Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

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Mamma, le MAMME! (cronaca di tre giorni da zia)

Questi ultimi giorni abbiamo avuto un piccolo ospite a casa.
Chiunque mi conosca a questo punto dirà:
“LO SAPEVO, AVETE PRESO IL TERZO GATTO”.
Invece no.
No, neanche un cane.

Il piccolo ospite è il nipote cinquenne del Tecnologico. Il piccolo ospite era qui da solo, con la sua microborsa da toilette, i suoi micropantaloni, le sue micromagliette, il suo microcappellino e la sua MACROMEGAULTRAENERGIA VITALE.

Per capirci, questo ospitino è talmente buono che i suoi genitori possono permettersi di lasciarlo quattro giorni con noi, che figli non ne abbiamo, di bambini non ne sappiamo assolutamente nulla e che siamo anche discretamente cretini di nostro, ed aspettarsi al ritorno non solo di trovare vivo ed in buona salute LUI, ma pure gli adulti ospitanti.

Mangia, è sorridente, carino, gentile, piglia i no per no, non fa capricci, è coccolone, gioca con tutto e va d’accordo coi gatti. Solo la siglia di FiorellinoGiramondo in loop per 72 ore ha un poco provato i nostri nervi, ma sono dettagli.
(Il pallone ha provato i nervi dei gatti, ma son dettagli anche questi)

Insomma è il tipo di bambino che quando lo porti fuori dopo un poco le mamme altrui iniziano a guardarti brutto, o triste, con la faccia da bassethound e il lampeggiante “ma-io-dove-sbaglio” sulla testa, ed a me questa cosa scatena un’enorme voglia di scusarmi, di dire “sì è vero c’ho le zeppe le unghie pittate e la faccia di una che di notte dorme, infatti sono LA ZIA”.
Comunque per la prima volta in vita mia ho avuto un assaggio di comunità mammesca da parchetto, e devo confessare che ne sono uscita veramente terrorizzata.
A me, le mamme, fanno paura. Sarà l’inesperienza.

Intanto, i bambini urlano. Quasi tutti. Le loro mamme di più. Io per lavoro ogni tanto me la cammino in aziende dove per lavorare hai l’obbligo di protezione auricolare, e sono pronta a giurare che i parchetti, le piscine, le vasche con la sabbia ed i famigerati “gonfiabili” hanno intorno un volume di decibel che in confronto il reparto molatura degli acciai speciali è il monte Athos.
Poi, la conversazione che nasce spontanea mentre i bimbi giocano: UN FOTTUTO CAMPO MINATO! Le mamme, quasi tutte, si stanno lamentando. Il bambino non mangia, non beve, non dorme, picchia i fratellini, non ascolta, è stitico, è capriccioso, insomma il generico, quello che ognuno di noi ha sentito mille volte per direttissima dalla mamma propria. Solo che poi le mamme non vogliono una risposta, no! le mamme vogliono essere assecondate, ed è tipo un gioco a scacchi che tu, non mamma, non sei proprio in grado di giocare.
Sono carinissime, partono veramente innocue, dolci: “Scusi sa se Armandino sta cercando di cavare un occhio al suo bambino, è nella fase della violenza abbestia e dei capricci ululanti”.
Tu, come nei libro-games, hai due scelte:
1) “ah sì vedo vabbè al giorno d’oggi occhio più, occhio meno, si figuri”.
2) “beh se prova a richiamare un attimo L’Armandino Furioso io mi sincero che MIO NIPOTE sia ancora tutto intero”.

Se rispondi la 1, oltre a venir fulminata sul posto ti cucchi il riassunto di tutti i libri di Tata Lucia in cui si spiega che il bambino che mena è IL MALE IN TERRA.
Io capisco che nessuno voglia essere il genitore del “bambino che mena”, ma sono anche sicura sia ancora peggio essere il genitore di quello che le piglia sempre.
Parola di ex bambina che le pigliava sempre.

Se rispondi la 2, SCIAGURA A TE! Intanto mio figlio è buonissimo, ipergeneroso pacioccone amoooore di mamma, la sua è solo una fase, poi suo nipote ha provocato mio figlio scegliendo un secchiello più bello del suo, eppoi SE LEI NON E’ UNA MADRE NON PUO’ PERMETTERSI DI PARLARE.
(eccheccazzo, ma che è in fase istericoaggressivaferoce mica l’ho detto io!)

