Estemporanea stupefatta: il malignettesimo.

Ho sempre pensato che la maggior parte delle persone “cattive”, le persone malignette, che hanno sempre una mala parola per tutti, che si gonfiano di invidia, che non riconoscono meriti e pregi neppure dei propri figli, sia così semplicemente perché infelice. Tanti anni fa ho letto un racconto, online, che parlava di una gelataia cattivissima che tutto il giorno pensa cose tremende di chi va a comprare il gelato, e sogna “cose belle per sè, e brutte per tutti gli altri”.

Mi devo ricredere. Ho scoperto che ci sono persone maligne, cattive senza ritegno e senza rimorso, per cui la conditio sine qua non della felicità è proprio che arrivi accompagnata dall’infelicità altrui.
VAE VICTIS! Non basta aver vinto, bisogna che il rivale muoia.
Il problema è quando il rivale non sa di esserlo: la nuova fidanzata di un ex, la moglie di quello che si farebbero loro, la collega della scrivania accanto, la vicina che ha un frullatore a quattro velocità mentre il loro ne ha tre soltanto.

Così si comprano un frullatore che ha cinque velocità e fa pure il caffè. Ma sono contente? No. Saranno contente quando si romperà il frullatore della vicina. Quando la moglie di quello lì ingrasserà o si presenterà ad una cena con 12 cm di ricrescita e le occhiaie. Quando la fidanzata numero due mollerà l’ex. Quando quando quando: quando tutti intorno a loro saranno infelici.
Perchè la tua felicità toglie qualcosa a me, anche quando sono felice pure io.
Cosa?
Boh.
Qualcosa.

Come si chiama questa patologia? Essere stupidi?

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io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.

Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.

[clienti surreali] Sette tipi di clienti per sette giorni di ordinaria follia

1. L’avventista del Settimo Giorno.
IL MONDO STA FINENDO! IL TEMPO E’ SCADUTO! QUESTA COSA DEVE ESSERE FATTA TRA VENTIDUE SECONDI, ALTRIMENTI LE PORTE DEL PARADISO CI SARANNO PRECLUSE PER SEMPRE! PENTITEVI!
Non fai in tempo a rispondere “tal dei tali buongiorno” al telefono, che parte la tachicardia. Lui non parla, lui si scapicolla mangiandosi le parole. Tutto è improrogabile, urgentissimo, indispensabile. L’atteggiamento è quello di uno con un cagotto fulminante che ha scoperto di aver finito la carta igienica, lo scottex ed i tovagliolini di carta. Contemporaneamente.
Non riesci neanche a promettere che farai subito: ha già riattaccato.
Tu fai e mandi.
Ricevi immediatamente risposta. AUTOMATICA: “SONO IN FERIE FINO AL TRENTA DEL MESE”.

2. Il Grillino
Questo di solito non è “il cliente”. Questo è un dipendente del cliente. Quasi completamente analfabeta, chiama e chiede immediatamente CON CHI STA PARLANDO, anche se glielo hai appena detto, rifiuta di dire chi è, rifiuta di dire per chi lavora, rifiuta di dire per cosa chiama, e chiede con insistenza di parlare con la persona X. Alla risposta che il numero di cellulare dei collaboratori non sei autorizzata a darlo così, a caso, “ma se mi lascia un recapito la faccio contattare al più presto”, si indigna e riattacca.

3. Il Fiume in Piena
Il Grillino alla quarta telefonata, quando decide, al ventesimo insulto che incassi senza battere ciglio, che può fidarsi di te. A quel punto, invece di darti un recapito e mettersi il cuore in pace, ti racconta la storia della sua vita, della sua famiglia, del suo gatto e dei suoi vicini di casa, finché stremata gli dai quel cazzo di numero di cellulare perché scusami, collaboratore, ma mors tua, vita mea.

