ci sto male perchè un sacco di gente mi tratta come una merda senza avere un motivo al mondo e soprattutto senza che io faccia nulla nè per essere trattata male nè per difendermi.

Passa un’ora. Usciamo per andare a casa. Appena fuori dalla porta del locale c’è questa ragazza con alcuni amici comuni, in pratica il club “Insulta Verba anche tu”. Lei mi viene incontro sorridendo, fatta come un caco, ed inzia a dirmi “oh ma che bel sorriso che begli occhi come sembri simpatica è proprio bella la tua ragazza sai TIZIO!”.
La superiamo camminando, io mi giro verso Tizio e gli faccio “guarda che la tua amica è completamente fuori di testa”.
E lui “Ma vaaaa, scema, ti stava prendendo per il culo per far ridere gli altri”.

Black out.
Me l’hanno tolta dalle mani mentre, credo, la stavo prendendo contemporaneamente a calci, pugni e ginocchiate.
Dico “credo” non a caso. Non mi ricordo niente se non di aver provato un desiderio infinito, furibondo, di farle del male, e di essermi girata a quelle parole e di essermi messa a correre verso di lei.
Il buio.
Il tutto può essere durato tra i 15 ed i 30 secondi, il tempo impiegato dal mio esterrefatto morosetto a raggiungermi e staccarmi di peso dall’oggetto del mio odio. Io non ricordo nulla. Tutto quello che so dell’episodio mi è stato raccontato.
Al punto tale che un decennio più tardi mi è capitato di sentirmi dire “ah cazzo ma allora eri tu?! Non l’avrei mai detto”.
No guarda, non l’avrei mai detto neanche io.

L’altro giorno ho visto il famoso video della “bulla” bionda che picchia la coetanea. L’ho trovato angosciante, insopportabile. Odioso nella lentezza con cui l’una si fa sotto, piano, interlocutoria inizialmente, e poi a botta sicura vedendo che l’altra è inerme. Insopportabile per le grida d’aiuto totalmente inascoltate. Doloroso. Vergognoso.
(Ancora peggiori ho trovato i commenti. Quelli degli adulti. Terribili. Puttana, stronza, ti ammazzo, ti uccido, ti vengo a cercare.
A cercarla andranno i carabinieri.)

Non ho intenzione di difendere nessuno: io sono contenta che ci sia stata una denuncia. E’ un respiro di sollievo pensare che qualcuno proverà a dare una giustizia a quella ragazzina a terra.

Ma c’è differenza tra me e quella bionda picchiatrice?

La differenza tra me e lei è che io sono stata trascinata via subito. Che quando ero ragazzina io, non c’erano i cellulari e questa mania di vivere attraverso uno schermo, di filtrare tutto come se non ci fosse niente di reale.
La differenza tra me e lei è che io ho sbroccato, non sono partita lenta come uno squalo che sente il sangue da lontano.
La differenza tra me e lei, dice una mia amica, è che “tu avevi le tue ragioni, tu sei impazzita per un motivo”.
No. E’ che io te le ho raccontate. Tu di me hai visto i cinque minuti, i dieci minuti, i quattro mesi prima.
Ma voi siete tutti così sicuri di riuscire a vederli, i motivi dietro agli sbrocchi degli altri?
Perché io, quasi sempre, no.

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