Io, per l’appunto, non sono una madre. Però sono mezza sarda: sono piccola, sono riccia, sono scura, e se mi girano le balle ti meno.
Io, in questo preciso momento, non c’ho obblighi educativi di sorta. Non devo dare nessun buon esempio per la vita. Quindi io, adesso, prendo il secchiello incriminato e te lo calco in testa, poi scosto Armandino dalla schiena di mio nipote, tappo le orecchie al nipote suddetto e me ne vado imprecando ad alta voce volgarità che Armandino imparerà al volo e riproporrà ad ora di cena. Ecco.

No, la risposta giusta è quella che io, da “nonmamma”, non posso dare: perchè non la so!

In compenso di “risposte giuste” posso ascoltarne un sacco ed una sporta.
Prova a dire che ieri il pargolo ha voluto pasta al sugo (e che ti risulta che il 70% della sua dieta sia pasta al sugo in questo momento) e non sai cosa dargli a cena.
Provate. Io vi sfido ad andare ad un parchetto alle cinque di pomeriggio e dire:
“Ieri ho fatto la pastasciutta ed oggi non so cosa preparare per cena a MIO NIPOTE”.
Il 10% partirà in quarta con “IO MIO FIGLIO NON LO LASCEREI CERTO A DEGLI ZII INESPERTI”.
Sì, sono dei genitori impavidi, sono d’accordo…ma la cena?
Un 20% scoppierà a piangere e ti confesserà che il loro, di figlio, MAMMAGARI la pasta al sugo. Preghiere suppliche disperazione, e alla fine accetterà di ingurgitare mezzo kinder pinguì guardando cartoonito.
Sì, ok, a me dispiace, ma…la cena?
Il restante si accapiglierà sulle ricette serali migliori per dormire bene, fare la cacca, rispettare l’ecosistema.
Ecco la cena.

Mentre loro litigano, tu dileguati.

Insomma ieri alla fine di una giornata di piscina, scivoli d’acqua, altra piscina, ancora scivoli, mangiare panino, schifare melone, no-il-bagno-ora-no, gonfiabili, sabbia, altri gonfiabili, zia giochiamo che tu eri questo e io ero quello, zia posso avere un ghiacciolo (per altro qualcuno mi spiega perchè immediatamente, alla comparsa di un bambino, gli uomini fanno quadrato e tu ti trovi istantaneamente relegata nel gruppo femmine, MENTRE PURE IL TUO AMICO STORICO INIZIA A FAR COPPIA CON TUO MOROSO?), zia vado sullo scivolo dei grandi con lo zio, zia guarda, zia vieni, zia sali, zia fatti i cazzi tuoi che sono grande e so nuotare (altezza acqua: 50 cm), ho pronunciato per la prima volta in vita mia la frase mantra di tutte le estati:
“Esci dieci minuti dall’acqua che hai le manine a grinze”.
E stupefatta come di fronte al derby dello 0-6, ho visto questo bambino santo, santo, santo, pigliare, uscire dalla piscina e venire a farsi asciugare senza dire nè no nè bò, col sorriso e gli occhioni felici.
Questo bambino bellissimo, che mi chiama “Sia” con la esse al posto della zeta, che la sera mi si arrampica tra le braccia e mi chiede di raccontargli la storia di come ho conosciuto “lo Sio”.
E mentre questo bambino piccolo e nero com’ero io alla sua età si strofinava contro l’asciugamano, ho sentito distintamente la sciura davanti a me, sfinita dal tentativo di recuperarsi la pargolanza dall’acqua, mandarmi telepaticamente la parola:
“Stronza”.