4. Ipercoop, Buongiorno.
Cliente facente parte solitamente di Grossa Azienda Prestigiosa, che si sente splendere di luce riflessa, un poco come l’amica cessa che in un gruppetto di strafighe se la tira pure lei perché sì.
Questo cliente chiama, presentandosi per filo e per segno, chiedendo di parlare (ovviamente: con urgenza) col collaboratore tale per un problema di cui “preferirebbe parlare solo all’interessato”. Nella tua testa passano feriti, morti, denunce a vario titolo, ispezioni di qualunque ente preposto, concorrenti agguerriti che portano listini a metà prezzo.
No. In genere vuole qualcosa di assolutamente extra, che non riguarda né la sua azienda né il suo lavoro, lo vuole subito, lo vuole gratis. Mi è capitato uno che voleva una prescrizione per un medicinale per il figlio, perché “il pediatra è in ferie”, ed abbia cercato di averlo tramite uno dei miei medici, che ERA IN FERIE ANCHE LUI. Noblesse Oblige.

5. Il macigno di Sisifo
Questo ti frega sempre perché pare normale. PARE.
A lui serve la cosa x.
Tu gliela mandi.
Fine.
No.
Una settimana dopo, lui ti richiama. Gli serve la cosa X. Tu controlli, ti sembrava proprio di avergliela mandata…. Confermi. Lui “non la trova”. Rimandi. Ti richiama. C’è un errore. Correggi. Rimandi. Due giorni dopo lui richiama. Gli serve la cosa X. Tu gli dici che l’hai mandata l’altro ieri. A lui “non è arrivata”. Tu vedi l’avviso di lettura. Taci. Rimandi. Richiama. La terza riga di pagina otto non gli sta bene. Sarebbe meglio corretta. Correggi. Rimandi. RICHIAMA DOPO TRE GIORNI, GLI SERVE LA COSA X, a te sanguina il naso, non ribatti neanche più, rispedisci, bestemmi il Signore, ti penti di aver bestemmiato, compare l’avviso di lettura, sospiri.
Il giorno dopo il tuo collaboratore va in azienda, qualcosa non funziona, chiede perché non fate riferimento alla famosa cosa X, il cliente lo guarda e gli dice “L’HO CHIESTA GIA’ DUE SETTIMANE FA, MA VERBA NON ME L’HA MAI MANDATA”

6. Il macigno di Sisifo, sopra il pero.
Esattamente come sopra, solo che Questo Cliente, in particolare, chiama anche incazzato, dopo che il tuo collaboratore è andato via, e ti dice “Ma perché non mi hai mandato quel documento?”. Tu rispondi: l’ho mandato la prima volta in data tale, la seconda volta in data tal’altra e la terza volta in data altra-ancora. E lui insiste: “Ma io non ho ricevuto l’ultima copia!”. A quel punto a te tocca dire “Io veramente ho un avviso di lettura in quella data”.
Il Cliente afferra baldanzoso un ramo del pero e si cala a terra esclamando “MAGARI L’HO APERTA MA MICA VUOL DIRE CHE L’HO LETTA”.

7. Dexter
Lui è tutto in uno. La cosa che mi fa ammattire di questo cliente in particolare, oltre al fatto che sia COMPLETAMENTE PAZZO, alienato, incapace della minima interazione educata da esseri umani, è che lui ha sempre ragione. Se qualcosa non va, è colpa tua. Non ha nessuna importanza che tu abbia fatto tutto quello che lui ha chiesto ed anche di più, e che già quello che lui ha chiesto esulasse completamente dal contratto. Protesterà riguardo ai tempi (immediati). Alla forma (normata passo per passo). Ai costi (invariati da dieci anni). Al tempo (io non sono mica il governo!). L’ultima, solo in ordine di tempo: io non ho tempo di leggere la relazione che mi avete mandato (obbligatoria per legge… per me produrla, per lui leggerla…), fammi un estratto e SPIEGAMI L’ESTRATTO VIA MAIL. In pratica: fammi un riassunto e poi il bignami del riassunto.
Ok. Gli mando una mail con allegato il riassunto, e spiegato in due righe il bignami.
Mi chiama due giorni dopo.
– Il riassunto è troppo lungo, voglio il riassunto del riassunto.
– era nel corpo della mail
– ah era nella mail?
– Eh sì
– Ah ma io le tue mail non le leggo mica sai….ho preso il file e poi l’ho cancellata.