Ed ho saputo, veramente saputo, di meritarmela.
A me col cazzo che verrebbe così buono, un figlio.

un san remo di 15 anni fa e l’amore faticoso

Io non ho mai, mai in vita mia da che possa ricordare, guardato San Remo. Mi annoia troppo, non riesco a vederlo. Alla prima sbadiglio. Alla seconda canzone inizio a provare fastidio. Alla terza canzone mi agito in poltrona come un cane con le pulci. Alla quinta… boh non lo so, non c’è mai stata una quinta canzone di San Remo che io abbia visto in diretta.
Solo una volta, ricordo di aver guardato una finale, avevano vinto gli Aereoplani qualcosa, gli Italiani qualcos’altro, può essere? Comunque era tardi, non ero a casa mia, ma sul divano di un mio ex e lui si era addormentato con la testa sulle mie gambe e non volevo svegliarlo. Al telecomando non arrivavo e sono rimasta così, immobilizzata nel tentativo di “tesorizzare il momento”, chè lo sentivo il tempo agli sgoccioli ed in effetti quella fu l’ultima sera insieme, e punita in questo mio indulgere, in questa mia insistenza, con un’intera serata di brutture da squadrare con occhio vitreo.

Quella storia fu bellissima e molto, molto infelice. Molto infelice, forse la più infelice di tutte, perchè era quella che andò velocemente in pezzi – per non dire in merda, ma via, dai perchè non dirlo? – nonostante il potenziale non facesse presagire un destino da sacchetto dell’umido.
Col mio triste fardello di rifiuti da compostare iniziai la famosa relazione opposta: dicesi relazione opposta quella che inizia solo perchè incontri L’OPPOSTO di quello con cui stavi prima. Potenziale della relazione: nullo. Sentimento: acqua di fonte con alcuni picchi tendenti al vagamente tiepido. Serenità relazionale: tantissima. Termine della storia: abbastanza rapido, sicuramente civile, sfociato in tranquilla amicizia decennale.

E quindi?
E quindi grande amore tormentato no, grande nulla serenissimo neanche, gira che ti rigira incontro quello che poi è diventato il MetempEx: ka-boom.
Ora, non è che non ci fossero i sentimenti giusti o che ci fossero problemi oggettivi ESTERNI. Alle volte stai con qualcuno con cui semplicemente stai di merda. Puoi anche essere innamoratissimo, ma tu dici A e l’altro dice B, a te piace il caffè l’altro beve solo the, a te piace ballare all’altro avvitarsi col culo al divano ed ammuffire, tu pensi che gli gnocchi siano cibo degli dei e la tua metà se vede delle patate urla di sofferenza: applica questo schema ad ogni possibile argomento e gesto quotidiano e cosa ottieni?
Due che si lasciano dopo mezzora.

INVECE NO!
INVECE, DANNAZIONE, NO.

Perchè mentre tu rantoli e sudi ad ogni minimo gradino della relazione, ad ogni parola che trattieni ad ogni problema che si crea dal niente e pensi “oh, vabbè ma chi me lo fa fare? Sì ci amiamo ma cristo è un’agonia, basta dai” arrivano LORO, i tuoi amici, o zii, o nonni, o genitori, o guru delle rubriche “Lettere dei Lettori”, LORO, I FOTTUTISSIMI TEORICI DE “L’amore vero è SUDORE E SACRIFICIO”.
Che uno dice ma allora coltivare un campo di barbabietole che cos’è?
Bazzecole, ti rispondono loro.
L’amore vero è faticoso, blablabla. E’ tirare la carretta cambiare adattarsi lottare combattere soffrire piangere discutere e dopo la piacevole discesa primaverile della fase “innamoramento” c’è l’ardua salita del quotidiano, che tu piccola donna inerme, non potendo doparti come un ciclista qualunque, affronterai armata di volontà, volontà, tutta la tua volontà.

Oh, io ci ho creduto. Te lo dicono tutti o quasi. A me lo hanno detto tutti, o quasi: l’amore è questa cosa qui, che è difficile, che ha angoli acuminatissimi dove tu hai punti deboli, questa cosa qui piena di rospi da ingoiare col sorriso, questa cosa cui per cui ti devi limitare, è normale limitarsi, per cui ti devi trattenere, è normale trattenersi, per cui devi studiare compromessi ed adattarti adattarti adattarti e smettere di chiederti se sei felice perchè certo che sei felice, HAI L’AMORE.
Anche se l’amore è un grosso gatto nero appeso al cuore, ti fa male dappertutto e dopo un poco non sai più chi sei. Ed hai dimenticato chi eri.