A me, personalmente, Buddha mi fa una pippa.

piccoli consigli di sopravvivenza per ciclisti.

Caro ciclista,
sì, tu con la tutina rosa tutta ciucciata che parli solo di chilometri e pendenze con altri invasati come te, ma anche tu, simpatico concittadino di età compresa tra gli otto e gli ottanta anni, che usi due ruote a pedali per i tuoi spostamenti, io avrei con tutto il cuore delle cose da dirti e degli accorgimenti da consigliarti:

1. L’amministrazione ha speso soldi per le piste ciclabili. Perchè la civiltà, non inquinare, massa critica, l’aria pulita, le domeniche ecologiche e qui una volta era tutta campagna e pensi all’Olanda signora mia. Benissimo: U S A L E, cazzo. Dove ci sono, usale. Il marciapiede, salvo dove appositamente segnalato, non è una pista ciclabile. E’ inutile che arrivi scampanellando a più non posso per far spostare me, gli scolari e la vecchietta col cane. Noi abbiamo diritto di stare sul
marciapiede, sì, anche il cane: tu NO.

2. Ugualmente la strada, se hai la pista ciclabile a lato, è meglio se la lasci stare. Sai perchè? Perchè è più stretta! E sai perchè è più stretta? PERCHE’ A DESTRA C’E’ LA PISTA CICLABILE, INDOVINA UN PO’! E noialtri con l’auto stiamo tutti dietro di te che te la pedali beato perchè la strada e’ stretta e non si può sorpassarti senza rischiare di metterti sotto. Che stranezza, eh?

3. Contromano è contromano anche in bicicletta. Sì, giuro. Per cui se arrivi tutto lanciato da destra ad uno svincolo, e la macchina ti arrota, lamentati con te stesso. “Ma come, non mi ha visto???” NO CHE NON TI HO VISTO, STO USCENDO DA UNO SVINCOLO, GUARDO A SINISTRA! “Ma se attraversa un pedone???” Ma il pedone lo vedo, non fa i cinquanta all’ora in discesa il pedone! “Ma la bicicletta non inquina e la Yaris sì!” NON C’ENTRA UN CAZZO, CONTROMANO E’ UN CONCETTO CHE VALE ANCHE PER TE!

4. La stessa cosa vale per quando SUPERI, a destra. Sì non ho la pretesa che i ciclisti superino a sinistra in coda rischiando la pelle, ma per carità presta attenzione, perchè a destra tra te, i motorini ed il perenne idiota con lo scooterone – dio li maledica – che fa lo slalom che manco tomba come se avesse un Ciao del 1982 e non quella specie di capanno per attrezzi su ruote, può essere che uno, poraccio, non abbia gli occhi nè sulle tempie nè sulla nuca: non vi si vede proprio. E prima che ti incazzi, a rigor di logica TU non dovresti essere là.

5. Usare il cellulare non si può neanche in bicicletta. Che poi sbandi, non guardi, non vedi, non senti, vai come il bruco zig zag… e splat!
E’ un attimo.

6. Occupare la strada in 18 tutti insieme felici e fare i dito a chi suona: a tuo rischio e pericolo. Perchè viene il giorno che qualcuno sbrocca, e quel giorno quello su una roba che pesa 6 kg contro quello su una roba che pesa almeno una tonnellata sei tu. E 6 per 18 comunque non fa una tonnellata.
Sì, anche la Yaris pesa una tonnellata, pensa che strano.

7. Io e le segnalazioni di direzione, mi sposto a centro strada, giro a sinistra, giro a destra: un corso pratico. La bici non ha le frecce, e’ per quello che si segnala a mano. Ma ti svelo un segreto: se il momento in cui metti il braccino a sinistra è anche quello in cui SCARTI A SINISTRA, io ti arroto. Volente o nolente, ti arroto. Perchè mi ti butti sotto l’auto e nemmeno a 30 all’ora riesco ad evitarti. GUARDA DIETRO CAZZO.
Eh la bici non ha gli specchietti retrovisori.
EH MA LA MACCHINA NON HA LA SFERA DI CRISTALLO!!!