Poi un giorno mi sono svegliata e mi sono permessa di chiedermi se ero felice.
E la risposta è stata “no, sono triste come una merda. e stanca. e spaventata.”
MA HAI L’AMORE HAI L’AMORE HAI L’AMORE CHE E’ FATICA E CHE E’ SACRIFICIO.
No cazzo ho solo la fatica e il sacrificio.
MA LA FATICA E IL SACRIFICIO SONO AMORE, SONO AMORE, SONO AMORE.
No cazzo l’amore è amore.
MA LA FATICA E IL COMPROMESSO E LA BELLEZZA DELL’ADATTAR…

MA VAFFANCULO, NO.

Da allora sono cambiate tante cose. Ho una storia d’amore. Dura da anni, come quella prima, e vive di quotidiano, molto più di quella prima.
E sono felice e sono me stessa e rido tantissimo.
E in mezzo c’è stata la crisi economica, e angoscia, e paura, e malattie brutte e bruttissime, torna in italia c’è mamma in ospedale, e forse la ditta non sopravvive, e il rogito il giorno stesso di una diagnosi di tumore ad uno dei nostri genitori, e trasloca, e il gatto ammalato, e due stipendi per pagare il veterinario, e inteventi riusciti, e sollievo, e altra paura, e ingrassare, e la dieta, e gli amici che rimangono in altra città, e gli amici che vanno a vivere dall’altra parte del mondo, e la cena di ogni giorno, ogni giorno, e le notti di ogni giorno, ogni notte, che forse a pensarci bene è la prova più dura.
Rido tantissimo ed ogni tanto in questi sei anni ho pianto.
Ed ho fatto una fatica boia e sono tornata a casa furibonda e ho cucinato senza averne voglia e mi sono alzata avendo ancora sonno e tante volte ho detto “lascia stare, faccio io”.
Ma tante altre volte è stato detto a me.

L’amore non è fatica, non è sacrificio, non è trattenersi adattarsi e non è SOLO E SEMPRE compromesso. L’amore è leggero, è bello, è facile come l’acqua, è quella cosa che ti sgrava dal carico immane del campare da persona normale. L’amore è quella persona che la sera, a casa, anche se è in tuta e di cattivo umore e vuole mangiare qualcosa che a te non piace, te la guardi di sottecchi e la giornata fa meno schifo di prima.
Vivere è faticoso è compromesso è sacrificio e richiede nervi saldi. L’amore è quello che ti aiuta a guardare la vita con fiducia ugualmente. Non ti serve VOLONTA’ per amare. Se ti serve, è la differenza tra la modella da copertina e la quarantenne che vive di jogurt per rimanere magra: una brutta copia.

Per cui smettete di calunniare l’amore, voi teorici de “l’amore vero fa male al culo ed anche al cuore”.
Uscite dalle vostre migliaia di storie stanche e svuotate ed insensate, oppure restateci dentro, ma smettere di consigliare agli altri che rimanere infelici e miserabili sia l’unica strada al mondo per tenersi stretta una relazione.

Smettete di calunniare l’amore perchè non è vero che se fa bene deve per forza avere un sapore schifoso: l’amore vero è amore, non ha una prescrizione non ha controindicazioni e soprattutto non è una medicina.
Smettete di calunniare l’amore, perchè altrimenti, cazzo, vi vengo a prendere.

del colore del grano.

Quando stai insieme a qualcuno, dopo un poco di tempo in automatico inizi a memorizzare i suoi orari e le sue abitudini, e l’altro i tuoi. In linea di massima si inizia col sapere cose come a che ora si alza, in che orari lavora, quando non chiamare assolutamente perchè fa la pennica (gioca l’Inter), quando è troppo tardi per la buonanotte perchè sta sicuramente già dormendo. Poi ci si evolve nel sapere tipo che è allergico alle pesche, lui si abitua alla frase “non correre che ho i tacchi” oppure “non fumare in macchina” o a bloccarsi davanti alle vetrine di tezenis come un bracco in punta se non vuole perderti nel marasma del sabato pomeriggio. Diventa sapere che odia la zucca (addio, risottino autunnale amatissimo), che non devi farlo parlare di politica coi tuoi, che per tenersi sveglio in macchina ascolterà i Pantera, e lui per contro ti farà il risotto con le pere ed il taleggio perchè la zucca no, si guarderà bene dal nominare Bertinotti a casa dei tuoi, metterà i Pantera a tutto volume pregustando il momento in cui tu sussurrerai che è comprovato che i Pantera provochino secchezza vaginale.

Sono tutte cose piccole che pian piano arrivano in automatico, di aggiustamento in aggiustamento, di scoperta in scoperta, di parola in parola. Inizi a spuntare nomi come giovanna, elisa e francesca da quelli papabili per presunte future figlie perchè sono le sue ex, i pomodori spariscono dal tuo frigo perchè la gastrite non perdona, il mercoledì lui dice vaffanculo al cinemino perchè c’è la champions e tu non ti schiodi dal divano, il tutto senza doverlo ripetere ogni giorno.

Diventa talmente parte del quotidiano che poi, se vi lasciate, sono quelle che cose che ti fanno più male: la telefonata delle sette di mattina, che c’hai ancora
gli occhi gonfi di sonno ed a momenti la fai in automatico senza accorgerti. Adesso sarà sveglio, adesso sarà in macchina, adesso al lavoro. Sono le 19 chissà dove fa aperitivo. Passa quella canzone alla radio. Non compri i pomodori nemmeno se sei sola perchè oramai non ti viene più, e quando torni a casa col sacchetto del Super ti senti imbecille. Ti accendi una sigaretta in macchina e ti mostri il medio allo specchietto. Esci senza rossetto per far dispetto a qualcuno che manco ti
vede. A me è capitato di urlare alla tele “dannazione, non mi ruberai anche il Milan”.

Io non ne sapevo tanto di storie lunghe. Fino ai venticinque la mia frase mantra era “ma anche no”. Uscire sì, divertirsi sì, trombare sì, fidanzarsi anche no, paranoie anche no, innamorarsi anche sì ma raramente coincidevano i sentimenti. Quindi toh, sei mesi, un anno massimo, ma proprio massimo, e spesso un anno affollato. Di altri.
Poi è arrivato il Metempsicotico e lì mi si è aperto un mondo.

Mi ricordo un giorno che eravamo all’estero nel museo dedicato ad uno dei miei pittori preferiti, e lui passando da una sala all’altra ha riso ed ha detto “Toh qui inizia a non piacerti più”. Ed aveva ragione, ed ho pensato cazzo è la prima volta in vita mia che qualcuno mi conosce così bene da sapere perfino in che punto preciso smetto di amare picasso. Ti pare? Sembra impossibile. Deve essere amore.
E mi ricordo anche un giorno, quando già la storia stava tendendo al marrone, che m’ha chiamata mentre ero fuori a cena ed ha indovinato cosa stavamo mangiando sia io che la mia amica, e lei m’ha detto “ma come fai a lasciare un uomo che sa perfino i gusti delle tue amiche” ed io mi sono letteralmente sentita soffocare.
Sembrava amore, ma forse era mania di controllo.

Una volta ho letto in un libro di aforismi la frase “Un marito è qualcuno che sai sempre dov’è.”
Adesso che convivo mi sembra così stupida ‘sta frase, io il Tecnologico non so mai dov’è, fa il commerciale! Ma ne capisco il senso, mi alzo la mattina sapendo se avrà freddo o no, capisco di che umore è da un sopracciglio, so che avrà già steso le lenzuola, ma avrà scordato le crocchette dei gatti, so quali videogiochi rovineranno la mia vita sessuale per una settimana e che non importa se lascio casino nella doccia perchè lui mi sturerà lo scarico invaso da capelli senza che
io nemmeno lo veda. Adesso che convivo non so se durerà per sempre o se finiremo un giorno a lanciarci i piatti e spezzarci il cuore, ma penso di poter dire con certezza che per me, per l’eternità, ci sono delle cose che saranno LUI e che non riuscirò mai più a scindere da lui, un poco come diceva la volpe del Piccolo Principe.