8. Vale anche quando superi. Io sono lenta e prudente e se vedo un ciclista che davanti ha un altro ciclista che va più piano, mi faccio i conti di traiettoria che nemmeno Automan. Ma sono stanca di rischiare i frontali con quelli che vengono nell’altro senso perchè tu non tieni alla pelle: io alla mia ci tengo. Un po’ tengo anche alla tua.

9. Mi diceva Neruda qui di giorno si suda…MA LA NOTTE NO! Controllati un attimo la lucina e quei simpatici catarifrangenti che dovresti avere dietro, perchè… vedi punto sette, punto cinque e punto quattro. E’ buio e tu sei visibile come un insetto stecco nella savana. Sembra di essere in un film di Dario Argento: attento, un ciclista! amore guarda bene nel buio! eccone un altro! aiuto, è sbucato un terzo dal cespuglio! ce n’è uno in mezzo al viale!

10. “Qui una volta era tutta campagna”. Caro vecchietto che usi la bici perchè negli anni cinquanta hai venduto il somaro: benvenuto nel 2012. Quando hai imparato ad usarla, c’era una macchina ogni 100 famiglie. Oggi 100 famiglie fanno 300 automobili: non puoi andare in giro come allora, non puoi andare in tangenziale in bicicletta, non puoi andare sulla linea di mezzeria della provinciale gonfio di vino come un otre bestemmiando in dialetto stretto a quelli che ti suonano, o pretendere che il TIR ti stia dietro perchè “questo xè el me paese casso e xè 50 ani che vago in bici”.
Per te valgono tutti i punti di questo decalogo, tranne il cinque: io lo so che non hai un cellulare.

Estemporanea, 8 di enne: mala gente.

Certo che la vita è una parodia di Pietre (http://www.youtube.com/watch?v=Kg5k6obenN8).

Solo che più o meno il ritornello dovrebbe fare: se sei una persona schifosa, non ti succede niente, se sei un bravo cristo, ti tirano le sfighe.
Lo so che c’è gente orribile, arida, crudele, prepotente, violenta, manipolatrice ed arrogante. Lo so che ci devi fare pace, non possiamo sterminarli tutti.

Quello che vorrei capire è perchè piove sempre sul bagnato: ci sono delle persone di valore e coraggiose che ogni volta che riescono a mettere un poco la testa fuori dalla melma, la melma riguadagna 20 cm. Le ascolti e pensi “cazzo, ma come fa? io non so se ce la farei”. Penso alla mia amica Candida, bella come il sole, dolcissima, in gamba, intelligente, alla tremenda malattia che le ha portato via il padre, al figlio di straputtana che aveva come moroso. Penso al nostro amico Sportivo, di un calore umano unico, gentile, tenace, ed al suo anno di lutti ed abbandoni. Penso ad altre persone che conosco o che leggo e mi sento male perchè invece la mala gente, quelli brutti d’animo, quelli che io voglio e tu crepa, quelli che prima ti distruggono di dolore e poi te lo rinfacciano come fosse colpa tua, beh quelli al massimo un raffreddore.

Ci sono persone che non piangono più. Ci sono persone che non piangono mai, e se per caso hanno versato una lacrima era di autocommiserazione.

Uno dei motivi per cui ho smesso di fumare è che tanti anni fa una persona mi ha fatto del male (tecnicamente avrebbe potuto far peggio). Me lo sono tenuta dentro così a lungo che quando l’ho detto alla mia migliore amica, quella s’è sconvolta che abbia potuto tacere per quasi vent’anni. Comunque un giorno ho pensato che fumare accorcia la vita ed io invece voglio, DEVO, vivere più di quella persona lì. Che ovviamente ha una vita felice ed un sacco di soldi e privilegi quindi capiamoci, si parla di tenere botta un bel po’.

Perchè io, lurida carogna, DEVO venire a ballare sulla tua tomba.

Anzi, ora che ci penso, per farlo meglio mi iscrivo pure ad un corso di tip tap.

(Agli altri auguro una rapidissima inversione del karma: cazzo dovete impazzire di sfiga, tutti/e.)