Il mio “colore del grano”:
1. Gli orrendi Pantera (gente che rutta a perdifiato facendo rotolare pentole giù dalle scale – cit.)
2. La nostra canzone, di un gruppo che ha scritto solo quella prima di cadere nell’oblio com’è giusto che sia.
3. Mass Effect 3
4. Cinque piani di scale.
5. Chiamare amichevolmente “Zola” il gorgonzola. Per me Zola era quello che ha scritto “J’accuse!”.
6. Il Pulp, che non esiste neanche più.
7. Empty cantata sotto la doccia, che manco un gatto in amore.
8. Armi. Da fuoco, da taglio, ipermoderne, antiche, pallosissime armi, storia delle armi, funzionamento delle armi, meccanica delle armi, posso farti vedere un video di armi, oh guarda, delle armi.
9. Essere aguzzi invece che acuti.
10. Le lasagne. Di sua madre.

Se qualcuno passa di qui ed ha voglia, mi piacerebbe leggere i vostri:)

normal people scare me [cit.]

[totalmente ispirato da un post di mellie]

Mi fanno paura gli avidi in anticipo: quelli che quando hanno 3 sigarette ti scroccano una sigaretta perchè loro hanno solo 3 sigarette: anche se tu ne hai due.
Mi fanno paura gli ayurvedici, quelli che citano osho ogni trenta secondi, che credono ai guru, ai santoni, che curano la polmonite con l’infuso di ghianda rupestre del monte Cippiriculo, che “ti penserò alle dieci di mattina e mi concentrerò sul tuo chakra per aiutarti a convogliare le energie”. Da 10 km di distanza.
Mi fanno paura i vincenti perenni, migliori a scuola poi nello sport poi negli hobbies e puntualmente nel lavoro, l’amore a gonfie vele grazie, non sono a mio agio accanto a chi non sa cosa vuol dire perdere, neanche per sbaglio neanche una volta nemmeno le chiavi di casa.
Mi fanno paura gli ottimisti anfetaminici, quelli che alla fine di ogni frase hanno 6 punti esclamativi, quelli che vedrai!!! andrà alla grandissima!! sarà un successissimo!!
Io e la mia cautela ci sentiamo puntare tutto quell’entusiasmo dritto al culo.
Mi fanno paura gli eterni progettisti, quelli che domani diventano ricchi con un’idea geniale che ancora non ha mai avuto nessuno, quelli che il nuovo business, o il nuovo locale, o la nuova casa, o il nuovo figlio, o il nuovo qualunque cosa venga loro in mente, conosco gente che sono dieci anni che “domani al più tardi settimana prossima” deve aprire una pizzeria, sfido chiunque a resistere di fronte a dieci anni di “domani farò”.
Mi fanno paura i categorici, quelli della vita solo bianca o solo nera, quelli che “amore e dubbio mai scambiarono tra loro una parola”, quelli che se non lo mangiano loro non è edibile, se non l’hanno visto non esiste, se non l’hanno pensato è imbecille e se nemmeno l’hanno sognato come minimo è immorale.
Mi fanno paura gli affabulatori, quelli che parte dalle loro parole una tela di ragno sottile e provano a girartela intorno, che nemmeno quando ti dicono “ciao” è fine a se stesso, sono sempre lì parola dopo parola a tessere la loro rete di sillabe e mentre spingono questo botta e risposta io mi scopro sempre a chiedermi: ma verso cosa?
Mi fanno paura i fagocitatori, quelli che dopo 2 minuti che li conosci ti hanno invitato alla festa, al week end, alla pizza della domenica a casa loro, al battesimo del figlio al matrimonio del cugino a fare le vacanze estive nella loro casetta in montagna, quelli che dopo 3 minuti è tutto un plurale, andremo, faremo, verrete, ed al primo “no” piangeranno al telefono rinfacciandoti il tuo rifiuto a farti inghiottire.
Mi fanno paura i provocatori ad ogni costo, che le prime parole che ti diranno saranno cattive, polemiche e fuori luogo, e se tacerai ti guarderanno con compassione – ma ti vorranno bene, bestiolina – e se risponderai a tono ti rinfacceranno che loro “dicevano per dire, amano provocare”. Signori, ad azione corrisponde una reazione, chi non ha lo stomaco per la reazione si limiti ai convenevoli standard.
Mi fanno paura gli “IoConfesso”, che dopo dieci minuti che li conosci ti raccontano eventi traumatici angoscianti del loro passato e presente, tradimenti, lutti, stupri, violenze familiari, malattie croniche: non riesco a credere ad una sillaba. Non ci riesco proprio.
Mi fanno paura quelli amano gli animali più delle persone. E lo dico da gattara convinta. Quelli che spammano foto di cuccioli e richieste di aiuto di animali adottati da 6 anni. Quelli che hanno 30 citazioni al giorno per dire che il tuo pesce rosso ti darà, lui e lui soltanto, tutto quello che la gente non sarà mai in grado. Perchè alle volte incontri gente che ama gli animali solo perchè gli animali non hanno alternativa, gli tocca starti accanto.
Mi fanno paura quelli che non sopportano neanche un minuto di silenzio. Tanto da desiderare il pesce rosso lì sopra.

Mi hai fatto paura tu, quando mi hai raccontato sorridendo davanti al prosecchino che oramai sei così esperta del mestiere da aver riaccompagnato a casa una donna che piangeva per avere perso il figlio senza nemmeno guardarla, chiaccherando di ceretta e nuovi store della kiko con la collega.

Gli altri, per mia fortuna, mi stanno solo sul cazzo.

Mi manca un pezzo. Ma anche no!

Non sono gelosa.
Non sono gelosa del tutto, completamente, la gelosia è un’emozione che mi manca in toto, non so cosa sia, non so dove stia di casa, al punto da essere in certi casi insensibile di fronte ai punti dolenti altrui.
A casa mia navigano ex come fossero cugini. Se domani una ex del mio moroso dovesse presentarsi alla porta di casa, non belligerante, io le preparerei il pranzo senza battere ciglio.
Se fosse belligerante la picchierei, ovviamente, ma non perchè “sono gelosa”, bensì perchè ritengo il tentato furto di fidanzato una mancanza di rispetto, e – sì, sempre i geni sardi – la mancanza di rispetto va punita. La fedeltà per me non è una questione di natura: noi non nasciamo monogami. La monogamia per me è contro natura. Punto. La fedeltà è una questione di LEALTA’, la fedeltà è un patto che tu hai con l’altro, se ce l’hai, la fedeltà è una richiesta ESPLICITA, se deve esserci, e se la pretendi per te trovo logico che ti impegni pure a garantirla: non sarò gelosa, ma sono leale, per me è una cosa imprescindibile, importantissima, e tocca tutte le sfere della relazione, non semplicemente la mera “fedeltà” sessuale.

Il mio Tecnologico, che un po’ geloso lo è, ogni tanto si ferma nel raccontarmi certi aneddoti del suo passato, timoroso di ferirmi o che io li trovi sgradevoli da ascoltare.
A me, non so come altro dirlo, il racconto di un rapporto sessuale avuto in passato fa lo stesso effetto di quando mi racconta cosa ha mangiato per pranzo: non hai mica mangiato solo quello che cucino io, in vita tua.

Ci sono state altre persone, alcune sono state importanti, per alcune hai pianto, alcune le detesti, alcune ti hanno fatto male, ad altre l’hai fatto tu, a spanne con tutte queste persone c’è stato del sesso. Embè?
E’ la vita. Ci siamo conosciuti trentenni! Non fosse stato così saremmo due sociopatici. Vergini.
Mi si è incastrata la tastiera solo a scriverlo.

Provo le stesse cose per le fidanzate, mogli, compagne dei miei ex: niente. Non me ne frega niente. Se poi le conosco e si instaura un rapporto di qualunque genere, bene. Ma non riesco, proprio non riesco, non ce l’ho dentro di riuscire a comprendere che problema puoi avere con una ragazza che sta con uno con cui stavi tu. Non ce l’ho.

Il mio ex storico mi diceva spesso: ti manca un pezzo.
A me faceva male sentirmelo dire.
Ti manca un pezzo. Come dire: sei fatta male. Hanno saltato un passaggio.
“Le altre donne non fanno così”.
Così come? Perchè i miei migliori amici sono maschi? Ma sono gli stessi da venti anni! Non c’è mai stato neanche non dico un bacio, ma il PENSARE di baciarsi!
“Vedi? Non capisci! Ti manca un pezzo.”
“Ti chiamo 18 volte in una sera perchè se sei fuori senza di me a me manchi.”
Ma come faccio a mancarti, che mi hai vista 10 minuti fa? Cosa succede se per due ore mi lasci chiaccherare con la mia amica?
“Vedi? Non capisci perchè a te, manca un pezzo!!”
“Io non ti racconto delle mie ex perchè non voglio farti soffrire”
Ma per quale motivo dovrei soffrire? Non sono solo le tue ex, è la tua vita, a me interessa conoscere la tua vita.
“Beh io non sopporto che tu mi parli del passato.”

Sì ok la so: mi-manca-un-pezzo.
Sei anni così: ad ogni recriminazione sul mio vivere eccessivamente libero, la stilettata: beh certo che non capisci, sei disfunzionale.
Allora va bene, sono disfunzionale. Me lo scrivo anche in testa al blog.

E invece oggi no. Ci ho pensato molto, di recente. Ai miei meccanismi interni. Al mio passato. A come vivo.
Non è che non mi sia mai trovata nella situazione di volere qualcuno che non mi voleva. O volere qualcuno che non mi voleva più. O ancora volere qualcuno che mi “volicchiava”, il che è forse la peggiore di tutte perchè tutto sto up&down mi increspa i capelli e stimola la diuresi.
Ma se qualcuno mi “volicchia” e ci sono una, due, dieci altre donne della sua vita, il problema alla base non sono loro dieci, è che lui non è innamorato di me. E il mio meccanismo interno con queste persone funziona che se tu non mi vuoi, nemmeno io ti voglio. Perdo ogni slancio, ogni passione. Mi spengo.
Forse è per quello che non sono gelosa: io non funziono con l’amore univoco. Non riesco ad amare non ricambiata. Per amare devo superare un piccolo scoglio, per lasciarmi andare devo sentire che sulla barca ci siamo in due, altrimenti picche: non parto.
Ho visto in vita mia tante storie “disperate” finire bene. Tanti “amor che a nullo amato amar perdona”. A volte ho anche pensato “cazzo, che bravi.” Io non so “lottare” per amore. Per me o c’è o non c’è, e me ne accorgo, me ne accorgo sempre, lo so sempre se l’altro c’è dentro o no.
Aggiungo anche questa ai miei pezzi mancanti: non riesco a credere alle persone che sostengono di non saperlo. Dai, lo sai. Se lui non ti ama, tu lo sai. Se lui ti ama meno, pure. Se tu sei la parte forte del sentimento e lui quello che ti trascini dietro, lo sai.
Non ha “paura di amare”. Non è traumatizzato dalla sua ex. Non ha bisogno di tempo. Non ti ama. O ti ama, ma non come vuoi tu. Ti amicchia. Magari è il suo massimo, ok? vuoi una vita con uno che al massimo “amicchia”? Una vita a puntellare e sostenere il sentimento altrui perchè è come la casa del primo porcellino, che se una arriva e soffia ALE’! Fatta la frittata!
Veramente?

Il Tecnologico sostiene di rientrare nella categoria di quelli che hanno bisogno di sentirselo dire. Che se gli dici ti amo lui ci crede. Che se non è vero lo scopre con stupore e dolore.
Che effettivamente ci sono persone che in buonafede credono e non si accorgono della bugia. Ci saranno anche bugiardi eccellentissimi, per carità.
Però a pensarci, il Tecnologico prima di me era geloso 100. Con me 1. E si dice “sei tu, come ti comporti, come vivi, che mi fai stare tranquillo”.
Sì, perchè io ti amo. In modo palese, che in-mia-umilissima-opinione è l’unico modo di amare: quando non riesci a nasconderlo.
Allora forse non è che a me manca un pezzo e quindi l’amore non corrisposto e quindi la gelosia e quindi le turbe sul passato sessuale del mio amato bene non ce le ho: forse è che tu in fondo al tuo piccolo cuore sentivi di non essere amato e quindi eri geloso, perchè se la storia è di paglia poi basta un soffio e vien giù, perchè il geloso ha paura di perdere, e magari ne avevi motivo, il geloso ha paura di non essere amato, e magari ne avevi motivo anche lì.
Non è che non senti. E’ che non ti ascolti.

Ed allora forse non è che a me manca un pezzo.
Magari sono gli altri che ce ne hanno uno in più, ed è un tappo.